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Cesare vince a Rebibbia ed anche a Berlino

19 Feb

“Cesare deve morire” dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani ha vinto l’Orso d’Oro alla 62esima Berlinale, il Festival del cinema di Berlino.

Il premio per il miglior film arriva dopo ben 21 anni di “assenza” italiana dal podio e vede, in contempranea, un altro successo italiano con il docufilm “Diaz – Don’t Clean Up This Blood” di Daniele Vicari, che ha vinto il Premio del Pubblico.

Il film dei “maestri” Paolo e Vittorio Taviani è stato girato nella Sezione di Alta Sicurezza del carcere di Rebibbia con i detenuti stessi come attori.
La storia racconta la messa in scena del Giulio Cesare shakespeariano, alla fine rappresentato con successo sul palcoscenico del carcere.

Un percorso di ricerca attorale e “del Se” che coinvolge profondamente i detenuti tra “la grande tragedia” – shakespeariana e umana – pur mantenendo tutte le cadenze della vita carceraria.

“Non ci stancheremo mai di ripeterlo: Shakespeare va riscoperto sempre – commenta Paolo Taviani alla stampa – Ci siamo permessi di trattarlo un po’ male: lo abbiamo preso, smembrato, decostruito, ricostruito. Ma forse Shakespeare sarebbe stato contento di vedere rappresentato in un carcere il suo ‘Giulio Cesare’”.

“Ci siamo detti che se fossimo riusciti a fare incontrare tra loro queste due realtà così drammatiche, allora avremmo avuto il nostro film”.

“La cosa che ci ha molto commosso e stupito durante la lavorazione è che questi detenuti attori recitavano benissimo, ma in un modo diverso da quello che è il recitare convenzionale. Nel nostro Bruto c’era un dolore vero che gli altri attori non hanno”.

“Cesare deve morire” è “un racconto sulla potenza della scoperta dell’arte. ‘Da quando ho scoperto l’arte, questa cella è diventata una prigione’ dice uno dei protagonisti alla fine”.

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Pina (Bausch), un film di Wim Wenders

14 Nov

Philippine Bausch detta Pina (Solingen, 27 luglio 1940 – Wuppertal, 30 giugno 2009) è stata una coreografa tedesca ed è probabilmente uno dei personaggi più significativi della generazione degli Anni ’80.

Pina Bausch ha diretto dal 1973 il “Tanztheater Wuppertal”, con sedi a Wuppertal ed Essen Werden, in Renania, Germania.

Fu la massima esponente del Tanztheater (teatro-danza), un preciso progetto artistico che intese differenziarsi dal balletto e dalla danza moderna e che includeva  elementi recitativi, come l’uso del gesto teatrale e della parola.

Un altro elemento di novità è costituito dall’interazione tra i danzatori e la molteplicità di materiali scenici di derivazione strettamente teatrale – come le sedie del Café Müller – che la Bausch inserisce nelle sue composizioni ed il profondo rapporto interpersonale che veniva a crearsi con i suoi allievi, a differenza di tanti altri coreografi e danzatori.

Come tante altre opere degli Anni ’80, poco o nulla del lavoro di Pina Bausch è stato tramandato ai posteri, soprattutto per l’oscurantismo che la generazione degli Anni ’60 e ’70 ha praticato verso qualsiasi cosa potesse mettere in discussione le ideologie del tempo.

E’, dunque, una fortuna che Wim Wenders abbia accettato la sfida del 3D ed abbia girato “Pina”, un docufilm in omaggio alla grande coreografa tedesca, che si è posizionato, proprio in questa settimana, nella Top Ten dei film più visti in Italia.

Un film eccezionale, sia per il ritorno di Wenders allo stile narrativo delle origini (L’amico americano, Lo stato delle cose) sia, soprattutto, per le inedite e straordinarie potenzialità del 3D applicato allo spazio scenico teatrale.

Un film per tutti quei giovani che volessero scoprire la parte “colta e visionaria” degli Anni ’80 e … per farsi un’idea di come sarebbe migliore l’Europa se le idee ed i modelli di quegli anni avessero attecchito.

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