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Lazio, l’arsenico nell’acqua e il mercato dei vini

27 Feb

Almeno 25 case vinicole californiane sono esposte al procedure di class action, per non aver informato i consumatori del tasso eccessivo di arsenico presente nel vino. (fonte CBS News)
A seguire un’indagine dell’autorevole magazine “The Drink Business” ha dimostrato che su 65 tipi di vino diversi ben 64 contenevano livelli di arsenico superiori al limite fissato dall’US Environmental Protection Agency per l’acqua (massimo 10 parti per miliardo es. 0,001 mg di arsenico per 100 litri) arrivando anche a 76 parti per miliardo (es. 0,00076 mg di arsenico per 1 solo litr0 di vino), con una media di 24 parti per miliardo.

Davvero tanto per una persona che dovesse bere anche solo mezza bottiglia di vino “di bassa qualità” al giorno per anni ed anni.

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In Europa per il vino non ci sono specifiche regole, ma la regola generale dal 1 gennaio 2016 è stata ulteriormente ristretta: il Regolamento (UE) 2015/1006 – emesso il 25 giugno 2015 – in base al report del gruppo di esperti scientifici sui contaminanti nella catena alimentare (gruppo CONTAM) dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), ha limitato la dose settimanale tollerabile provvisoria (PTWI — provisional tolerable weekly intake) a 15 μg/kg di peso corporeo ed ha individuato  “una gamma di valori  per il  limite  di confidenza  inferiore  della dose di riferimento (BMDL 01) tra 0,3 e 8 μg/kg di peso corporeo al giorno per il cancro del polmone, della vescica e della pelle nonché per le  lesioni  cutanee.”

Questo significa che un modesto bevitore non riceve danni anche con vini relativamente tossici, ma le cose cambiano di molto se parlassimo di una persona di basso peso corporeo che dovesse bere almeno mezzo litro di vino al giorno …

In Italia, i vini italiani sono sempre stati molto al di sotto della soglia stabilita dalla OIV (International Organisation of Vine and Wine’s che è di 0,2 milligrammi/l) e da quella stabilita dal Canada che è l’unico paese ad avere un limite in proposito (0,1 milligrammi/l), ma l’ 1,8 % dei campioni analizzati (fonte OIV) supererebbe il limite previsto per l’acqua che i consumatori USA rivendicano oggi.

Dunque, il Made in Italy non dovrebbe risentirne, salvo che in una regione: il Lazio, che ha ampi territori afflitti dalla presenza di arsenico nelle acque, era fuori norma riguardo l’arsenico nelle acque potabili (per non parlare dell’irrigazione) almeno dal 2003 e non fu inclusa già cinque anni fa nelle deroghe (max valori di 0,02 milligrammi/litro) concesse dalla Decisione della CE del 28 ottobre 2010 a sei Comuni della Lombardia e due della Toscana).

A seguire il governo Berlusconi con il  Decreto 24 novembre 2010 autorizzava il rinnovo delle deroghe per l’arsenico alle regioni che avevano fatto istanza fino a valori di 20 µ/litro, mentre la Regione Lazio (richieste per il valore di 50 µ/litro) dovette successivamente prendere atto del decadenza del D.P. Regione Lazio n. T902 del 30/12/2010, dove si autoconcedeva la deroga per l’arsenico.

Nell’estate del 2011, la stessa Regione Lazio – in documento curato dai dottori Agostino Messineo M.Letizia Curcio e Angela De Carolis del Dipartimento di Prevenzione del SIAN ASL RM H e e del prof. Mario Dall’Aglio, Cattedra di Geochimica Ambientale de La Sapienza di Roma – (auto)denunciava che:

  1. “i Comuni nel periodo 2003-2005 non hanno effettuato in genere rilievi analitici, nonostante le richieste, e hanno permesso insediamenti produttivi ed abitativi anche in zone prive di acquedotto. All’incirca nello stesso periodo (2003-2005) ARPA non è stata in grado di effettuare né controlli analitici nè una campagna “ad hoc” per indagine su Arsenico”
  2. “occorre  un collegamento tra settori ambiente-sanità quando si tratta di questioni con  riflesso sulla sanità pubblica”.
  3. la Regione sembra essere l’unico Ente di Riferimento che puo’ uniformare in tali situazioni i comportamenti ma le direttive devono essere chiare ed univocamente interpretabili”,dato che “nonostante alcuni tentativi e conferenze di servizio , non è stato possibile sanare le differenze tra i vari comportamenti a livello locale”.

Chiarito che oltre ai “Comuni” nella vicenda rientra anche la ex municipalizzata romana Acea ATO2 S.p.A. che ha preso in carico il Servizio Idrico Integrato dal 2006, aggiungiamo che dal 2011 in poi accadeva poco o nulla, con la Regione Lazio travolta dagli scandali e poi dalle dimissioni anticipate della giunta guidata da Renata Polverini. Dal 26 febbraio 2013 è stato Nicola Zingaretti a governare la regione e – soprattutto – ad esserne commissario per la Sanità.

Quanto e cosa sia stato fatto è sotto gli occhi tutti: i dati resi pubblici on line da ARPA Lazio si fermano al 2014 e sono a dir poco generici …

Aresenico Acqua ARPA Lazio 2014

Ed è solo grazie ad un solerte ufficio comunale che veniamo a sapere che ad Anguillara Sabazia il 18 luglio 2013 – ben 12 anni dopo il D.l.vo 31/2001 che fissava i parametri – la ASL trovava ben 0,032 milligrammi per litro di arsenico nell’acqua fornita dall’acquedotto ex Arsial.

Così arriviamo ad oggi, con utenti ed imprenditori di diversi comuni laziali che non hanno una fornitura idrica degna di un paese avanzato – pur pagandola come acqua potabile – e con i consumatori USA che – dopo i vini californiani – inizieranno ad occuparsi di quelli d’importazione, tra cui quel 1,8% di vino italiano che potrebbe trovarsi al di sopra dei futuri limiti statunitensi …

Ah già, forse non tutti sanno che il Lazio ha investito molto nella produzione vinicola proprio nei territori interessati dall’eccesso di arsenico nelle acque potabili …
Speriamo che, se non la salute pubblica, almeno l’interesse finanziario e l’immagine italiana all’estero smuovano la ‘grande bellezza’ che governa Roma, che ha da risanare urgentemacque e – soprattutto – lo smaltimento rifiuti, se non vuole che si finisca come nella Terra dei Fuochi.

Demata

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Italia alcolica. Etilismo e salute vs. industria del vino /aiuti pubblici: i dati

1 Giu

I dati dell’Organizzazione Mondiale per la Salute per il 2012 segnalano che a livello globale si consumano 6,2 litri annui di alcol puro a persona.
Considerato che il 38,3 per cento della popolazione mondiale non consuma alcolici e aggiungendo un altro 40% che beve poco o pochissimo, arriviamo a non meno di 15-20 litri annui di alcool puro a testa di media per i così detti bevitori abituali, moderati o esagerati che siano.
La media italiana (6,7 lt) e bielorussa (17,5 lt) sono una conferma esemplare del dato, anche se, forse, c’è qualcosa che non torna nei dati italiani: se un comune vino italiano, in bottiglia da 0,75 litri, contiene l’11 %Vol di alcool, mezza bottiglia  (o quattro bicchieri colmi) al giorno e siamo già arrivati a 15 litri annui di alcool consumato … 

A dispetto di un consume medio di alcol in Italia relativamente rassicurante, l’8% dei maschi italiani si è ubriacato pesantemente (consumando oltre 30 grammi di alcol puro) almeno una volta nell’ultimo mese. I dati dell’ISTAT indicano che il 75% degli italiani consuma alcool (l’87% degli uomini e il 63% delle donne). Il primo bicchiere viene consumato a 11-12 anni; l’età più bassa dell’intera Unione Europea (media UE 14,5 anni).

Esempio di pubblicità di alcolici con bambini testimonial

In condizioni simili, i dati spagnoli fissano l’inizio del consumo di alcol tra i minorenni a soli 13,9 anni di media, il che significa che molti iniziano ben prima, e, infatti, l’82% degli adolescenti ha bevuto alcol nell’ultimo anno e il 74% nell’ultimo mese. Sei su 10 ragazzi tra i 14 e 18 anni si sono ubriacati più di una volta, e di questi uno su cinque afferma di averlo fatto negli ultimi trenta giorni.

I bevitori a rischio in Italia sono oltre 3 milioni (> 5% popolazione, almeno il 10% dei maschi adulti), che vanno ad aggiungersi ad un milione di alcolisti classificati.

Nel 2000 817.000 giovani di età inferiore ai 17 anni hanno consumato bevande alcoliche e circa 400.000 bevono in modo problematico. Nel 2012, il 7% dei giovani dichiara di ubriacarsi almeno tre volte alla settimana ed è in costante crescita il numero di adolescenti che consuma alcool fuori dai pasti (+ 103% nel periodo 1995-200 tra le 14-17enni).

Anche i dati sul Binge Drinking sono in crescita come nel resto dei Paesi europei e, presumibilmente, sottostimati, specialmente per  gli adolescenti, dato che consiste nel restare alticci per ore e ore, bevendo almeno 5 drinks per i maschi e 4 per le femmine in un breve lasso di tempo.

Danni dell’alcol

Un ‘bravo’ binge drinker evita di passare da brillo a ubriaco, ma il binge drinking – nonostante quanto credano i bevitori che lo praticano – è comunque associato a tutti i problemi cognitivi e comportamentali, anche a lungo termine, di tutti gli etilisti, oltre a quelli connessi con la gravidanza.

L’etilismo durante la gravidanza è associato alla sindrome alcolica fetale, complicazioni alla nascita e disturbi di tipo neurologico del nascituro. Scompensi nella memoria e nei modelli cognitivi possono riscontrarsi in tutti gli etilisti critici, così come l’incapacità a controllare gli impulsi, specialmente nelle ragazze. In aggiunta, la percezione delle informazioni per via orale o visuale risulta ritardata. Gli studi compiuti sugli adolescenti dimostrano che il consumo etilico critico continuato può causare scompensi cognitivi a lungo termine.

In Italia, il 10% dei ricoveri totali è attribuibile all’alcool. Nel 2000 si stimava fossero  326.000, di cui 100.000 con diagnosi totalmente attribuibile all’alcool (relazione al Parlamento del Ministro della Salute) e, ogni anno, sono circa 40.000 le persone muoiono a causa dell’alcool per cirrosi epatica, tumori, infarto del miocardio, suicidi, omicidi, incidenti stradali e domestici e per incidenti in ambienti lavorativi. Nel mondo la stima è di un morto ogni dieci secondi per cause derivanti o correlate all’alcol, praticamente un decesso ogni 20 è dovuto a consumo di alcol: più vittime di Aids, tubercolosi e omicidi messi insieme.

In Inghilterra, l’etilismo costa al Welfare circa 20 miliardi di sterline l’anno, pari a 17 milioni di giorni di lavoro perduti dovuti alle patologie alcol-correlate, con un costo annuale sul sistema sanitario nazionale di circa 3 miliardi di sterline l’anno.
Nel 2013, uno studio pubblicato dal British Medical Journal, The Lancet, e finanziato dal Centre for Crime and Justice Studies (UK) ha certificato l’alcol come la droga più dannosa di una lista di 20 sostanze diverse. Contrariamente alla percezione popolare, l’alcol è stato posizionato come più distruttivo rispetto sostanze di “classe A” come l’eroina e crack. Lo studio, condotto da un gruppo di esperti del Comitato scientifico indipendente sulle droghe, considera gli effetti nocivi di ciascuna sostanza in base ad una serie di criteri per ricaduta fisica, impatto psicologico e sociale.

Lancet Drugs Risks Ranking Chart The Lancet, Volume 376, Issue 9752, Pages 1558-1565, 2010/11/05

L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda la totale astensione dal consumo di alcol fino ai 15 anni. Per questo motivo, per i minori di 11-15 anni viene considerato come comportamento a rischio già il consumo di una sola  bevanda alcolica durante l’anno.
La stessa OMS stima che i costi annuali sociali e sanitari, sostenuti a causa di problemi collegati all’alcool sono pari al 2-5% del Prodotto Interno Lordo (PIL), il che significa che in Italia staremmo parlando di 30-100 miliardi di euro annui per i costi sociali e sanitari, derivanti dal consumo critico di alcol.

BERTOLDO BERTOLDINO CACASENNOAndando all’industria del vino, La Repubblica racconta come “l’Italia si conferma anche nel 2013 il principale produttore di vino al mondo con 44,9 milioni di ettolitri contro i 44,1 milioni della Francia e i 40 della Spagna”.
Il valore della produzione italiana di vini nel 2012 “è stimabile in 9,1 miliardi di euro e quello del consumo apparente in 4,7 miliardi, assorbiti principalmente da alberghi e ristoranti con oltre sei decimi del totale”. CANTINE RIUNITE & CIV (Campegine – Re) sono il primo produttore di vini con 204,3 milioni di bottiglie. (fonte Mediobanca del 2014)

Un’industria del vino ‘primaria’, che tiene nonostante gli italiani negli  ultimi 10 anni abbiano quasi dimezzato il consumo di vino e che da lavvoro ad oltre 200.000 addetti, ma che ci costa anche molto se Agrinotizie ci spiega anche che, oltre alle normali misure di ‘aiuto’ all’agricoltura, per l’industria del vino italiano è previsto un Programma Nazionale di Sostegno (PNS) abbastanza provvido ed esteso:

  • Ristrutturazione e riconversione dei vigneti – 110 milioni di euro
  • Promozione dei vini sui mercati extra-Ue – 82,4 milioni di euro per il 2011-2012 e di 102 milioni per il 2012-2013
  • Investimenti – fondo di 15 milioni di euro per il 2010-2011 e di 40 milioni per il 2011-2012
  • Vendemmia verde – 30 milioni di euro all’anno
  • Assicurazione del raccolto – fondo di 20 milioni di euro
  • Distillazione dei sottoprodotti – 1,1 euro/grado/hL per le vinacce e in 0,5 euro/grado/hL per le fecce, senza dover pagare un prezzo minimo di acquisto a favore dei produttori, come invece era in passato
  • Distillazione di vino per la produzione di alcol alimentare – 400 euro/ha per il 2010/2011 e a 350 euro/ha per il 2011/2012, per un volume minimo di vino di 25 hL e massimo di 30 per ogni ettaro richiesto
  • Aiuto all’utilizzo di mosti – 1699 euro/grado ettolitro per l’uso di mosto concentrato, e a 2206 euro/grado ettolitro per il mosto rettificato ai produttori della zona mediterranea
  • Consulenza aziendale – rimborso dell’80% delle spese sostenute per i servizi di consulenza aziendale atti a migliorare il rendimento dell’impresa agricola (con un limite massimo di 1500 euro)
  • Politiche per il ricambio generazionale – contributi massimi di 70 mila euro per gli imprenditori new entry con età minore di 40 anni
  • Politiche strutturali – contributo dal 40 al 60% agli investimenti che migliorano il rendimento globale dell’azienda agricola in conformità con le norme comunitarie in materia, tra cui l’acquisto di terreni per un costo non superiore al 10% del totale delle spese ammissibili
  • Accrescimento del valore aggiunto dei prodotti agricoli – 40 al 50% sugli investimenti atti a migliorare il rendimento globale dell’impresa agricola
  • Cooperazione per lo sviluppo di nuovi prodotti, processi e tecnologie – contributi, che possono toccare il 100% dei costi ammissibili
  • Politiche per la qualità – contributo annuale per cinque anni di 10,000 euro all’anno per azienda
  • Sostegno alla partecipazione a sistemi di qualità – contributo massimo di 3000 euro per azienda agricola
  • Sostegno all’attività di informazione dei consumatori e di promozione dei prodotti alimentari di qualità- cofinanziamento al 70% le attività di informazione dei consumatori e quelle di promozione dei prodotti agroalimentari di qualità che si tengono sul mercato interno europeo (eventi fieristici inclusi)
  • Politiche agroambientali – indennità a favore degli agricoltori che producono nelle zone montane, nelle aree svantaggiate o in altre aree con vincoli ambientali e naturalistici, con un limite massimo di 250 euro/ha
  • Contratti di filiera e di distretto – investimenti (dai 5 ai 50 milioni di euro, senza alcuna percentuale massima per regione) senza parametri minimi per gli investimenti di filiera e del rapporto minimo tra investimenti e produzione agricola
  • Contratti di sviluppo – finanziamento dai 7,5 milioni di euro (per programmi riguardanti solo le attività di trasformazione e commercializzazione di prodotti agricoli) ai 30 (per programmi di sviluppo industriale o commerciale)
  • Agevolazioni Invitalia (in qualsiasi settore) – lavoro autonomo (fino a 25.823 euro iva esclusa per chi vuole avviare una ditta individuale, microimpresa (fino a 129.114 euro per chi vuole avviare una piccola attività imprenditoriale in forma di società di persone
  • Agevolazioni Ismea – fino a un milione di euro per progetto ai giovani imprenditori agricoli che vogliono subentrare nella conduzione di un’azienda
  • Promozione dei prodotti agricoli – finanziamento fino al 90% dellle spese ammissibili di chi promuove e valorizza le caratteristiche qualitative dei prodotti agroalimentari italiani

Ecco perchè un litro di vino qualunque in tetrapack, al supermercato, costa meno  di 2 euro e vini decenti si trovano anche a meno di cinque euro: praticamente li paghiamo noi con le nostre tasse.

Ed, a fronte degli oltre 200.000 addetti e un valore 4,7 miliardi di euro in consumi interni, c’è da considerare – quando si esulta per la crescita dell’industria del vino – che gli alcolisti sono un milione, gli etilisti critici arrivano a tre e che i costi sociali e sanitari dell’alcol in Italia sarebbero di diverse decine di miliardi di euro, mentre gli under40 alticci (e i ragazzini ubriachi) aumentano.

Qualcosa su cui dovremmo seriamente riflettere.

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Europa 2020: nel Lazio c’è tanto da fare

20 Feb

1959842_10152168796154034_2121530092_nArriva Europa 2020 (PSR del Lazio 2014 – 2020), la strategia per la crescita economica e sociale dei Paesi dell’UE lanciata dalla Commissione europea nel 2010, che individua 3 priorità – crescita intelligente, sostenibile e inclusiva – mira a conseguire elevati livelli di occupazione, produttività e competitività.

La Regione Lazio, nel corso del 2013, aveva avviato le attività finalizzate alla predisposizione degli strumenti operativi, in particolare l’analisi di contesto socio-economico dell’agricoltura regionale e la procedura di Valutazione Ambientale Strategica del PSR 2014-2020.
E, proprio in questi giorni, ha aperto un sito apposito (link) dove si legge “fino al 28 febbraio, grazie ad una pagina web dedicata, raccoglieremo le osservazioni di chi vuole contribuire. Quando aumenta la partecipazione e la condivisione, si prendono decisioni migliori“.

Beh, la pagina web dedicata è questa (link) e di spazio per la ‘consultazione on line’ proprio non ce n’è … ma si precisa che “la consultazione online è aperta sia ai componenti del Tavolo di Partenariato che a tutto il pubblico interessato“. A scartabellare un po’, si scopre un file excel destinato a soggetti che abbiano un “ruolo svolto in relazione allo sviluppo rurale” con tanto di Ente di appartenenza o qualifica professionale.

Peccato che l’agroalimentare sia quello che mangiamo e quello che spendiamo. Forse, tra ‘tutto il pubblico interessato’ ci sono anche i cittadini. O no?

Un disguido, una frase fraintendibile, ma, parlando di ‘crescita intelligente, sostenibile e inclusiva’ dell’agricoltura nel Lazio, c’è ne sarebbe da discutere anche come cittadini /consumatori e non solo come operatori.

Come, ad esempio, per gli unici olii d’oliva DOP del Lazio, il Sabina e il Canino, noti per il loro pregio e coltivati su un’area equivalente almeno alla provincia di Siena. Prodotti eccellenti che trovano poca traccia come commercializzazione su internet, di sicuro non sono venduti nei supermercati laziali e, con tanti ulivi in bella vista, non sembrano contribuire particolarmente alla leva fiscale regionale …

Sempre in termini di ‘anomalie’ sarebbe da ricordare almeno quella dei tanti (troppi?) vini DOC del Lazio, quasi uno per campanile e di blasone diverso, come raccontano i nomi: Aleatico di Gradoli, Aprilia, Atina , Bianco Capena superiore, Castelli Romani , Cerveteri , Cesanese di Affile DOC , Cesanese di Olevano Romano DOC , Circeo , Colli Albani , Colli della Sabina , Colli Etruschi Viterbesi, Colli Lanuvini superiore, Cori , Est! Est!! Est!!! di Montefiascone, Frascati, Genazzano, Marino, Merlot di Aprilia, Montecompatri Colonna , Nettuno, Orvieto , Roma, Sangiovese di Aprilia, Tarquinia , Moscato di Terracina, Trebbiano di Aprilia, Velletri , Vignanello , Zagarolo superiore‏  

Quale possa essere la loro ascesa ed affermazione sui mercati è presto detto, se c’è da competere con intere province, come il Chianti o il Montalcino, od aree regionali, come per i vini californiani e spagnoli.
Intanto, i contributi (soldi pubblici) per questa bella lista di vini li spendiamo …

Il tutto senza tenere conto che esistono anche i costi sanitari non irrilevanti per le patologie da consumo alcolico, mentre il Ministero per le Politiche Agricole e l’Assessorato regionale del Lazio per  Agricoltura e Sviluppo Rurale, Caccia e Pesca – sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica – non mancano di patrocinare eventi come “La cultura del vino in Italia” nel Complesso del Vittoriano, in un paese che evita di scrutare il fenomeno alcolismo, ma che nel 1965 vedeva oltre 120 litri di vino come consumo pro capite annuale tra i maschi (bambini inclusi) e che nel 1994 presentava percentuali allarmanti tra le donne di alcune regioni ed oggi conta nel Lazio il 22,1% di bevitori maschi ‘a rischio’  (Rapporto Istisan 2012).

E c’è la questione dei costi dei prodotti sui banchi dei supermercati, con una “filiera del commercio che finisce per avere sempre la stessa conseguenza: a rimetterci è il consumatore che va a comprare. «C’è un ricarico del 200% in media, ma con punte anche del 300%», affermano alla Coldiretti sulla base di un loro studio“, mentre ” il Mercato Ortofrutticolo di Fondi è molto più di un mercato. E’ una città, 335 ettari, 120 aziende, 2 mila produttori locali, 800 milioni di fatturato l’anno. E’ il più grande mercato italiano, il secondo in Europa dopo quello di Parigi.” (Flavia Amabile – La Stampa).

Ce ne sarebbero di cosa da ‘consultare’, visto che lo scopo di un governo regionale dovrebbe essere quello di garantire, innazitutto, che la merce che arriva ai cittadini sia di buona qualità ed a prezzi decenti.

Anche in questo caso, come per il frammentato e opaco mercato dell’olio e del vino laziali, Roma e il Lazio dovrebbero badare alla “competitività” che – guarda caso –  è tra le priorità  di Europa 2020.

Frammentato anche in Regione Lazio, dove la ‘Programmazione Comunitaria’ è affidata ad un ufficio (Dirigente Roberto Aleandri), le ‘Politiche di mercato e l’organizzazione delle filiere con progettazione integrata’ ad un altro ufficio (Dirigente Stefano Sbaffi), la ‘Promozione, comunicazione e servizi per lo sviluppo agricolo’ ad un altro ancora (Dirigente Cristiana Storti) …

Non è in discussione la professionalità dell’Assessore all’Agricoltura, Caccia e Pesca Sonia Ricci, che è stata amministratrice e direttore generale di alcune aziende agricole fino alla nomina di Zingaretti, oltre a essere impegnata politicamente sin da giovanissima.

Ma la sfida di Europa 2020 passa una volta sola e troppi interessi localistici e micragnosi hanno pesantemente influenzato – finora – la nascita di un’immagine e la conseguente affermazione di un ‘prodotto laziale’, come viceversa avviene per tutte le regioni limitrofe. Persino nel piccolo Molise.

Cerchiamo, dunque, di scoprire su quali scaffali e quali tavole finisce l’olio sabino, dopo essere stato venduto (si spera). Proviamo a sviluppare due vini due che abbiano abbastanza ‘forza produttiva’ per sviluppare campagne di marketing massive.
Miglioriamo la filiera e facciamo in modo che i prezzi dell’ortofrutta a Roma siano più bassi per i consumatori e i ricavi più alti per i produttori … forse spenderemmo meno in Welfare e aiuti all’agricoltura, mentre la gente sarebbe più ottimista.

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Alcol? Molto peggio di eroina e cocaina …

27 Apr

Uno studio pubblicato dal British Medical Journal, The Lancet, ha certificato l’alcol come la droga più dannosa di una lista di 20 sostanze diverse. Contrariamente alla percezione popolare, l’alcol è stato posizionato come più distruttivo rispetto sostanze di “classe A” come l’eroina e crack.

Lo studio, condotto da un gruppo di esperti del Comitato scientifico indipendente sulle droghe, considera gli effetti nocivi di ciascuna sostanza in base ad una serie di criteri per ricaduta fisica, impatto psicologico e sociale.

Lo studio, finanziato dal Centre for Crime and Justice Studies (UK), è stato condotto utilizzando un processo chiamato di modellazione dei dati di analisi decisionale multicriterio (MDA), attribuendo un punteggio  per gli effetti sugli individui e ad altre persone.

Tra le ricadute fisiche di un singolo farmaco sono considerate anche la mortalità specifica, mortalità legata alla droga, dipendenza e compromissione del funzionamento mentale. L’impatto su altri considera il crimine, il danno ambientale, il costo economico,  gli effetti sulle famiglie.

Dei 16 criteri utilizzati in totale, nove sono relativi all’impatto di un solo individuo e sette sulle altre persone. Questi criteri sono stati poi ponderati in base al relativo impatto complessivo.

L’eroina, il crack e la cocaina, le metanfetammine sono risultati essere i farmaci più dannosi per chi le usa, mentre l’alcol, l’eroina, il crack e la cocaina sono stati indicati come i più dannosi per gli altri, ma nella classifica complessiva l’alcol non ha “rivali”.

Nel complesso, l’alcol ha ricevuto un punteggio di 72, battendo tutti gli altri farmaci dello studio, dominando i punteggi nei criteri di costo economico,  avversità della famiglia e lesioni. La mortalità correlata al farmaco è anche elevata, equiparabile, ad eroina e tabacco.

Riguardo la cocaina, in particolare, è probabile che lo studio sottostimi il danno sociale, in termini di corruzione dei poteri e invasività delle mafie, ma è evidente che le norme in uso – in Italia come altrove – sottostimano il danno causato dagli alcolici e sono troppo benevole con le “movide”.

Lo studio, infatti, arriva alla conclusione che l’approccio del governo britannico per la determinazione delle sanzioni penali per possesso e spaccio di droga ha “poco a che fare la prova del danno” e raccomanda vivamente che “una strategia valida e necessaria per la salute pubblica miri ad incidere sui danni causati dall’alcol”.

Tra l’altro, secondo un’altro studio pubblicato da The Lancet in questi giorni, molte ragazze tra i 13-15 anni, specialmente in USA, Austria e Irlanda – sono delle “binge drinker”, cioè bevono cinque o più bevande alcoliche in un giorno. Il coma alcolico tra i teenagers è in allarmante aumento.

Mandando in galera i ragazzini con uno spinello, tollerando gli assembramenti di migliaia di giovani in gran parte “bevuti”, consentendo la pubblicità di alcolici anche in fascia protetta, per non parlare dei bambini usati come testimonial di alcolici (come nella pubblicità di San Crispino delle Cantine Ronco, un “vino per tutti”),  certamente non si fa molto per evitare che i nostri giovani siano in cattiva salute.

Come anche, non legalizzando alcuni consumi – come viceversa accade per la droga più dannosa, l’alcol – si lascia tutto un “mercato” nelle mani delle mafie (il 2-5% del PIL?)  e si rinuncia ad una leva fiscale di molti miliardi, mentre la droga circoli a fiumi senza nessun controllo sulle sostanze usate e senza tener conto che, in non pochi casi, i tossicodipendenti sono quasi ridotti in schiavitù.

Una grande contraddizione  che la “civile” Europa deve andare ad affrontare, un “peccato originale” che gli “atlantici” si portano dietro da quando si tentò di colonizzare la Cina con l’oppio turco.

Anche questo è III Millennio e va a cambiare.

Leggi anche Haschish, tabacco ed alcool

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Fonte: The Lancet, Volume 376, Issue 9752, Pages 1558-1565, 6 novembre 2010/11/05

Cedere le Terre di Stato: una bella idea da verificare

22 Ott

Si inizia a parlare, finalmente, di agricoltura. Si parte dalle cosiddette “terre di Stato”, ovvero dei 338.127,51 ettari di terreno coltivabile, in termini tecnici Sau, che attualmente sono di proprietà dello Stato e sono sottoutilizzati.

“La Coldiretti ha presentato una proposta: vendete questa terra ai contadini, servirà anche a permettere l’accesso alle campagne a nuovi agricoltori, soprattutto giovani. E lo Stato, in cambio, incasserebbe una bella cifra: 6 miliardi e 221 milioni di euro.”

Lo riporta La Repubblica, confermando, stranamente sottolineature,  il “si può fare” del ministro Romano, proprio quello quello indagato per mafia, che passando dall’opposizione al PdL salvò Berlusconi tempo fa. Strano vero?

350mila ettari ceduti ad imprese in grado di investire ed essere produttive per di difendere l’occupazione ed il made in Italy o dispersi tra una miriade (centomila o quanti?) di “contadini”, “nuovi agricoltori”, “soprattutto giovani” che vivranno di sussidi e marachelle in balia dei soliti prepotenti?

L’idea di “incassare 6 miliardi e rotti di Euro” è allettante per l’Italia e per l’Europa, ma siamo sicuri che il “sistema agroalimentare”, nel tempo, non ci verrebbe a costare di più, se la cessione dovesse attuarsi senza intervenire complessivamente sull’agricoltura, sulle aziende agricole e sui sussidi, sulle leggi che normano il settore, sul necessario protezionismo che l’UE dovrà attuare a fronte di un’enorme immissione sul mercato di terreni coltivabili?

Quali aiuti ed incentivi risulteranno “sani” e quali “perversi”? Come reagiranno i mercati ed i prezzi? Quali studi di settore? Oppure ritorneremo alla mera sussistenza col pretesto di “aiutare i giovani”? Ed il rischio del riciclaggio e delle mafie?

Le prospettive, infatti, possono essere piuttosto lusinghiere od affatto, a seconda di quale impianto normativo dovesse accogliere, strutturare e rilanciare l’ingigantito sistema agroalimentare italiano che, a dire il vero, aspetta ancora le riforme promesse da Garibaldi per sollevare i Siciliani.

Basti dire che, oggi, l’agricoltura contribuisce al PIL nazionale per il solo 4% e che, con l’attuale livello di produttività, liberare 350.000 ettari significherebbe creare un ulteriore esercito di sussidiati e di sfruttati, dalle quote latte alle coop, ai consorzi ed alle “aziende familiari”, dai mercati all’ingrosso al lavoro nero dei migranti ed il caporalato.

Si pensi, ad esempio, ad una famiglia di un piccolo proprietario di 20 ettari coltivabili, che ne affitta la parte eccedente a quella per rientrare nei limiti della conduzione familiare per poi incassare ogni genere di sussidio … coltivando poco e nulla di quello che possiede. Oppure alle Coop, che a vedere l’elenco dei soci si capisce subito di trovarsi dinanzi ad una azienda di famiglia di medie dimensioni. Od, infine, alla frutta che troviamo ormai in tutti i supermercati, che è stata palesemente colta ben prima della completa maturazione e non se ne spiega il motivo, se non in una pessima distribuzione, visto che i campi da cui proviene sono spesso a meno di duecento chilometri. Per non parlare di quanto ci costano le calamità naturali a causa della scarsa consutudine a stipulare polizze assicurative. Sono tutti elementi che strutture come il MEF, Bankitalia o ISTAT, ma anche l’UE, possono, anche celermente, misurare o comunque stimare, sempre che non ne siano già in possesso.

La cessione delle terre di Stato è talmente massiva da richiedere una propedeutica riforma del sistema agroalimentare italiano.

Il modello a cui far riferimento, almeno in termini di mercato, è quello californiano, con coltivazioni al possibile estensive e sempre di buona qualità, strutture aziendali fortemente finalizzate al marketing e leggi che facilitano, ad esempio, i permessi da frontalieri per i messicani che lavorano nei campi.

La proposta di Coldiretti va ri-letta, dunque, in un’ottica che faciliti la concentrazione sia per una migliore produttività delle coltivazioni o per ottenere una maggiore e più stabile penetrazione nei marcati esteri, sia per avere quella forza contrattuale necessaria per contrastare le lobby che controllano i mercati logistici e per riassorbire i danni di calamità e crisi di mercato.

Quanto alla cessione delle “terre di Stato”, è opportuno che si obblighino  i privati ad investire in funzione degli incentivi statali ottenuti e che i controlli siano rigidi, se si vuole evitare non solo lo spadroneggiare delle mafie , gli sgravi per le holding cooperative od il sacco dei sussidi per l’agricoltura, per non parlare di potenziali nuove cementificazioni, ma soprattutto evitare lo sfruttamento di giovani ed immigrati, che possono essere tutelati solo da una norma che reintroduca la mezzadria, semplifichi i contratti “a giornata” e democratizzi associazioni, consorzi e sindacati.

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Governo al mare, italiani a casa

22 Giu

Oggi, alla Camera, il discorso di Silvio Berlusconi tentava di dare nuova vita ad una compagine e ad un partito, il PdL, travolti dagli scandali e dalle inchieste, oltre che dall’illegittimità od impopolarità delle proprie leggi e dall’inefficacia dell’azione legislativa nel por rimedio ai problemi del paese.

A seguire, gli interventi dei diversi gruppi parlamentari, che erano unisoni nel denunciare le promesse tradite al Sud, la drammatica situazione di lavoratori e aziende, le inerzie e le prebende di un sistema affaristico e carrieristico, le agenzie di rating e l’Unione Europea alle porte.

Intanto, in Piazza Montecitorio si affollavano, “indignati”, i precari del sistema di istruzione nazionale, che con una laurea in tasca ed una famiglia a casa non si sa bene che lavoro dovrebbero mettersi a fare.

Arriva l’estate e saranno in tanti quelli che resteranno a casa perchè “vivono di solo stipendio” o perchè “la sanità è regionalizzata”.

Viene spontaneo chiedersi cosa sia meglio: governo al mare ed italiani a casa oppure governo a casa ed italiani al mare?

Un’Italia a fari spenti

22 Giu

Non esiste alcuna alternativa a questo governo ed a questa maggioranza, perchè, in caso di caduta, l’Italia si troverebbe i creditori alle porte e dovrebbe varare misure di arretramento dell’attuale livello dei servizi pubblici di scuola e sanità.
Questo è nella sostanza il pensiero di Silvio Berlusconi, nel discorso alla Camera.

Una catasfrofe causata dalla spendacciona gestione prodiana, ma, anche e soprattutto dall’incapacità dei governi della Seconda Repubblica nel mantener fede agli impegni finanziari presi verso il paese di anno in anno.
Un disastro causato, secondo analisi diverse ma ampiamente condivise, dalla scelelrata riforma del Titolo V della Costituzione, che introduceva il Federalismo senza far prima fronte agli squilibri di un territorio nazionale, che fu strutturato dai Savoia e da Mussolini in funzione di logiche rivelatesi, per l’appunto, disastrose.
Una riforma, quella del Titolo V, che, per altro, ridefiniva i poteri della politica, in termini territoriali, ma non ristrutturava nè i ruoli ne le gerarchie interne delle principali istituzioni affini alla politica: sindacato e magistratura.
Uno sperpero globalizzato, se pensiamo all’impennata del numero di cariche, dirigenze, sedi di rappresentanza, auto blu, consulenze, esternalizzazioni e chi più ne ha più ne metta.

Se non verrà messa fine a questa emorragia di denaro e di management, non basterà la riforma fiscale, preannunciata da Tremonti e confermata, in questi minuti, da Berlusconi.

Una riforma fiscale che, nota bene, potrebbe somigliare ad una patrimoniale se l’obiettivo è quello di alleggerire i ceti bassi o le aziende e di caricare “chi ha il gippone”, per usare un’espressione di Tremonti.
Un sistema tutto da capire, se verrà affiancato da un incremento delel tasse e tributi locali, già esosi nelle regioni più disastrate.
Senza contare che l’ipotesi di incrementare le funzioni ministeriali con sedi al Nord non può altro che portare nel tempo ad un ulteriore incremento della spesa, essendo un elemento che innalza il livello di complessità strutturale del sistema.
Infine, la spesa pubblica, che Berlusconi promette di non tagliare quando afferma che il “pubblico impiego non si tocca”, come “non si toccano” scuola e sanità. Considerato che sono in larga parte spese di personale, che potrebbero essere notevolmente alleggerite con un coraggioso prepensionamento e riducendo il costo della governance, ovvero il numero di politici e direttori.

Il problema, dunque, non è finanziario, ha ragione Tremonti a dire che l’Italia ha ancora una sua solidità.
La questione è squisitamente politica, o meglio partitica, ovvero se i partiti, attualmente rappresentati in parlamento e non, sono in grado di ristrutturarsi riducendo drasticamente il numero degli eletti, degli addetti, degli apparati.
Se ciò avverrà, potremo mantenere gli impegni presi con l’Unione Europea per il 2014, risalendo la china grazie alle minori spese, alla riforma dei sistemi assicurativo e sanitario, ad un maggiore gettito fiscale.

L’alternativa?
Nessuna.