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L’agenda politica di maggio

2 Mag

Arriva il mese di maggio, quello maggiormente funesto, insieme all’autunno, per governi iniqui e regimi infausti. Niente paura, siamo in Italia, l’andamento è lento.

Giorni fa, si accennava alle “provincie” ed al nulla di fatto delle Regioni, nella non riposta speranza che Mario Monti si attenesse a tempi, leggi e promesse. Ed infatti, salvo una BCE (ovvero Mario Draghi?) che suggerisce di “accorpare” anzichè eradere, nulla s’è detto o s’è sentito.

Intanto, l’agenda c’è, l’ha fissata Monti stesso per decreto, ed è scaduta.

Non a caso, a fissare il viatico dei 30 giorni futuri, arrivano segnali di insofferenza dal Senato, dove una leggina “salva pensioni d’annata” è caduta su un emendamento della (nuova)Lega con 124 voti a favore, 94 contrari, 12 le astensioni.

Esiste, almeno al Senato, una “maggioranza” diversa dall’attuale non disponibile (in parte) a votare le mattanze sociali della Fornero o gli F-35 di Finmeccanica, ma propensa a legiferare in favore di minori prebende per la Casta e minore spesa pubblica?

Sarebbe interessante saperlo e, forse, lo sapremo a breve, con quello che c’è da votare in Parlamento.

Una “congiuntura interessante”, perchè un cambio di passo di Mario Monti – con rimpasto di governo, visto che stragiura da mesi che “i conti sono a posto” – rappresenterebbe un’ottima via d’uscita per Mario Monti, Giorgio Napolitano ed i partiti per restare saldi in sella mentre si avvia la tornata elettorale del 2013, per licenziare qualche ministro “ingombrante” e, soprattutto per noi, metter mano a quello che spread, default e speculatori hanno interrotto: la nascita della III Repubblica.

Del resto, i tempi sono pronti.

Tra qualche giorno conosceremo gli esiti delle elezioni locali e gli pseudomaghi di partito consulteranno le loro sfere di cristallo e detteranno alleanze e strategie.

Tra un mese circa esploderà (è il caso di dirlo) il “panico” da IMU, che verrà incassato anche da enti che la legge ha già cassato, pur senza attuare. E dopo un po’, con la chiusura delle scuola, le grandi città inizieranno ad esser piene di gente disoccupata e ragazzini senza meta, mentre le località turistiche dovranno aspettarsi i minimi storici.

Entro luglio bisognerà capire come uscire dallo “spremiagrumi fiscale impazzito” che Prodi, Visco, Padoa Schioppa, Tremonti e Monti hanno creato in questi 20 anni, portando la leva fiscale sul “cittadino onesto” ben oltre il 60% del PIL da lui prodotto.

Da settembre, forse prima, saremo in campagna elettorale per le politiche e bisognerà trovare soldi da spendere per rattoppi e ripristini, se i partiti vogliono le urne piene.

Dulcis in fundo, l’idea – cara ad una certa Roma – di riaggregare intorno Pierferdinado Casini la vecchia Democrazia Cristiana ed i comitati d’affari d’altri tempi, sembra inabissarsi dopo le esternazioni del leader dell’UDC ed il proseguire delle sue frequentazioni con Totò Cuffaro, detenuto per mafia a Regina Coeli. Dopo il fondo il “de profundis” con l’ennesima caduta del Partito Democratico che votava a favore delle “pensioni d’oro”, mentre il PdL sosteneva l’emendamento di Lega e IdV.

Mario Monti non sembra un uomo da “cambio di passo”, come non sembra anteporre l’italianità a tutto tondo, quella “popolare” come quella “laica”, agli ambienti bocconiani e “protagonisti” dai quali proviene.

Ma, d’altra parte, sono già sei mesi sei che l’Italia non ha un ministro dell’economia a tempo pieno, quello del welfare sembra quasi che levi ai poveri per dare ai ricchi, agli esteri “vorremmo vincerne una”, alla giustizia serve sempre, da 20 anni almeno, una legge per snellire, semplificare, accelerare le procedure giudiziarie, dateci un ministro delle infrastrutture che faccia costruire o manutentare qualcosa.

Mai dire mai, però. Il trasformismo è un’arte italiana.

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Norma Salvabanche bocciata in Corte Suprema, nessuna eco

27 Apr

La Corte Costituzionale, con sentenza n 78 del 5 aprile 2012, accogliendo la tesi del Tribunale di Benevento ed altre otto sedi giudiziarie, ha dichiarato la illegittimità costituzionale dell’anatocismo bancario ( interessi sugli interessi), per violazione dell’art 3 della Costituzione.

La sentenza boccia “la norma “salvabanche”, che aveva applicato gli interessi sugli interessi a svantaggio dei correntisti, tra cui molti generosi e onesti imprenditori, che nella impossibilità di pagare somme non dovute, hanno scelto la strada del suicidio, lasciando le loro famiglie nella disperazione“. (Ferdinando Imposimato)

Per anatocismo (dal greco anà – di nuovo, e tokòs – interesse) si intende la capitalizzazione degli interessi su un capitale, affinché essi siano a loro volta produttivi di altri interessi (in pratica è il calcolo degli interessi sugli interessi). Un esempio di anatocismo è quello di capitalizzare (ossia sommare al capitale di debito residuo) gli interessi ad ogni scadenza di pagamento, anche se sono regolarmente pagati. (da Wikipedia)

La norma “salvabanche” viola, secondo i giudici della Corte Suprema, l’art.3 della Costituzione perchè «facendo retroagire la disciplina in esso prevista, non rispetta i principi generali, eguaglianza e ragionevolezza». Inoltre, «non è dato ravvisare quali sarebbero i motivi imperativi di interesse generale, idonei a giustificare l’effetto retroattivo» della norma, così violando anche l’art.117 della Costituzione, che prevede, per materie di legislazione concorrente, che spetti alle Regioni la potestà legislativa riguardo “coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, … casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale”.

Bazzecole.

La prossima settimana sarà trascorso un mese da questa sentenza, Pasqua finita, Feste della Liberazione e dei Lavoratori alle spalle, eppure Mario Monti e Renato Passera sembrano quasi non essere coinvolti in una clamorosa quanto iniqua (e costosa) incostituzionalità, mentre – ad eccezione di pensioni ed F-35 – tutto quanto accade sono i tagli lineari della spesa delineati di Tremonti, più le maggiori tasse e spese del corrente governo.

Inizia a non essere improprio, visto il “pasticciaccio forneriano” su pensioni e lavoro, ipotizzare che che questo Governo si sia impantanato nella inconsistenza di questo Parlamento – imploso con il distacco di FLi dal Popolo delle Libertà – e nello sterile ed iniquo elitarismo (non “meritocrazia”) che almeno una parte dell’Esecutivo e sostenitori vari dimostrano, se non, addirittura, ostentano.

Sarà molto difficile rendere compatibile quello che resterà di questa Seconda Repubblica con il “nuovo che avanza”. Non tanto l’antipolitica, arruffona e spaccatutto, ma facile allo sbando e, si spera, non troppo arraffona.

Come dare spazio, senza disturbare qualche “piano alto”, agli unici in grado di provvedere alla sussistenza del paese, se non al suo rilancio?

Gli “eroi civili” della P.A., i “colonnelli” delle sedi periferiche, la “banda degli onesti” tecnici finora esclusi dalla governance, gli analisti di retrovia, che son quelli che traggono i dati giusti, i medici e gli ingegneri arrivati dalla gavetta, gli universitari “fuggiti all’estero”, eccetera eccetera …

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30 aprile, il count down delle Provincie inizia? E Monti, avrà coraggio e tempestività?

23 Apr

L’art. 23 del Decreto ‘SalvaItalia’ prevede che “lo Stato e le Regioni, con propria legge, secondo le rispettive competenze, provvedono a trasferire ai Comuni, entro il 30 aprile 2012, le funzioni conferite dalla normativa vigente alle Province, salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, le stesse siano acquisite dalle Regioni, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza. In caso di mancato trasferimento delle funzioni da parte delle Regioni entro il 30 aprile 2012, si provvede in via sostitutiva, ai sensi dell’articolo 8 della legge 5 giugno 2003, n. 131, con legge dello Stato.

 Non è dato sapere cosa accadrà il 30 aprile prossimo venturo, ma una cosa è certa: le Regioni non hanno legiferato granchè nè s’è sentito un qualche dibattito politico a riguardo.

Dunque, inizia il conto alla rovescia: tra una settimana ci si aspetta che Mario Monti presenti e si faccia approvare in quattro e quattr’otto il decreto che “sicuramente” deve avere già pronto.

Anche perchè ci sono i Comuni che attendono … il bel fiume di denaro che prima prendeva altre vie.

In caso contrario, sarà evidente a tutti – media e Presidente Napolitano inclusi – che Monti non è in grado di rendere vigenti le leggi che propone e firma, con buona pace della governabilità, visto che il taglio dei costi della Politica è atteso dalla totalità dei cittadini ed anche dagli analisti internazionali.

Certo, i partiti “storici” e le forze – ad esempio i sindacati – che li affiancano da sempre potrebbero preferire che Mario Monti cada prima di aver chiuso “le Provincie”, visto che abbiamo davanti dieci giorni di “antifascismo” e “sindacalismo”.

I costi della politica: una irrinunciabile responsabilità diretta, che da Natale  attendiamo che Mario Monti risolva, ed una terribile distrazione, in cui Napolitano, Fini, Camusso e Di Pietro – si spera almeno loro – non vorranno cadere.

Giusto per connotare i termini della “questione Provincie”, è opportuno ricordare il Rapporto del Centro Bocconi, presentato il 12 dicembre 2011.

Lo studio focalizza cinque funzioni “core”, fondamentali, attribuite alle Provincie e che rappresentano la maggior parte della spesa. In particolare, gestione del territorio e istruzione pubblica richiedono una spesa di oltre di due miliardi di euro annui “a testa”. Trasporti e sostegno allo sviluppo economico assorbono tra 1 e 1,5 miliardi di euro, mentre la tutela ambientale e il settore “sociale, cultura, turismo e sport” circa 800 milioni di euro ciascuno. Sproporzionate le spese di amministrazione, gestione e controllo, che superano i 3 miliardi di euro annui (il 26% del totale).

Buona parte di queste spese non verrebbero cassate con le Provincie, secondo lo studio sponsorizzato proprio dall’Unione Provincie Italiane, ma anche le economie del 2-3%, come prefigurato dallo studio, sono necessarie.  Tra l’altro, i risultati sono pessimi (strade rotte, trasposti rari, scuole al tracollo, welfare all’amatriciana eccetera) e un passaggio politico o burocratico “in più” implica almeno mesi se non anni per “transitare”.

Viceversa, la dimensione ed il “taglio” della Provincia sono particolarmente influenti sulla spesa.

Infatti, la quasi totalità delle provincie con una elevata “Spesa corrente per abitante e densità della popolazione” – praticamente una spesa doppia – hanno tutte una bassa densità di popolazione, meno di 200 abitanti per kmq, ma è anche vero che una quantità di Provincie poco popolate spendano come o meno di quelle  più grandi.
La densità o l’impoervietà dei luoghi non influenza l’efficienza della spesa, ovvero non tende ad incrementarla.

Il fenomeno si conferma, in parte, andando a guardare la “Spesa corrente delle province in funzione della dimensione demografica”, dato che le Provincie più piccole sono anche quelle più spendaccione. E la cosa è ancora più vistosa se andiamo alla “Spesa totale delle province in funzione della popolazione residente”.

Quasi il 30% delle Provincie rientra nei 250.000 abitanti (Ogliastra, Isernia, Medio Campidano, Aosta (anche Regione a statuto speciale), Carbonia-Iglesias, Gorizia, Olbia-Tempio, Nuoro, Rieti, Verbano-Cusio-Ossola, Oristano, Vibo Valentia, Enna, Crotone, Fermo, Vercelli, Sondrio, Biella, Matera, Massa e Carrara, Belluno, Ascoli Piceno, Asti, Imperia, La Spezia, Lodi, Grosseto, Campobasso, Terni, Trieste, Rovigo, Prato).

Il 10% della popolazione ed il 20% del territorio che per essere amministrato necessita di ben 32 Consigli Provinciali, 32 organi decisionali, con tutto il codazzo di amministrazioni periferiche dello stato, sedi sindacali e confindustriali e di enti eccetera.

Sarebbe da capire perchè, sempre per il 10% della popolazione ed il 20% del territorio, altrove  di Provincie ne bastano solo 12 con condizioni orografiche e urbane ben rappresentative (Cuneo, Foggia, Messina, Perugia, Cosenza, Verona, Bologna, Catania, Salerno, Palermo, Bari, Brescia).

Una questione di campanili? A leggere i dati, sembra di si. Peccato che, almeno i piccoli, sembra proprio che ci costino il doppio di quanto dovrebbero.

Adesso basta.

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PD a San Giovanni: una manifestazione pacifica

6 Nov

A due settimane dalla guerriglia dei Blck Bloc, Piazza San Giovanni è tornata a riempirsi di gente, il popolo del PD, dimostrando che si può manifestare per ore anche senza sfilare in corteo, come il sindaco Alemanno aveva imposto.

Un primo ed evidente dato che dovrebbe convincere anche i non pochi politici del PD accorsi, 24 ore prima, in soccorso di 500 studenti romani, bloccati dalla polizia per un corteo non autorizzato.

Speriamo che questo sia l’inizio d una riflessione e di una moratoria generalizzata sulla necessità (in un mondo di 7 miliardi di persone, di manifestare la propria opinione senza turbare l’attività di quei cittadini che la pensano diversamente.
A prescindere da vandalismi e violenze, bloccare strade, treni, ambulanze, persone al lavoro non è più tollerabile: i danni per la società intera sono troppo elevati rispetto al “diritto” (presunto) di una limitata parte dei cittadini di sfilare nelle zone strategiche delle nostre metropoli per ore ed ore.

La Costituzione garantisce lo sciopero, la libertà di riunione, il diritto d’opinione, cose che non richiedono necessariamente sfilare in corteo, che dovrebbe rimanere un evento straordinario, rispetto ad un’ordinarietà fatta di incontri pubblici, di scambi d’opinioni, di resistenza eventualmente passiva (lo sciopero).

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Roma, la Val di Susa ed il Fight Club

23 Ott

Ad una settimana dalla manifestazione convocata dal Partito della Rifondazione Comunista ed altri, che ha coinciso con l’ennesima devastazione di Roma a causa di “black bloc infiltrati”, gli arresti si contano ancora sulla punta delle dita.

In tutto tredici, incluso un gruppetto di amici dei Castelli Romani dall’aspetto dark e che poco sembra avere a che fare con gli scontri, l’ormai arcinoto Er Pelliccia, lanciatore di estintori in Mondovisione, ed un antiTAV, già noto alle forze dell’ordine. Dimenticavo, c’è anche un giovane lavoratore rumeno, forse lì senza scopi violenti, pensando che a Roma sarebbe stato come a Madrid o Londra.

Arresti tutti da perfezionare, sia per gli aspetti legati alle indagini sia per quanto relativo il dato antropologico generale .

Da un lato è impensabile che chi si vesta di nero, per altro colore principe della moda e delle discoteche, debba cambiarsi d’abito prima di andare ad una manifestazione. Sono i black bloc ad aver trasformato “il nero” in una divisa, ma è la polizia a cadere, eventualmente, in equivoco.

In secondo luogo, Er Pelliccia. Un ragazzo a modo per i genitori, un pericoloso soggetto a vedere le foto. Ventiquattro anni ed, a leggere gli articoli, non sembra lavorasse o studiasse. Non ho capito perchè i genitori siano così stupiti di ritrovarsi, purtroppo per loro, il “mostro” in prima pagina.

Un “non sembra lavorasse o studiasse” che ritorna con persistenza dalle tante interviste televisive di questi giorni, fatte a leader di base della cosiddetta “rivolta sociale”. Un ripetersi di “lavoro che non c’è”, “di crisi che affama il popolo”, “di abbandono da parte dello Stato”; mai un dire “ho studiato non mi trovo nulla”, “ho cercato di inserirmi”, “ho fatto corsi”, “ho perso il lavoro perchè …”.

Una marginalità che vuole lavoro ma non cerca qualificazione e meritocrazia. Qualcosa di molto, molto diverso dagli “operai specializzati” della FIOM di Landini, questo va detto, e non si capisce perchè e per come Ferrero o Maroni vogliano metterli tutti assieme.

E qui arriviamo all’antiTAV arrestato ieri a Chieti, in procinto di partire, dopo Roma, per andare in Val di Susa, che si spera proprio venga condannato con severità se non collaborerà con la giustizia, facendo i nomi di tutto il network cui appartiene. Qualcosa di simile potrebbero, forse, fare gli abitanti della Val di Susa, dove finora i violenti hanno potuto contare sulla “non ostilità” della popolazione.

E’ dal G8 di Genova che abbiamo dovuto prendere atto dell’esistenza di questi personaggi. All’epoca, l’attenzione fu distolta dalla morte di Carlo Giuliani e dai pestaggi avvenuti nella scuola media, ma pochi ricordano, ormai, che i fatti degenerarono anche perchè le Tute Bianche rifiutarono, ad assalti già iniziati più avanti, il momentaneo alto là delle forze dell’ordine.

Oggi, abbiamo un piccolo network di “teste calde” che si ispirano al noto film “Fight Club”, è da lì che prendono la “divisa nera”, è quello lostile dei piccoli devastatori di scuole medie e superiori, è quella la divisa in black che “sfoggia” Er Pelliccia con i due amici ai giardinetti.

Fight Club è una parola a doppio senso, ricordiamolo, e significa sia Circolo del Combattimento sia Fascio (mazza fasciata per l’esattezza) da Combattimento …

Siamo partiti col legittimare gli Antagonisti e con il coccolare Ultras e Centri Sociali ed, oggi, siamo ai piromani ed agli iconoclasti.

Ci siamo persi qualcosa?

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Una proposta di D’Alema: vincere col 60% dei voti

18 Ott

Che ci sia aria di elezioni “anche se Silvio non vuole” è chiaro a tutti, persino a “Silvio”, che, altrimenti, non si dibatterebbe come sta facendo.

E così andando, arriva, immancabile, la proposta di Massimo D’Alema (Pd) in una intervista rilasciata al Corriere della Sera: “Un’alleanza in grado di valere almeno il 60% dell’elettorato. Un nuovo centrosinistra capace di andare oltre il vecchio Ulivo.”

Il bello dei numeri è che son fatti per essere contati e 60% è una cifra enorme che sottintende molte cose.

Infatti, raccogliere una tale percentuale significa ottenere il consenso di 20-22 milioni di italiani su circa 37 milioni di votanti totali, con un astensionismo al di sotto del 20%.

Considerato che, alle Politiche del 2008, PD e IdV raccolsero circa 13 milioni di voti, il passo è palesemente lungo: mancano 9 milioni di voti.

Esattamente quelli che raccoglieranno, molto prevedibilmente, Sinistra e Libertà di Vendola e l’Unione Democratici di Centro di Casini

Infatti, se l’apporto di SEL sottrae voti al Partito Democratico ed all’Italia dei Valori, un’eventuale alleanza o desistenza elettorale “a sinistra” si trasformerebbe in una utile compensazione di voti (2-3 milioni) per la coalizione.

Va da se che ciò rende impraticabile il coinvolgimento dell’UdC di Casini, da cui dovrebbero arrivare, con l’API di Rutelli, quei 4-6 milioni di voti che servirebbero alla proposta dalemiana per essere praticabile.

Di tutte queste congetture, tali restano senza sondaggi e statistiche, non mi resta altro che un “atroce dubbio”: e se, dinanzi ad una alleanza UdC, IdV, PD, SEL + sindacati, il popolo italiano sentisse puzza di consociativismo o trasformismo e ne venisse fuori un voto impazzito? Fu proprio questo fattore che, agli albori della Seconda Repubblica, creò le premesse per l’entrata di “Berlusconi in politica” e, poi, per il consolidamento del Berlusconismo.

Non è un caso che D’Alema sottolinei, quasi prendendo le distanze da se stesso, che questo singolare aggregato di partiti dovrebbe iniziare col “definire un progetto alternativo di governo, non una mera alleanza elettorale.”

Oltre l’Ulivo, ripetendo l’Ulivo? Forse si.

Utile aggiungere che Massimo D’Alema si è detto “positivamente colpito da Alessandro Profumo”, il creatore di quell’Unicredit che oggi ha outlook negativo, e considera, ancora oggi proprio mentre l’Euro traballa, Romano Prodi “una risorsa”.

Intanto, l’UDC vince in Molise, alleato del PdL, che, in quella regione, non ha voluto Berlusconi capolista …

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Black Bloc a Roma e la Sinistra divisa

18 Ott

La Repubblica riporta che, riguardo l’aiuto da dare alle forze dell’ordine, la posizione di Ateneinrivolta: “Assolutamente no, siamo contro ogni tentativo di repressione e criminalizzazione del movimento”.

Va da se che un’organizzazione che non intende collaborare con le forze dell’ordine non può convocare cortei e manifestazioni, in un paese democratico e legalitario. Qualcuno dovrebbe spiegarlo agli studenti degli atenei in rivolta …

Una posizione che non trova una netta e legalitaria contrapposizione a Sinistra, dato che, tra le tante organizzazioni che hanno emesso comunicati, solamente la Rete Universitaria Nazionale e la Federazione degli Studenti non mostrano  “sulla necessità di aiutare le forze dell’ordine, nessun tentennamento: “Si, le aiuteremo”. Le motivazioni: “Chi ha sfregiato la giornata di sabato sapeva di non poter convivere con questo movimento, dunque ha preso piazza S. Giovanni con la forza.”

Riguardo le devastazioni e gli incendi di sabato scorso a Roma, ricordiamo che si sono così espressi:

  • Valentino Parlato sul Manifesto, “A Roma ci sono stati anche scontri con la polizia e manifestazioni di violenza. Meglio se non ci fossero state, ma nell’attuale contesto, … aggiungerei: è bene, istruttivo che ci siano stati. Sono segni dell’urgenza di uscire da un presente che è la continuazione di un passato non ripetibile”;
  • Pierluigi Bersani, segretario del Pd, “E’ indispensabile un rigoroso isolamento dai movimenti che hanno manifestato pacificamente di chi si è reso protagonista di questi gesti inaccettabili”;
  • Nicky Vendola, Sinistra e Libertà: “Minoranze di teppisti, di black bloc che sono in azione per togliere la scena agli ‘indignati”;
  • Beppe Grillo, leader a 5 stelle: “E’ andata esattamente come previsto. Bersani e Vendola hanno la stessa dignità di Ponzio Pilato”;
  • Paolo Ferrero, di Rifondazione Comunista: “Il movimento è stato stritolato da un’aggressione politica e anche fisica”;
  • Alberto Perino, leader No-TAV: “Io a Roma non c’ero. Non mi fido di quello che ho letto sui giornali”;
  • Antonio Di Pietro, leader Italia dei Valori: “Si deve tornare alla Legge Reale. Anzi bisogna fare la legge Reale bis”.

Posizioni a di poco contrastanti, specialmente se consideriamo che, da Perino a Di Pietro, passando per Grillo, Bersani, Vendola e Ferrero, si tratta di un’unica coalizione se solo andassimo a guardare come sono composte le giunte dei comuni.

D’Alema, intanto, parla di una possibile vittoria elettorale al 60% …

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Indignati, con sdegno e senza rabbia

17 Ott

Se un osservatore alieno dovesse inviare un brief report sulla nostra Italia non avrebbe affatto l’imbarazzo della scelta nel condensare la situazione in alcuni fatti che parlano da se.

Il paese non ha attualmente una centrale di spesa e di monitoraggio autonoma rispetto al Governo, dato che non viene nominato il Governatore. Intanto, nonostante sia una nazione ricca e sostanzialmente operosa, la scadenza del default (insolvenza dello Stato) non è, forse, così lontana come si potrebbe credere.

Il Governo non ha una politica finanziaria visto che è andato sotto, giorni fa, proprio sul bilancio generale dello Stato. Tra l’altro, ricordiamolo, ha negato la crisi finanziaria, non ha tenuto fede al programma elettorale in materia di fiscalità e di infrastrutture e stava andando in ferie agostane, se non fosse arrivata l’Europa a ricordarci che c’era un disastro in corso.

Il Parlamento non ha una maggioranza, dato che il tutto, da un anno, si regge su una dozzina di voti ed anche meno. Il principale partito d’opposizione, il Partito Democratico, è alla paralisi e, salvo il gruppo che fa capo a Zingaretti, non avanza proposte e programmi da molto tempo. Anzi, ha recentemente fatto capire a chiare lettere che non intende agevolare la nascita di un governo tecnico per la legge elettorale e la finanziaria.

Il Presidente della Repubblica, un nobiluomo, non può sciogliere le Camere perchè non si può andare a votare con una legge elettorale che non funziona e non può avvicendare il Governo senza la collaborazione del Premier perchè glielo impedisce, naturalmente, la legge elettorale che non funziona.

I Sindacati non riescono a darsi una veste unitaria, oltre che garantire la democrazia interna, e, stando così le cose, non possono rappresentare unitariamente i lavoratori. La Confindustria continua a pensare agli investimenti ed alle infrastrutture senza chiedere anche interventi per garantire maggiore legalità nel paese, più celerità nei processi penali, più certezza della pena/sanzione per i disastri ambientali e gli infortuni sul lavoro.

La Società Civile ed i cittadini indignati vengono oscurati, nella piazza e nei media, prima da una torma di bandiere rosse, che protestavano “contro i tagli” (alla maniera greca, non in quella spagnola o inglese per intenderci), e poi da una banda di teppisti lasciati liberi di vandalizzare Roma e di assaltare i due o  tre esigui avamposti di polizia che c’erano, giusto per confermare ai media internazionali che di indignados in Italia non ce ne sono e che la drammatica deriva greca sta ispirando almeno una parte dei nostri giovani e meno giovani.

Naturalmente, in un dissesto del genere, una sentenza definitiva per un banale prestito non restituito può durare anche dieci anni, le Tasse sono al limite massimo sostenibile, la Sanità e l’Istruzione sono molto decadute, l’Agricoltura ci costa in sussidi quasi più di quanto produce, le strade sono scassate, pericolose e stracolme di cartelli,  i trasporti pubblici erano, ma non lo sono più, l’orgoglio del paese, i morti sul lavoro sono tanti e troppi, buona parte della dirigenza apicale è corresponsabile del disastro insieme alla classe politica. Ovviamente, le Mafie sono ben presenti in una buona metà del Paese, i fondi per l’Antimafia vengono decurtati ed alcuni accusati di rapporti con la criminalità organizzata o con dei cartelli finanziari occulti sono coperti dall’immunità parlamentare.

This is Italy, the Pizza Republic …

Questo, più o meno, è il quadro generale che un lettore straniero, acculturato e non superficiale, riceve dai media del suo paese e possiamo immaginare cosa stiano “captando” i ceti meno istruiti delle altre nazioni riguardo l’Italia ed il nostro “stile di vita”: mafia, disastri ambientali, donnine facili, corruzione diffusa, sanzioni poche e differite.

Dopo il (prevedibilissimo) fallimento della manifestazione romana degli autonominatisi Indignati, convocata però da anarchici e comunisti, all’Italia non resta altro che lo sdegno e l’indignazione, non la rabbia, della gente comune, che, ricordiamolo, non ama manifestare sotto la bandiera di alcuno e che in Italia non è ancora scesa in piazza, a differenza degli altri paesi europei.

Ed è proprio di queste persone che si sta nutrendo l’istanza di rinnovamento nelle altre nazioni: le persone comuni, quelle che facendo dei lavori ordinari sanno come funzionano le cose e come andrebbero cambiate.

Lo sdegno non può essere fermato da un manipolo di ragazzini violenti o da un legislatore inadeguato oppure dai media che non danno voce alle istanze concrete di riforme.

Ordinary people, common law: la Storia siamo noi, la Storia continua.

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Silvio, avanti a chi tocca

10 Ott

La Repubblica di oggi riporta un lungo approfondimento sul DDL Intercettazioni. Secondo il noto quotidiano romano, sarebbe dal 2005 che Silvio Berlusconi sta cercando di depotenziare le inchieste che lo coinvolgono.
Anche se gran parte di quello che Massimo Giannini scrive non arriverà mai nelle aule di tribunale, è evidente che le intercettazioni rappresentano una spina nel fianco per il Cavaliere, dato che documentano atteggiamenti e convivialità quantomeno moolto discutibili.

Comportamenti, quelli del Premier, che altrove sarebbe stata la pubblica opinione a censurare irrevocabilmente sul nascere e che, in un paese dove l’informazione è monopolizzata, non producono alcun effetto neanche quando rimbalza in Italia che a Buenos Aires c’è un enorme sexy club chiamato Palacio Berlusconi.

Intanto, la “patrimoniale” non vuol farla Berlusconi, il condono non lo vuole l’Italia, il Partito Democratico e la Lega non vogliono abrogare le Provincie, UdC e SEL difendono il pubblico impiego, la Confindustria sollecita investimenti ed infrastrutture, la CGIL è contro i contratti nazionali “leggeri”, la CISL e la UIL non si capisce con chi stanno (maggioranza, centorsinistra, terzo polo o tutti e tre …), mentre gli italiani vorrebbero soltanto che si mettessero d’accordo.

Eppure, dopo Fini e Baldassarri, anche Scajola e Formigoni puntano i piedi ed a poco servono gli “altolà” di Alfano, se il ricorso alla fiducia in Parlamento è diventato un rischio, dopo essere stato “un’arma totale”.

Avanti a chi tocca.

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L’Italia crolla e Berlusconi vola via da Putin

7 Ott

Ormai, ci tocca andare avanti così, attendere che le Borse chiudano al venerdì pomeriggio, sperando che il disastro anunciato non sarà peggiore lunedì mattina, quando riapriranno.

Dopo Moody’s anche Fitch taglia il rating, mentre il governo non è neanche in grado di nominare il Governatore di Bankitalia, per un avvicendamento noto ed atteso da mesi.

La richiesta di riforme strutturali cade nel vuoto, intanto, cade nel vuoto, mentre Silvio Berlusconi, giusto per non mancare, è volato da Putin per la sua strabordante  (è il caso di dirlo, se ci sono le ragazze dell’Armata Putin) festa di compleanno.

Così andando, le agenzie di rating e la Banca Centrale Europea, guidata dall’italiano Draghi, appaiono come l’unico elemento moralizzatore di questo flaccido panorama italico, eppure, follia nella follia,  alcuni manifestanti hanno, oggi, attaccato con vernici la sede di Moody’s.

Cosa accadrà se i mercati di lunedì si rivelassero, come prevedibile, peggiorativi, rischiando di innescare una spirale catastrofica per l’economia e la stabilità del nostro paese?

E cosa dire dello stallo in cui ci tiene l’ostinazione ed il disinteresse del Premier,  l’opportunismo di Bossi e del “popolo padano” e l’incapacità politica generalizzata dei partiti e dei sindacati, nel liberarsi da schemi ormai indelebilmente superati dal mondo che va?

Non so cosa accadrà il giorno che finirà questo governo, ma è probabile che la fine del Berlusconismo avverrà nel sollievo, magari incofessabile, se non gioia manifesta ed annunciata, vista la silente e paziente attesa che contraddistingue la maggior parte degli italiani in questo momento di grande criticità.

Ormai, c’è poco da dire: l’Italia crolla e Silvio pensa al suo “week end rigeneratore”.

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