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Scuola italiana al crash?

27 Gen

Mentre Parlamento e Media si accapigliano per una riforma elettorale che cambierà tutto per non cambiare nulla, l’Italia va avanti. O, meglio, tenta.

Una marea di italiani ‘travolti da un insolito destino agostano’, quando – era il 2011 – il Governo Monti intervenne sulla spesa pubblica in base a conti rivelatisi poco affidabili, e rimasti in balia dei flutti – siamo ormai al 2014 – a causa dello stallo politico in cui viviamo.

Uno dei settori più vessati ‘ma invisibile’ è quello della scuola. Anzi, ad essere esatti, dell’istruzione e della formazione professionale, del diritto allo studio, delle tutele sociali verso le categorie svantaggiate. Una scuola che si arrangia senza che nessuno le dia il benchè minimo raggio di luce o filo di speranza, dato che – da Cinque Stelle a La Destra, passando per SEL o la Lega ed arrivando a PD, Scelta Civica, NCD e Forza Italia – non c’è programma o istanza ne faccia menzione.

scuola precariaA partire dagli stipendi e dallo status del personale, che vede una sequel di perequazioni a dir poco mostruose:

  1. le docenti di scuola elementare e materna (ndr. maestre) retribuite praticamente quanto un’ausiliaria, nonostante molte di loro abbiano una laurea;
  2. i docenti delle scuole medie e superiori (ndr. professori) , anch’essi con stipendi da fame, ma con un sistema di prestazioni talmente obsoleto e rabberciato che nessuno è finora riuscito a confrontarlo – nei tempi e nei compensi – con quelli stranieri;
  3. il personale amministrativo che dovrebbe essere diretto da laureati in economia (o legge), che dovrebbe rispondere a requisiti di qualità ed efficienza nazionali e che percepisce uno stipendio base in linea con quello del settore bancario;
  4. i dirigenti scolastici che sono equiparati alla dirigenza pubblica solo per le responsabilità connesse, ma senza benefit, progressioni di carriera, mobilità, tutele e, soprattutto, stipendi adeguati, dato che percepiscono 2/3 del compenso di un medico di base, pur essendo gli unici dirigenti pubblici a gestire direttamente un centinaio di lavoratori e servizi alla persona quotidiani;
  5. i tecnici (insegnanti e assistenti) nel limbo funzionale, tra contratti che non si aggiornano e, soprattutto, con finanziamenti per laboratori e innovazione che non arrivano;
  6. gli ausiliari ai quali, ridotti a mezza dozzina con il subentro delle ditte di pulizia, toccherebbe di vigilare su chilometri di corridoi o piazzali e decine di bagni, oltre a garantire aperture pomeridiane e domenicali;
  7. i precari che attendono anni prima di essere stabilizzati, dato che – con le norme pensionistiche introdotte nel corso del ventennio – a tutto si è pensato, fuorchè a gestire il turn over dei docenti nel settore scolastico e universitario, che è una nota e prevedibilissima esigenza del sistema;
  8. la formazione in servizio non esiste da almeno 15 anni e sarà un decennio che non si vedono ispettori. Nessuno verifica se si sia in grado di insegnare con lauree conseguite 40 anni fa e mai aggiornate, nessuna statistica ci racconta delle prevedibili anomalie amministrative (e finanziarie) delle scuole;
  9. gli anziani e gli invalidi che – da un tot d’anni – vedono sempre più allontanarsi la prospettiva di andare a riposo, rinviata con leggine e lacciuoli, mentre si erano ‘arruolati’ con la prospettiva di andar via dopo soli 20 anni, accettando una pensione da fame, che ancora oggi preferirebbero negoziare in vece di un ‘lauto’ TFR;
  10. sul fronte sindacale, non c’è che prendere atto che per gli statali c’è l’attestamento su benefit vecchi, datati, oblsoleti e probabilmente inutili o controproducenti, mentre il personale didattico delle scuole private, dei centri professionali e dei servizi esternalizzati è gestito con contratti di lavoro nazionali indecenti nell’indifferenza generale;
  11. i dati PISA-OCSE raccontano di un’inefficienza ed un’inefficacia del sistema di instruzione epocali (in certe aree), i dati di Confindustria e di Unioncamere sui neoassunti confermano, mentre nessuno interviene per migliorare meritocrazia e selezione in un Paese che vede ancora il 65% dei maschi adulti privo di un diploma ed ancora la metà delle donne (diplomate o laureate) a casa senza lavoro. Intanto, crescono i diplomati con il massimo dei voti (ndr. licei) e diminuiscono gli studenti non ammessi agli esami di maturità 2013 così come i bocciati;
  12. dopo la sentenza TAR del Lazio – che ha annullato la riforma dei programmi e delle cattedre degli istituti tecnici e professionali – si ritornerà a svolgere 36 ore settimanali anzichè 32 come oggi oppure arriverà in extremis la ‘soluzione’? Bello a sapersi. Intanto, le iscrizioni sono aperte e tra un po’ anche gli organici;
  13. l’ediliza scolastica la conosciamo tutti e rappresenta bene un popolo che non si preoccupa di offrire sicurezza, dignità e futuro ai propri figli, mentre le scuole pubbliche le finanziano de facto le famiglie e mentre le devastazioni di tante scuole denotano una certa illegalità diffusa e – nonostante l’esposizione di tanti ragazzi/e a modo – non hanno, finora, trovato particolare sanzione o prevenzione;
  14. scuole_precarie_bassasul fronte del ‘sociale’, basti dire che per mandare in gita un alunno indigente si va ancora avanti con le collette a scuola. Mica provvede il Comune di residenza …
  15. di status istituzionale per le scuole siamo al non sense, con la Costituzione (e qualche sentenza) che le definisce gestionalmente ‘autonome’ e il MEF che le considera meri ‘punti di erogazione del servizio’, mentre il MIUR ha risolto tutto con un decreto e gestisce tutto da un paio di uffici e poco più;
  16. per non parlare della spesa pubblica che registra almeno 100 miliardi annui (6-7% del PIL) per ‘istruzione’, ‘formazione professionale’ e ‘diritto allo studio’, di cui una quarantina vanno via in stipendi dei docenti statali, mentre il resto non si sa bene dove vada … e soprattutto a cosa serva.

In questi giorni, sta facendo scalpore la vicenda di 4.000 docenti che, pur avendo diritto alla pensione in base alla Legge Damiano, si vedono negare l’accesso per un cavillo burocratico e … per i soliti motivi di ‘cassa’. Persone che, comunque, hanno versato 35 anni di contribuzione assicurativa.
Niente paura, è solo un’avvisaglia. Dal 2015, chiunque volesse pensionarsi dovrà aver lavorato almeno 42 anni e tre mesi, ovvero non potrà avere meno di 61 anni, con buona pace degli invalidi e di quanti – vedendosi scippare l’agognata pensione a uno o due anni dalla meta – non potranno sentirsi particolarmente motivati. Per non parlare degli invalidi di una certa entità  che saranno forse 100.000, forse meno. Nessuno lo sa.

Gelmini Tremonti

Per risolvere questi problemi l’Italia non ha molto tempo, considerato che nel 2015 ci saranno le ‘annunciate’ elezioni anticipate, ma non servono chissà quanti soldi. Anzi, forse ne verrebbero anche delle economie.

Il problema è nella ‘concertazione’, ovvero portare ad un accordo ragionevole alcuni soggetti:

  1. la Conferenza Stato-Regioni ed i rapporti con l’ANCI, se si vuole razionalizzare il tesoretto di 100 mld che ‘andrebbe’ all’istruzione, formazione e diritto allo studio, trovando le risorse per l’edilizia ed il ‘welfare scolastico’ tenuto conto dei servizi ‘esternalizzati’, del ricalcolo dell’ISEE e/o il ‘così detto’ salario minimo;
  2. il tavolo di Governo che dovrebbe garantire i dovuti equilibri (ndr. ed il problema non è nè Carrozza nè fu Gelmini)  nei poteri dei diversi ministeri, visto lo strapotere del MEF – di tremontiana memoria –  come dimostrano i tanti casi di contenzioso, spesso a causa di semplici circolari che, ormai, superano l’effetto di decreti e bloccano norme e accordi, in nome di una competenza costituzionale che il Fiscal Compact, però, attribuisce al Governo e non ad un solo Ministero;
  3. i vertici sindacali (che non di rado hanno un’esperienza di lavoro effettivo di pochi anni, svolto nella scuola degli Anni ’70 /80) e la dirigenza del MIUR (tra cui non ve ne è uno che provenga dal comparto scuola), che da almeno un decennio non riescono a trovare parametri contrattuali moderni e univoci per un personale che ormai opera in un settore fortemente diversificato;
  4. il sistema assicurativo (pensionistico della scuola) – prima ENPAS, ENAM e KIRNER, ovvero semi-privatistico ed oggi meramente INPS – e l’esigenza che il Sistema di Istruzione Nazionale  che tenga conto dell’esigenza (per il tessuto produttivo, culturale e sociale) di ‘turn over’, ovvero di fornire personale con un’età media di 45 anni ed assunto subito dopo la laurea. Il contrario di un precariato decennale – da cui i migliori spesso fuggono andando all’estero – mentre si abroga la ‘Quota 96’, imponendo a tutti il pensionamento dopo 43 anni contributivi (ndr. ma non a chi ha ormai 65 anni e passa), lasciando i parametri e le pensioni da fame che abbiamo sulle invalidità e lesinando mobilità, part time o telelavoro, ma, soprattutto, impedendo ogni forma di negozialità per chi voglia optare per una pensione decurtata, ma anticipata.

laoro pensioniMissione impossibile? Di sicuro, ma iniziamo a renderci onto che è impossibile anche il contrario.

La Scuola è esausta, il suo personale non vede prospettive di riconoscimento del proprio lavoro o di completamento di una ‘eterna riforma’, i nostri alunni non sempre frequentano strutture sicure, i nostri diplomi spesso non valgono granchè e vengono conseguiti con un anno di ritardo (18 anni anzichè 17) rispetto all’estero, la questione ‘Quota 96’ e del suo blocco sta arrivando al capolinea del 2015.
Di edilizia, trasporti, formazione professionale e permanente, accessibilità per disabili e stranieri, contratti di lavoro, monitoraggio e valutazione, finanziamenti pubblici e politica locale, come dicevamo, meglio non parlarne.

scuola famigliaE sembrerebbe che tutti abbiano dimenticato che l’istruzione pubblica non fu solo istituita per ragioni di equità e solidarietà umana, ma anche e soprattutto per garantire pace e ricambio sociale, come competitività, meritocrazia e produttività, diffondendo conoscenze, competenze e regole di convivenza. Utile sapere anche che i dati comprovano come la dispersione scolastica si accompagni al bullismo e alla violenza negli stadi, alla microcriminalità e alla dipendenza da sostanze o da gioco, di disturbi comportamentali come depressione e anoressia, eccetera …

In Italia, anche quest’anno, si diplomerà circa mezzo milione di studenti, di cui circa il 20% ha ripetuto un anno (dati 2006) e quasi il 40% supererà l’esame con voti inferiori a 80/100 (dati 2011), mentre un altro 20% a scuola proprio non ci va.
Chissà perchè le agenzie di rating – che guardano al futuro oltre che al contingente – sono così restie da dar fiducia all’Italia …

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La Sinistra di Matteo Renzi e i dati sul lavoro USA

9 Dic

Matteo Renzi vince le Primarie del PD, mentre – dal 2005 ad oggi – la platea dei votanti alle primarie passa dai 4,3 milioni del 2005 ai soli 2,5 milioni (sedicenni inclusi) di oggi.

“Io capitano, fine degli inciuci”, intona il neosegretario, come se nel ‘suo’ Comune di Firenze non ce ne siano.
“Cambiano i giocatori”, come se fosse lui a deciderli e non gli elettori (ndr. come ha ribadito la Corte Costituzionale). E “anche il sindacato deve cambiare”, ma “è la fine di una classe dirigente, non della Sinistra”.

A quale Sinistra e a quale Sindacato faccia riferimento Matteo Renzi è presto detto: parliamo di Obama e degli Stati Uniti. Mica di microeconomia e di equo-solidale, come vorrebbe Ignazio Marino, o di Meridione e rilancio industriale, come senso civico e giustizia sociale suggerirebbero.

Dal Washington Post di sabato apprendiamo che “l’economia americana ha aggiunto 203.000 posti di lavoro nel mese di novembre, secondo i dati del governo pubblicati venerdì mattina, aumentando le speranze che la ripresa è pronta per il decollo.

Il rapporto del Dipartimento del Lavoro ha anche mostrato che il tasso di disoccupazione è sceso al 7 per cento, il livello più basso degli ultimi cinque anni. Il calo riflette una ripresa nelle assunzioni piuttosto che una riduzione della forza lavoro, che ha spinto verso il basso il tasso di disoccupazione nei mesi precedenti. Si stima che circa 455.000 persone sono entrate nel mercato del lavoro nel mese di novembre.”

Come? Flessibilizzando e parcellizzando il lavoro on demand, con buona pace delle organizzazioni sindacali statunitensi. E lo stesso sta chiedendo di fare la SPD tedesca, mentre appoggia sottobanco la richiesta di infrazione per surplus contro la sua stessa Germania.

Visto cosa accadeva (e accade) nelle fabbrichette cinesi in Toscana, l’idea – per quanto efficace – non è del tutto rassicurante, specie se ricordiamo che mezzo paese è Gomorra, che Roma vive di servizi offerti ai propri cittadini, che il Triveneto è una zona ‘fiscalmente opaca’ e i dati denunciano da molti anni orari settimanali ben superiori alle 40 ore.

Basta un click per votare, ma non per governare.
Molti ravvisano una certa somiglianza tra Berlusconi, Grillo e Renzi, sia nell’uso dei media sia nel concetto che hanno di ‘premiership’. Probabilmente possiamo aggiungere una certa ingenuità … o la facilità con cui si promette.

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Porcellum incostituzionale. Quale parlamento con il proporzionale?

5 Dic

La Legge Calderoli, comunemente chiamata Porcellum, è incostituzionale.
“La Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme della legge n. 270/2005 che prevedono l’assegnazione di un premio di maggioranza (sia per la Camera dei Deputati che per il Senato della Repubblica) alla lista o alla coalizione di liste che abbiano ottenuto il maggior numero di voti e che non abbiano conseguito, almeno, alla Camera, 340 seggi e, al Senato, il 55% dei seggi assegnati a ciascuna Regione.
La Corte ha altresì dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme che stabiliscono la presentazione di liste elettorali ‘bloccate’, nella parte in cui non consentono all’elettore di esprimere una preferenza”.

Camera 2013 Porcellum Camera 2013 Porcellum

Dal 2006 gli italiani (sempre meno a dire il vero) sono andati a votare con una legge che gli impediva di scegliere i candidati e che dava un notevole ‘premio’ di seggi a chi, per una spanna, superava gli altri.

Nel 2006 abbiamo avuto un’Unione (Prodi) con 67 seggi in più della Casa della Libertà (Berlusconi), ma il divario era di solo 150.000 voti (0,5%).
Nel 2008, al Senato, 1,5 milioni di voti ‘regalavano al Popolo della Libertà una superiorità di ben 25 seggi sul Partito Democratico, ma più o meno gli stessi voti – presi dall’Italia dei Valori – coincidevano a 14 seggi, mentre – se presi dal’Unione Democratica di Centro non coalizzata con nessuno – accadeva addirittura che 1,85 milioni di voti corrispondessero a soli 5 seggi.
Nel 2013, alla Camera, il Partito Democratico e il Movimento Cinque Stelle raccolgono ambedue 8,6 milioni di voti, ma al primo vanno 292 seggi e al secondo solo 108.

Norma a dir poco bizarra, la legge Calderoli, ma quello che è davvero incredibile è che, con un sistema ‘secco’:

  • nel 2006, L’Ulivo (31,3%) alla Camera avrebbe ottenuto 190 seggi e non solo 220, mentre Forza Italia (23,7%) si sarebbe ritrovata con una dozzina di seggi in più;
  • nel 2008 Silvio Berlusconi (46,81%) alla Camera avrebbe ottenuto 290 seggi e non solo 272 come avvenuto con il Porcellum, mentre Walter Veltroni ne avrebbe ottenuti 248 anzichè 239 come accaduto;
  • nel 2013, al Senato, il M5S avrebbe ottenuto ben 20 seggi in più, mentre alla Camera SEL (3,2%) avrebbe occupato 20 seggi anzichè 37 che sono tanti quanti quelli di Scelta Civica (8,3), che però di voti ne ha raccolti quasi il triplo.

Per non parlare della Camera dei Deputati …

Camera 2013 Porcellum vs Proporzionale

Parliamo di circa 15 deputati che invece di SEL avrebbero rappresentato Rivoluzione Civile, l’UdC e Scelta Civica con 20 seggi in più, sette altri per Fermare il Declino con una cinquantina di eletti ulteriori per il Movimento Cinque Stelle e una quarantina per il Popolo della Libertà.
E parleremmo di 132 deputati del Partito Democratico in meno, praticamente la metà, con tanta provincia e bassa macelleria che sarebbe rimasta a casa. Magari, alla ricerca di un lavoro.

Un altro parlamento con una ‘reale’ rappresentatività, ma visibilmente ingovernabile.

Ingovernabile perchè l’Italia ed il sistema proporzionale lo sono ‘di per se’?
Od ingovernabile perchè il Porcellum – regalando maggioranze virtuali e impedendo di scegliere i candidati – ha allontanato dalle urne quasi venti dei 50 milioni di lettori italiani, alterando irrimediabilmente gli esiti elettorali e, soprattutto, la loro futura prevedibilità?

E quanto potrà andare avanti il governo Letta con una maggioranza alla Camera che non avrebbe luogo di essere, neanche con la ‘larga intesa’ con il PdL?

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Perchè il PD perde voti?

29 Nov

Arriva tramite l’osservatorio Questioni primarie, in collaborazione con l’edizione online della rivista Il Mulino e il coinvolgimento dell’Osservatorio sulla comunicazione politica dell’università di Torino, l’analisi di Candidate & Leader Selection dell’elettorato e del voto alle Primarie PD, nella recente edizione ‘Bersani – Renzi’.

C&Ls Dati Primarie PD Partecipazione

Un primo dato, certamente significativo e poco incoraggiante, è quello del 58,3% di tutti i tesserati ha partecipato a più di 5 volte ad attività di circolo, ovvero incontrandosi di media una volta ogni due mesi.
Molto poco, neanche un dibattito od una conferenza al mese, specie se si considera il consistente divario tra gli iscritti ‘ante PD’ e quanti aggregatisi dopo il 2007: il 45% dei primi partecipano a ‘cinque o più’ iniziative/manifestazioni all’anno, il 20% dei secondi dichiara di non partecipare ‘mai’.
Gli altri partiti – a livello di circoli e manifestazioni – non vanno affatto meglio, ma possono contare anche su altri fattori aggregativi – che la fin dal vecchio PCI sono stati considerati ‘ricreativi’ – come associazioni (centrodestra), forum-blog (M5S),  centri sociali (estrema destra/sinistra), presenza sul territorio (Lega, Autonomie).

Il dato si conferma e diventa abnorme, se consideriamo che, alle Primarie 2012, gli elettori/iscritti conobbero il Renzi-pensiero tramite ‘televisione e radio’ (> 40%), con percentuali infime per quanto relativo l’informazione ‘di partito’, ‘sindacale’, ‘associazionistica’.
Un elettore/iscritto che si forma un’opinione in larga parte tramite la televisione, che si confronta con i ‘compagni’ ogni due-tre mesi (40-50%), salvo chi non si vede mai (10-20%), che vota un partito diverso (uno su 5/10) se il proprio candidato alle Primarie PD non vince.

I dati di C&Ls non descrivono una base elettorale ‘propositiva, inclusiva e partecipante’.
Parlare di ‘partito di massa’ o ‘popolare’ è molto difficile se molti ‘iscritti’ siano andati al voto delle Primarie conformando la propria opinione a quanto visto o sentito in televisione e alla radio.

Dicevamo dei ‘defezionisti’, di coloro che votano per un partito diverso dal PD se il proprio candidato alle Primarie PD non vince. Sono uno su cinque – almeno in termini potenziali – e , dal 2007 ad oggi, hanno costituito un’emorragia di voti ‘importante’. Almeno del 3-5% dei voti.

E’ luogo comune credere che questi siano elettori che abbandonano il PD perchè ‘vogliono qualcosa di sinistra’.
I dati di C&Ls smentiscono questo luogo comune: la propensione per il Centro e la Destra è rilevante.

C&Ls Dati Primarie PD Defezionisti

Primarie del PD che – se avevano da principio lo scopo di aggregare diverse forze politiche di diversa estrazione e, nel corso degli anni, anche quello di pre battage elettorale – sembrano essere un vero e proprio boomerang verso i ‘simpatizzanti’, che nel 2013 sono arrivati quasi al 50% tra incerti e defezionisti.

C&Ls Dati Primarie PD SImaptizzanti

L’analisi della base elettorale fatta da C&Ls non sembra però chiarire nè quale sia l’elettore 2.0 del PD (quello che ne garantirà un futuro) nè che fine faccia l’emorragia di voti che affligge la sinistra italiana dal 2007.

C’è da prendere atto, però, che i voti eventualmente perduti dal Partito Democratico non vanno certamente a sinistra: non sono stati nè Bertinotti nè Vendola ad avvantaggiarsi, ma lo hanno fatto l’Italia dei Valori di Di Pietro, la Lega di Maroni, le Cinque Stelle di Beppe Grillo.

Dopo Tangentopoli, la sinistra italiana ‘non comunista’ non è mai riuscita a coinvolgere e raccogliere  intorno a se più di un terzo dell’elettorato:

  • 2013 Bersani (PD) circa 8,6 milioni di voti
  • 2008 Veltroni (PD) 12 milioni di voti
  • 2006 Prodi (L’Ulivo) 12 milioni di voti
  • 2001 Rutelli (DS + DL) 11,5 milioni di voti (proporzionale)
  • 1996 Prodi (PDS + PPI) 10,5 milioni di voti (proporzionale)
  • 1992 Occhetto (PDS)  6,3 milioni di voti (+ PSI 5,3 + PRC 2,2 milioni)
  • 1987 Natta (PCI) 10,5 milioni di voti (+ PSI 5,5 milioni)

E’ nei numeri la chiave dell’arcano: la Sinistra italiana post Tangentopoli (e post Guerra Fredda) si è liberata di 2-3 milioni di ‘voti di protesta’ e di ‘duri e puri’ confluiti nella Lega e nelle Autonomie, nell’astensionismo, nel comunismo millenaristico, ma non è riuscita ad attrarre nè l’elettorato  moderato (socialisti e popolari ‘di base’) nè l’elettorato meridionale, irrimediabilmente deluso dalle esperienze di Bassolino e Loiero.

Risultato? Mancano all’appello quei 4-7 milioni di elettori che fanno la differenza tra maggioranza e opposizione e che nessuna legge elettorale – per quanto infame – può compensare se non in modo figurativo.

Il tentativo di pervenire ad un ecumenismo populista tramite l’alleanza ulivista di Romano Prodi e la fusione con i giovani democristiani /cattolici di base delle ‘regioni rosse’ (Renzi, Bindi, Fioroni, Franceschini) è stato probabilmente il maggior fattore di ‘rigetto’ verso la trasformazione socialdemocratica ed l’ammodernamento del partito.

A venti anni dalla fine della Prima Repubblica, il Partito Democratico non riesce a darsi un’immagine diversa da quella di un consociativismo oligarchico e populista tra ex comunisti ed ex democristiani. Ed, intanto, una parte dei suoi ex o potenziali elettori – milioni e milioni di cittadini – non vota per i diversi partiti di estrema sinistra o partecipa alle manifestazioni ‘antagoniste. Anzi, passando al M5S od alla Lega, questa parte dell’elettorato opta per proposte affatto ‘di sinistra’ su immigrazione, europeismo, giustizia, fiscalità, istruzione eccetera. Per non parlare di chi – alle amministrative – non trova altra opzione che votare Alemanno, Moratti o Caldoro.

Non è affatto un caso che Epifani, segretario del PD, annunci il “consesso dei socialisti europei a febbraio in Italia per la prima volta. Lì sono le nostre radici” ed i cattolici insorgano con l’ex segretario del Ppi, Pierluigi Castagnetti, che reclama come “il Pd abbia mai deliberato di aderire al Pse”, e l’ex sindaco di Viterbo, Giuseppe Fioroni, che parla di “un blitz pericoloso e grave”, del venir “meno l’atto fondativo del Pd”, che “lo scioglimento della Margherita è annullato di fatto”.

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L’appello di Eugenio Scalfari al PD di Matteo Renzi

28 Ott

Eugenio Scalfari di La Repubblica dibatteva – giorni fa e ‘alla pari’ – con Papa Francesco, quasi fosse anche lui a capo di una ‘chiesa’ ed in contatto diretto con il Grande Architetto dell’Universo.

Un Eugenio Scalfari che ci ricorda, nel suo domenicale di ieri, come “Ugo La Malfa, che ha lasciato nella storia italiana una traccia molto superiore alle forze quantitative del partito che guidava, cercò di rendere moderni un capitalismo arretrato e monopoloide e una sinistra ancora pervasa dall’ideologia del marxismo-leninista e staliniano“.

Bene, benissimo, se non fosse che Scalfari si accorga solo oggi – non avendolo fatto negli ultimi 30 anni – che “la fragile armonia è purtroppo il connotato dell’intera situazione italiana ed anche europea e perfino americana. Coinvolge i governi, i partiti, le società, l’economia, gli operatori della sicurezza pubblica; insomma tutti. Perfino la cultura. Anche la cultura è fragile, la morale pubblica è fragile, i comportamenti pubblici e privati sono fragili.
Le cause sono molte. Ma ce n’è una che soverchia tutte le altre e le determina: noi siamo alla fine di un’epoca, quella della modernità, del pensiero profondo che a memoria del passato, vive responsabilmente il presente e costruisce il progetto del futuro“.

E’, dunque, il così detto ‘pensiero debole’ e la sua ‘fragilità etica’ ad essere all’origine dell’involuzione e del declino della nostra civilizzazione. Prendiamo atto che Eugenio Scalfari ne fu uno dei primi e principali sostenitori in Italia. Speriamo solo che egli stesso ne sia effettivamente consapevole e, soprattutto, che lo sia la Sinistra italiana.

Purtroppo, il dubbio che ‘tra il dire e il fare ci sia di mezzo il mare’ è confermato nello stesso autore dell’articolo.
Il centrodestra sta esplodendo e implodendo. Il suo ‘patron’ perde pezzi  … a contarli bene i berlusconiani sono ormai divisi in cinque o sei spezzoni, tra i quali ci sono anche quelli  –  forse i soli consapevoli di quanto sta avvenendo  –  che vorrebbero dar vita a una destra moderata, repubblicana e europeista, capace di alternarsi con una sinistra riformista ed europeista e  –  quando necessario  –  coalizzarsi con l’avversario per superare crisi epocali“.
Il Partito democratico non è né esploso né imploso. È ancora una struttura politica ammaccata quanto si vuole ma non decomposta. Qual è allora la sua fragilità? Sta tutta nelle tensioni che oppongono gli uni agli altri i leader vecchi e i nuovi emergenti, ma anche gli elettori di ispirazione post-comunista, quelli post-popolari e anche quelli liberal democratici.
Questi tre filoni culturali costituiscono un pluralismo molto bene assortito per un grande partito pluralista, purché la leadership sia in grado di mantenere ed accrescere l’integrazione e la rappresentatività sociale“.

In realtà, le cose non stanno realmente così, se si vuole evocare la visione politica di Ugo La Malfa.
Infatti, a Destra l’elettorato è populista, liberale, fascista, moderato, ma è nel Partito Democratico che si riversano sia il “capitalismo arretrato e monopoloide” sia una “sinistra ancora pervasa dall’ideologia del marxismo-leninista e staliniano”.

Parlano da se Ilva Taranto, Unicredit, Monte Paschi di Siena, i potenti gruppi finanziari Marcegaglia e Abete, la pletora di politici mini-provinciali e mini-comunali, le Aziende a capitale pubblico, le resistenze a liberalizzare il sistema previdenziale, assicurativo, d’istruzione e formazione, le Regioni Campania e Calabria dissestate dopo lunghe gestioni ‘rosse’, l’enorme massa di eletti che arrivano dalle aree rurali del paese e dal settore sanitario, le inchieste giudiziare che, se a Destra rilevano i ‘soliti’ cartelli lobbistici, a Sinistra raccontano di lunghe filiere di ‘interessi’ e la tendenza ad imporsi come ‘trust’, come un monopolio.

Incredibilmente, è lo stesso Scalfari precisare che, se “un partito che aspira all’egemonia ed ha le carte per poterla conquistare, deve sentirsi in primo luogo portatore degli interessi generali e far valere i propri in quel quadro. In caso contrario l’egemonia non si conquista perché non la si merita.” Non essendo mai stata egemone, la Sinistra italiana è evidentemente incapace di farsi portatrice degli interessi generali … se l’egemonia viene confusa con ‘oligopolio’ e l’antifascismo o l’antiberlusconismo come ‘monopolio etico’.

E non può essere un caso che l’austero ‘padre del giornalismo italiano’ debba ricordare agli eletti del Partito Democratico che “le convinzioni di fondo di personalità del livello di Luciano Lama, Giorgio Amendola, Enrico Berlinguer, Ezio Vanoni, Nino Andreatta, Pasquale Saraceno, Antonio Giolitti ed altri ancora di analogo spessore, quando sostennero nell’interesse generale del Paese l’austerità, la crescita dell’occupazione, l’eguaglianza delle posizioni di partenza, i diritti degli esclusi e dei deboli, i doveri dei forti e dei ricchi, il riscatto del Mezzogiorno, la lotta contro le mafie, le clientele, i monopoli e infine la ragione contro le emozioni e i colpi di testa.

Questo è il bivio di fronte al quale si trova ora il Partito democratico: conquistare l’egemonia anteponendo l’interesse generale ai propri e perfino a quelli di partito.” Più chiaro di così …

Specie se, sul finire del lungo articolo, apprendiamo che il  compito del Governo Letta “è quello di raccogliere tutte le risorse disponibili e utilizzarle per mantenere il deficit al sotto della soglie del 3 per cento e per quanto possibile alleviare la recessione che attanaglia l’economia italiana“.

Più mangi, più dimagrisci …

Nessun cenno nè speranza per ripresa, crescita, innovazione, cambiamento, investimento, risanamento, occupazione.

Non resta se chiedersi se tra i nostri governanti ce ne sia una risicata maggioranza che sia motivata a portare avanti “l’interesse generale del Paese, l’austerità, la crescita dell’occupazione, l’eguaglianza delle posizioni di partenza, i diritti degli esclusi e dei deboli, i doveri dei forti e dei ricchi, il riscatto del Mezzogiorno, la lotta contro le mafie, le clientele, i monopoli e infine la ragione contro le emozioni e i colpi di testa“.

Eugenio Scalfari è un personaggio di livello mondiale, a livello del miglior Bilderberg Group o di qualunque altro Gotha di potenti, oltre che ‘guru e vate’ della Sinistra italiana: il suo messaggio al Partito Democratico è chiaro ed eloquente.

E l’Italia attende risposte e chiarimenti da Bindi, Civati, D’Alema, Epifani, Finocchiaro, Fioroni, Franceschini, Gentiloni, Marini, Renzi, Veltroni eccetera, fino a Vendola, Camusso e Landini.

Di sicuro, l’idea di arrivare ad luglio prossimo con un ‘governo Renzi’, che nei numeri e negli intenti somigliasse al Prodi bis con il suo ‘tesoretto fantasma’, significherebbe garantirsi a primavera 2014 un’infrazione europea con un maggior costo del denaro e un minor rendimento dei titoli di Stato, oltre ad una definitiva perdità di credibilità.

Certo, Matteo Renzi può raccogliere più voti facendo leva sulle emozioni e promettendo ‘colpi di testa“, ma è la Ragione che ci porta a dover notare che proprio nella sua Toscana c’è, a Prato, una sorta di distretto industriale cinese, a Siena, una banca controllata dalla politica, a Massa e Carrara, qualche scandalo sanitario di troppo, a Firenze, il dissenso verso il sindaco per il degrado, il caos e le movide, oltre ad uno scandalo ‘escort’ che fa parlare.

Una provincia profonda – come quella da sempre al potere in Italia – se Matteo Renzi annuncia che, con tutto il marketing che gira sul suo nome, “ci sono stati 16.940 contatti streaming sul nostro sito e qui presenti 7.800 persone” quasi fosse un successo e non un flop mostruoso, visto che di media si connettono ogni giorno ad internet almeno 14 milioni di italiani che – mediamente – visitano circa 150 pagine a testa.
Caro Renzi e cara profonda provincia italiana, qui stiamo parlando di un internauta su mille circa e di un elettore su 250.000, che ha cliccato sullo streaming e che potrebbe aver cambiato pagina pochi secondi dopo … mi preoccuperei, piuttosto, dei restanti 999 internauti che hanno accuratamente evitato lo streaming renziano.

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IMU, service tax, catasto: la verità che non vogliono sentire

16 Set

I dati riportati da L’Espresso sui valori catastali nelle maggiori città italiane segnalano una situazione di mostruoso privilegio per i residenti dei quartieri centrali, in particolar modo a Roma.

Basti dire che un appartamento zona via Frattina a Roma (valore commerciale 10.000 euro per metro quadro) vale per il catasto appena 1.211 euro, meno del valore catastale di un immobile zona Cimitero Maggiore a Milano e meno del valore commerciale di una casa nella suburbia di Napoli o Palermo.

Una casa a ridosso di VIlla Pamphili (via Vitellia ad esempio) vale per il catasto poco meno di una abitazione di una casa nella suburbia di Napoli o Palermo ed un quinto dell’effettivo valore commerciale.

Un’abitazione in Via San Giovanni in Laterano ha un valore catastale quasi la metà di un’abitazione sulla Prenestina (Via Giuseppe Donati) a Roma e – incredibile – pari a due terzi di quello attribuito a Quarto Oggiaro (Via Carlo Amoretti) a Milano.

Una mostruosità capitolina che è la punta dell’iceberg di un dato consolidato: se la casa è centrale per il Fisco vale molto meno che in periferia. Incredibile ma vero.

A Torino una casa a Via Garibaldi varrebbe la metà che in via Sabaudia. A Palermo un immobile in via Colonna Rotta o in Via Scordia varrebbe più o meno quanto uno in Via Pietro Perricone. A Firenze, chi abita nella periferica Via di Fagna possederebbe un immobile dal valore più che doppio di quelli siti in via Giano della Bella e Via Giuseppe la Farina o in Via Aretina e Viale Europa.

Praticamente un’enorme evasione fiscale legalizzata per ‘inertia legis’, visto che il valore catastale degli immobili contribuisce alla parametrazione delle fasce ISEE che hanno diritto ad esenzioni, riduzioni e servizi sociali.

Un sistema di privilegi causato dallo Stato Sabaudo che costruì in centri amministrativi delle nostre città (come Prati a Roma o il Rettifilo a Napoli), destinando interi blocchi residenziali di pregio con affitti irrisori ai propri funzionari … e alle loro discendenze.

Un’enorme intrigo di interessi piccini ed enormi che vede strenui difensori del paesaggio italiano affiancarsi ai portabandiera delle cementificazioni palazzinare, se si tratta di difendere la ‘slow life’ e i ‘mitici Anni ’60’ con tutte le prebende necessarie a mantenerli in vita.

Un popolo di presunti arricchiti che non potrebbe permettersi le case in cui vive o da cui trae lauto reddito con affitti e subaffitti, se il Fisco italiano facesse il proprio dovere.
Una lunga fila di ‘ticket esenti’ che tali non sarebbero se il loro appartamentino al centro risultasse valere quanto vale per il mercato e/o se vendessero ciò che non possono permettersi, ricomprando casa altrove, al loro livello, e, magari, reinvestendo qualche centinaio di migliaia di euro in attività produttive.
L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro … che i quartieri migliori vadano a chi effettivamente produce di più per la nazione. Un principio che non sarebbe male adottare anche per i redditi oltre i 60.000 euro annui, visto che di risultati nella pubblica amministrazione se ne vedono molto pochi da un ventennio e passa e dato che di ricchi scialaquatori sembrano essercene non pochi in giro, visti i raggiri e le cessioni fallimentari che raccontano le cronache.

Il gap catastale è ormai tale e così interlacciato con il sistema del Welfare da rendere inevitabile che la schiera di ‘poco o non abbienti’, di ‘pensionati minimi’ con appartamenti da un milione di euro debba scomparire e che la crisi del mercato immobiliare subirà non poche turbolenze. Ciò è scritto nella globalizzazione dei sistemi finanziari, inclusi quelli previdenziali (ndr. e noi stiamo ancora all’INPS …) e nelle riforme che vanno inevitabilmente fatte: nessuna service tax può funzionare e passare il vaglio costituzionale se non verte sul valore catastale degli immobili, come nessun welfare decente può essere finanziabile se esistono falle irreparabili nel sistema di computo del reddito.

Cambiare, ma come? Come hanno fatto i nostri coinquilini europei.

I siti per la ricerca/vendita/affitto di case forniscono di continuo dati aggiornati sul valore medio per metro quadro degli immobili e i dati tra le diverse agenzie sono sostanzialmente convergenti. Basterebbe che il Fisco attribuisse un valore catastale pari alla media dei valori commerciali nel triennio per risolvere il problema ed avremmo potuto farlo già 5-10 anni or sono.
Tra l’altro, in un paese dove si urla ‘dagli all’evasore’ da un ventennio, sarebbe ora di porre fine a quella che appare una forma legalizzata di elusione dei propri doveri verso la Comunità nazionale.

Comprensibile che i ‘vecchi partiti’ siano restii a mutare scenari e alleanze lobbistiche, molto meno se parliamo dei partiti come SEL, Lega, M5S, Scelta Civica per Mario Monti e, venendo alla loro credibilità, prendiamo atto che lo studio di L’Espresso, che denuncia lo scandalo del Catasto e anche quello delle fasce ISEE, risale al 1° agosto scorso. Son trascorsi quasi 50 giorni e tutto tace, se non il sibillino Enrico Letta che tiene appeso il suo governo all’abolizione dell’IMU.

Eppure Casaleggio, Renzi, Maroni, Boldrini dovrebbero rifuggire un’Italia con una sbilenca service tax e tutti i quattrini che restano a Roma che li redistribuisce a modo suo a Comuni, Regioni e Agenzie varie. Come anche tutti i partiti dovrebbero dar conto ai loro elettori, spiegando che si intende redistribuire la leva catastale e risanare il Welfare. Non aumentare come al solito le tasse ai soliti ceti medi.

Senza dimenticare che se il Governo Letta riuscirà a portare a casa almeno questa riforma entro la fine dell’anno, avremo dato all’Europa e ai Mercati uno dei segnali politici che si attendono.

Altrimenti, oltre alle conseguenze finanziarie e di consenso, sarà un po’ più difficile sfatare il mito che l’Italia è fondata sul lavoro di tanti ma non di tutti. Tra l’altro, se dovettero scriverlo in capo alla Costituzione, vuol dire che il problema è di vecchia data e che potremmo, ancora oggi, rifarci al Pinocchio di Collodi per conoscere i ‘colpevoli’ dell’eterno stallo italiano.

Tra l’altro, quella del Catasto sarà il banco di prova per capire se l’M5S di Casaleggio, la Lega di Maroni e Zaia e Sinistra renziana sono effettivi portatori di cambiamento oppure rappresentano il solito opportunismo provinciale di Bertoldo e Bertoldino.
Sempre troppo tardi se, poi, i nostri sindacati, che invadono la sfera politica con tradizione cinquantennale, volessero pronunciarsi dinanzi a tale scandalo e tale iniquità che colpisce vistosamente i ceti meno abbienti. O, forse, dovremmo constatare che tanti nostri leader abitano proprio nei quartieri privilegiati?
E non sarebbe male se anche il Clero – che è una nota presenza nei centri delle città – volesse prendere atto del danno sociale e umano causato da certe prebende.

Da un mese traballiamo perchè cade Letta, ritorna l’IMU o forse no?
Ma vogliamo scherzare? Meglio tenersi la service tax …

Resta un mistero del perchè M5S, SEL e Lega – che sono all’opposizione – facciano finta di nulla e della ‘questione catasto’ i guru della ‘democrazia dal basso’ non ne facciano un cavallo di battaglia, visto che basterebbe far muro sul volume compessivo del gettito catastale per poter promettere almeno a metà degli italiani che il sistema sarà più equo e, soprattutto, che chi vive in provincia o nelle periferie suburbane avrà qualche diritto e qualche risparmio in più.

A proposito, con un catasto che funziona anche il costo di acqua e energia diventa più equo … non solo l’accesso a servizi, cure e medicinali, studi universitari.

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Arriva il presidenzialismo

3 Giu

Si inizia a parlare di qualche riforma concreta, quella che porterebbe al presidenzialismo, è già nel Pd si vanno formando due schieramenti. Tra  i favorevoli (con ballottaggio alla francese) ci sarebbero Walter Veltroni, Matteo Renzi, Romano Prodi e Gugliemo Epifani; tra i contrari all’elezione diretta del capo dello Stato troviamo Rosy Bindi e l’ala sinistra del partito, con l’ex segretario CGIL Sergio Cofferati e l’ex ministro Fabrizio Barca in testa.

Intanto, il premier Gianni Letta ha annunciato che “l’ultima elezione del Presidente della Repubblica mostra la fatica della nostra democrazia. La mia opinione è che non potremmo più eleggere il presidente della Repubblica con quella modalità”.
L’ha seguito a ruota, Angelino Alfano, vicepremier, ricordando che “nel Pdl siamo assolutamente d’accordo sull’elezione diretta del presidente della Repubblica. E adesso anche dal Pd arrivano dei significativi spiragli. Se riuscissimo a farla sarebbe una grande prova di democrazia come succede in altri paesi, come Francia e Stati Uniti, dove i cittadini scelgono direttamente il Capo dello Stato”.

Beppe Grillo arringa il popolo con “il Paese è al collasso e il governo si balocca col presidenzialismo”, come se gli 87 anni suonati di Giorgio Napolitano non pretendessero l’urgenza di darsi una norma ‘innovativa’ per eleggere il Capo dello Stato e per sancire i suoi poteri in un nuovo quadro istituzionale.

Certo, SEL e M5S hanno le loro ragioni,perchè il nostro è tutto un sistema che non funziona e la nostra Costituzione è imperfetta come qualunque cosa umana e richiede emendamenti fin dagli Anni Settanta, quando – trenta anni dopo la nascita della repubblica – si dovette iniziare a prendere atto che non si erano promulgate le previste leggi sui sindacati, sulle regioni, sui comuni, sulla spesa pubblica, sul decentramento e l’autonomia.
Parliamo degli anni del CAF (Craxi, Andreotti, Forlani), dei bilanci sanitari regionali puntualmente bloccati dalle Corti Regionali dei Conti, di una nazione che usciva da un decennio (1969-1978) in cui le ore di lavoro perse per scioperi furono in media 143 milioni l’anno, dell’Italia statalista e totalmente dipendente da un decreto ministeriale.

Un’Italia con un sistema di bilancio e di controllo di gestione non pronto all’ingresso nel sistema monetario europeo, come dimostratosi prima con lo SME  e poi con l’Euro, che, con l’unificazione dei mercati e la globalizzazione, paga a caro prezzo la durata e l’imprevedibilità del nostro sistema giudiziario, dei processi e le procedure relative, la poca trasparenza amministrativa, bancaria e fiscale, un sistema previdenziale ed assicurativo arcaico, un welfare indifeso dalla voracità di chi investe nella charity, ma ‘senza fini di lucro’, una politica di istruzione e formazione costretta tra un dettame costituzionale statalista ed una Convenzione ONU ed una società libera che vanno da tutt’altra parte.

Questo ed altro ancora, sono tante le cose di cui l’Italia ha urgenza ormai trentennale.

Se nulla si è potuto fare in questa Seconda Repubblica, la causa è certamente nella struttura economica dello Stato italiano delle origini e dai debiti enormi che contrassero i Savoia, ma è anche in un sistema elettorale che conferisce ai due maggiori partiti un potere assoluto ma da l’un l’altro annullato ed è anche in una funzione presidenziale, che era concepita come ‘notarile’ rispetto ad un Parlamento pensato come sovrano ed, in realtà, prima suddito delle ideologie e, dopo, dei partiti e delle lobbies.

Se una legge elettorale deve tenere conto che abbiamo fin troppo tutelato i piccoli partiti al punto che anche quelli maggiori appaiono come un arcipelago di entità, spesso di esclusiva base micro territoriale, è anche vero che per una questione di pesi e contrappesi – al cui dibattito l’M5S farebbe bene a partecipare nell’interesse di tutti – non è possibile che si trovi un accordo in quattro e quattr’otto.
Infatti, se le soluzioni sono note (sbarramento, ballottaggio, senato federale) il doverle applicare tutte e tre insieme provoca un livello di complessità (una matassa) non sbrogliabile in breve tempo: abbiamo già visto che danni ha provocato un Porcellum ed un Mattarellum frettolosi, in nome di un bipolarismo dottrinale che in Europa non c’è.

Piuttosto, è possibile, se non davvero urgente, che si affronti il nodo dei poteri del Capo dello Stato, di come viene eletto, di cosa competa di riflesso al Consiglio Superiore della Magistratura, alla Corte Costituzionale e alla Corte dei Conti.
Anche in questo caso, ma senza le complessità del sistema elettorale, è abbastanza evidente quali siano le soluzioni: elezione diretta del Capo dello Stato, funzione disciplinare del CSM, autonomia della Corte Costituzionale, potere di vero da parte della Corte dei Conti.

Così funziona nel mondo intero,dove non c’è ‘la Costituzione migliore del mondo’ e dove si tratta di presidenzialismo oppure di monarchia costituzionale, raramente troviamo il premierato e solo quando lo Stato è nato dalla fusione di staterelli pre-esistenti, cone in Germania, India e Gran Bretagna.

D’altra parte, il dualismo dei poteri parlamento/ presidente è indispensabile per evitare stalli ventennali come la Seconda Repubblica in cui siamo impastoiati, come una maggiore indipendenza della magistratura dal potere politico è indispensabile se, in futuro, non vorremo scoprire di nuovo che abbiamo votato per un decennio con una legge incostituzionale.

Perchè la sinistra del Partito Democratico borbotti, come son scontenti M5S e CGIL, è abbastanza chiaro: qualunque forma di presidenzialismo pone fine (o quanto meno argine) al giacobinismo di chi, con un mero 20% di consensi o anche meno, pretende di condizionare le scelte generali.

Facciamo presto.

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Tassare le pensioni, un’idea britannica

3 Giu

La Fabian Society nasce nel 188, quando furono pubblicati i “Saggi Fabiani”, contenenti il programma dellassociazione ispirata al pragmatismo, al rifiuto delle idee utopiche, ad un’idea di socialismo finalizzata allo sviluppo e all’evoluzione democratica e partecipativa delle istituzioni esistenti e della società tutta.

Con l’avvento delle ideologie totalitarie, l’approccio razionalistico e moderato della Fabian Society, che fino ad allora aveva ispirato sia il partito laburista sia i lib-dem, fu travolto dalle turbolenze dell’epoca e molti sui aderenti confluirono nei movimenti bolscevichi o fascisti, ma non prima che il parlamento inglese con Lloyd George approvasse il welfare state concepito dai ‘fabiani’.

Tra i più eminenti membri della Fabian Society, fondata da Sidney Webb e sua moglie Beatrice Webb, vi furono gli scrittori George Bernard Shaw, Leonard Woolf e sua moglie Virginia Woolf,Charlotte Wilson ed Emmeline Pankhurst, Havelock EllisH. G. WellsEdward Carpenter, Annie Besant, Oliver Joseph Lodge, Ramsay MacDonald.

Acclarato che il Fabianesimo si fonda su principi di umana solidarietà e reciproca comprensione, è di poco tempo fa la pubblicazione di un report della Fabian Society – “Age UK” – dove si sostiene che gli anziani benestanti devono “condividere l’onere di ridurre il deficit pubblico”.

“Tutte le politiche che offrono particolari vantaggi per le persone anziane, individuate come categoria generale, dovrebbero essere riviste,” dice.

I ricercatori della-Fabian Society hanno analizzato i dati del Longitudinal Study of Ageing (Elsa), arrivando a dimostrare che la maggior parte delle persone anziane non è né un  “ricco baby-boomer con “un eccesso di ricchezza”, né un “pensionato sulla soglia della povertà coon seri problemi di isolamento o salute” .

“La verità è che la maggioranza delle persone anziane oggi sono una via di mezzo, né ricchi né poveri, ed i redditi medi sono in aumento a causa di recenti successi nel ridurre la povertà dei pensionati”, scrive l’autore Andrew Harrop, “Naturalmente questo è qualcosa di cui andare orgogliosi, come parte del costante declino della povertà dei pensionati, ma ha profonde implicazioni”.

Ad esempio, che  nel 2010-11 “i redditi reali dei ceti medi non erano superiori a quelli del 2003-04, ma i redditi medi dei pensionati erano 13% in più”  e “dall’inizio della crisi finanziaria questa disparità è diventata ancora più forte: i redditi medi reali sono diminuiti del 5% complessivo, ma sono aumentati del 5%  quelli dei pensionati.”

Il rapporto precisa, inoltre, che si tratta dei redditi disponibili dopo le spese di alloggio, tenuto conto che nel Regno Unito perché l’80% dei pensionati è proprietario di casa e che “l’aumento dei prezzi delle case hanno comportato una diminuzione della quota di persone di età inferiore ai 45 che sono proprietari”.

Se “può essere difficile per delle persone anziane cambiare i loro piani finanziari come che le loro opzioni siano molto limitate”, il documento evidenzia anche una “davvero significativa iniquità intergenerazionale” dal punto di vista fiscale, con i pensionati delle famiglie a medio reddito che pagano il 27% del loro reddito al lordo delle imposte, rispetto al 33% per le famiglie non in pensione con lo stesso reddito.

In base a questo documento, la Fabian Society invita il governo britannico a rivalutare gli indicatori in materia di sicurezza sociale, fiscalità e progettazione di servizi, come vanno limitati – se si vuole evitare evitare un brusco calo del tenore di vita già per gli attuali cinquantenni – i benefici universali ai pensionati, come indennità di carburante invernale, licenze TV bus navetta gratuiti, somme forfettarie esenti da imposte sulle pensioni private,  viaggiare.
Inoltre, si chiede di introdurre una tassa immobiliare proporzionata al valore del territorio.

A scanso equivoci, Michelle Mitchell, di Age UK, ha dichiarato: “La Fabian Society sottolinea che non ci sono stati progressi significativi nella lotta contro la povertà dei pensionati negli ultimi anni, visto che restano ancora 1,7 milioni di pensionati che vivono in povertà, mentre altri 1,1 milioni hanno. redditi appena sopra la soglia di povertà.
Molti, inoltre, hanno contribuito all’indennità di assicurazione nazionali in tutta la loro vita lavorativa per ricevere in cambio una pensione statale che garantisce una rete di sicurezza finanziaria, ma poco più “.

In Italia, secondo i dati ISTAT del 10 agosto 2012, le cose stanno molto peggio che in Gran Bretagna: i pensionati sono quasi 16 milioni, di cui circa la metà percepisce pensioni inferiori a mille euro mensili ed una spesa complessiva annua di circa 50 miliardi di euro, cioè dieci miliardi in meno di quanto costano all’INPS quel milione e passa di pensionati che percepiscono oltre 2.500 euro mensili, per altro mai contribuiti completamente.
C’è chi vive sotto la soglia di povertà e chi, ex lavoratore dipendente, può permettersi una pensione superiore, oggi, allo stipendio di un preside o di un medico di base.

pensioni 2010 Istat 2012

Un Paese dove, come spiega il professor Giovanni Perazzoli, autore per Micromega e direttore di Filosofia.it, mentre 776.609 italiani che vivono nel lusso, nonostante la Crisi, percependo pensioni spesso di gran lunga superiori ai 3.000 euro mensili, “ci scandalizziamo del fatto che negli Usa non esista una sanità pubblica: in Europa si scandalizzano per l’assenza in Italia di un reddito minimo garantito. Negli Stati Uniti Michael Moore però ha raccontato in un film che cosa significa non avere un sanità pubblica; in Italia nessuno tocca il tema del reddito minimo garantito”.

Un Paese dove contingentando o fiscalizzando le pensioni superiori ai 3.000 euro mensili si ricaverebbero circa 10 miliardi di economie e dove introducendo la negoziabilità del TFR e del prepensionamento, si darebbe spazio ai giovani, senza gravi danni per l’economia futura, visto che anche da noi gli over50 sono proprietari delle loro abitazioni.

Un’Italia dove “una somma di 850 euro è uno stipendio, da cui si deve anche cercare di far uscire l’affitto e tutto il resto”, mentre la vita “costa meno che nel nostro Paese” addirittura in Germania, dove una donna “disoccupata, sola, con tre figli e un affitto di 500 euro, riceve dallo stato 1850 euro al mese”.

“In Italia addirittura si afferma che il welfare sarebbe in realtà tramontato, finito, esaurito” mentre “la Corte Costituzionale tedesca ha giudicato come parzialmente incostituzionale la riforma restrittiva del cancelliere Schröder, dopo il ricorso di una famiglia – padre, madre e una figlia – perché doveva vivere con soli 850 euro al mese (e naturalmente affitto e riscaldamento a carico dello stato)” e mentre, in Europa, solo Italia, Grecia ed Ungheria non garantiscono un reddito di cittadinanza ai propri cittadini.

Un’Italia che difende i ‘diritti acquisiti’ da una generazione grazie al colpo di spugna della Riforma Amato, che cancella l’IMU sulle prime case a prescindere da reddito e collocazione, che non sa fare ‘finanza pubblica’ alleggerendosi dell’INPS e dell’INA, che ha preferito, finora, cassaintegrare buona parte della speculazione edilizia piuttosto che garantire lavoro e formazione ai giovani.

Intanto, persino la Fabian Society – proprio quella che condizionò la Labour’s policy agenda di Gordon Brown e la sua politica fiscale – va in tutt’altra direzione.

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M5S a convegno per governare?

4 Mar

Non era difficile non dare per scontato che centonove deputati e cinquantaquattro senatori avessero bisogno di un «conclave» del neonato Movimento Cinque Stelle, per decidere insieme le strategie ed i margini di accordo che vogliono attuare in Parlamento e, innanzitutto, la governabilità.

Altrettanto facile immaginare che la Premiata Ditta Grillo & Casaleggio si faccia scippare ‘al mercato delle vacche’ quelle due dozzine circa di senatori che mancano al Partito Democratico per governare.

Nel ‘conclave’ dei parlamentari del M5S, verranno chiarite anche alcune questioni essenziali, sulle quali non loro, ma gli italiani tutti stanno facendo una gran confusione.

La richiesta da parte di Grillo di un governo di minoranza senza una fiducia preventiva che contratta, di volta in volta, l’appoggio su singole leggi porrebbe inevitabilmente l’Italia in balia del Parlamento e delle Lobbies.

Anche se Bersani intima a Grillo: «Decida cosa fare o tutti a casa», il caso del capo dello Stato in scadenza – “semestre bianco” – impedisce che egli sciolga subito le Camere.

Come probabilmente sperano i sostenitori di Mario Monti, una prosecuzione “a tempo” del mandato presidenziale al Quirinale non rientra nei ‘parametri’ previsti dalla Costituzione.

Malgrado quanto sostenuto da una parte della Sinistra, nonostante il Procellum, spetta solo al Presidente della Repubblica, e solo a lui, scegliere in piena autonomia, al termine delle consultazioni, a chi affidare l’incarico per formare il governo.

Dunque, esistono solo due strade.

La prima via – quella che comunemente è chiamato ‘governo tecnico per le riforme’ – è quella che di un governo a tempo con un programma di riforme, sul genere di quelli ‘tecnici’ guidati da Dini e Amato per traghettare il Paese dalla Prima alla Seconda Repubblica, che si concluda con delle elezioni con un nuovo sistema elettorale e con le autonomie locali riformate.
Nella sostanza è quello che sta chiedendo – con poca chiarezza – Beppe Grillo e che, ragionevolmente, chiederà il Movimento Cinque Stelle di Casaleggio.

Il secondo percorso – quello che comunemente è chiamato ‘governissimo’ -è quello che di un governo a tempo con un programma di riforme, sul genere di quello guidato da un ‘tecnico’ come Mario Monti per salvare il sistema finanziario italiano, che si concluda con delle elezioni con un nuovo sistema elettorale e con il Welfare riformato.
Nella sostanza è quello che serve alla Seconda Repubblica per guadagnare qualche anno di vita ed avere il tempo, secondo loro, di lavorarsi ai fianchi il movimento dei Grillini.

In tutto ciò, c’è da insediare il Parlamento ed eleggere, anche con una certa rapidità, sia i Presidenti della Camera e del Senato, si individuare i candidati alla presidenza della Repubblica e darsene uno.

Dunque, che Bersani la smetta di portar fretta, che non ce ne è se non per lui, che, a breve, dovrà rendere ragione ai suoi sodali di partito in ordine all’ennesima cantonata presa e conseguente bastosta incassata, illudendosi di governare con il 33% ed un voto.

Tanto, finchè non si eleggerà ed insedierà il nuovo Presidente della Repubblica, c’è il Governo Monti per ‘l’ordinaria amministrazione’ e per la buona pace di banche, governi esteri e mercati vari.

Il Movimento Cinque Stelle è a convegno ed è la loro prima prova del nove. Avranno idee, condivisione e lungimiranza per resistere al canto delle sirene democratiche-democristiane? Riusciranno a stendere un decalogo delle priorità e delle negoziabilità, con cui sostenere un governo di programma per le riforme?
Probabilmente si, ma lo sapremo tra due giorni soltanto.

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Governabilità, ma come?

27 Feb

I dati elettorali e lo stallo parlamentare sono sotto gli occhi di tutti, il mondo della politica è sgomento, i cittadini un po’ meno, M5S ha annunciato che voteranno le leggi che ritengono giuste, all’estero pazientano. Allo stesso tempo, la Lega è egemone nelle tre regioni che contano (Piemonte, Lomnbardia E Veneto), mentre la Puglia e la Campania hanno abbandonato Vendola e De Magistris.

Già questo dato dovrebbe darci una chiave di lettura della exit strategy in cui dovrebbero dedicarsi il Quirinale ed il sistema partitico, salvo apporti ed interferenze da parte del sistema giudiziario e dai media, cui siamo notoriamente avezzi.

Il PD con SEL ha alla Camera più o meno gli stessi voti del PdL-Lega e del M5S, grazie ad una legge iniqua a dire di tutti, il Porcellum, ha, però, la maggioranza assoluta. Rivendicare una primazia o, addirittura, una sorta di diritto a governare è un atto classificabile – agli occhi di un elettore che badi alle regole ed non solo alla fazione – come un enorme atto di arroganza.
Per giunta, proponendo al M5S un abbraccio suicida per non pochi motivi, visto che tra ‘ruggine storica’ e ‘pastoie governative’ Beppe Grillo rischierebbe di perdere un’enorme massa di consensi nel giro di pochi mesi da un elettorato che aborrisce il consociativismo, i capibastone, le scuderie eccetera eccetera.

Inoltre, c’è la disponibilità già dichiarata dei Grillini ad operare nel pieno, vero mandato cui ogni parlamentare dovrebbe adempiere: votare le leggi secondo coscienza.
Questo significa che esiste ampio spazio per un governo di minoranza.

Certo, in politica mai dire mai, ma la via del governo di minoranza è la prima balzata gli occhi, dato che l’abbraccio di Bersani con il Giaguaro Berlusconi è improponibile agli elettori di sinistra, come è impensabile un Mario Monti premier con un Scelta per l’Italia che è ‘quasi’ l’UDC ma ‘non è l’UDC’ e con la carenza di carisma e di opportunità politica dimostrate in quest’anno.
E’ però improponibile anche che il PdL sostenga un governo di minoranza guidato da Bersani: una comprensibilissima questione di principio.

Ed, allora, non resta che Casini, che a guardarlo bene, ha tutte le caratteristiche per assolvere alle funzioni di un Premier di minoranza o di un governo a termine, che abbia i poteri di programma e non solo tecnici, onde intervenire su alcuni aspetti costituzionali.
Le caratteristiche così ‘rare’ sono quelle di non essere sgradito all’elettorato di sinistra, non incassa troppa ostilità dal PdL, fa parte della compagine montiana, così rassicurante per i ‘mercati’, ha interesse a riformare la legge elettorale, conosce a menadito i regolamenti parlamentari, conosce molto bene vezzi e difetti di tanti suoi colleghi.
I limiti sono quelli noti: non aver mai dimostrato un carisma ‘non solo fotogenico’, non avere un gruppo di ‘cavalli di razza’ nel partito, essere indirettamente legato ad una certa ‘romanità’ di cui il cinema ha raccontato fatti e misfatti ed in tanti si è imparato a diffidare, essere additato dai Montiani come la causa del loro flop.

Ad ogni modo, Casini o non Casini ed acclarato che M5S non farà bieco ostruzionismo parlamentare, di alternative ad un governo di minoranza non sembra che se ne vedano all’orizzonte, salvo quella del Partito Democratico che forma un governo con SEL e Cinque Stelle. Ma, in tal caso, di quanto e per quanto saremo sballottolati, piallati, compressi, svalutati, massacrati, disfatti dai mercati e dalle diplomazie di mezzo mondo?
E chi si prende una responsabilità storica del genere? Pierluigi Bersani a cui, forse, il partito dovrebbe chiedere le dimissioni?

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