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L’asso di Renzi è la spesa sanitaria

20 Set

Il ‘buon’ risultato del primo Governo di Giuseppe Conte è che l’inesperienza dei protagonisti ha messo in luce alcuni degli atavici problemi di spesa del bilancio italiano: scarsa manutenzione delle infrastrutture, scolarizzazione insufficiente, settore assistenziale poco vigilato, un sistema previdenziale che da a chi troppo ed a chi troppo poco, fragilità decisionale.

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Se leggiamo le cronache del Regno d’Italia alla fine dell’Ottocento, troviamo la stessa situazione: opere incomplete, docenti reclutati di fretta e furia, nepotismo e corruzione se parliamo di assistenza e sussidi, trasformismo politico. Anzi, l’onorevole radicale Giuseppe Mosca nel 1901 si trovò a spiegare ai parlamentari che tutte queste ‘belle’ cose avevano creato la Mafia siciliana.

Dunque, gran parte del ‘lavoro sporco’ di portare in luce i nostri guai è fatto, ma manca ancora un settore alla cronaca del disastro annunciato del Bilancio italiano e dal punto di ripristino da cui ripartire: la Sanità.

Sono circa 60 miliardi annui quelli che noi contribuenti versiamo alle Politiche ‘assistenziali’ regionali ed a quegli enti territoriali denominati Facoltà di Medicina, confidando che si convertano in prestazioni economiche ed efficienti per gli assistiti.

Giusto per fare i conti della serva, calcolando una mera emorragia di 30 miliardi annui (o valore equivalente) a partire dal fu Governo Prodi e del sorgere della ‘sanità , staremmo parlando di 600 miliardi … di Debito Pubblico consolidato.

Ovviamente le cose non stanno esattamente così – sono i conti della serva – ma l’esempio è bastante a quantificare quale sia il baratro che viene a crearsi mescolando la sanità “universale” per gli indigenti (art. 32 Cost) con quella ‘assicurata’ ai lavoratori (art. 38 Cost.) e con quell’altra ‘di eccellenza’ per cui (art. 33 Cost.) per cui sorgono le Università.

Mission impossible.
Il Lazio ha da campare con un bilancio dimezzato dai mutui ventennali sottoscritti per coprire le disastrose spese sanitarie degli ultimi vent’anni, la Lombardia – provare per consultare il sito regionale – non ha neanche più una specifica direzione generale per la Salute.

I Livelli Essenziali Assistenziali per le malattie croniche sono spesso la mera esenzione normata dallo Stato, ma a livello regionale nulla, anche se servirebbe eccellenza; peggio che andar di notte per i milioni di malati ‘rari’ che aumentano, mentre i centri oncologici vanno avanti ormai con fondi appositi e spesso privati.

Dove finiscono i finanziamenti? A cosa vengono finalizzati dalle Facoltà Mediche, se non alla didattica e all’eccellenza? Le Regioni intendono offrire solo servizi per indigenti?

E cosa faranno gli attuali quarantenni quando, a breve, toccherà a loro scoprire che … tutti i farmaci sperimentali o avanzati sono riservati alle strutture pubbliche, spesso disagevoli e non di rado insoddisfacenti?

Confidamo nel Governo Conte bis e – dopo quello disastroso con Salvini – nell’abbraccio fatale tra Di Maio e Zingaretti.

A proposito, sarà per questo che Renzi – antipatico perchè lungimirante – guarda a Macron ed ai Liberali europei, in attesa che scoppi il bubbone dei servizi essenziali assenti in alcune regioni che ‘bloccano’ l’autonomia differenziata di altre regioni?

Demata

Ocse istruzione: l’Italia in coda, what else?

25 Nov

L’aggiornamento Ocse (Education at a Glance 2015) sullo stato dell’istruzione dei 34 paesi più industrializzati del mondo, offre un panorama nitido quanto imbarazzante della situazione a casa nostra.

What else … se la Scuola dal 1995 non attua politiche di turn over ed ha sprecato vent’anni di innovazione tecnologica e semplificazione oppure se l’Università preferisce vivere in subordine di scelte regionali – spesso dimostratesi velleitarie – piuttosto che indirizzarle.

FATTI

Solo il 17% degli adulti (25-64 anni) ha conseguito una laurea, come in Brasile, Messico e Turchia.

Solo il 42% dei diplomati si iscrive “all’università”, siamo terzultimi dopo il Lussemburgo e il Messico, mentre il 35% dei 20-24enni non ha un lavoro, non studia, né segue un corso di formazione.

Solo il 34% dei ragazzi italiani (uno su tre) consegue una laurea od un diploma di III livello, mentre la media Ocse è uno su due.

I docenti sono molto più anziani di qualsiasi altro Paese industrializzato: nel 2013 il 57% di tutti gli insegnanti della scuola primaria, il 73% degli insegnanti della scuola secondaria superiore e il 51% dei docenti dell’istruzione terziaria avevano compiuto o superato 50 anni.

L’Italia e la Repubblica Ceca sono i soli Paesi dove il tasso di occupazione tra 25 e 34 anni è più basso (di poco) tra i laureati che tra i diplomati. In particolare, nel 2014 il 62% dei nostri laureati tra 25 e 34 anni era occupato (cioè come la Grecia) e risultava il fanalino di coda dei Paesi dell’Ocse (di media all’82%).

In Italia, nel 2012, le istituzioni dell’istruzione terziaria hanno speso solo lo 0,9% del Pil nazionale e più esattamente 10.071 dollari USA per studente, cioè due terzi della spesa media Ocse.

RISULTATI

I redditi dei laureati in Italia sono superiori solo del 43% a quelli dei diplomati, mentre la media Ocse è del 160%.

Nel 2013, gli insegnanti guadagnavano due terzi del salario medio dei lavoratori con qualifiche comparabili degli altri paesi Ocse.

I nostri giovani laureati registrano anche uno dei punteggi più bassi in termini di lettura e comprensione (literacy) di un testo, ovvero molti “hanno difficoltà a sintetizzare le informazioni provenienti da testi complessi e lunghi”.

Nel 2013, meno di 16.000 studenti stranieri (N.B. immigrati permanenti inclusi) risultava iscritto a un ateneo italiano mentre – senza contare gli immigrati permanenti – la Francia vedeva ben 46.000 studenti stranieri iscritti come la Germania superava i 68.000.

CONCLUSIONI

La regressione continua e non potrà cambiare, se i docenti saranno sempre più anziani e se manco un registro elettronico si riesce a varare. Oppure se la formazione professionale e quella permanente continuerano ad essere ‘materia condivisa’ cioè terra di nessuno.

E’ davvero difficile immaginare un’inversione di tendenza sulla base delle sole assunzioni che il Governo Renzi e le Regioni stanno attuando, senza un ampio turn over del personale, avviando un percorso che incrementi in parallelo le competenze tecnologiche di base e la spesa per studente e che semplifichi la gestione amministrativa di queste risorse.

Per non parlare dello scarso appeal di una laurea che permarrà se non si andrà almeno a ridurre la pressione fiscale e/o previdenziale esistente sui già striminziti redditi dei lavoratori dipendenti laureati …

Demata

Università migliori nel mondo: quali le italiane?

20 Ago

Ogni anni, l’ateneo Jao Tong di Shangai pubblica l’Academic Ranking of World Universities (Arwu), una sorta di classifica generale mondiale dei migliori 500 atenei.
Tra questi sono solo 21 gli atenei italiani, nessuno è tra i 150 migliori in assoluto.

Tra la 201° e 300° posizione troviamo il Politecnico di Milano e l’Università di Firenze, in penultima fascia (301-400) ci sono la Normale di Pisa, Milano Bicocca, Federico II di Napoli, Roma Tor Vergata. In fondo classifica, tra le ultime 100, c’è anche l’Università Cattolica, con quelle di Cagliari, Ferrara, Genova, Palermo, Parma, Pavia, Perugia e Trieste, tutte ben precedute da facoltà africane, asiatiche e latinoamericane.

Questo lo stato dell’arte.

Riguardo la Medicina, solo MIlano e Torino figurano tra le prime cento, Napoli, Firenze, Genova e Bologna tra le prime 200, mentre Roma si colloca nella parte bassa della classifica. Non è azzardato ipotizzare che l’elevato costo della Sanità italiana sia correlabile ad una formazione obosoleta o pregiudizievole e poco manageriale.

Riguardo Storia e Sociologia, nessuna università italiana figura entro i primi 200 atenei: siamo superati persino dall’University of the Witwatersrand nel Sudafrica e da quella australiana di Wollongong. E’ sotto gli occhi di tutti – nel nostro paese – quali possano essere le conseguenze di un tale ‘vuoto’ sull’informazione giornalistica, sulla politica e sulla formulazione e l’attuazione di norme e leggi, sulla formazione e selezione del personale pubblico, sulla formazione dei docenti.

Nelle scienze ce la caviamo, con Milano, Pisa e la Sapienza tra 76 e  100 in matematica, con Bologna al 50° posto e Padova tra il 51° e il 76° per la fisica, con Bologna e Firenze per la Chimica e Milano per la Biologia tra la 100° e la 150° posizione. In ingegneria il Politecnico di Milano è tra i primi 100 atenei, mentre quello di Torino si colloca tra i primi 150 insieme all’Università di Milano e Roma, con la Sapienza, rientra tra i primi duecento. Il problema è che questi (pochi) cervelli spesso li regaliamo all’estero o li teniamo precari fino ad età avanzata.

In Economia, solo Milano vede la Bocconi tra i primi 100 e la Statale entro la 200° posizione. E i risultati sull’economia e la finanza italiana si vedono.

Delle tante blasonate facoltà umanistiche, nessuna traccia. Non a caso c’è in Italia – ancora oggi – un filone di pensiero che considera gli studi universitari come una mera forma di acculturamento.

Morale della favola, se non siamo ancora un paese di ignoranti ci manca poco.
Se dobbiamo lagnarci dei nostri partiti o dei nostri media, dovremmo ancche prendercela con chi forma ‘la classe dirigente’.
Se volessimo processi e cure efficienti, dovremmo prima metter mano ai luoghi – fuori classifica – dove formiamo medici e giuristi.
Se volessimo dei giovani ‘migliori’, dovremmo verificare prima la ‘qualità’ di chi gli fa da insegnante.

Originally posted on Demata

 

 

Bilanci di previsione pubblici: le proroghe sono incostituzionali?

7 Giu

Il 29 aprile scorso, un decreto a firma del ministro Alfano differiva ulteriormente io termine di deliberazione del bilancio di previsione 2014 per gli Enti Locali, prorogandolo fino al 31 luglio.
Di norma la delibera va posta entro il 31 dicembre dell’anno precedente (in questo caso il 2013), ma era stata già prorogata due volte, prima al 28 febbraio e poi al 30 aprile.
Nel 2012, le proroghe per la delibera del bilancio di previsione del 2013 erano arrivate fino al 30 novembre, ovvero fino al giorno in cui Bankitalia conclude le assegnazioni di fondi e avvia la revisione di fine anno. Niente paura, nel 2011 s’era arrivati praticamente a Natale del 2012 …

Scrive Lio Sambucci su Contabilitàpubblica.it:da sempre, e in modo sistematico da una ventina d’anni, è invalsa la prassi di spostare in avanti il momento approvativo dei documenti di programmazione finanziaria degli enti locali: in origine, il differimento era di un paio di mesi (a febbraio, qualche volta a marzo); poi, negli ultimi dieci anni, la proroga si è spinta anche fino a giugno; ed ora addirittura a fine novembre, e, cioè, praticamente a fine esercizio.
Con ciò determinandosi una situazione surreale: con un bilancio che contiene previsioni finanziarie, che definisce la programmazione per l’anno successivo, che costituisce il documento sulla base del quale solo può avvenire la gestione nel periodo considerato, e che viene approvato praticamente alla fine dell’esercizio cui si riferisce.”

In effetti, l’idea di programmare PRIMA di iniziare un anno di lavoro, non è una norma di buon senso insita nell’indole dei nostri amministratori. Infatti, il nostro Stato – dopo un tentativo di obbligare (legge n. 142/1990) gli enti locali ad approvare il bilancio di previsione entro un termine ragionevole, il 31 ottobre dell’anno precedente, dovette abdicare portando il termine (Legge 3 agosto 1999, n. 265) al 31 dicembre dell’anno precedente, prorogabile ulteriomente, tramite la gestione commissariata, fino al 31 marzo dell’anno in questione.

Ovviamente, se il pesce puzza, inizia dalla testa ed, a corrispettivo di troppe amministrazioni locali palesemente approssimative e strafalcione, dobbiamo prendere atto che non è affatto normale che lo Stato non abbia messo a bilancio nel 2013 quello che (per esempio) doveva assegnare ai comuni nel 2011 per consentirgli di deliberare il bilancio di previsone 2012 in anticipo e non postumo.

E qui si pone un’altra questione, tanto semplice ed evidente quanto dimenticata e tralasciata: quale lavoro svolgono gli strapagati dirigenti (ministeriali e locali) se tutta una serie di conti e previsioni di spesa, derivanti da leggi o unità previsionali europee e indispensabili al funzionamento del Paese, non ce le ritroviamo nei conti pubblici quando c’è da deliberare i bilanci dei ‘terminali di spesa’: comuni, scuole, caserme, ospedali.

Nel caso dell’istruzione, ricordiamo che per anni non sono state poste in bilancio le somme, ampiamente prevedibili dal pregresso, per le supplenze nelle scuole, come anche che il bilancio di previsione – normato al 31 ottobre, è stato de facto prorogato fino alla primavara, cioè a scuola finita, a partire dal 2007 con il ministro Fioroni.
Per le forze dell’ordine, c’è l’emblematico caso delle divise e della benzina insufficienti anno per anno; andando alla Sanità – tra le tante – sembra sia inutile immaginare un bilancio di previsione per il Servizio Sanitario Nazionale /Regionale, che sembra essere un vaso di Pandora con pozzo di San Patrizio annesso, mentre non spende abbastanza e dove serve, stando alle univoche statistiche di settore.

Un sistema di bilancio, quello dello Stato, che evidentemente è disallineato, nella milgiore delle ipotesi, da quello degli enti locali, pur avendo il legislatore costituzionale individuato (art. 119 Cost. ) TUTTE le diverse tipologie di entrate di cui  le regioni e gli enti locali possono disporre /riportare nei loro bilanci, eliminando ogni possibilità di fraintendimento nella programmazione economico-finanziaria dello Stato, che esercita la leva fiscale e assegna finanziamenti.
Anche per scuole, caserme ed ospedali – a voler cercare una riprova – è lo stesso: da un lato le unità previsionali UE e le voci di bilancio dei punti di erogazione del servizio, dall’altro i parametri tabellari che costituiscono la struttura di bilancio dello Stato e che, come metodo, risalgono al lontano 1886, al Trasformismo e ai primi scandali di lobbing mafiosa nella politica e nella finanza.

Acclarato che queste proroghe sono l’espressione di un sistema ‘fuori di testa’ – oltre che concausa di inerzie, defaillances, sprechi, ruberie eccetera – c’è da chiedersi se siano ammissibili dalla nostra Costituzione e se lo siano non in ‘casi eccezionali’, bensì come dato sistemico.

Lio Sambucci – ricercatore confermato presso il Dipartimento di Economia e diritto (Sezione di Diritto dell’economia)  della Sapienza di Roma – pone l’accento su un principio costituzionale prevalente quale la «buona opportunità dei pubblici uffici» rispetto alla «armonizzazione dei bilanci pubblici» e al «coordinamento della finanza pubblica», che riguardano un aspetto specifico e, in teoria, occasionale ed emergenziale

Inoltre, se “si ritenesse quello della coincidenza di anno finanziario e anno solare a tutti i livelli istituzionali un principio assolutamente insostituibile dell’ordinamento contabile pubblico, deve essere segnalato come il costante, sistematico differimento del termine approvativo del bilancio di previsione degli enti locali, oltre a presentare, come si dirà, dubbi di costituzionalità, sia in netto contrasto proprio con il suddetto principio. In proposito, è sufficiente evidenziare che, in disparte di ogni altra considerazione, per effetto della ripetuta proroga, negli enti locali la coincidenza tra anno finanziario e anno solare e lo stesso carattere annuale del bilancio di previsione sono divenuti solo una finzione contabile: le amministrazioni locali, infatti, sanno bene di poter contare sul differimento del termine approvativo e predispongono le proprie attività (funzionali alla programmazione economico-finanziaria) e i propri adempimenti tecnico-contabili in funzione dell’approvazione del bilancio entro i primi mesi dell’anno finanziario considerato”.

“Negli ultimi dieci anni, moltissimi enti locali hanno gestito in esercizio provvisorio praticamente fino a metà anno finanziario (e , in molti casi, anche oltre), con totale svuotamento delle prerogative funzionali (a carattere programmatorio e gestionale) del bilancio di previsione, ridotto a mero adempimento formale”.
Non solo enti locali e servizi essenziali come polizia municipale e sanità, ma anche tante amministrazioni e istituzioni statali, in primis scuole e università, più pressochè tutte le ex aziende municipalizzate …

Dunque, i primi dubbi di costituzionalità riguardano il contrasto tra la possibilità di differimento  dell’approvazione del bilancio da parte di pubblicche amministrazioni ed uffici con il principio di buon andamento della pubblica amministrazione che trova definizione all’art. 97 della Costituzione.

Ammessa la possibilità di differire, resta comunque un altro profilo di dubbia costituzionalità – come afferma molto condivisibilmente il prof. Sambucci – che “può essere rilevato in relazione alle prescrizioni di cui all’art. 81, comma quinto, Cost. (come sostituito dall’art. 1 legge cost. 20 aprile 2012, n. 1: in precedenza, il principio era stabilito al secondo comma del citato art. 81), ove è stabilito, tra l’altro, che l’esercizio provvisorio del bilancio non può avere una durata superiore, complessivamente, a quattro mesi”.

Inoltre, “il costante, ripetuto, differimento del termine di approvazione del bilancio di previsione degli enti locali appare, inoltre, difficilmente compatibile, da un lato, con le disposizioni di cui all’art. 81, comma quarto, Cost., ove si stabilisce, tra l’altro, il principio di annualità del bilancio: si stabilisce, cioè, in Costituzione, quale principio generale della contabilità pubblica – peraltro, ribadito dalle disposizioni ordinamentali con riguardo a tutti i livelli istituzionali, e, come visto, dai principi di armonizzazione dei bilanci pubblici – che il bilancio di previsione deve essere approvato ogni anno e (quindi) deve avere una durata annuale“.

Ma non solo, dato che è evidente a chiunque che “il sistematico differimento del termine approvativo del bilancio degli enti locali risulta difficilmente compatibile con il principio di armonizzazione dei bilanci pubblici, il quale, come detto, ha trovato riconoscimento costituzionale” e regolativo nel d.lgs. n. 118/2011, che – infatti – stabilisce esattamente il contrario di quanto facciamo da quell’anno, ovvero che le amministrazioni pubbliche devono approvare il rispettivo bilancio di previsione entro il 31 dicembre, e lo richiede proprio quale principio generale di armonizzazione dei bilanci pubblici.

Intanto – mentre le proroghe sembrano essere del tutto incostituzionali e mentre dovremmo chiederci come facciano i conti al MEF e a quanto ammonterebbe ‘per davvero’ la spesa pubblica ‘a regime, se la situazione è questa da anni e anni – il Comune di Roma ha deliberato il Bilancio previsione annuale 2013 durante le Assemblea Capitolina n. 88 del 2/3/4/5/6 dicembre 2013, con 29 voti favorevoli, 16 contrari e un’astensione, citando nel testo proprio l ’art. 151 del D.Lgs. n. 267 del 18 agosto 2000 che dispone che il Bilancio deve essere deliberato osservando i principi dell’unità e annualità …

Bilancio 2013 ‘postumo’, ma anche Bilancio pluriennale e Piano degli investimenti 2013-2015, dove, ad esempio si prevede che la spesa per ‘studi e incarichi di consulenza’ sia di 261.698 euro nel 2014, come si prevedono 9.900 euro per spese di rappresentanza e 1.000 di pubblicità. Per il patrocinio di mostre, cinquantamila euro in tutto.
Un po’ poche per Roma Capitale che vuole cultura e turismo … specialmente se per l’acquisto, manutenzione e noleggio autovetture la spesa resta sostanzialmente invariata, oltre 1,1 milioni di euro. Per non parlare dei quasi 4 milioni annui, riconfermati per il 2014 e 2015, per editoria e rilegature, mentre siamo dell’era di internet ed esistono leggi apposite sulla digitalizzazione di atti e albi pubblici.

Speriamo che almeno per Natale venturo, Santa Klaus ci faccia trovare sotto l’albero non solo dei consutivi 2014 che dimostrino la ‘buona opportunità’ delle pubbliche amministrazioni, ma soprattutto i bilanci di previsione per il 2015, che ci diano contezza e speranza per il futuro.
In alternativa, sarà inutile chiedersi perchè l’Italia non riparte … se le previsioni si fanno puntualmente a consuntivo.

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Disastro Italia: -14% sulla media UE dei giovani laureati. I dati. Quali responsabilità per la scuola italiana?

13 Mag

UNIVERSITÀIn Italia, solo il 22,4% dei giovani è laureato e nella classifica delle 28 nazioni europee il nostro paese si colloca inderogabilmente ultimo su una media generale al 37%.

In Gran Bretagna, la percentuale di 30/34enni in possesso della laurea è al 47%, in Francia al 44%, in Germania è del 33% (ndr. ma il livello dei titoli tecnici superiori è elevato).  Intorno al 25% – in vantaggio, cioè, sull’Italia – troviamo Romania, Malta, Repubblica Ceca, Slovacchia e Portogallo.

Un disastro ‘non annunciato’, stando ai prorompenti ed entusiastici dati che il MIUR ed il sistema universitario forniscono da due decenni, con apertura di nuove sedi ed incremento delle cattedre, accompagnata da tanti blablabla su turismo, cultura e tradizione italiana … quasi che l’Università fosse un percorso enogastronomico …

Quali le cause?

Di sicuro, al primo posto, annoveriamo l’atavica disaffezione culturale italiana per ciò che è scientifico (matematica, chimica, fisica) e per ciò che è tecnico, ovvero riguarda la ‘società di massa’ (economia, informatica, ingegneria, logistica, finanza, management, governance), con una particolare disattenzione generale verso agricoltura e navigazione, che dovrebbero essere, viceversa, parte del ‘genoma nazionale’.

Una carenza tecnico-scientifica del sistema di istruzione-formazione italiani che si manifesta a partire dagli Anni ’60, quando si videro i primi effetti di un sistema di istruzione finalizzato all’acculturamento generale e non all’avviamento al lavoro e agli studi universitari.
Due scopi diversi, due risultati ben differenti …

Con gli Anni ’70, la distorsione delle finalità della scuola pubblica iniziarono a ricadere sulle università, con l’enorme superfetazione delle lauree umanistiche – specie lettere, medicina e giurisprudenza, psicologia, sociologia – e con l’enorme crescita delle facoltà universitarie nelle due città dove la tradizione tecnico-scientifica, Bologna e Roma, aveva dimostrato nei secoli scarso radicamento.
Fu allora che Milano, Napoli, Ferrara, Pisa, Genova iniziarono ad essere ‘troppo selettive’, come iniziarono a collocarsi sedi universitarie in località diverse dai capoluoghi regionali – dove la concentrazione dei cervelli assicurava osmosi, competizione e meritocrazia – finendo per ‘delocalizzarsi’, ai giorni nostri, anche in sparuti/sperduti paesini di montagna con poche decine di allievi …

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Dati 2009 – datagiovani.it

Al disastro strutturale si aggiunse la piaga del ‘sei politico’ seguita dai famigerati ‘corsi abilitanti’ e/o concorsi ‘riservati’, per non parlare delle poco legittime graduatorie ad esaurimento (ndr. ce ne sono ancora in giro …), tramite la quale venne ‘ampliata’ l’attuale schiatta di docenti e dirigenti italici.
Eh già, senza di loro forse saremmo al 15% di laureati in Italia, qualche ottuagenario ancora in politica ci racconterà che “l’Italia doveva upgradarsi” … ma i risultati (ndr. disastri) si vedono.

Dulcis in fundo, i percorsi formativi delle scuole superiori (che sempre meno sono finalizzati alle competenze necessarie a proseguire gli studi), la difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro se si è giovani laureati (ma ciò non dovrebbe essere per i titoli di studio tecnici postdiploma, che avremmo dovuto/potuto finanziare con fondi europei da 20 anni), la sempre maggiore disaffezione scolastica verso l’impegno ed il merito dei nostri alunni, a partire dai compiti a casa e dall’oggettività ed omogeneità nazionale dei test di valutazione.
Persino l’Esame di Stato si ridusse ad una mera formalità da disbrigarsi con i docenti della stessa classe … mentre prima – con i commissari provenienti da altre regioni – si garantiva, a piccolo costo, molto di più.
E, ancora oggi, continuiamo da dare il posto fisso a docenti che non hanno svolto 2-300 ore di formazione psico-pedagogica certificata da una Università e dirigenti che non possiedono gli analoghi requisiti (universitari o parauniversitari) per quanto riguarda management, gestione finanziaria e norme giuridiche. Lo stesso dicasi per i medici.

Ma il peggio non ha mai fine … e dovremmo parlare dei libri di testo scolastici ed universitari, che ormai dimostrano un serio e imbarazzante distacco dalle conoscenze ccomunemente recepite a livello internazionale.
Ad esempio, il paradosso di far studiare a 15 anni una ‘Storia della Filosofia’ europea (l’Italia non ha prodotto filosofi di rilievo mondiale) nel III Millennio senza alcun riferimento al pensiero del resto dell’Umanità, come se Lao Tze, Confucio, Budda non fossero stati antecedenti e ‘limitrofi’ ai Sofisti ed a Socrate, come a Platone o Aristotele.
Per non parlare della Biologia, di cui insegnamo ancora la versione ‘pre Cavalli Sforza’, mentre troppi giovani (non trovando risposte a scuola) si affidano alla disinformazione in rete. O della Matematica, mai utilizzata per statistiche, tabelle, prospetti, eccetera. Peggio ancora la Fisica, che si occupa della realtà delle cose, presentata a dei 13enni con un groviglio di formule anche se si tratta di una biglia che rotola su un piano.
Lasciamo perdere la lingua italiana (se volessimo insegnarla come in Germania /Francia / Gran Bretagna), che siamo un paese dove notoriamente ognuno compila/trascrive ‘a modo suo’ anche il più semplice dei modelli.

Peggio ancora i così detti ‘compiti a casa’ e le ‘esercitazioni in classe’ che non sono un dovere ‘generalmente riconosciuto da tutti’ se per gli alunni e per gli insegnanti abbiamo dovuto normare un Patto Formativo ad hoc per ogni scuola, per tentare che siano assegnati e svolti in modo omogeneo.
Fino all’abisso delle competenze per i laboratori delle scuole, specie quelle tecniche, per le quali non è chiaro chi debba provvedere da ben 15 anni, cioè da quando la Conferenza Stato-Regioni avrebbe dovuto/potuto occuparsene.

Così accade che, in fatto di lauree, tra dieci anni saremo alla stregua di un paese postcoloniale, visto che le iscrizioni scemano e le lauree anche, tra  crisi finanziaria e quel pizzico di selettività in più, che non inducono a ‘sogni di gloria’ chi non abbia basi solide per proseguire gli studi.
E di sicuro non possiamo abbassare il livello degli studi postdiploma, che tra l’altro dovrebbero corrispondere a standard internazionali.

situazione-laureati-italiani

C’è chi chiede di eliminare il numero chiuso per le lauree sanitarie e mediche, ma dimentica che l’Italia non ha certo bisogno di aumentare il numero degli addetti … visti i tagli che corrono, mentre la nostra medicina avrebbe di sicuro l’esigenza di internazionalizzare gli insegnamenti di queste facoltà e mentre la nostra Sanità dovvrebbe iniziare a parlare di costi standard …

Quello che serve all’Italia sono tanti laureati e postdiplomati in ambiti tecnici con compensi decenti. A partire dall’ingegneria e dalla cultura ingegneristica, visto lo stato di demanutenzione e deinfrastturizzazione del Belpaese. Passando da tutto ciò riguardi l’economia, in primis la gestione dei beni (logistica) e dei dati (analisi e progettazione informatica), le tecnologie Green (dov’è finita la grande tradizione elettronica italiana?), l’agroalimentare (che di diplomati periti agrari in Italia ce ne sono davvero troppi senza però studi corrispettivi).
E il turismo, per il quale qualcuno dovrebbe peritarsi di aprire scuole e di contrastare il lavoro nero, se vogliamo che i nostri giovani vadano a lavorare in grandi e solide aziende internazionali, piuttosto che tentare la sorte, prima come cameriere/commessa con la III media e poi … come ex gestore di pizzetteria/bar con procedimento fallimentare a carico …

Questa è l’Italia, ma a differenza degli altri casi,  quasi tutte le compenze del caso sono in capo al Ministero dell’istruzione, dell’università, della ricerca, che vennero accorpate proprio per ovviare a quanto raccontato, mentre quello che riguarda la formazione professionale ricade sulle singole territorialità e, dunque, sull’effimera Conferenza Stato-Regioni, una sorta di malfunzionante ‘terza camera parlamentare’ di cui ci siamo dotati, ma non si sa perchè …

Laureati Italia - Mondo

Altrove il ministero che si occupa di istruzione bada innazitutto che le scuole forniscano diplomati adeguatamente formati per il mondo del lavoro o per gli studi universitari e, spesso, le scuole tecniche sono gestite direttamente dai ministeri specifici (agricoltura, industria, infrastrutture e ricerca, eccetera).
Ed il reclutamento dei docenti è fortemente selettivo – dentro o fuori prima dei 30 anni: altro che graduatorie ad esaurimento e precari a vita – come lo sono le prove che gli alunni devono superare e che sono predisposte a livello statale ogni anno.

Riforme a costo zero, forse una manciata di miliardi per anticipare i pensionamenti.
Eppure, non c’è verso di farle: Luigi Berlinguer e Letizia Moratti ne sanno qualcosa …

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Scuola, sanità, pubblica amministrazione: niente innovazione senza turn over

1 Apr

Sui nostri Comuni e sui nostri Enti – come nei comparti Istruzione, Università e Sanità – grava sempre più l’effetto di un sistema pensionistico pernicioso per gli equilibri produttivi e sociali dell’Italia.

Se finora eravamo nel campo delle ipotesi e delle prospettive – tutte controverse o controvertibili e soprattutto non lusinghiere – sono trascorsi venti anni dal quel 1994 in cui Giuliano Amato avviò la ‘riforma delle pensioni’ e, neanche fosse un titolo che va a risccossione, è nel 2014 che va a verificarsi il ‘game over’ del sistema previdenziale italiano, per l’introduzione della Riforma Fornero e per l’emersione dello scellerato saccheggio dell’ex INPDAP.

Nel caso della Riforma Amato, possiamo affermare che il nodo viene al pettine proprio oggi, quando si tratta di iniziare a pensionare coloro che hanno effettivamente contribuito per almeno 20 anni. Come anche è ormai noto a tutti che meno di un milione di pensioni di fascia alta, ma incontribuite, ci costano quanto i milioni di pensionati con meno di mille euro al mese.

Parlando della Riforma Fornero, ricordiamoche ai tagli previdenziali e mezzo milione di esodati non sono coincisi altrettanti interventi assistenziali, nonostante queste persone avessero versato contributi per una vita. Inoltre, si bloccano in servizio ben oltre un milione di lavoratori pubblici, oggi ultra54enni e/o in salute non buona.

Andando all’INPDAP, sono i quotidiani che ci hanno informato dei 30-35 miliardi di buco ‘per anticipazioni’ al MEF o alla Sanità e per assorbimento di altre casse in perdita, come sono le  statistiche della stessa INPS che dimostrano lo squilibrio contributivo (e pensionistico) tra dipendenti pubblici  nati prima del 1950 e quelli nati dopo, mentre le statistiche Istat suggerirebbero che gran parte di quei stipendi da 100.000 euro annui e passa, che vorremmo tutti tagliare, rispettino la stessa ‘regola generazionale’.
Come anche dobbiamo annotare che – per stipendio e per pensioni – i soli magistrati sarebbero ‘giustificati’ a compensi così importanti, se facciamo il confronto con le pubbliche amministrazioni degli altri stati europei.

Le conseguenze per i bilanci di istituzioni, amministrazioni e enti è disastrosa.

Ad esempio, quel famigerato patto di stabilità che ingessa le iniziative locali da almeno dieci anni, mentre i bilanci comunali sono gravati da spese di personale per dipendenti assunti 30 anni fa, spesso demotivati da 20 anni di caos amministrativo e, secondo le statistiche, per almeno un terzo in condizioni di salute non buone (dati Istat 2013).
Cosa ne sarebbe dei problemi finanziari di Roma Capitale se il nostro sistema pensionistico permettesse una deregulation parametrata dell’esodo anticipato dopo 30 anni di lavoro, sul genere di quella tedesca?
Trasferendo all’INPS (od a una qualsiasi Versicherung) il costo per il Comune di Roma del 20% dei propri attuali occupati, esisterebbero tutte le premesse per innovare, ristrutturare, assumere e, perchè no, proteggere le aziende di Roma Capitale dalle speculazioni che il ‘mercato’ usualmente mette in atto, se ci sono ‘cadaerini’ da fagocitare.

Un esempio ancor più semplice?
Quanto ci costerebbero Sanità e Università, se pensionassimo buona parte di quegli stipendi da 100.000 euro annui e passa, che gravano sulle stabilizzazione dei giovani e che, soprattutto, ritardano la diffusione in Italia delle conoscenze e delle pratiche professionali introdottesi nell’ultimo trentennio (ndr. a partire da semplificazione, internet e networking).
E quanti giovani laureati potrebbero trovare posto prima dei trent’anni, come sarebbe d’obbligo, nel nostro comparto Istruzione, se permettessimo a chi ha più di 55 anni di pensionarsi con uno straccio di rendita mensile e, magari, dedicarsi alle lezioni ‘private’ o ad opere filantropiche, come da sempre ed ovunque è per i docenti?

Dove attingere per le risorse?
A leggere i giornali, specialmente il Sole24Ore, sembrerebbe che lo Stato Italiano sia in qualche modo debitore di una trentina di miliardi ai lavoratori pubblici che versavano contributi all’ex Inpdap, come è probabile che i conti fatti nel 1994 garantiscano – ancora dopo 20 anni – dei ‘diritti acquisiti’ del tutto arcaici e sostanzialmente iniqui.
Inutile dire che ci sarebbe probabilmente un plebiscito, se i leader sindacali si peritasssero di questionare i lavoratori pubblici sulla disponibilità di negoziare TFR e pensioni in cambio di ‘finestre pensionistiche’.
Del tutto ovvio che, in prospetttiva decennale, il rilancio del Paese sarebbe enorme con un turn over che ci permettesse di innovare (finalmente) tecnolgie e mansionari, oltre a togliere linfa vitale per tanti attempati ‘capibastone’.

Il governo?
Il ministro Maida ha 30 anni e arriva dal moderno mondo della ‘charity’ e dle ‘fund rising’. Renzi e Padoan sanno che le risorse ci sarebbero e che la questione ‘turn over’ andrebbe risolta prima di andare ad elezioni. Il ministro Giannini ne ha forse il doppio della collega Maida e arriva dalla torre d’avorio dell’Università per stranieri di Perugia, che tra i tanti vanti ha avuto quello di non offrire lauree tecniche o scientifiche …

Dunque, ‘yes we can’ … se solo i sindacati e la ‘vecchia guardia’ lo permettessero, dopo aver meditato, magari, sul fatto che la ‘tirata d’orecchie’ di Papa Francesco sul ‘desiderio di potere’ (ndr qualcuno direbbe smania) era tutta per loro.

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Genova: ecco l’Alba Dorata di Beppe Grillo

22 Nov

Si parla tanto di spesa pubblica insostenibile ed è ben chiaro che la voragine dal mille miliardi del PIL italiano di certo non può dipendere dai quattro ‘spiccioli’ (milioni di euro) che vanno in malora per le prebende dei politici.

Il problema sono i ‘miliardi di euro’ che spendiamo ogni giorno per servizi malandati e tutele che neanche in Svezia se le sognerebbero.

In prima fila, tra i servizi spreconi, iniqui e malandati troviamo il sistema pensionistico pubblico, che – cosa nota a tutti orma – de facto regala quasi 10 miliardi di euro all’anno ai pensionati di fascia alta (over 3.000 euro mensili), visto che la stessa INPS ha dovuto ammettere di recente che la contribuzione effettiva di lor signori è molto lontana da ammortizzare l’ingente spesa.
Miliardi di euro ai quali si aggiungono, ad esempio e non solo, il buco di circa cinque miliardi ereditato dalle casse prvidenziali dei dirigenti per tramite dell’INPDAP.
Non deve stupire se l’INPS registri una perdita di circa 12 miliardi annui nè dobbiamo meravigliarci se pian piano l’ira verso la riforma Fornero serpeggia tra tutti coloro che abbiano versato finora 15 o più anni di contribuzione.

In seconda fila abbiamo una pletora di dipendenti pubblici e semipubblici di cui davvero non sappiamo che farcene.
Si parte dall’istruzione dove – sulla base di 1000 alunni per istituzione scolastica – basterebbero 4-5.000 dirigenti scolastici e, invece, ne abbiamo il doppio. Oppure i docenti, che dieci anni fa erano forse 700.000 ed oggi quasi un milione, mentre gli alunni iscritti son calati ed il numero di maschi adulti non diplomati era, è e sarà all’incirca il 70% dell’intera forza lavoro.
E si arriva all’Università, che ha dimensioni elefantiache, nonostante il nostro paese sia il fanalino di coda dell’OCSE in quanto a numero di laureati (15% circa), specialmente se consideriamo solo quelli scientifici (5-7%).

Andando agli apparati ministeriali e degli enti locali, stracolmi di sessantenni subinformatizzati tutti al massimo della carriera e largamente incapaci sia di usare un computer decentemente sia soprattutto disavezzi all’efficienza oppure un esercito di laureati che senza aver mai studiato un rigo di matematica o di project management vengono reclutati per quantificare e gestire tagli. Quanto danno abbiano arrecato all’Italia queste persone ed i sindacati che li tutelano è impossibile dirlo, ma basta ricordare che un qualunque certificato che ‘ritorni indietro’ o ‘non sia necessario’ provoca dei costi a catena esorbitanti per la P.A., per le imprese e per i cittadini.

C’è la macchina del welfare gestita da Comuni e Regioni, che ci costa un occhio della testa con i risultati che conosciamo.  Milioni e milioni di italiani ai quali diamo casa, esenzione e sussidio/cassa integrazione, senza neanche verificare se in realtà lavorino in nero e, in caso di famiglie allargate, se abbiano altri redditi. Senza neanche chiedere loro – non in un anno, ma in un decennio – di frequentare corsi di formazione o di ‘restituire’ una parte del benefit erogato collaborando in servizi socialmente utili. Ormai, a parlare di case popolari, ci troviamo dinanzi a case ‘tramandate’ di bisnonna a pronipote … e, parlando di onlus, troviamo troppi volontari che ne hanno fatto dei rimborsi spese un primo o secondo lavoro esentasse.

E c’è il comparto trasporti. Quello che vede Genova in ginocchio per gli scioperi, sommersa dall’immodizia non raccolta con Beppe Grillo e Andrea Gatto, sindacalista della Faisa/Cisal, che sbraitano contro le privatizzazioni. Anzi, ad essere esatti, Grillo parla di ‘lotta all’ultimo sangue’ e i sindacati di ‘scintilla di un incendio che si espanderà in tutta Italia’.

L’idea balzana è che, in un paese con un debito ed un deficit pubblici come il nostro, «le autostrade, il gas, i trasporti, l’acqua sono un bene pubblico e nessuno deve arrogarsi il diritto di venderli ai privati».
Balzana perchè autostrade e energia sono già private: sono delle società per azioni, il non plus ultra del ‘Capitale’. Balzana perchè se l’azienda trasporti di Genova sta per fallire, la questione è del tutto ovvia: i prezzi dei biglietti sono troppo bassi.

L’idea eversiva è che, in un paese democratico e ultragarantista, dove si viaggia in autobus sottocosto, accada che “la città è rimasta a piedi, prigioniera dell’ingorgo provocato dallo sciopero selvaggio degli autisti, non un bus è uscito dalle rimesse. Poi buona parte dei 2300 dipendenti Amt ha dato l’assalto a Palazzo Tursi, aperto di forza le porte del Consiglio comunale, invaso l’aula rossa, intonato cori di «dimissioni», interrotto la seduta e l’intervento del sindaco. Infine un gruppetto ha cercato di colpire il primo cittadino. Doria è stato scortato fuori dall’aula dai vigili, nel tafferuglio un vigile è caduto e si è rotto un dito, altri quattro (fra cui una vigilessa) sono andati al pronto soccorso.” (Corsera)
Non a caso, per garantire il regolare svolgimento dei lavori comunali s’è dovuto ricorrere alla forza pubblica e, come ha precisato è stato il Prefetto di Genova, Giovanni Balsamo: «Dobbiamo preservare la democrazia. Fare uno sciopero a oltranza è da irresponsabili. La tollerabilità di una protesta scende man mano che passa il tempo e il disagio per i cittadini cresce. In questo caso la tollerabilità è scesa a picco».

Il tutto mentre Roma era assediata e completamente bloccata da un migliaio, forse meno, di NO TAV, precari, occupanti di case eccetera, che hanno assaltato ben due sedi di partito. E mentre, come da quarant’anni le solite scuole superiori erano occupate e di far lezione sul serio se ne riparlerà a gennaio, che Natale è alle porte ed il futuro del paese può attendere. Ovviamente, gli occupanti saranno men che cinquanta di media per scuola, mentre i loro compagni che saltano le lezioni saranno almeno 6-800 …

Dunque, se qualcuno stesse cercando l’Alba Dorata italiana – ovvero la giunzione tra pubblica amministrazione intoccabile e movimenti di protesta irresponsabili e violenti – eccola trovata. In Grecia ammantata di nero ed in Italia – oggi come negli Anni ’70 – con la bandiera rossa in mano, come quella degli operai FIAT che sono rimasti al lavoro – ope legis – dopo aver bloccato l’impianto e messo a rischio la sicurezza.

Cose che accadono solo in Italia. Enrico Letta si è detto dispiaciuto, ma son lacrime da coccodrillo.

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P.S. Esiste un’Alba Dorata italiana?
La domanda giusta è: perchè i promotori dello sciopero selvaggio e illegittimo dei bus genovesi non sono stati denunciati per interruzione di pubblico servizio? Perchè le scuole che non denunciano gli occupanti non vengono perseguite per omessa denuncia? Perchè vengono autorizzati sit in e cortei i cui stessi organizzatori preannunciano atti illegali e non c’è verso di arrestarli in flagranza?

Come può accadere che un organo democratico come lo è un Comune, una Regione, un Parlamento, o peggio delle scuole che con la politica nulla hanno a che fare, vengano assaltate, occupate, assediate da sparuti gruppi di facinorosi se – nel pieno dei suoi poteri ed in nome del popolo italiano – determinano strategie aziendali e piani di rientro?
Quale parte della Pubblica Ammistrazione italiana de facto avalla quelli che protestano con violenza, bloccano intere città, assaltano partiti e consigli comunali e che, come da statistiche, possono contare su una sostanziale impunità?