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Cosa si aspetta davvero da noi l’Europa?

5 Feb

Se l’Europa «festeggia» il suo quarto anno fuori dalla crisi, per l’Italia è il sesto anno che la Crisi incombe su tanti.

La nostra crescita è tornata con il segno più solo nel 2015 (+0,8%), l’ inflazione ancora sull’orlo della recessione con un +0,1% del 2015, Intanto, il PIL medio della UE vede un +1,9% quest’anno e +2,1% l’anno prossimo, mentre il nostro raggiungerà un misero +1,4% tra quest’anno (+1,4%) e il prossimo anno.

Una ripresa ‘annunciata, ma non pervenuta’ che ha dato qualche segno positivo solo grazie alla disponibilità delle famiglie ad incrementare i consumi dopo il calo dei tassi d’interesse e del prezzo del petrolio, oltre ad un punticino di minore pressione fiscale.
Se lo o,5 a molti può sembrare poco, ricordiamo che in 4 anni – parlando di soldi e di imprese – lo stacco progressivo dagli altri paesi UE in crescita potrebbe risultare anche al 10% …

Non potrebbe essere altrimenti, se la spesa pubblica è aumentata dell’1% nel 2015 – nonostante i pesanti tagli e oneri che subiamo – e aumenterà di tanto anche nel 2016.
Risultato? Il deficit è stimato in crescita all’1,5% così come il debito pubblico al 132,4%.

E le cose non andranno meglio se il commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici, sull’economia dell’Eurozona avvisa che «a livello mondiale dobbiamo constatare che le prospettive di crescita si sono deteriorate, in particolare in Russia, Brasile e Cina, dove vediamo un rallentamento progressivo e controllato» e Marco Buti, direttore generale della Direzione Affari economici della Commissione Ue sottolinea che «l’arrivo di un numero senza precedenti di migranti» nel territorio dell’Ue ha prodotto un «sorprendente rialzo» della spesa pubblica.

Dunque, abbiamo perso il treno della ripresa. E’ un fatto.
Ma perchè?

Certamente una classe politica, burocratica e mediatica di ‘letterati’ anzichè di ‘tecnici’ non è di grande aiuto per uscire da una crisi rapidamente, come non ci aiuta che gran parte della popolazione non abbia conseguito gli studi superiori e peggio ne viene la nostra mentalità che ci impone di ‘sempre tollerare e mai esigere’ da queste persone.
Sarà per questo che i cervelli solitamente scappano all’estero o comunque non vengono non vincono i concorsi nè vengono candidati o eletti.

Ma il vero guaio sta altrove: pensioni (37,85%), sanità (13,39%), pubblico impiego (13,66%) che superano il 55% della spesa totale equivalente ad oltre il 70% del PIL annuo.

Spese che rappresentano una seria anomalia in un bilancio statale:

  1. le spese di Amministrazione Generale (pubblico impiego) sono del tutto eccessive, se consideriamo che costa più dell’Istruzione (7,61%) e la Difesa (2,42%) messe insieme. O si taglia l’amministrazione oppure è evidente che sottofinanziamo scuole e sicurezza, come le cronache confermerebbero;
  2. le pensioni che vertono direttamente sul bilancio statale – per norma internazionale e generale – dovrebbero essere solo quelle ‘sociali’ o ‘per salute‘, mentre quelle che derivano da contribuzione da lavoro sono da affidarsi a public companies o privati in regime di concorrenza, come l’Europa avrebbe sentenziato per l’Italia e l’Inps da molto tempo ormai. A parte c’è un sottostima dell’effettivo invecchiamento dei lavoratori – cioè flessibilità – nella previsione delle riforme Amato-Dini e l’errore di rivalutazione in euro per le pensioni più alte,ma … un istituto privato non avrebbe mai potuto arrivare ad una tale distorsione
  3. anche per la sanità vige la stessa norma internazionale … fu per questo che Romano Prodi cercò di ‘trasformare’ i nostri policlinici e le nostre USL in aziende ‘private’. Sappiamo anche come è finita … ma pochi sanno che il prelievo del 9,9% dal reddito costa ad ognuno molto di più (ben 220 euro mensili per chi guadagna la miseria di 25mila lordi)  di quanto spenderebbe in USA per una assicurazione salute-vita.

In parole povere, se collocassimo le pensioni e la sanità nelle ‘caselle giuste’, come per miracolo il nostro debito scenderebbe dal 132% in incremeno a circa il 95% in decremento, i nostri Titoli di Stato andrebbero a ruba, tutte le banche ritornerebbero in salute, la Giustizia troverebbe il metodo per rendere i processi brevi e la legge certa e prevedibile, ci sarebbero i soldi per creare lavoro e consumi finanziando istruzione, sicurezza, difesa, ambiente e welfare …

Ah già, dimenticavo, allo stato attuale spendiamo l’1,34% per la Cultura e i servizi ricreativi, lo lo 0,9% all’Ambiente, 0,65% per lo Smaltimento rifiuti e 0,15% per le Telecomunicazioni (nel 1996 la spesa era dello 0,55%) … per questo intere cittadine sono senz’acqua, abbiamo munnezz e degrado ovunque, ogni tanto frana qualcosa, i giovani hanno solo le movide per incontrarsi e su internet la presenza istituzionale è risibile.

Come salvare l’Italia, visto che dopo quattro anni di ripresa altrui, «a livello mondiale dobbiamo constatare che le prospettive di crescita si sono deteriorate» e tra poco arriva qualche de-rating disastroso?

Rifomando le pensioni e la sanità in modo da poter, poi, riformare il comparto assicurativo e liberare il bilancio pubblico da spese improprie.

Mettere i conti a posto – iniziando almeno ad iscrivere le somme nelle ‘caselle giuste’ – questo è quello che l’Unione Europea si attende da noi dal 2010, mica il salvataggio delle banche e delle caste che Mario Monti e parte del PD stanno attuando in nome dell’Europa.

Ed era il 1999 quando Marco Pannella con i Radicali propose i referendum su sanità, sostituto d’imposta e pensioni”, dato che la misura era già colma allora.
Ovviamente i referendum furono boicottati dalla partitocrazia mediatica e non raggiunsero i quorum.

Quella fu la prima occasione di cambiare l’Italia con un voto per gli attuali quarantenni. Chissà se se lo ricordano oppure dovranno ricordaglielo i mercati tra qualche mese?

Demata

 

Venti anni di profughi e … di guerre

4 Set

Il ‘core’ della crisi cinese è l’apertura agli investimenti stranieri, un tasto abbastanza dolente per la Cina, memore sia della Guerra dell’Oppio anglo-americana sia della Manciuria giapponese. Allo stesso tempo è inevitabile e potrebbe essere perseguita fuori dalla Cina, con joint ventures in Africa, in Asia e, forse, nell’Europa greco-balcanica.
L’alternativa è il profilarsi di conflitti di macro-area in Africa con effetti ‘benefici’ sulla produzione industrial-militare occidentale.
Meglio la prima, più probabile la seconda se la Cina non fa presto, ma in ambedue i casi il ‘profitto’, la ‘produzione’ e i ‘consumi’ sarebbero assicurati.

Oggi gli USA avvisano il mondo che ‘la crisi migratoria durerà 20 anni’ e l’Unhcr ha lanciato un appello per la ripartizione di almeno 200mila richiedenti asilo in Unione Europea nell’immediato.

Non ci vuole la sfera di cristallo per prevedere che anche per i prossimi 20 anni in buona parte si tratterà di profughi dall’Africa e dal Medio Oriente in fiamme … con effetti ‘benefici’ sulla produzione industrial-militare, sul ‘profitto’, sulla ‘produzione’ e sui ‘consumi’.

Demata

Pensioni, le soluzioni ed il coraggio della semplicità

3 Giu

Fatte le elezioni regionali e festeggiato il 2 giugno, il Governo italiano si ritrova al capolinea di quel welfare e di quelle pensioni, che Monti, Mastrapasqua e Fornero vollero.

Un termine inderogabile per tanti e troppi motivi, ma soprattutto uno: lo stallo.
Infatti, attualmente nessuno sa dire ‘quando andranno in pensione’ i milioni di lavoratori over55, che si ritrovino con 35 o 40 anni di contributi.

Non solo una questione di iniquità, come quella delle pensioni ‘retributive’ mantengano la stessa progressività di quelle ‘contributive’.
La quaestio è che tra agevolati, esodati e rinviati ad libitum non c’è più nessuno che sia in grado di dare conti e previoni finanziarie sul sistema previdenziale italiano … è questo non va certo bene, se pensiamo che per l’Europa l’Inps non è altro che un’enorme compagnia assicuratrice, praticamente una banca.

Una Allgemeine (un)Versicherung, che – essendo in stato fallimentare – ha ben pensato di ricorrere alla prassi di trattenere i fondi versati dai ‘clienti’.

Età Pensionabile Mondo

Come se ne viene fuori? Seguendo l’esempio del resto d’Europa, che, pur fissando l’età pensionabile a 67 anni, ha anche previsto ‘qualche’ correttivo …

  • Austria: pensioni ridotte del 4,8% per ogni anno anticipato rispetto all’età pensionistica standard, con un massimo di penalizzazione del 15%
  • Francia: pensioni ridotte, in proporzione all’età e ai contributi versati, a partire dal compimento del 60esimo anno di età
  • Spagna: pensioni ridotte a partire dal compimento del 60esimo anno di età e contribuzione minima di 33 anni. Part time per chi è prossimo alla pensione
  • Germania: pensioni ridotte del 3,6% per ogni anno di anticipo alla Quota 108 (63 anni e 45 anni di contributi). Per gli invalidi oltre il 50% l’età pensionabile è ridotta a 60 anni.

In sintesi, andiamo a rilevare che:

  1. l’età pensionistica standard italiana è adeguata (67 anni) come lo è il termine contributivo (44 anni): il problema è nell’enorme conflitto di interessi esistente tra Inps e Stato italiano
  2. l’anticipo pensionistico per gli invalidi è – da noi e solo da noi – considerato uno spreco: altrove – dove le assicurazioni coprono vecchiaia, lavoro e salute – ci si accorge che è un risparmio (per Sanità e Welfare)
  3. la flessibilità – part time o anticipo pensionistico – per chi abbia superato la Quota 96 è vista come una regalia: meglio tenersi al lavoro fino al 2023 dei sessantenni ultrademotivati od iperabbarbicati?

Senza scervellarsi troppo e tenuto conto sia che la finanza europea è qualcosa di sovranazionale sia che i sindacati hanno il loro peso, basterà (basterebbe) ‘copiare’ un po’ di parametri dagli altri:

    • pensioni d’anzianità: Quota 110 (es. 67 età + 43 contributi)
    • pensioni anticipate con penalizzazione del 4% annuo: Quota 100 (es. 58 età + 42 contributi)
    • invalidi e usuranti con penalizzazione del 2% annuo: Quota 95 (es. 57 età + 38 contributi)
    • pensioni ‘retributive’ già in erogazione: collocazione fino ad esaurimento in un Fondo a controllo pubblico

I soldi ci sono, basti pensare che un milione di pensionandi con decurtazione del 40% del TFR lasciano in cassa decine e decine di miliardi … per non parlare dell’attivo che si troverebbe l’Inps se le correnti pensioni ‘retributive’ fossero collocate in un Fondo apposito.
Vedremo se Tito Boeri avrà quello che finora è mancato: il coraggio di fare qualcosa di ‘normale’.

popolazione Titolo di Studio Mondo

Forse Monti Fornero e Mastrapasqua non lo ricordano, come non lo ricordano oggi Camusso e Poletti, ma l’Europa non chiede solo l’aumento al 75% degli occcupati tra i 20 e i 64 anni d’età, cosa ben diversa da quella proclamata (e fatta) in Italia finora.
L’Unione Europea – nella ‘Strategia Europa 2020’ – richiede sia l’incremento dei laureati al 40% sia il miglioramento delle condizioni di lavoro, una più adeguata gestione dell’età e la promozione della capacità lavorativa durante l’intera vita lavorativa.

Demata

Prodi presidente? Tanti motivi per dire di no

15 Dic

Fassina nel salotto buono di Lilli Gruber sostiene la candidadura di Romano Prodi, come sostituto di Giorgio Napolitano; Giachetti, un’ora dopo, reesta possibilista.

Eppure di motivi (ottimi) per escludere una ‘presidenza Prodi’ ce ne sono. In un altro post si raccontava la sua biografia estesa, ricordiamo in pochi punti perchè proprio sarebbe inopinabile una tale candidatura.

Romano Prodi, al suo primo incarico manageriale nei primi Anni ’70 come presidente della Maserati e della società nautica Callegari e Ghigi, due imprese in difficoltà gestite dall’istituto finanziario pubblico GEPI, fu ‘de facto’ l’inventore della famigerata ‘cassa integrazione’. Una vicenda di cui scriveva Adriano Bonafede (Miliardi nel pozzo Gepi, La Repubblica, 8 gennaio 1988), raccontando che “a posteriori è possibile attribuire a GEPI un notevole ruolo nello sperpero di risorse pubbliche e nel ritardo infrastrutturale italiano, dato che  solamente per la Innocenti, nel decennio tra il 1976 e il 1986, erogò contributi per l’astronomica cifra di 185 miliardi di Lire.

Nel 1982, Romano Prodi ottenne la presidenza dell’IRI, Istituto per la Ricostruzione Industriale, dove verrà successivamenre richiamato nel 1993: la produzione e la capacità manifatturiera del Meridione venne dimezzata,  dismettendo ben 29 pregiate aziende del gruppo, tra le quali l’Alfa Romeo, Finsider e Italsider, Italstat e Stet, Banca Commerciale, Rai, Alitalia, Sme, con drammatici tagli occupazionali gestiti tramite generosi prepensionamenti, che ancora oggi gravano sul nostro PIL,  azzerando le attività portuali ed industriali di una città come Napoli e provocando il crash del Banco di Napoli, con lo stop degli interventi straordinari nel Mezzogiorno e la canalizzazione su banche settentrionali dei fondi europei.

Come Presidente del Consiglio, Romano Prodi è stato artefice dell’entrata nell’Euro e dell’adeguamento delle pensioni in Lire, che oggi si sono rivelati disastrosi. Inoltre i suoi governi hanno promulgato le quattro norme sulla Sanità che oggi – anni dopo – si conclamano incapaci sia di contenere gli sprechi sia di incidere sulla malasanità sia garantire trasaprenza come sanno i cittadini delle Regioni con Irperf maggiorata. A Romano Prodi dobbiamo anche ascrivere la blindatura dei contratti di lavoro del pubblico impiego, nel 2007, e le norme che hanno causato /permesso il vero e proprio saccheggio che le casse previdenziali ex Inpdap hanno subito prima di essere fagocitate dal Inps.

Ma, soprattutto, Romano Prodi non può fare il presidente della Repubblica – non in un’Italia che volesse ‘cambiare’ – se Il Manifesto del 14 agosto 2004 titolava”Li fermeremo in Libia. Accordo con l’Italia per blindare frontiere e mari. Prodi si congratula con Gheddafi“ e  se Der Spiegel scriveva non troppi anni fa sui presunti legami nel ruolo di consulente per il leader kazako Nazarbayev, per non parlare dell’inchiesta Why Not su una presunta ‘loggia sammarinese’ poi finita archiviata.

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F35, un flop annunciato: miliardi sprecati mentre si tagliavano pensioni e welfare

4 Lug

Era il 3 gennaio 2012 quando questo blog spiegava (link) perchè gli F35 erano un flop annunciato e perchè si ‘dovevano’ fare.

Tutta la storia inizia nel 1996, quando gli USA (e la NATO) avviarono il progetto di un caccia a lungo raggio con complete caratteristiche Stealth, tra cui la capacità di trasportare l’armamento in stive interne e sistemi elettronici capaci di inibire la difesa a terra: un nuovo velivolo “invisibile” da usare nella fase del “first strike”, quando le difese nemiche sono complete ed attive.
Nel 2001, il progetto Lockheed X-35 fu dichiarato vincitore e veniva avviato il programma definitivo con la sigla F-35 JSF (Joint Strike Fighter), con un costo di produzione per ciascun esemplare inizialmente valutato intorno ai 40 milioni di dollari.

Inizialmente, era prevista una produzione di circa 3.000 velivoli per USAF/US Navy/USMC e di altri 2.000 per i vari partner internazionali (fonte http://www.aereimilitari.org) tra cui l’Italia che doveva partecipare come “partner di secondo livello”, allestendo una linea di costruzione e assemblaggio, da cui sarebbe uscita buona parte degli F-35 destinati all’Europa e ad altre nazioni, come Turchia ed Israele, tra cui solo venti F35 destinati all’Italia.

Un piatto ricco e, così, accade che il 28 maggio 2007, presso il ministero della Difesa a Roma, con l’incontro tra il presidente della Provincia di Novara, Sergio Vedovato, e il sottosegretario alla Difesa, Lorenzo Forcieri, per determinare l’insediamento presso l’aeroporto militare di Cameri (NO) della linea di assemblaggio degli aerei F35 Joint Strike Fighter.

C’era il Governo Prodi, con i piemontesi Damiano, Livia Turco, Bertinotti e Ferrero ai massimi vertici del potere, e, dunque, non c’è davvero da chiedersi perchè andò a Novara quel progetto industriale in cui si investì un milione di euro di denari pubblici, poi lievitati, sembra, ad oltre cinque.
Una marea di soldi e di lavoro che deve andare a beneficare l’indotto piemontese, azzerato dalla crisi dell’auto e del tessile. Non a caso, Maria Luisa Crespi, il sindaco di Cameri, dichiarò «grazie all’iniziativa della Provincia, da oggi saremo in grado di dare risposte ai nostri cittadini» e, come confermò il sindaco di Bellinzago, Mariella Bovio, «sono importanti le garanzie occupazionali per un territorio come il nostro che vive una grave crisi nel settore tessile».

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I primi dubbi sul’aereo e sugli investimenti si palesarono nel 2009, quando i costi da 40 iniziali erano schizzati prima a 62 e poi oltre i 100 milioni di dollari di media per aereo.
Come riportato da Stato-Oggi, “il raddoppio dei costi, dagli originari 65 milioni di dollari ad esemplare, ha indotto alla prudenza il governo italiano” e “il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, al salone aerospaziale di Farnborough, riferendosi al programma, ha aggiunto: “Siamo molto cauti, stiamo verificando”.

Cautela massima, se, agli inizi del 2011, il Washingon Post annunciava la necessità di ricapitalizzare del 20% (10 miliardi di dollari) sperimentazione e progettazione, di cui la metà “resasi necessaria per alleggerire l’aereo, dato che volare a pieno carico inficia le performance chiave del velivolo“. Per non parlare, sempre agli inizi del 2011, della conferenza stampa  tenuta dal segretario alla Difesa americano, Robert Gates, che precisava che, “se non riusciremo a mettere a posto questa variante (ndr. la versione a decollo corto e atterraggio verticale – STOVL) in questo arco di tempo e rimetterla in carreggiata in termini di prestazioni, costi e tempi, allora credo che dovrebbe essere cancellata.”

Infatti, le commesse per la fabbrica di Novara vennero progressivamente ritirate, prima quella dei 85 F-35A per la Koninklijke Luchtmacht olandese, poi si defilarono la Flyvevåbnet danese e la la Kongelige Norske Luftforsvaret norvegese,  poi addio a 116 F-35A per la Türk Hava Kuvvetleri ed a 150 F35B per la Royal Air Force britannica che preferì optare per gli F-35C con decollo a catapulta modificando le proprie portaerei.
Intanto, il governo Berlusconi non dava il placet per la sessantina di F35 previsti oltre la prima trance di 22 F-35B per l’Aviazione Navale italiana, già ordinati, e aveva tagliato una commessa di 2 miliardi di Euro per 25 Eurofighter (Aeritalia/Finmeccanica), azzerandone la terza trance.

Subito dopo, per altre congiunture, lo spread dei titoli di Stato salì a dismisura, la colpa venne addebitata al governo in carica e subito dopo Mario Monti – che aveva tagliato qualunque spesa pubblica e anche un tot di aspettativa in vita di qualcuno – trovò decine e decine di milardi per avviare le trance in sospeso degli  F35 per l’Aereonautica Militare e aggiungerne anche una quarantina in più, visto che i costi industriali a Novara sarebbero esplosi senza le commesse nordeuropee.

Fu così che da 22 caccia per la Marina arrivammo ad un programma di aerei da combattimento che trasformava l’Italia nella terza potenza NATO per quanto relativo i caccia d’attacco con copertura Stealth ed il quinto paese del mondo (dopo USA, Gran Bretagna, Russia ed Israele)  per capacità di “first strike”, mentre la Cina Popolare aveva davanti a se almeno altri 15-20 anni dal creare un’aviazione militare temibile.

”Joint Strike Fighter e’ il miglior velivolo areo-tattico in via di sviluppo. Un areo di avanzata tecnologia che e’ nei programmi di ben dieci Paesi. E’ una scelta che permette di ridurre da tre a una le linee aero-tattiche. Consentira’ una straordinaria semplificazione operativa dello strumento militare”. (Ministro della Difesa Amm. Di Paola – fonte Vita.it 28-02-2012)

Una scommessa risicata basata sulla capacità dei progettisti di pervenire ad un aereo affidabile ed efficace, dopo che, non appena realizzato il prototipo industriale nel 2009, ci si era resi conto che qualcosa era andato storto nel concept stesso del velivolo.

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Intanto, mentre in Italia la grande stampa eludeva la querelle, ma saggiamente qualcuno iniziava a sospendere le commesse, il Washington Post raccontava di diversi incidenti tra cui quello di una perdita d’olio in volo, fino al grave incidente dei giorni scorsi, con un aereo che ha preso fuoco e perso pezzi  durante il decollo dalla base di Eglin, in Florida, e il Pentagono che mette a terra tutti gli F-35.

 

E siccome al peggio non c’è mai fine vale la pena di chiarire qualcosa sulle commesse che Mario Monti volle a tutti costi con miliardi che ci avrebbero permesso di pensionare e rilanciare l’occupazione.

L’Italia ha in programma di acquistare fino a 60 esemplari del modello A a decollo da terra e 30 del modello B a decollo verticale, per la portaerei Cavour (fonte La Repubblica), visto che il Trattato di Armistizio – quello della II Guerra Mondiale – ancora oggi non ci consente di avere portaerei a catapulta.

Il ‘peggio’ è che la variante F-35B, quella a decollo verticale, fino all’anno scorso non c’era, non funzionavano i prototipi. Il primo test di decollo con successo è stato effettuato solo il 10 maggio del 2013 al NAS Patuxent River, nel Maryland.

Ebbene, quando nel 2011 e 2012 le Leggi finanziarie andarono a prevedere assegnazioni di miliardi per gli F35-B, i prototipi di quei velivoli neanche si alzavano da terra, pardòn dalla tolda.
Soldi spesi o tenuti fermi  mentre, in nome della lotta agli sprechi, un premier non eletto – Mario Monti – negava spietatamente diritti assistenziali e previdenziali a persone anziane e malate.

Sprechi.

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Si fosse pervenuti ad un investimento teconologico e occupazionale, parleremmo dei danni collaterali della ristrutturazione del capitale – e passi pure – ma non si può transigere su chi ha sprecato denari e angariato i deboli per un aereo che non ci sarà e uno stabilimento di Cameri che rischia di andare in cassa integrazione prima ancora di aver avviato per intero la linea di produzione.

Forse è per questo motivo che i nostri media hanno finora evitato di parlare del flop F35: sarebbero la prova conclusiva di un fallimento generale delle politiche attuate da Mario Monti, oltre che un ulteriore lato oscuro su come si sia pervenuti alla sua nomina a senatore a vita prima e a premier dopo.

Se i soldi impegnati per un aereo che non c’è – frutto della reverenza di Mario Monti verso ‘certa sinistra elettoralmente utile’ e del tutto scollegati sia dal salvataggio delle banche sia dalla questione Finmeccanica – fossero stati destinati al turn over generazionale e alle imprese, avremmo avuto la dura recessione italiana, il crollo del PIL e lo sbilanciamento dell’Eurozona?

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La Lira e l’Euro: come andavano effettivamente le cose 20 anni fa?

21 Mag

Salvini (Lega) e Scalfarotto (PD) litigano su La7 per l’Euro, la Lira e i belli o brutti tempi di una volta: hanno ragione ambedue e torto ambedue.

Il problema è semplice: sono ambedue troppo giovani e, grazie alla disinformazione mediatica in cui sono cresciuti, non sanno bene ambedue di cosa parlino o, quanto meno, non danno il giusto peso ai fatti storici.

Salvini racconta di una lira forte, autonoma, e di un’Italia che era arbitro dei propri destini. Tutto vero, ma quella è la lira italiana degli Anni ’80 all’interno del sistema monetario europeo, detto anche SME, entrato in vigore il 13 marzo 1979 e sottoscritto dai paesi membri dell’allora Comunità Europea, che bloccava la fluttuazione della lira entro il 6%.

Scalfarotto parla della lira pre-1980, in balia di se stessa e dell’inflazione, e non denuncia che lo squilibrio insostenibile delle pensioni italiane odierne deriva anche e soprattutto dalla dinamica svalutazione-inflazione di quegli anni che erose i contributi pre-1980.

Ambedue non dicono che dal 1979 venne introdotto lo Sme che, nel caso di eccessiva rivalutazione o svalutazione di una moneta rispetto a quelle del paniere, prevedeva come il governo nazionale dovesse adottare le necessarie politiche monetarie che ristabilissero l’equilibrio di cambio entro la banda.
Obbligo ‘ferreo’ che è venuto meno, con i risultati che conosciamo, da quando lo Sme cessò di esistere, il 31 dicembre 1998, con la creazione dell’Unione economica e monetaria. Il sistema prescriveva anche che ogni Stato membro conferisse a un fondo comune il 20% delle riserve in valuta e in oro.

Utile ricordare che lo Sme resistette egregiamente alle turbolenze dei cambi del 1992, ma ciò avvenne perchè l’Italia fu costretta ad una amara patrimoniale e ad uno gravoso adeguamento dei mutui, a causa del proprio debito pubblico e dell’incapacità a risanarsi ed innovarsi delle nostre istituzioni e amministrazioni.
Ricordiamo anche che quella – insieme alla conclusione degli accordi di Yalta – fu la causa della fine della Prima Repubblica.

Dunque, euro o lira, qualsiasi governo italiano dovrà adottare le necessarie politiche monetarie di l’equilibrio del cambio entro i valori di mercato e qualunque svalutazione avrebbe effetti devastanti sulle pensioni future e sui mutui-casa.

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Fondo di Redenzione Europeo, arrivano gli Eurobond, ma c’è a chi non piace

12 Mag

Si inizia a parlare del European Redemption Fund (sigla RF o ERF), il così detto Fondo di Redenzione Europeo, che sarà il primo impegno dell’Unione Europea nel dopoelezioni, secondo la sequenza di interventi anticrisi decisi dall’Assemblea plenaria di Strasburgo nel luglio 2012.

Come ben descriveva il Sole 24 Ore del 13 Luglio 2012, “la plenaria di Strasburgo ha approvato con larghissime maggioranze i testi del ‘two pack‘, i regolamenti per l’ulteriore rinforzo della governance europea con sorveglianza di bilancio dei Paesi a rischio e valutazione dei budget annuali che il Parlamento europeo ha emendato inserendo strumenti per la crescita come Eurobond, fondo di riscatto e fondo per la crescita.” È stato invece bocciato l’emendamento presentato dai socialisti per la golden rule per lo scorporo degli investimenti produttivi dal deficit.

Stiamo parlando dei regolamenti presentati dalla Commissione Europea per integrare il “fiscal compact” e il “six pack” per la governance economica, a cui il Parlamento aggiunse, rispetto alla proposta della Commissione europea:

  1. l’obbligo di «armonizzare» l’emissione del debito;
  2. una roadmap per gli ‘stability bonds’;
  3. la mobilitazione di circa l’1% del PIL ogni anno» ovvero 100 miliardi l’anno «per un periodo di dieci anni» tramite Project Bond;
  4. un ‘fondo di riscatto« (Erf, European Redemption Fund) cui i paesi conferiscono la parte di debito eccedente il 60% del rapporto sul pil per il rimborso in 25 anni.

In due parole, circa 1.500 miliardi di euro di debito pubblico italiano verrebbero trasferiti nelRedemption Fund, dove saranno convogliate anche tutte le eccedenze di debito pubblico degli altri Stati dell’Eurozona, inclusi quelli come la Germania (debito all’80% del PIL).

Un fondo venticiquennale del genere offrirebbe buone garanzie agli investitori e permetterebbe di ‘spalmare’ il debito con interessi bassissimi. Praticamente, all’Italia l’European Redemption Fund ‘costerebbe’ una sostenibilissima ‘rata’ di 100-150 miliardi annui.
Inoltre, non più gravati da tale fardello, le risorse dissipate per interessi e deficit andrebbero a beneficio della nazione, come minore fiscalità, più welfare e infrastrutture eccetera eccetera.

Tutto bene, anzi, benissimo?

No. Di peggio in peggio.

Infatti, se il Redeption Fund è una manovra da manuale se si tratta di risanare debiti e dare ossigeno all’economia, c’è il problema che l’Italia – come tutti a tal punto – dovrebbe assumersi l’impegno di non sforare oltre il 60% del PIL … con una spesa publica che naviga oltre il 100% del PIL.

A dire il vero, si tratterebbe del 75-80% del PIL, se escludesssimo dal computo le pensioni dei lavoratori (non la previdenza sociale) erogata dall’INPS, più interessi e sprechi vari.
Restano circa 200 miliardi di euro, un 15-20% del PIL, che al momento non ci sono, anche risanando la finanza pubblica e destatalizzando l’INPS.

E questo non è un Dogma europeo o una Pretesa tedesca, ma sono i debiti che i politici da noi eletti per 20 o 40 anni hanno accumulato, dilapidando le fortune di una nazione.
Onorare i debiti ed evitare di contrarne troppi dovrebbe essere il minimo per uno Stato come si deve, con la lira, l’euro o altra valuta.

Certo che quei 200 miliardi di minori spese che mancano per portare in equilibrio la nostra macchina pubblica potrebbero essere anche trovati nell’arco di qualche anno, mettendo da parte qualche tabù, magari.
Ad esempio, pensionando in anticipo 1,5 milioni di dipendenti pubblici over60 nel quinquennio, con un turn over del 25-30%, che rappresenta una minore spesa stipendiale annua a regime di oltre 50 miliardi di euro. Se, d’altra parte, la grandissima parte dei servizi è informatizzata ed è, per giunta, gestita da ditte esterne, non si comprende la ragione di un tale mastodontico apparato di lapis e blocchetti …

Allo stesso modo – ma parliamo di buona gestione e non di tagli – potrebbero fruttare qualcosa alla nazione i 50 miliardi di euro annui che spendiamo in ‘diritto allo studio’, che andrebbero meglio gestiti e che dissipiamo in modo disomogeneo tra i territori, per il tempo pieno alle materne ed elementari, nonchè scuolabus, mense scolastiche, interculture, alunni disabili, disagio giovanile, formazione,  e … associazionismo e pro loco, persino le feste patronali e tradizioni locali varie, che sempre ‘kultura’ è.
O la Sanità, la cui spesa andrebbe standardizzata su costi base nazionali e per fattori di rischio locali, visto che si tratta di un comparto assicurativo tipico (come le pensioni) nel quale il sistema pubblico si ostina a ‘deformarne le regole’ dato che detiene una condizione monopolistica.

Il resto dovrebbe arrivare dagli appalti, con una maggiore resa e una durevole manutenzione, dalla concentrazione delle funzioni pubbliche e dalla loro accessibilità per i cittadini via internet, dal rilancio produttivo e turistico del Meridone, dalla lotta alla mafia, all’evasione, alla corruzione politica.

L’European Redeption Fund è un’ottima idea, come lo sarebbe quella (in un paese, l’Italia, superindebitato) di rassegnarsi a dover soddisfare – progressivamente si spera – i fabbisogni finanziari in regime di “pareggio di bilancio”, che, vicerversa, è la pietra dello scandalo per alcuni ‘intellettuali’ e, con loro, M5S e – in parte – la Lega, con i sindacati in prima linea.
Eppure, l’ERP non è altro che i famosi bond europei che tutti cheidevano due anni fa …

Se alcuni aspetti del Fiscal Compact sono scandalosi perchè de facto esautorano i parlamenti di alcune loro funzioni a diretta ricaduta ‘esecutiva’, ciò non toglie che un debito pubblico superiore al 60% del PIL mette il paese in mano agli speculatori.

E noi italiani farcene una ragione, visto che questa storia ‘dei debitucci’ italici (ma non duosiciliani) dura da prima del 1861 …

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L’Europa va alle elezioni mentre le nazioni chiedono più autonomia

24 Mar

Il referendum sull’indipendenza del Veneto, organizzato dai movimenti autonomisti e appena svoltosi, avrebbe visto la partecipazione del 70% degli elettori veneti con un esito “plebiscitario”: 89% di “sì”.
I dati non sono verificabili, ma  li conferma un sondaggio di Demos, condotto tra il 20 e il 21 marzo, in cui poco meno dell’80% si dice favorevole o quanto meno ‘interessato’ all’indipendenza veneta.

In Italia, l’iniziativa è stata ignorata dai media, come sottolinea Ilvo Diamanti su La Repubblica, ma gli osservatori stranieri non l’hanno fatto: c’è “l’esempio” della Crimea, ma ci sono anche le tensioni scoto-gallesi, i baschi e i catalani, i fiamminghi eccetera. E ci sono la Sicilia e la Campania … ovvero le Due Sicilie, dove l’esito di un referendum autonomista ben organizzato sarebbe del tutto imprevedibile.

Europa di Tacito

Intanto, in Francia, le spinte verso uno Stato etico e ‘nazionale’ stanno portando ad una crescita – prima sensibile e oggi dilagante – della ‘vecchia’ destra gaullista e nazionalista, rigeneratasi nelle banlieues e nelle città meridionali sotto le insegne del Fronte Nazionale di le Pen. Paradossalmente, sono loro oggi i maquìs (ndr. partigiani) che resistono all’invasore tedesco … e ai collaborazionisti di Hollande.

Di qui l’ipotesi che l’idea di un’Europa ‘sacro romano impero germanico-napoleonico’ possa essere del tutto desueta e che certi padri fondatori abbiano preso una grossa bufala.

Europa 1811

Fosse solo perchè a dar voce a tutte le spinte autonomistiche o nazionalistiche (ndr. che poi è la stessa cosa) ci ritroviamo quasi esattamente con la cartina del 1400 dopo Cristo …

Europa 1400

Da un lato, c’è l’Europa angioino/aragonese e/o bizantina (Catalogna, Due Sicilie,  Grecia e Balcani) in parte sovrapponibile a quella bizantina (che includeva anche Maghreb, Libano, Turchia e Siria, Bulgaria e Romania) che non trova aspettative e opportunità di crescita nell’attuale Unione Europea. Dall’altro, un’area Germanica che va sempre di più affermandosi, aggregando la Pannonia, l’Illira e il Norico (Venezie, Croazia, Slovenia), la Batavia (Fiandre) e la Grande Polonia (che includerebbe Moldavia, Slovacchia e mezza Ucraina, guarda caso). Dall’altro ancora ci sono i popoli ‘nordici’ (Svezia, Danimarca, Norvegia, Gran Bretagna, le città del Baltico e qualche porto olandese) che in gran parte rifiutano l’Euro e il Fondo Sociale Europeo.

Ovviamente, buona parte di nostri ‘guru’ – i soloni ultraottantenni e i loro fedeli discepoli ultrasessantacinquenni – di tutto questo non sembrano accorgersene e i ‘piani alti’ continuano a spingere l’acceleratore verso qualcosa che non c’è, ma deve assolutamente esserci: gli Stati Uniti d’Europa.

Stati uniti che, a ben vedere, non ci sono in Cina, che è un’unica repubblica ‘popolare’ montata sul preesistente impero, e non ci sarebbero in America, se fosse stato per Thomas Jefferson e Benjamin Franklin (federalisti) come per i confederati – per l’appunto – del Sud e gli ‘annessi’ del Texas, Luisiana e California, senza parlare delle Hawaii, di Portorico, di Panama, di Guantanamo e di Grenada.
Ma, se è per questo, gli old boys delle cerchie che contano non si sono neancche ancora accorti che la Germania – de facto – ha un potenziale e una ‘estensione’ paragonabili o superiori a quello che aveva nel 1936. Gli errori di Obama in Siria e in Crimea ne sono la lampante riprova.

Come non è un caso che, alle soglie delle elezioni europee, non c’è partito che osi avviare una qualche campagna elettorale, figurarsi a sventolare la bandierina azzurra con le stelline in cerchio.

Europa 2014

L’Europa potrà sopravvivere a se stessa solo se si farà macroregione e federazione, con un sistema di bilancio unificato, un costo del denaro modulato ed un sistema lavoro-welfare integrato.

Altrimenti, gli europei si ricorderanno che una patria è meglio di una banca …

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Autunno: arriva il Fiscal Cliff

4 Lug

La sorte che toccherà agli italiani e all’Italia, nel prossimo autunno, è oscura e inquietante: questa è la diretta conseguenza dell’aver rinviato a settembre pressoché tutti i nodi rimasti impigliati dall’estate scorsa, quando il Governo di Mario Monti dovette arrendersi dinanzi alla situazione recessiva, innescata dalle sue scelte.

Una conseguenza, non meno diretta, di alcune decisioni della nostra magistratura, che nell’ultimo mese ha dichiarato illegittime sia il maggior prelievo fiscale sulle pensioni d’oro sia l’accorpamento delle Province, con 10-20 miliardi di economie in meno.

Il tutto, con l’urgenza di provvedere alle elezioni dei consigli provinciali di tutta fretta, con altri costi ed altra casta da foraggiare, mentre la Confidustria scalpita perchè per ripresa e crescita non si vedo nè denari nè intenti e menttre i nostri scellerati sindacati continuano a fare da tappo, se si tratta di privilegi e inefficienze dei pubblici impiegati, come si parla solo di sussidi per chi non lavora e mai di sgravi per le aziende che assumono o premi per chi li merita.
Addirittura, si riesce a sostenere da anni che il disastro istruzione (confermato da un decennio di dati OCSE) sia tutto dovuto ad una spesa per l’istruzione carente, senza porsi il dubbio che il ‘problema’ siano anche gli insegnanti, se anche da paesi poverissimi, ormai, arrivano in Italia giovani più formati dei nostri. Un disastro che è all’origine dei nostri guai, visto che senza istruzione non c’è nè voto consapevole nè professionalità adeguate.

Demata - Fiscal Cliff More Efficiency

Dunque, quello che ci aspetta – al ritorno dalle vacanze che tanti non faranno – è un ‘nuovo’ buco da almeno 10 miliardi di euro, oltre quello che deriva dalla sospensione dell’IMU e IVA e dal costante incremento della spesa pubblica.
Specialmente se i media, molto irresponsabilmente, continuassero a raccontare come successi le elemosine raccattate in Europa dal Governo Letta e continuassero a NON raccontare l’escalation di sfiducia verso l’Italia, che è ormai ben palpabile negli ambienti finanziari, visto che continuiamo a ragionare come se il nostro PIL fosse da 2 miliardi e passa e non di soli 1,6, visto che siamo regrediti al 1977 e che continuano ad incrementare debito e interessi.

Un grosso guaio finanziario, causato da rinvii e sentenze, al quale si assommerà – in fase di rinnovo del credito – il buco da 12 miliardi lasciato al Comune di Roma dalla Giunta Veltroni, i cui asset andranno ricollocati aul mercato mobiuliare, mentre il salasso dell’anticipo Irperf/Ires andrà a ridurre ulteriomente la massa di cash circolante e la propensione al business.
Il tutto mentre il 40% dei mutui immobiliari è  acceso a Roma, una città alla quale potrebbe essere fatale anche il taglio di un mero 10% delle pensioni pubbliche over 3000 euro, con i suoi circa 100.000 ex dipendenti che risiedono in città, come lo sarebbe anche un momentaneo taglio della spesa pubblica, figuriamoci a parlare del 20%, come dovrebbe accadere per rimetterci in sesto. Figuriamoci, poi, a tagliare quel sottobosco di migliaia di politicanti e portaborse che viene alimentato da centinaia di posti in Parlamento superflui, da decine di migliaia di ‘eletti’ nelle province e nei piccoli comuni, da un esercito di ‘nominati’ in enti ed aziende pubbliche.

Una Roma Capitale dove vengono prese tante decisioni, ma soprattutto dove hanno sede tutti gli organismi che fissano le regole del gioco: magistratura, sindacati, ordini professionali, Santa Sede, pubblica opinione.

Difficile ipotizzare che proprio a Roma vengano fissate leggi, regole e tagli che equivarrebbero ad annunciare a 1-200.000 romani la diaspora dell’emigrazione, visto che sarà necessario un decennio per riconvertire mentalità, competenze e distribuzione dei poteri.
Come è difficile credere, ma i miracoli son sempre graditi, che Papa Francesco riesca a bonificare in tempi brevi Curia, IOR e sanità cattolica, con tutti i rapporti inconfessabili che stanno emergendo e che allignano in Italia, dalla Calabria alla Lombardia, non solo in Oltretevere.

D’altra parte, con intere regioni con tassi di disoccupazione giovanile al 40-50%, mentre chiunque sia nato dopo il 1950 è a rischio ‘esodati’, risulta davvero difficile dubitare che solo catastrofi o miracoli saranno l’esito della situazione attuale.

Intanto, gli italiani si stanno convincendo che, oltre ai soliti ladri ed alle schiere di corrotti, il vero problema della governance italiana – non solo della Politica – è che, a furia di far andare avanti raccomandati ed apparentati, sempre compiacenti verso il clero e verso i prepotenti di turno, qui ci ritroviamo con una massa di incompetenti e ‘pervenuti’ ormai dannosi alla sicurezza nazionale e destabilizzanti del sistema occidentale.
La frase, che sempre più spesso si sente nei talk show, “sennò le democrazie europee non tengono”, proprio questo sta a significare.

Dunque, non ne verremo fuori; non seguendo queste vie. Servono scelte coraggiose, servono scelte impopolari, servono scelte eque e sincere. Intanto, l’autunno s’avvicina.

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Senatori, deputati, multinazionali, lobbisti

20 Mag

Senatori e deputati a libro paga di multinazionali e lobbisti per cifre che andrebbero dai 1.000 ai 2.500 euro al mese, più qualche ‘fortunato’ che arriva fino a 5.000 mensili di mazzetta. Questa la denuncia di Le Iene, dopo le rivelazioni di un assistente parlamentare, protetto dal segreto.

Pietro Grasso, presidente del Senato e magistrato, esorta: «Chi sa qualcosa sui parlamentari pagati farebbe bene a denunciare questi comportamenti gravissimi». E, in effetti, la denuncia a ‘mezzo stampa’ c’è e qualche magistrato dovrebbe necessariamente aprire un inchiesta d’ufficio.

I ‘cattivi’ sarebbero, sta volta, le lobbies del tabacco e del gioco d’azzardo, che premerebbero per leggi ed emendamenti a loro favorevoli. Nulla di sorprendente, va così in tutto il mondo e spesso sono finanziamenti legali per le campagne elettorali, facilitati da leggi diverse dalla nostra sul finanziamento dei partiti.
Immediate le voci per la rapida approvazione delle norme anticorruzione, ma è la riforma dei finanziamenti ai partiti quel che serve per contrastare la concussione e l’occultamento dei finanziamenti, come è necessaria una nuova visione delle concessioni governative se si vuole risolvere a monte la questione ‘tabacchi, azzardo, accise, demanio marittimo, Equitalia, Caaf’.

Dunque, il punto non sono le eventuali lobbies del tabacco o quelle dell’azzardo – in gran parte estere, si noti bene – dato che il ‘problema’ vero è che se certi nostri parlamentari si dimostrassero ‘permeabili’ per soli 2.000 euro al mese, figuriamoci quali altre ‘lobbies’ possano esserci in grado di promettere ‘premi’ migliori, in soldoni od in carriere per figli e nepoti.

Se si accettano ‘quattro spiccioli’ per sigarette e gioco d’azzardo, quanti altri (denari, favori o ‘immunità’) potrebbero essere ‘graditi’ per tutelare gli interessi della Mafia o della Casta?

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