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L’Italia e la guerra “ingiusta”

21 Mar

Neanche sono iniziate le azioni militari vere e proprie e già un bel po’ di italiani, tra berluscones, leghisti e sinistre, si lagnano della  guerra,  evidentemente “ingiusta” per definizione.

A quanto pare, questi italiani ed i loro cronisti hanno già dimenticato i bombardamenti sui civili, le sparatorie sui funerali, i rifugiati abbandonati a morire nel deserto, i campi di concentramento, le violazioni dei diritti umani.

Eppure, è da quando il “Capellone” ha preso il potere che accade tutto questo in Libia:  non è cronaca solo di questi giorni.

Allo stesso modo, cronisti e cittadini, trascurano l’elemento essenziale di questa vicenda: l’Italia, appoggiando spudoratamente un cotal energumeno, “ha perso” la Libia come “si giocò” la Somalia.

A questo porta l’avidità dei governi e degli imprenditori, la supinità ed il pressappochismo dei mezzi d’informazione, la faziosità e la creduloneria degli elettori.

Adesso, di fronte le nostre coste, c’è la guerra e siamo comunque coinvolti: non era meglio, non era più “politically correct” non fare affari con un aguzzino e, poi, poter mandare il nostro esercito in aiuto agli insorti libici?

Su quale “guerra ingiusta” lacrimano i nostri salotti buoni?

Eppure, la prima guerra “per il petrolio” fu l’annessione del Regno delle Due Sicilie (1861) da parte dei Savoia, con l’appoggio britannico e statunitense, che “liberò” il Mediterraneo dalla potenza navale italiana (ndr. borbonica). A seguire, il canale di Suez (1869), l’occupazione inglese dell’Egitto (1882), le rivolte fomentate da Lawrence d’Arabia (1916), le rivolte antiottomane e l’autodeterminazione del popolo arabo finita come sappiamo.

Di quale “guerra ingiusta” vogliamo parlare? E, soprattutto, di quale politica italiana nel Mare Mediterraneo?

… i peccati originali non possono scomparire con un colpo di spugna.

Massacri libici, affari italiani

24 Feb

La legge 185 del 1990 sulle esportazioni di armamenti chiede di accertare il “rispetto dei diritti umani nel paese di destinazione finale” e di rifiutare le esportazione di armamenti “qualora esista un rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate a fini di repressione interna”.
“Da quando nel 2004 l’Unione europea ha revocato l’embargo totale alla Libia, le esportazioni di armamenti italiani al regime del colonnello Gheddafi hanno visto un crescendo impressionante: si è passati dai poco meno di 15 milioni di euro del 2006 ai quasi 112 milioni di euro del 2009 (+746%). (Giorgio Beretta, presidente Unimondo)

Secondo i rapporti dell’Unione europea sulle esportazioni di materiali e sistemi militari, nel biennio 2008-2009, l’Italia avrebbe autorizzato forniture italiane di armamenti alla Libia per oltre 205 milioni di euro, pari ad un terzo (34,5%) di tutte le spedizioni di armi dall’Ue (circa 595 milioni di euro).
Va chiarito che, mentre l’Unione Europea, sotto la spinta dell’iniziativa unilaterale di Berlusconi, riconosceva alla Libia una certa “democraticità”, gli Stati Uniti e le ONG indipendenti riportavano l’uso della tortura, gli arresti indiscriminati, le sparizioni.
Come va chiarito che “le autorizzazioni all’esportazione di armamenti italiani nel 2008 hanno superato i 3 miliardi di euro con un incremento che sfiora il 29% rispetto al 2007 mentre le consegne effettuate raggiungono gli 1,8 miliardi di euro. A cui vanno aggiunti i quasi 2,7 miliardi di euro di autorizzazioni relative a Programmi Intergovernativi”. (fonte: Presidenza del Consiglio – Unimondo)
Il traffico legale di armi a favore di Gheddafi si è incrementato notevolmente con il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia, firmato a Bengasi nell’agosto del 2008 dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e da Muhammar Gheddafi.
Il trattato prevede “un forte ed ampio partenariato industriale nel settore della Difesa e delle industrie militari” e “collaborazione nel settore della Difesa tra le rispettive Forze Armate”.
Una norma sciagurata: ricordiamo tutti il caso del motopeschereccio inseguito e mitragliato da una unità libica con a bordo personale italiano.

Secondo Unimondo, l’Italia non avrebbe ancora revocato la fornitura di armi alla Libia, a a causa dell’esposizione di industrie militari italiane, “a cominciare dalle controllate di Finmeccanica”, come Agusta Westland, Alenia Aermacchi e Mbda.
Esattamente gli strumenti di morte con cui Gheddafi si tiene aggrappato al suo miserrimo trono bombardando interi quartieri e cittadine.

Secondo la rivista Popoli, mensile dei Gesuiti, “Finmeccanica, la holding pubblica italiana che vanta tra le sue società alcuni dei principali produttori di armamenti al mondo, è stata una delle prime aziende a sfruttare quest’occasione. Il primo colpo l’ha messo a segno già nel 2006 firmando la vendita di dieci elicotteri A-109E Power per un ammontare di 80 milioni di euro.” e le controllate di Finmeccanica in Libia avrebbero venduto, negli ultimi tre anni, “elicotteri militari, aerei, dispositivi per l’ammodernamento di aeromobili, ricambi, servizi di addestramento e missili.”

Finmeccanica è partecipata al 32,5% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, ovvero da Tremonti, mentre la Lybian Investment Authority ne detiene una quota il 2,01%, “quota che permetterebbe a Gheddafi di eleggere fino a quattro delegati” nel CdA.

Come dimenticare il benefattore (dalle mani che grondano sangue) che in questi 3 anni ha riversato miliardi di euro nelle casse pubbliche e private italiane (fonte Sole24ore), attenuando la percezione di una crisi , di un’inerzia e di un declino, che potebbero rivelarsi ancor più gravi, se cesserà, come sembra,  il flusso di denaro libico?

Perchè annunciare la sospensione o, meglio, l’annullamento dei rifornimenti di armi a Gheddafi, se questo poi andrebbe a provocare “ipso facto” perdite aziendali, che per Finmeccanica e non solo significano minori entrate e maggiori spese per lo Stato Italiano?
Meglio attendere qualche mese, mentre il mercato si riassesta ed iscrivere le cifre in rosso nei bilanci dopo la vendita dei BOT, dopo le Amministrative, dopo i rating di primavera, dopo il referendum sulle risorse naturali e, con un pizzico di fortuna, dopo l’estate, perchè no.

Anche questa è “politica del fare”.

Libia, scoperti corpi bruciati (video)

23 Feb

“A Tripoli ci sono decine e decine di cadaveri per strada e le milizie di Gheddafi li stanno portando via in luoghi sconosciuti per bruciarli e nascondere l’evidenza del massacro”, Karim Bengharsa, presidente del comitati Libia Democratica.

“Online girano già video di corpi bruciati dalle milizie” di Gheddafi che “stanno raccogliendo i cadaveri per portarli fuori da Tripoli”.

L’orribile trovata degli aguzzini del Raiss di nascondere le proprie atrocità facendo “sparire” i cadaveri è documentata da questo video che mostra la folla, tra l’inferocito e l’affranto, nello scoprire i resti di una decina di persone ormai ridotti in cenere.

Gheddafi e l’amico Berlusconi

21 Feb

Tutti i paesi islamici dell’area mediterranea sono in fiamme e la gente, attenzione, non chiede semplicemente più democrazia, ma soprattutto meno corruzione. Saranno, dunque, tutte da capire le evoluzioni dei singoli scenari e non tutte le transizioni saranno pacifiche o porteranno a degli assetti istituzionali convenzionali.

Se questo è l’insondabile futuro, tutto da scoprire, ciò che accade nel presente merita qualche annotazione.

La prima è che il tunisino Ben Alì è andato in esilio, l’egiziano Mubarak sembra muoia di crepacuore, Hassan del Marocco promette riforme come anche Hussein di Giordania: solo Gheddafi ordina di bombardare dei civili e solo in Libia i militari accettano certi ordini.

La seconda annotazione è che il presidente Berlusconi è allarmato per l’aggravarsi degli scontri e per l’uso inaccettabile della violenza sulla popolazione civile, cosa che non equivale affatto a chiedere di fermare le violenze e riconoscere ai cittadini il diritto a ”manifestare pacificamente” e ad ”esprimere liberamente le proprie convinzioni”.

La terza constatazione è che il nostro premier, Silvio Berlusconi, è talmente amico di Muhammad Gheddafi da fargli il baciamano durante una delle otto visite avvenute in tre anni.

Davvero una brutta figura, ma poco male: noi Italiani siamo abituati, anzi ne andiamo orgogliosi.

Del resto, al peggio non v’è mai fine, come nel caso della Lega che, dinanzi ad un disastro biblico che si affaccia sulle coste del Mediterraneo, non trova di meglio che preoccuparsi di “fronteggiare l’emergenza immigrati”, che, vista la situazione, andrebbero più propriamente classificati come “rifugiati” e “profughi di guerra”.

Mentre dall’ONU arriva l’appello all’intervento in Libia, che immagine svergognata e strafalciona sta dando di se l’Italia?

Landini contro tutti

28 Gen

Oggi, i sostenitori della FIOM hanno organizzato cortei e presidi dinanzi alle fabbriche per protestare contro gli accordi siglati dagli altri sindacati ed accettati dai lavoratori degli stabilimenti Fiat di Pomigliano e Mirafiori.

Il segretario generale della FIOM Maurizio Landini annuncia: «Federmeccanica e Confindustria devono sapere che, se fanno quello che fa la Fiat, ci sarà un conflitto che non ha precedenti nel nostro Paese».

Eh già, con la situazione politica, finanziaria e produttiva che abbiamo ci manca solo il “conflitto” di Landini, in modo che, dopo la Tunisia e l’Egitto, anche l’Italia abbia le sue giornate di morte e di sangue.

Cos’altro mai, visto che si annuncia un conflitto?

 

I comunisti e la logica del conflitto

28 Gen

Il principale problema insito nel confrontarsi con dei comunisti è l’idea che la società sia divisa in classi e che queste siano in conflitto tra di loro.

E’ una questione che puntualmente riemerge, inficiando profondamente sia la credibilità democratica dei comunisti stessi sia, soprattutto, il perseguimento di soluzioni pienamente condivise.

Oggi, il segretario generale della FIOM ha prefigurato un conflitto sociale prossimo venturo “che non ha precedenti nel nostro Paese”, che, ricordiamolo, ha già vissuto, in 150 anni, le insurrezioni del primo dopoguerra, il Fascismo e gli Anni di Piombo.

Un conflitto probabile, se c’è chi soffia sul fuoco ed indottrina giovani; un conflitto sterile, dato che impoverirebbe il paese come accadde negli Anni ’70; un conflitto inutile, perchè i comunisti farebbero bene a capire che il “nemico è anche tra di loro”.

Un esempio banale può chiarire facilmente l’assurdità di quello che accade. Giorni fa, infatti, si annunciavano gli utili azionari della Fiat a fronte del nuovo contratto di lavoro peggiorativo. Non pochi hanno associato i dividendi a squallidi personaggi di grotziana figura ed i contratti a schiere di lavoratori Fiat schiavizzati come solo Fritz Lang seppe fare.

A nessuno è venuta l’idea che tanti di quegli azionisti siano normali lavoratori dipendenti che hanno puntato i loro risparmi, poche migliaia di euro, sulla ripresa di un’azienda italiana che da lavoro agli italiani.

Nessuno ha pensato che tra i “fortunati” azionisti Fiat ci possano essere anche non pochi lavoratori della stessa azienda.

Quanti sono gli “schiavi” che sono anche “padroni” di se stessi?

Anche questo è il Terzo Millennio.