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Irak, la mappa degli eserciti

5 Gen

In Iraq il Parlamento ha appena votato l’espulsione dal paese di tutte le forze armate straniere.
Il primo ministro iracheno Adel Abdul Mahdi aveva dichiarato che “l’Iraq ha due opzioni“:  può porre immediatamente fine alla presenza di truppe straniere o riconsiderare la presenza delle truppe statunitensi, limitandola alla formazione delle forze di sicurezza irachene nella lotta contro ISIL.

Del resto, il generale iraniano Qasem Soleimani è rimasto ucciso per un attacco con drone statunitense sull’aeroporto internazionale di Baghdad, in Iraq, e con lui c’era il capo delle Forze di Mobilitazione Popolare sciite irachene.

Ma quali sono “tutte le forze armate straniere” in Irak?

Come è facile notare, la presenza iraniana in Iraq è massiva con il Tigri a fare da spartiacque e con un campo base a ridosso del Kuwait e dell’Arabia Saudita.
La cosa non è gradita alla popolazione sunnita e – dopo giorni di proteste e dopo che manifestanti avevano dato alle fiamme il consolato iraniano – almeno 14 manifestanti sono stati uccisi dalle forze di sicurezza a Nassiriya, nel sud dell’Iraq.

Gli USA sono attestati sulle montagne delle provincie curde, con i turchi in retrovia, e due o tre avamposti necessari a garantire la protezione della direttrice verso la Siria e della diga di Mossul.
Nel complesso almeno 320 persone hanno perso la vita e migliaia sono rimaste ferite da quando sono iniziate le manifestazioni lo scorso primo ottobre contro la corruzione, la carenza di lavoro e le condizioni disastrate dei servizi di prima necessità – come l’erogazione della corrente elettrica – nonostante le grandi risorse petrolifere del Paese.

La diga di Mossul è in via di ricostruzione da parte dell’azienda italiana Trevi ed è protetta da un nostro contingente composto da 5-8 reggimenti e questo è il problema urgente.

Demata

Siria, Turchia, Kurdistan: tutto in pillole

17 Ott

Il Kurdistan è un territorio delimitato dal Trattato di Sevres del 1920, che però non trovò l’accordo della Turchia. Nella proposta di Sevres il nascente Kurdistan vedeva solo qualche villaggio di frontiera dentro quello che è il territorio della attuale Siria.

 

kurdistan 1920

Dunque, la Siria negli ultimi due anni è stata di fatto invasa dai Curdi, che pretenderebbero tre distretti siriani dove fino a pochi mesi fa vivevano arabi sunniti.
Infatti, dopo giorni di attacco turco, i Curdi hanno accettato la ‘restituzione’ dei territori e l’esercito siriano potrà essere dispiegato nei territori fino ad oggi controllati dalle SDF curde  e lungo il confine con la Turchia.
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Va ricordato che i curdi entrati  in Siria sono quelli del Partito Comunista Curdo (PKK), autori di molti attentati in Turchia, dove il partito filocurdo ha il 13% dei seggi in parlamento. E che da mesi si  parlava dell’accordo turco-americano per creare una sorta di zona cuscinetto «Isis-free»  di qualche decina di chilometri al confine tra Siria e Turchia.

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Con l’invasione della Siria i Curdi si ritrovano a controllare tutti i grandi bacini idrici /idroelettrici del quadrante (Lago Van in Turchia, bacino e diga Assad in Siria, bacino e diga Mossul in Iraq), oltre ad aree minerarie /estrattive e un paio di snodi vitali degli oleodotti più i collegamenti con l’Iraq.
Ed è fallita la trattativa curdo-siriana per il controllo delle fondamentali dighe sull’Eufrate e dei pozzi di petrolio che sorgono nel nordest della Siria, mentre Assad ha riconquistato la provincia ribelle di Idlib senza il supporto dei combattenti dell’YPG.
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Gli USA prendono atto del disastro causato da Obama/Pelosi e ritirano la propria protezione militare dai territori siriani occupati dai Curdi ‘turchi’, lasciando mano libera ai siriani di Assad, che hanno iniziato da mesi la ‘reconquista’ della Siria.

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La Turchia interviene con la scusa di bloccare i propri confini e di impedire l’afflusso di Curdi ‘turchi’ in Siria, cioè tagliare fuori le milizie del PKK, ma anche per appropriarsi delle città di Kobane e Manbji più una striscia di confine con l’Iraq ed – evidentemente – per ‘difendere’ i ribelli siriani dall’offensiva di Assad iniziata mesi fa.

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La Siria ha un trattato con la Russia, che è tenuta a proteggerla e la Russia interviene nei tre distretti occupati, affinchè “tutte le milizie illegali escano dalla Siria”, e in 48 ore subentra agli statunitensi nelle città di Kobane e Manbji, ambite dalla Turchia.
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Non è chiaro quanti jihadisti dello Stato Islamico detenuti dalle FDS prima dell’abbandono americano siano riusciti a fuggire dalle carceri curde e, intanto, i curdi Peshmerga e il clero cristiano iracheni sono allarmati perchè “hanno paura di un ritorno dello Stato islamico (SI, ex Isis)”, che l’offensiva turca sta espellendo dalla Siria e che si sta rifugiando in Iraq con lo scopo di ricostituirsi nei campi profughi.
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Infatti, una settimana fa, la coalizione a guida Usa in Iraq ha lanciato 40 tonnellate di bombe sull’isola di Qanus, nel Tigri, a nord della capitale irachena Baghdad, che è considerata “infestata” dall’Isis.
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La notizia del giorno, in Turchia, è del solito Erdoğan che mostra i muscoli nei titoli, ma poi negli articoli si legge di Trump che parla di «sanzioni economiche punitive» e del Cremlino, che ammonisce sulla «necessità di prevenire i conflitti tra le unità dell’esercito turco e le truppe del governo siriano».
Infatti, oggi  Erdoğan deve incontrare una delegazione ad Ankara composta niente di meno che dal vicepresidente Mike Pence, dal segretario di stato Mike Pompeo e dal consigliere per la sicurezza nazionale Robert O’Brien, mentre «entro pochi giorni»  è dato in arrivo nella capitale russa, dopo la convocazione telefonica di Putin.
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La solidarietà italiana verso i curdi non è solo umanitaria.
Il gruppo italiano Trevi di Cesena ad inizio 2016 si è aggiudicato  l’appalto in Iraq per la riparazione della diga di Mosul, strappata ad Isis dai Peshmerga curdi, che sono addestrati da specialisti degli alpini e del genio militare italiano.

Il primo contratto di 273 milioni di euro venne firmato nel marzo 2016 e l’Esercito italiano garantisce  a Mosul la sicurezza al sedime della diga (e del cantiere) con circa 500 unità della Task Force “Praesidium”.
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L’esportazione di armi italiane verso la Turchia? Leggiamo di armi di calibro superiore ai 19.7 mm, munizioni, bombe, siluri, razzi, missili e accessori oltre ad apparecchiature per la direzione del tiro, elicotteri T129 e software che la Turkish Aerospace al Pakistan deve ricondizionare e trasferire al Pakistan.
E verso il kurdistan iracheno? Nel 2014, l’Italia ha fornito ai curdi 100 mitragliatrici 42/59 calibro 7,62 con con 250mila munizioni, 100 mitragliatrici M-2 Browning calibro 12.7 con 250mila munizioni, 2.000 razzi anticarro Rpg 7 e Rpg 9, 400mila proiettili calibro 7,62 per Kalashnikov.
Il problema è che un paio di anni fa, risultava che in Iraq sono state vendute armi italiane per 55 milioni di euro, molto meno della Turchia (262 milioni) , ma la differenza non è così ampia senza i costosi elicotteri, motovedette e sistemi antiaerei acquistati dai turchi.
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Demata

Iraq, l’Italia entra in guerra

21 Dic

Secondo Eugenio Scalfari e la Repubblica, “quattro punti definiscono l’intera politica dell’Ue, salvo il tema della guerra all’Is, che Renzi tende ad accantonare per la ragione che lui, cioè l’Italia, a quella guerra militare ha deciso di non partecipare.”

Speriamo che nel giro di pochi giorni il quotidiano più letto dagli italiani, il suo arcinoto ex direttore e, soprattutto, il nostro capo del governo scoprano quello che Analisi Difesa spiega con semplicità: “lo stesso Renzi ha sottolineato più volte la necessità di distruggere lo Stato Islamico.”

“Le truppe italiane in Iraq supereranno tra pochi mesi il migliaio di effettivi con l’arrivo di un battaglione destinato a presidiare la diga sul fiume Tigri a nord di Mosul, contesa aspramente nell’estate del 2014 dalle milizie dell’Isis”.

Per intenderci la diga di Mosul è una sorta di ‘fosso di Helm’ intorno al quale si è combattuto per quasi un anno con l’esercito iracheno in fuga e i terroristi dell’Isis contrastati solo dalle milizie scite e dai droni USA.
Da poco tempo, le milizie curde addestrate dagli italiani e – soprattutto – l’entrata in Iraq di almeno un battaglione meccanizzato turco hanno messo in difficoltà gli Jihadisti, ma la diga è nella migliore delle ipotesi la retrovia di una zona di guerra.

“In termini militari, la disponibilità di un battaglione di paracadutisti italiani (o di altri membri della Coalizione) avrebbe più senso per condurre azioni belliche contro il Califfato, puntando sulla potenza di fuoco e sulla mobilità del reparto, che per proteggere un’installazione fissa dove la presenza di una base dei “crociati” rischia di attirare tutti i kamikaze jihadisti dal Caucaso allo Yemen.”

“L’operazione suscita inoltre perplessità perché finora il governo iracheno ha mostrato ben poca disponibilità ad accogliere forze straniere da combattimento sul territorio nazionale” e “anche le potenti milizie scite irachene hanno reso noto che qualsiasi forza straniera in Iraq sarà considerata come una forza occupante”.

Infatti, il controllo della diga è strategico – in termini politici – perchè fornisce acqua e corrente sia a Mosul che a Baghdad, oltre ad fungere da fortezza sul Tigri.

Come anche – riguardo l’appalto da oltre 2 miliardi di dollari affidato alla Trevi di Cesena – il Resto del Carlino scrive che “il gruppo Trevi ha mantenuto per molti anni i rapporti con il Governo dell’Iraq (in particolare con il Ministry of Water Resources), con il supporto del Governo italiano” rammentando che “la notizia era stata data in diretta televisiva dal premier Matteo Renzi sorprendendo in parte anche lo stesso cda del Gruppo Trevi che, a seguito della notizia ha visto schizzare in borsa il titolo del più 25%” …

E che si tratti di un ‘intervento militare’ e degli interessi ‘industriali’ dell’Italia –  non semplicemente ‘di protezione dell’azienda italiana che ha in appalto la ricostruzione della diga’ – è dimostrato dagli oneri per le casse dello Stato con “un costo stimabile in almeno 50 milioni annui senza contare le spese logistiche per schierare mezzi, armi ed elicotteri (finora non schierati in Iraq) necessari ad assicurare i collegamenti ed eventuali evacuazioni”. “Componenti e materiali che innalzeranno ulteriormente i costi dell’operazione Prima Parthica, che quest’anno ha richiesto finanziamenti per 200 milioni di euro”.

Poco male, siamo in guerra e del resto non l’abbiamo dichiarata noi, ma … non aspettiamo che attacchino i nostri reparti per informare la pubblica opinione e, soprattutto, per dare adeguate regole d’ingaggio e ‘reattività’ ai nostri soldati.

Demata