Tag Archives: Tremonti

Scuola, sanità, pubblica amministrazione: niente innovazione senza turn over

1 Apr

Sui nostri Comuni e sui nostri Enti – come nei comparti Istruzione, Università e Sanità – grava sempre più l’effetto di un sistema pensionistico pernicioso per gli equilibri produttivi e sociali dell’Italia.

Se finora eravamo nel campo delle ipotesi e delle prospettive – tutte controverse o controvertibili e soprattutto non lusinghiere – sono trascorsi venti anni dal quel 1994 in cui Giuliano Amato avviò la ‘riforma delle pensioni’ e, neanche fosse un titolo che va a risccossione, è nel 2014 che va a verificarsi il ‘game over’ del sistema previdenziale italiano, per l’introduzione della Riforma Fornero e per l’emersione dello scellerato saccheggio dell’ex INPDAP.

Nel caso della Riforma Amato, possiamo affermare che il nodo viene al pettine proprio oggi, quando si tratta di iniziare a pensionare coloro che hanno effettivamente contribuito per almeno 20 anni. Come anche è ormai noto a tutti che meno di un milione di pensioni di fascia alta, ma incontribuite, ci costano quanto i milioni di pensionati con meno di mille euro al mese.

Parlando della Riforma Fornero, ricordiamoche ai tagli previdenziali e mezzo milione di esodati non sono coincisi altrettanti interventi assistenziali, nonostante queste persone avessero versato contributi per una vita. Inoltre, si bloccano in servizio ben oltre un milione di lavoratori pubblici, oggi ultra54enni e/o in salute non buona.

Andando all’INPDAP, sono i quotidiani che ci hanno informato dei 30-35 miliardi di buco ‘per anticipazioni’ al MEF o alla Sanità e per assorbimento di altre casse in perdita, come sono le  statistiche della stessa INPS che dimostrano lo squilibrio contributivo (e pensionistico) tra dipendenti pubblici  nati prima del 1950 e quelli nati dopo, mentre le statistiche Istat suggerirebbero che gran parte di quei stipendi da 100.000 euro annui e passa, che vorremmo tutti tagliare, rispettino la stessa ‘regola generazionale’.
Come anche dobbiamo annotare che – per stipendio e per pensioni – i soli magistrati sarebbero ‘giustificati’ a compensi così importanti, se facciamo il confronto con le pubbliche amministrazioni degli altri stati europei.

Le conseguenze per i bilanci di istituzioni, amministrazioni e enti è disastrosa.

Ad esempio, quel famigerato patto di stabilità che ingessa le iniziative locali da almeno dieci anni, mentre i bilanci comunali sono gravati da spese di personale per dipendenti assunti 30 anni fa, spesso demotivati da 20 anni di caos amministrativo e, secondo le statistiche, per almeno un terzo in condizioni di salute non buone (dati Istat 2013).
Cosa ne sarebbe dei problemi finanziari di Roma Capitale se il nostro sistema pensionistico permettesse una deregulation parametrata dell’esodo anticipato dopo 30 anni di lavoro, sul genere di quella tedesca?
Trasferendo all’INPS (od a una qualsiasi Versicherung) il costo per il Comune di Roma del 20% dei propri attuali occupati, esisterebbero tutte le premesse per innovare, ristrutturare, assumere e, perchè no, proteggere le aziende di Roma Capitale dalle speculazioni che il ‘mercato’ usualmente mette in atto, se ci sono ‘cadaerini’ da fagocitare.

Un esempio ancor più semplice?
Quanto ci costerebbero Sanità e Università, se pensionassimo buona parte di quegli stipendi da 100.000 euro annui e passa, che gravano sulle stabilizzazione dei giovani e che, soprattutto, ritardano la diffusione in Italia delle conoscenze e delle pratiche professionali introdottesi nell’ultimo trentennio (ndr. a partire da semplificazione, internet e networking).
E quanti giovani laureati potrebbero trovare posto prima dei trent’anni, come sarebbe d’obbligo, nel nostro comparto Istruzione, se permettessimo a chi ha più di 55 anni di pensionarsi con uno straccio di rendita mensile e, magari, dedicarsi alle lezioni ‘private’ o ad opere filantropiche, come da sempre ed ovunque è per i docenti?

Dove attingere per le risorse?
A leggere i giornali, specialmente il Sole24Ore, sembrerebbe che lo Stato Italiano sia in qualche modo debitore di una trentina di miliardi ai lavoratori pubblici che versavano contributi all’ex Inpdap, come è probabile che i conti fatti nel 1994 garantiscano – ancora dopo 20 anni – dei ‘diritti acquisiti’ del tutto arcaici e sostanzialmente iniqui.
Inutile dire che ci sarebbe probabilmente un plebiscito, se i leader sindacali si peritasssero di questionare i lavoratori pubblici sulla disponibilità di negoziare TFR e pensioni in cambio di ‘finestre pensionistiche’.
Del tutto ovvio che, in prospetttiva decennale, il rilancio del Paese sarebbe enorme con un turn over che ci permettesse di innovare (finalmente) tecnolgie e mansionari, oltre a togliere linfa vitale per tanti attempati ‘capibastone’.

Il governo?
Il ministro Maida ha 30 anni e arriva dal moderno mondo della ‘charity’ e dle ‘fund rising’. Renzi e Padoan sanno che le risorse ci sarebbero e che la questione ‘turn over’ andrebbe risolta prima di andare ad elezioni. Il ministro Giannini ne ha forse il doppio della collega Maida e arriva dalla torre d’avorio dell’Università per stranieri di Perugia, che tra i tanti vanti ha avuto quello di non offrire lauree tecniche o scientifiche …

Dunque, ‘yes we can’ … se solo i sindacati e la ‘vecchia guardia’ lo permettessero, dopo aver meditato, magari, sul fatto che la ‘tirata d’orecchie’ di Papa Francesco sul ‘desiderio di potere’ (ndr qualcuno direbbe smania) era tutta per loro.

originale postato su demata

Esodati e non solo: ma quanti sono?

21 Mar

Quanti possano essere gli esodati in Italia non lo sa nessuno.

Incredibile, ma vero, nessuno lo sa e nessuno lo vuol sapere, dato che sarebbe uno scandalo degno dei peggiori disastri, quelli che segnano le nazioni per generazioni, come accadde per la Compagnie des chemins de fer o la Banca Romana.

Volendo fare il punto sulla situazione, ricordiamo che:

  1. dicembre 2011 – i ministri del Lavoro (Elsa Fornero) e dell’Economia (Mario Monti) individuano in 65.000 gli esodati da considerare ‘lavoratori salvaguardati’;
  2. aprile 2012 – l’INPS annuncia che gli esodati sono 120.000;
  3. giugno 2012 – l’INPS porta il numero degli esodati a 390.000;
  4. giugno 2013 – i dati Istat evidenziano l’esistenza di almeno un milione di disoccupati, cassaintegrati e precari di età superiore ai 54 anni.
  5. dicembre 2013 – i dati Istat evidenziano un 30% di lavoratori senior non in buone condizioni di salute, mentre i dati INPS denunciano un numero di falsi invalidi nell’ordine dello 0,04% del totale e i dati UE evidenziano che in Germania è riconosciuta (e sussidiata) l’invalidità al 10% della popolazione, mentre in Italia a stento si raggiunge il 6%
  6. fine 2013 /inizi 2014 – diverse fonti giornalistiche confermano un overflow di almeno 6 miliardi di euro per le pensioni apicali maturate antecedentemente all’introduzione del sistema contributivo. I soldi, dunque, ci sarebbero.

In pratica, parliamo di quasi la metà dei nostri signori di mezza età che o non lavora o vive nell’incubo di perdere il lavoro o deve arrancare (ndr. senza darlo troppo a vedere, che i malati sono invisi nel nostro paese) fino ad una pensione sempre più lontana.
Il tutto, mentre scopriamo del saccheggio dell’Inpdap e mentre oscure cantilene convincono i giovani che la pensione è un’opzione e li rassicurano con polizze che non garantiranno neanche i soldi messi sotto il materasso.

In pratica, paghiamo le pensioni d’oro mai contribuite a pieno a spese delle pensioni (contributive da 20 anni) degli esodati e di chi verrà dopo. I padri che si nutrono dei propri figli.

I sindacati? Il 65% degli iscritti sono già pensionati e, comunque, ci sono anche loro nei CdA di Inps, Enti, Espero e chissà cos’altro ancora.

E così, mentre i danni prodotti al tessuto sociale italiano (e all’economia) sono all’incasso da anni e, dunque, sotto gli occhi di chiunque vuol vedere, il neoministro Giovannini – che dovrebbe occuparsi del lavoro e delle pensioni, mica di finanza e titoli di Stato – se ne viene con “bisogna stare estremamente attenti a toccare una riforma che sta producendo effetti voluti perché l’instabilità delle norme non è amata dagli investitori”.

Quali erano gli effetti ‘voluti’, visto che il discorso di insediamento di Mario Monti in Senato andava da tutt’altra parte?
E perchè nelle Spending Review il buco creato nell’ex Inpdap non viene notificato, mentre il Sole24ore ne racconta da tempo? Quanto devono lo Stato o il Servizio Sanitario, che ha fruito di tanti ‘anticipi’, ai lavoratori pubblici italiani  (ndr. sono 20 anni che il sistema è contributivo …) che hanno versato le loro quote?

Siamo sicuri che non avrebbero ‘di per se’ diritto a 800-1000 euro al mese un operaio, un infermiere, un’impiegata che hanno lavorato 30-35 anni versando contributi previdenziali e sanitari spesso superiori a quelli dei loro omologhi tedeschi o statunitensi?

E, ritornando al ministro Giovannini, quanto sarebbero ben rassicurati gli investitori, i lavoratori e gli elettori, se il governo Renzi si decidesse fare marcia indietro (dopo 20 o 30 anni) e riportasse l’INPS allo status di ‘previdenza sociale’ e le ‘casse’ dei singoli comparti a vere assicurazioni sotto controllo pubblico?
Proprio come era una volta, quando c’erano le mutue, ma con i sistemi di controllo moderni.

Se mancano i soldi delle pensioni (non quelle della Fornero, ma quelle di Damiano) e se la Sanità da Firenze a scendere è un disastro, è evidente che qualcuno ha fatto il furbo e qualcun altro era un incompetente.
Sono venti anni che i lavoratori italiani accantonano le proprie pensioni con un sistema conttributivo e che il costo individuale della sanità è ben superiore a quanto richiede una buona assicurazione nordamericana o tedesca.

E dovrebbero spiegarci perchè, mentre si costringe Roma Capitale a privatizzare le aziende e gli enti in perdita, nella stessa Roma non si inizi almeno a porre rimedio alla folle idea di creare un’ente di Stato monopolista nel settore assicurativo e allo stesso tempo dominus del Welfare, finito poi per farsi volano di spregiudicate (come stiamo scoprendo) operazioni di finanza pubblica.

A proposito. La Costituzione e/o i trattati UE consentono l’esistenza di un INPS come è l’INPS oggi?

originale postato su demata

Scuola italiana al crash?

27 Gen

Mentre Parlamento e Media si accapigliano per una riforma elettorale che cambierà tutto per non cambiare nulla, l’Italia va avanti. O, meglio, tenta.

Una marea di italiani ‘travolti da un insolito destino agostano’, quando – era il 2011 – il Governo Monti intervenne sulla spesa pubblica in base a conti rivelatisi poco affidabili, e rimasti in balia dei flutti – siamo ormai al 2014 – a causa dello stallo politico in cui viviamo.

Uno dei settori più vessati ‘ma invisibile’ è quello della scuola. Anzi, ad essere esatti, dell’istruzione e della formazione professionale, del diritto allo studio, delle tutele sociali verso le categorie svantaggiate. Una scuola che si arrangia senza che nessuno le dia il benchè minimo raggio di luce o filo di speranza, dato che – da Cinque Stelle a La Destra, passando per SEL o la Lega ed arrivando a PD, Scelta Civica, NCD e Forza Italia – non c’è programma o istanza ne faccia menzione.

scuola precariaA partire dagli stipendi e dallo status del personale, che vede una sequel di perequazioni a dir poco mostruose:

  1. le docenti di scuola elementare e materna (ndr. maestre) retribuite praticamente quanto un’ausiliaria, nonostante molte di loro abbiano una laurea;
  2. i docenti delle scuole medie e superiori (ndr. professori) , anch’essi con stipendi da fame, ma con un sistema di prestazioni talmente obsoleto e rabberciato che nessuno è finora riuscito a confrontarlo – nei tempi e nei compensi – con quelli stranieri;
  3. il personale amministrativo che dovrebbe essere diretto da laureati in economia (o legge), che dovrebbe rispondere a requisiti di qualità ed efficienza nazionali e che percepisce uno stipendio base in linea con quello del settore bancario;
  4. i dirigenti scolastici che sono equiparati alla dirigenza pubblica solo per le responsabilità connesse, ma senza benefit, progressioni di carriera, mobilità, tutele e, soprattutto, stipendi adeguati, dato che percepiscono 2/3 del compenso di un medico di base, pur essendo gli unici dirigenti pubblici a gestire direttamente un centinaio di lavoratori e servizi alla persona quotidiani;
  5. i tecnici (insegnanti e assistenti) nel limbo funzionale, tra contratti che non si aggiornano e, soprattutto, con finanziamenti per laboratori e innovazione che non arrivano;
  6. gli ausiliari ai quali, ridotti a mezza dozzina con il subentro delle ditte di pulizia, toccherebbe di vigilare su chilometri di corridoi o piazzali e decine di bagni, oltre a garantire aperture pomeridiane e domenicali;
  7. i precari che attendono anni prima di essere stabilizzati, dato che – con le norme pensionistiche introdotte nel corso del ventennio – a tutto si è pensato, fuorchè a gestire il turn over dei docenti nel settore scolastico e universitario, che è una nota e prevedibilissima esigenza del sistema;
  8. la formazione in servizio non esiste da almeno 15 anni e sarà un decennio che non si vedono ispettori. Nessuno verifica se si sia in grado di insegnare con lauree conseguite 40 anni fa e mai aggiornate, nessuna statistica ci racconta delle prevedibili anomalie amministrative (e finanziarie) delle scuole;
  9. gli anziani e gli invalidi che – da un tot d’anni – vedono sempre più allontanarsi la prospettiva di andare a riposo, rinviata con leggine e lacciuoli, mentre si erano ‘arruolati’ con la prospettiva di andar via dopo soli 20 anni, accettando una pensione da fame, che ancora oggi preferirebbero negoziare in vece di un ‘lauto’ TFR;
  10. sul fronte sindacale, non c’è che prendere atto che per gli statali c’è l’attestamento su benefit vecchi, datati, oblsoleti e probabilmente inutili o controproducenti, mentre il personale didattico delle scuole private, dei centri professionali e dei servizi esternalizzati è gestito con contratti di lavoro nazionali indecenti nell’indifferenza generale;
  11. i dati PISA-OCSE raccontano di un’inefficienza ed un’inefficacia del sistema di instruzione epocali (in certe aree), i dati di Confindustria e di Unioncamere sui neoassunti confermano, mentre nessuno interviene per migliorare meritocrazia e selezione in un Paese che vede ancora il 65% dei maschi adulti privo di un diploma ed ancora la metà delle donne (diplomate o laureate) a casa senza lavoro. Intanto, crescono i diplomati con il massimo dei voti (ndr. licei) e diminuiscono gli studenti non ammessi agli esami di maturità 2013 così come i bocciati;
  12. dopo la sentenza TAR del Lazio – che ha annullato la riforma dei programmi e delle cattedre degli istituti tecnici e professionali – si ritornerà a svolgere 36 ore settimanali anzichè 32 come oggi oppure arriverà in extremis la ‘soluzione’? Bello a sapersi. Intanto, le iscrizioni sono aperte e tra un po’ anche gli organici;
  13. l’ediliza scolastica la conosciamo tutti e rappresenta bene un popolo che non si preoccupa di offrire sicurezza, dignità e futuro ai propri figli, mentre le scuole pubbliche le finanziano de facto le famiglie e mentre le devastazioni di tante scuole denotano una certa illegalità diffusa e – nonostante l’esposizione di tanti ragazzi/e a modo – non hanno, finora, trovato particolare sanzione o prevenzione;
  14. scuole_precarie_bassasul fronte del ‘sociale’, basti dire che per mandare in gita un alunno indigente si va ancora avanti con le collette a scuola. Mica provvede il Comune di residenza …
  15. di status istituzionale per le scuole siamo al non sense, con la Costituzione (e qualche sentenza) che le definisce gestionalmente ‘autonome’ e il MEF che le considera meri ‘punti di erogazione del servizio’, mentre il MIUR ha risolto tutto con un decreto e gestisce tutto da un paio di uffici e poco più;
  16. per non parlare della spesa pubblica che registra almeno 100 miliardi annui (6-7% del PIL) per ‘istruzione’, ‘formazione professionale’ e ‘diritto allo studio’, di cui una quarantina vanno via in stipendi dei docenti statali, mentre il resto non si sa bene dove vada … e soprattutto a cosa serva.

In questi giorni, sta facendo scalpore la vicenda di 4.000 docenti che, pur avendo diritto alla pensione in base alla Legge Damiano, si vedono negare l’accesso per un cavillo burocratico e … per i soliti motivi di ‘cassa’. Persone che, comunque, hanno versato 35 anni di contribuzione assicurativa.
Niente paura, è solo un’avvisaglia. Dal 2015, chiunque volesse pensionarsi dovrà aver lavorato almeno 42 anni e tre mesi, ovvero non potrà avere meno di 61 anni, con buona pace degli invalidi e di quanti – vedendosi scippare l’agognata pensione a uno o due anni dalla meta – non potranno sentirsi particolarmente motivati. Per non parlare degli invalidi di una certa entità  che saranno forse 100.000, forse meno. Nessuno lo sa.

Gelmini Tremonti

Per risolvere questi problemi l’Italia non ha molto tempo, considerato che nel 2015 ci saranno le ‘annunciate’ elezioni anticipate, ma non servono chissà quanti soldi. Anzi, forse ne verrebbero anche delle economie.

Il problema è nella ‘concertazione’, ovvero portare ad un accordo ragionevole alcuni soggetti:

  1. la Conferenza Stato-Regioni ed i rapporti con l’ANCI, se si vuole razionalizzare il tesoretto di 100 mld che ‘andrebbe’ all’istruzione, formazione e diritto allo studio, trovando le risorse per l’edilizia ed il ‘welfare scolastico’ tenuto conto dei servizi ‘esternalizzati’, del ricalcolo dell’ISEE e/o il ‘così detto’ salario minimo;
  2. il tavolo di Governo che dovrebbe garantire i dovuti equilibri (ndr. ed il problema non è nè Carrozza nè fu Gelmini)  nei poteri dei diversi ministeri, visto lo strapotere del MEF – di tremontiana memoria –  come dimostrano i tanti casi di contenzioso, spesso a causa di semplici circolari che, ormai, superano l’effetto di decreti e bloccano norme e accordi, in nome di una competenza costituzionale che il Fiscal Compact, però, attribuisce al Governo e non ad un solo Ministero;
  3. i vertici sindacali (che non di rado hanno un’esperienza di lavoro effettivo di pochi anni, svolto nella scuola degli Anni ’70 /80) e la dirigenza del MIUR (tra cui non ve ne è uno che provenga dal comparto scuola), che da almeno un decennio non riescono a trovare parametri contrattuali moderni e univoci per un personale che ormai opera in un settore fortemente diversificato;
  4. il sistema assicurativo (pensionistico della scuola) – prima ENPAS, ENAM e KIRNER, ovvero semi-privatistico ed oggi meramente INPS – e l’esigenza che il Sistema di Istruzione Nazionale  che tenga conto dell’esigenza (per il tessuto produttivo, culturale e sociale) di ‘turn over’, ovvero di fornire personale con un’età media di 45 anni ed assunto subito dopo la laurea. Il contrario di un precariato decennale – da cui i migliori spesso fuggono andando all’estero – mentre si abroga la ‘Quota 96’, imponendo a tutti il pensionamento dopo 43 anni contributivi (ndr. ma non a chi ha ormai 65 anni e passa), lasciando i parametri e le pensioni da fame che abbiamo sulle invalidità e lesinando mobilità, part time o telelavoro, ma, soprattutto, impedendo ogni forma di negozialità per chi voglia optare per una pensione decurtata, ma anticipata.

laoro pensioniMissione impossibile? Di sicuro, ma iniziamo a renderci onto che è impossibile anche il contrario.

La Scuola è esausta, il suo personale non vede prospettive di riconoscimento del proprio lavoro o di completamento di una ‘eterna riforma’, i nostri alunni non sempre frequentano strutture sicure, i nostri diplomi spesso non valgono granchè e vengono conseguiti con un anno di ritardo (18 anni anzichè 17) rispetto all’estero, la questione ‘Quota 96’ e del suo blocco sta arrivando al capolinea del 2015.
Di edilizia, trasporti, formazione professionale e permanente, accessibilità per disabili e stranieri, contratti di lavoro, monitoraggio e valutazione, finanziamenti pubblici e politica locale, come dicevamo, meglio non parlarne.

scuola famigliaE sembrerebbe che tutti abbiano dimenticato che l’istruzione pubblica non fu solo istituita per ragioni di equità e solidarietà umana, ma anche e soprattutto per garantire pace e ricambio sociale, come competitività, meritocrazia e produttività, diffondendo conoscenze, competenze e regole di convivenza. Utile sapere anche che i dati comprovano come la dispersione scolastica si accompagni al bullismo e alla violenza negli stadi, alla microcriminalità e alla dipendenza da sostanze o da gioco, di disturbi comportamentali come depressione e anoressia, eccetera …

In Italia, anche quest’anno, si diplomerà circa mezzo milione di studenti, di cui circa il 20% ha ripetuto un anno (dati 2006) e quasi il 40% supererà l’esame con voti inferiori a 80/100 (dati 2011), mentre un altro 20% a scuola proprio non ci va.
Chissà perchè le agenzie di rating – che guardano al futuro oltre che al contingente – sono così restie da dar fiducia all’Italia …

originale postato su demata

Tutte le scelte (sbagliate) del Presidente

25 Set

Sono trascorsi ben quattro anni da quando Gianfranco Fini lasciò il PdL, facendo venire meno la maggioranza del Governo Berlusconi.

Il vero problema era la politica economica e la gestione del MEF da parte di Giulio Tremonti, poteva nascere una Grosse Koalition italiana, non se ne fece nulla dopo che Giorgio Napolitano riuscì a concedere mesi e mesi di tempo a Silvio Berlusconi per ricostituire una maggioranza, con i vari cambi di fronte – più o meno responsabili o interessati – di Scilipoti, Razzi e De Gregorio.

Passa il tempo e ci ritroviamo che Giorgio Napolitano nomina un consulente della maggiore banca d’Europa come senatore a vita per affidargli, poi, un governo tecnico che ‘ufficialmente’ era di programma, staccando la spina ad un governo eletto sull’onda dei media urlanti e delle speculazioni finanziarie esterodirette.
Oggi sappiamo tutti che lo spread andava su a causa delle speculazioni della Deutsche Bank e del malgoverno di Cassa Depositi e Prestiti come di due banche storicamente ‘care’ alla Sinistra: gli italiani non c’entravano nulla.

Ed arrivamo a tempi recenti, con il flop di Bersani nel flirt non riuscito con SEL e M5S, mentre un italiano su due non aveva votato ed il Parlamento non aveva trovato altro accordo che riconfermare il Presidente della Repubblica uscente, dopo essersi incaponiti su Romano Prodi, un personaggio improponibile a chiunque ricordi cosa ha combinato all’IRI e come è finita con l’industria italiana e, soprattutto, un personaggio con relazioni pregresse e correnti con alcuni discussi oligarchi come quello libico e quell’altro kazako.

Nonostante fosse stato sfiorato dalle polemiche inerenti la ‘trattativa con Cosa Nostra’ e, soprattutto, nonostante le sue responsabiità epocali nell’aver lasciato  nelle mani di Antonio Bassolino la situazione rifiuti in Campania, oggi terra di tumori e mutazioni genetiche, Giorgio Napolitano restava al Quirinale e nominava Enrico Letta premier ben sapendo che più di un manuale Cencelli de noartri non si sarebbe potuto ottenere.

Dicevamo che sono passati ben quattro anni da quando in Parlamento si creò l’opportunità di costituire un governo di larghe intese e di intervenire sul ‘declino italiano’.

Da allora, sono accadute molte cose.

I conti dello Stato non sono in sicurezza ancora oggi. Le pensioni sono blindate, ma per modo di dire, visto che per gli esodati bisognerà trovare qualche soluzione, che neanche i malati gravi riescono più a pensionarsi con un minimo d’anticipo, che abbiamo un esercito di cinquantenni che dovrà lavorare ancora per un ventennio o poco meno, che i quarantenni ed i trentenni non è che finora abbiano versato granchè all’INPS per darci speranza per il futuro.

Il Porcellum è tutto lì e l’unica riforma costituzionale è consistita nell’accettazione supina del Fiscal Compact. Le aziende italiane sono passate largamente in mano straniera, gli affarucci di Telecom, Alitalia, Fonsai e ILVA iniziano, finalmente, a rimbalzare nelle aule giudiziarie.

Le tasse sono aumentate, forse, del 10% effettivo in 12-20 mesi, i tributi e le multe ‘per un pelo nell’uovo’ gravano anch’esse, se qualcosa era rimasto nelle tasche di qualcuno ci pensa il gioco d’azzardo. Intanto, di lavoro non ce ne è, il mercato immobiliare è una valle di lacrime. Infrastrutture zero, investimenti zero, lotta alla mafia poca. I media arretrano sempre più come qualità e completezza dell’informazione.

Niente tagli alle prebende dei politici nè a quelle della Casta. 10 miliardi di laute pensioni mai contribuite restano lì a monumento dell’iniquità. Le provincie son tutte lì, una miriade di piccoli comuni anche, come le comunità montane, anche se davvero non sappiamo cosa farcene.

Riforma della magistratura, peggio che andar di notte. La Sanità spende e spande e cura poco o male. Alla scuola meglio metterci qualcuno che non la conosce, come da tradizione, giusto per cambiar tutto per non cambiar nulla. Università e Ricerca sempre protette dalla sorte. Il peso dei sindacati sullo sfascio della pubblica amministrazione è ancora letale.

Come vivremmo oggi in Italia senza le infauste decisioni del nostro Presidente della Repubblica?
Il disastro ambientale in Campania sarebbe potuto arrivare ai livelli a cui è arrivato con dieci anni in meno di Bassolino-Iervolino?

Poteva il nostro Presidente far la voce forte’ ed ottenere una legge elettorale ed un governo di larghe intese tra 2009 e 2010 affrontando il rinnovo dei titoli di Stato senza il disastro della Cassa Depositi e Prestiti, il down di Unicredit e l’implosione di MontePaschi?

Si poteva arrivare ad un governo tecnico senza la leadership di Mario Monti e, soprattutto, prima che gli speculatori – finanziari e politici – avessero la meglio sul Sistema Italia?

E si poteva almeno pretendere che quello di Mario Monti fosse un governo tecnico con finalità precise od un governo di programma ‘vero’? Come anche, poteva il nostro Presidente della Repubblica rifiutare la propria firma dinanzi a provvedimenti iniqui come la riforma pensionistica di Elsa Fornero, specialmente se – di toccare le pensioni – neanche se ne era parlato fino alle ‘lacrime in diretta’?

Probabilmente si, visto che dopo quattro anni dobbiamo prendere atto che non s’è fatto altro che  alzare le tasse, invadere la privacy, ridurre l’effimero welfare che spetterebbe ad anziani, malati e giovani famiglie, mentre le città diventano sempre più in balia di se stesse e mentre i sindacati si battono con veemenza per tre sindacalisti licenziati, ma non accade lo stesso per milioni di disoccupati.

Difficile prevedere cosa racconterà la Storia di questa Italia e dell’uomo che più di tutti ha influito su scelte irrevocabili.
Più facile essere molto pessimisti sul corrente settennato presidenziale, certamente animato da buone intenzioni, ma molto, molto lontano dall’accettare che è impossibile salvare capra, cavoli, lupo e barca …

Intanto, WIkipedia riporta della carriera politica del nostro Presidente della Repubblica:

  1. il 2 febbraio 1993 all’ingresso posteriore di palazzo Montecitorio si presentò un ufficiale della Guardia di finanza con un ordine di esibizione di atti: esso si riferiva agli originali dei bilanci dei partiti politici per verificare se talune contribuzioni a politici inquisiti fossero state dichiarate a bilancio, secondo le prescrizioni della legge sul finanziamento pubblico ai partiti. Il Segretario generale della Camera, su istruzioni del Presidente Giorgio Napolitano, oppose all’ufficiale l’immunità di sede, la garanzia delle Camere per cui la forza pubblica non vi può accedere se non su autorizzazione del loro Presidente;
  2. nel processo Cusani, il 17 dicembre 1993, Craxi affermò: “Come credere che il Presidente della Camera, onorevole Giorgio Napolitano, che è stato per molti anni ministro degli Esteri del Pci e aveva rapporti con tutta la nomenklatura comunista dell’Est a partire da quella sovietica, non si fosse mai accorto del grande traffico che avveniva sotto di lui, tra i vari rappresentanti e amministratori del Pci e i paesi dell’Est? Non se n’è mai accorto?”. Secondo la sentenza sulle tangenti per la metropolitana di Milano Luigi Majno Carnevale si occupava di ritirare la quota spettante al partito comunista e di girarle, in particolare, alla cosiddetta “corrente migliorista” che “a livello nazionale”, “fa capo a Giorgio Napolitano”;
  3. Romano Prodi lo sceglie come Ministro dell’Interno del suo governo nel 1996. Mentre ricopre tale incarico, è molto criticato per non aver attuato una tempestiva e adeguata sorveglianza su Licio Gelli, fuggito all’estero (dopo essere evaso dal carcere già nel 1983) il 28 aprile 1998, il giorno stesso della divulgazione della sentenza definitiva di condanna per depistaggio e strage da parte della Cassazion;
  4. come primo ex-comunista a occupare la carica di Ministro dell’Interno, propone (con Livia Turco) quella che diverrà nel luglio 1998 la Legge Turco-Napolitano, che istituisce i (ndr. ormai famigerati) centri di permanenza temporanea (CPT) per gli immigrati clandestini;
  5. nel 2008, nel pieno delle polemiche per la presenza dello Stato di Israele alla Fiera Internazionale del Libro di Torino, senza dare spazio anche agli scrittori palestinesi) l’annunciata visita di Napolitano alla manifestazione viene criticata dallo scrittore svizzero Tariq Ramadan, perchè Napolitano avrebbe equiparato le critiche a Israele all’antisemitismo;
  6. in occasione della promulgazione del Lodo Alfano Napolitano è stato criticato da Beppe Grillo e dall’ex-presidente Carlo Azeglio Ciamp per aver firmato e quindi legittimato una legge che il 7 ottobre 2009 la Corte ha effettivamente ritenuto incostituzionale;
  7. in occasione della promulgazione del cosiddetto Scudo fiscale, l’Italia dei Valori ha criticato Napolitano per aver firmato senza rinvio una legge accusata da vari economisti di essere un mezzo per riciclare legalmente denaro sporco;
  8. qualche settimana prima delle elezioni regionali italiane del 2010, a seguito dell’esclusione delle liste PDL in Lazio e Lombardia, Napolitano ha firmato nottetempo il decreto legge del governo per la riammissione delle liste escluse;
  9. nell’aprile del 2010 Giorgio Napolitano ha promulgato con la propria firma la legge sul legittimo impedimento del capo del governo e dei ministri. Nel gennaio 2011 la corte ha ritenuto la legge in parte incostituzionale;
  10. altre promulgazioni criticate e discusse hanno riguardato il decreto Mastella per distruggere i dossier della security Telecom, l’ordinamento giudiziario Mastella-Castelli, la legge “salva-Pollari”, la norma della legge finanziaria che ha raddoppiato l’Imposta sul valore aggiunto a Sky, i due pacchetti sicurezza del ministro Maroni accusati di contenere norme anti-immigrati.

Sei mesi fa, in una videointervista concessa ad Eugenio Scalfari, Giorgio Napolitano dichiarava: “Abbiamo vissuto un momento terribile. Abbiamo assistito a qualcosa a cui non avevamo assistito. Ho detto di sì per senso delle istituzioni.”

Si, noi italiani abbiamo assistito ad un dramma nazionale che ci crollava addosso. Noi, ma non Re Giorgio: lui non ha assistito a qualcosa, lui è uno dei protagonisti ‘storici’ del declino italiano.
Un disastro le cui vie sono state lastricate da buone intenzioni, ideologie del tutto errate, acerrime lotte di fazione, eccessiva tolleranza verso lobbisti e marioli, una centralità ‘culturale’ de Sinistra del tutto ingiustificata, la nota intoccabilità del sindacato e della magistratura o le redazioni politicizzate e la qualità d’informazione a livelli africani …

Non gli italiani, signor Presidente, sono la causa di quanto, ma i partiti che hanno occupato la democrazia italiana e che hanno permesso il caos ed il declino pur di consentire lauti affari a pochi riccastri di serie B, come Alitalia, Fonsai, Telecom, Ilva raccontano ancora oggi.

originale postato su demata

Procedura per deficit eccessivo: una road map per l’Italia

29 Mag

Rafforzare l’efficacia del sistema giudiziario,  garantire tempi brevi per i processi civili, adottare «pratiche di buona gestione» nelle banche, prevedere bilanci più trasparenti, semplificare la governance delle ‘aziende pubbliche’ a partire dalle fondazioni, facilitare l’accesso ai capitali e al private equity, varare la localizzazione della contrattazione salariale.

Incrementare i servizi alle giovani famiglie e all’infanzia (tra cui più asili e tempi pieni), agire tramite gli uffici di collocamento e «servizi extrascolastici» per la formazione permanente, rivedere le esenzioni Iva, rendere più trasparenti i bilanci bancari e la governance del credito, flessibilizzare il mercato occupazionale, spostare «a saldi invariati» il gettito dal lavoro alle proprietà e ai consumi.

Ristrutturare il sistema dei servizi, semplificare il quadro amministrativo, snellire le regole per la creazione di imprese, attuare misure efficaci contro la corruzione, rivalutare il catasto ai valori di mercato, liberalizzare interconnessioni, trasporti, energia e professioni.

Questo è quello che l’Unione europea si aspetta che l’Italia realizzi nel prossimo triennio, senza parlare delle criticità sulla riforma delle pensioni di Elsa Fornero che INPS e Corte dei Conti hanno già annunciato..
Questo è quello a cui si sono impegnati a realizzare il presente ed i futuri governi italiani ed è quanto tra tre anni – non cinque come una legislatura – qualcuno tra Francoforte e Brusselles si premurerà a controllare.

Questo, oltre ad uno speranzoso non incremento del deficit, è quanto promesso dal governo Letta  alla Commissione per ottenere la chiusura della proceduta di deficit eccessivo (Edp) in cui l’Italia si è ritrovata nel 2009.

Niente paura … lo sanno già che siamo il paese di Pinocchio.

originale postato su demata

Spread, di chi fu la colpa?

15 Gen

Silvio Berlusconi sostiene – l’ha ribadito stamane ad  Omnibus su La7 – che la crisi dello spread dei BTP sui Bund tedeschi è stata ingigantita dalla (s)vendita di titoli di Stato italiani messa in atto dalla Germania.
Un’iperbole berlusconiana? Affatto.
Era la fine di luglio 2011 quando il Financial Times annunciava che nei primi sei mesi del 2011 Deutsche Bank aveva tagliato l’esposizione verso le obbligazioni italiane dell’88% (per un controvalore di circa 7 miliardi di euro).
Un fatto acclarato che spinse Romano Prodi a dichiarare pubblicamente: «E’ la dimostrazione di una mancanza di solidarietà che porta al suicidio anche per la Germania. Significa la fine di ogni legame di solidarietà e significa obbligare tutti a giocare in difesa. E quando questo viene dalla Germania, un Paese che ha avuto più saggezza nel capire gli altri fino a qualche anno fa, sono assolutamente turbato».

Un’operazione di killeraggio finanziario dei partner europei, necessaria per agevolare la vendita dei Bund tedeschi, che di li a poco sarebbe avvenuta, messa scientemente in atto da Josef Ackermann (link), allora al vertice di Deutsche Bank, ma anche dominus di Siemens AG (energia) e Shell (petrolio).
Un’azione indispensabile ed inderogabile, visto che l’economia tedesca stentava a riprendersi dal crollo dei propri titoli, avvenuto a cavallo tra il 2008 ed il 2009.

Non a caso, i nostri BTP iniziarono la corsa al rialzo esattamente dopo che il Financial Times annunciò al mondo che Josef Ackermann ci aveva ‘silurato’; fino al giorno prima la stessa Deutsche Bank (bollettini del 20 luglio) diffondeva rapporti lusinghieri sui medesimi, come riportò in quei giorni Dagospia.

Una cospirazione germanico-svizzera ai nostri danni? Dal punto di vista finanziario ed industriale è probabile, se non addirittura storia europeea moderna, ma dal punto di vista politico va fatta almeno un’altra riflessione.

Infatti, il ferale annuncio del Financial Times arrivò ‘a latere’ dell’annuncio dei nostri parlamentari (democratici e berlusconiani) di andarsene in ferie senza aver messo in sicurezza i conti e senza, per l’ennesima volta, aver votato una nuova legge elettorale.

Un atto irresponsabile specchio di una mentalità provinciale e di una incompetenza diffusa, che il duro attacco finanziario tedesco avrebbe dovuto sconsigliare ed interdire.
Infatti, come ricordiamo tutti, fu in quei giorni che oltre al salasso della nostra economia, iniziarono le pressanti richieste internazionali di ‘commissariamento’ dell’Italia.

originale postato su demata

Fantasmi di un Centrodestra che fu

6 Set

Quello che mancava a noi italiani era di ritrovarsi, un anno dopo la colata a picco del ‘sistema Italia’, con Giulio Tremonti in prima fila, forse candidato a premier, di un centrodestra allo sbando e privo di riferimenti.

L’uomo della crisi ‘che non c’è’, dell’Italia ‘che non sta messa così male’, dell’Europa ‘che crede in noi’, della spesa pubblica che, invece di calare, saliva e saliva. Tutte questioni che sono state ‘scaricate’ su Berlusconi e su una imprecisata casta fatta di politicanti, medici e notabili, a causa di un sistema mediatico che rinuncia ad approfondire e va avanti, di giorno in giorno, a colpi di veline (quelle di redazione, non quelle seminude).
Eppure, ci sono cose che non andrebbero dimenticate o, peggio ancora, confuse.

Ad esempio, la situazione della Cassa Depositi e Prestiti, svuotata nel corso della gestione del Ministro Tremonti, per la quale Mario Monti (ministro ad interim) ha evidentemente imposto il ‘segreto di Stato’, con la diretta conseguenza che Elsa Fornero dovette praticamente bloccare tutti i nuovi pensionamenti pochi mesi or sono.

Un disastro per il quale buon senso e norma giuridica avrebbero previsto il deferimento alla Corte dei Conti ed al Tribunale dei Ministri. Ed invece … rieccoci qui a discutere del nulla applicato al nulla.

Un ennesimo tassello di una diffusa disfunzione pubblica (cane non morde cane?) che trova adito anche negli inquietanti silenzi e nelle discutibili discrezionalità che il vertice del nostro sistema giudiziario, il presidente Giorgio Napolitano, ha ampiamente mostrato nei casi giudiziari che hanno coinvolto gli ex ministri Bassolino e Mannino e che ha manifesta conferma dell’ostracismo dei partiti e dei media verso Di Pietro e De Magistris che ebbero il coraggio di denunciare il ‘Sistema’.

Purtroppo, però, tra un anno o dieci staremo punto e accapo, se alcuni di noi continueranno a saccheggiare (più per ambizione che per avidità) od a dilapidare (più per incapacità che per malafede) il patrimonio italiano.

Basterebbe denunciarli come previsto dalla legge, confidando in una Giustizia in grado di evitare che i reati vadano prescritti e che i danni restino da quantificare …

originale postato su demata

Spesa pubblica: due conti in croce

29 Giu

I dati forniti da SIOPE e diffusi mesi fa dall’Unione Province Italiane (link) descrivono la distribuzione della Spesa Pubblica italiana e forniscono – nell’estremo tentativo di salvare gli enti politici provinciali – un quadro alquanto desolante, per quanto relativo alla situazione generale, e fin troppo deludente per quanto inerente l’azione di governo esercitata da Mario Monti ed i suoi prescelti.

Infatti, mettendo in tabella i dati SIOPE-UPI sul 2011 insieme ai dati forniti dal Ministero dell’Interno e dal MIUR – riguardo le proprie spese (2010) – e dalle Regioni e Province – relativamente al numero dei consiglieri – ecco cosa ne viene fuori.

Dati che vanno letti considerando che un consigliere comunale del Comune di Sassari ci costa solo 13.338 Euro all’anno, trasferte e rimborsi inclusi. (leggi anche sui CdA, Lo scandalo degli Enti Strumentali)

Se questo è il costo dei cosiddetti ‘apparati’, ovvero dei consiglieri-parlamentari e dei rispettivi gruppi consiliari, non è che con la sommatoria – incompleta- della spesa pubblica si vada meglio.

Fatti salvi circa 11 miliardi di Euro spesi per il Ministero dell’Interno e palesemente insufficienti, non è chiaro per quali motivi l’Italia abbia una spesa per l’Amministrazione Centrale di quasi 200 miliardi a fronte di una spesa complessiva delle Amministrazioni locali di ‘soli’ 135 miliardi, in cui rientrano strade, porti, reti locali, ambiente eccetera.

Quanto ai due soli servizi (istruzione e sanità) dove Stato e Regioni hanno competenze condivise, i dati raccontano che per la scuola si spende troppo poco, mentre per la salute si spenda troppo e male.

Male non solo per i servizi scarsi o inutili che arrivano ai cittadini, ma soprattutto perchè, se le Regioni spendono tre volte tanto per ASL e ospedali di quanto spendano per tutto il resto, è presto spiegato il disastro italiano.

Infatti, con una sproporzione tale – in termini di volume finanziario e di bisogni dei cittadini da soddisfare – non è improbabile che non pochi consigli regionali siano ‘dominati’ da lobbies afferenti al settore sanitario, come non pochi scandali dimostrano, dalla Regione Puglia agli ospedali cattolici romani o milanesi.

D’altra parte, 116 miliardi di spesa sanitaria annui sono una cifra enorme che richiederebbe ben altro che una spending review, in questi tempi di crisi. Infatti, non saranno i 246.691 infermieri (10 mld di spesa annua?), i 46.510 medici di base ed 7.649 pediatri (altri 5-6 miliardi) coloro che inabissano la spesa del Servizio Sanitario Nazionale.

Dei restanti 100 miliardi va cercata e chiesta ragione ai medici ospedalieri ed ai consigli di amministrazione delle ASL, non ad altri.

Sarebbe interessante sapere anche perchè quei 300 miliardi di previdenza siano congelati nelle casse dello Stato, anzichè diventare denaro circolante, con un sistema di previdenza privata sotto controllo pubblico come in Germania.

Come anche, ritornando alle ‘spese dell’Amministrazione Centrale’ per 182 sonanti miliardi di euro, sarebbe bello sapere in cosa consistano, visto che i beni monumentali languono e le infrastrutture attendono.

Sarebbe importante sapere, anche e soprattutto nell’interesse di Roma Capitale, quanta parte di questi miliardi siano andati a costituire lo strabiliante PIL che per anni fu vanto di Walter Veltroni e delle sue giunte e di cui, da che c’è crisi, non sembra esserci più l’ombra. Ma questa è un’altra storia.

Leggi anche Tutti i numeri delle Province

originale postato su demata

Il Berlusconismo? Pensiamo al futuro

20 Giu

Se c’è qualcosa che ‘a Destra’ andrebbe detto, è che il Berlusconismo è finito, sempre che sia mai iniziato.

Infatti, il maggior dissenso tra i suoi (ex) elettori risiede nell’aver consegnato l’Italia nelle mani degli attuali governanti, dopo essere stati troppo ‘timidi’ con i sindacati e troppo ‘disponibili’ verso la componente cattolica e consociativa.

Non a caso il risultato di 18 anni di Berlusconismo è una spesa pubblica enorme ed inclassificabile e tagli eseguiti selvaggiamente, poco e male, oltre ad un duopolio televisivo costoso ed una rete di conflitti di interessi che sembra  toccare quasi ogni carica pubblica ormai.

Stavolta, la colpa non è degli ‘infidi comunisti’, ma risiede nel poco coraggio di Silvio Berlusconi nel fare politica sul serio e nel farla laica e di destra, ovvero liberale.

La perpetuazione della cassa integrazione sotto altre forme, la spesa pubblica di cui sopra, le leggi contro omosessuali e spinelli, l’assenza di strumenti per contrastare le violazioni professionali (vedi falso in bilancio, danno erariale, errata diagnosi, captata fiducia eccetera), la poca o nulla attività nelle infrastrutture e nel supporto alle aziende, un sistema sanitario e pensionistico da paesi dell’Est, un welfare cucito apposta per il Gatto e la Volpe, la immanente lentezza ed imprevedibilità delle sentenze, la mafia che si è spostata a Milano.

Un governo di destra tutto questo non lo avrebbe lasciato in eredità ai Posteri.

E, dunque, così si comprendono i tentativi di Alfano e Cicchitto nel salvare qualcosa che non c’è e non c’è mai stato.

Il Berlusconismo? Un tentativo mal riuscito, se parliamo di politica e di crescita dell’Italia.

Questo  – almeno questo dato – dovrebbe far riflettere i nostri parlamentari sull’opportunità di proseguire nello scellerato esperimento del Bipolarismo, prendendo atto che – come i manuali di sociologia insegnano – l’esistenza del Vaticano alimenta una quota di elettorato che va dal 15 al 30% e che un cattolico ‘serio’ non è di destra o di sinistra, ma prima di tutto un credente.

Una questione fuori discussione – empirica ormai – sulla quale ci sarebbe da mettere solo un punto fermo ed un partito che rappresenti le istanze cattoliche.

Il nostro paese, come tutti gli altri, ha bisogno di un partito di destra, anzi di diversi partiti di destra (postfascista, liberale, ultralib, eccetera), come di sinistra, anzi di diversi partiti di sinistra (socialdemo, libdem, postcomunisti, verdi).
L’Italia, però, ha soprattutto bisogno di un partito cattolico, ispirato non solo a valori come quelli ‘della Vita’ (aborto, eutanasia, omosessualità), ma anche – si spera – a quelli del ‘non rubare’, ‘non commettere atti impuri’, ‘non desiderare donna d’altri’, ‘non desiderare cose d’altri’.

L’alternativa è che tutti saranno allo stesso tempo pro e contro l’aborto, l’eutanasia e gli omosessuali (come per questi 20 anni).

Come ‘tutti’ saranno come è stato spesso finora, con scandali alla cocaina, prostitute e qualche trans, soldi pubblici sprecati e rubati, comitati d’affari che saccheggiano o deturpano territori e vite. Ed a farlo saranno anche persone che, praticano regolarmente la propria fede od, in base ad essa, raccolgono il consenso elettorale.

Tra due mesi, saremo in campagna elettorale. Mario Monti ha compiuto la sua missione di salassarci, rianimarci e farci durare un anno come fossimo zombie, ma un anno sarà quasi trascorso ed il Tempo va solo in avanti.

Speriamo che per settembre – quando ormai saremo ai prodomi della campagna elettorale e ci sarà almeno da sceglie big ed organigrammi – che qualcuno si faccia venire un’idea.

originale postato su demata

La leggenda della spending review

4 Mag

Difficile scrivere qualcosa di serio in giornate in cui cronaca, informazione e governance decidono di darsi all’intrattenimento ed al varietà. Stiamo parlando della spending review.

Innanzitutto, con “revisione della spesa”, si intende quel processo diretto a migliorare l’efficienza e l’efficacia nella gestione della spesa pubblica che annualmente la Gran Bretagna attua da tempo. Come riporta l’apposito sito istituzionale britannico, “The National Archives” (of spending review), la “revisione di spesa” fissa un piano triennale di spesa della Pubblica Amministrazione, definendo i “miglioramenti chiave” che la comunità si aspetta da queste risorse. (Spending Reviews set firm and fixed three-year Departmental Expenditure Limits and, through Public Service Agreements (PSA), define the key improvements that the public can expect from these resources).

Niente tagli, semplicemente un sistema di pianificazione triennale con aggiustamenti annuali, che si rende possibile, anche e soprattutto, perchè la Camera dei Lord e la Corona britannica non vengono eletti, interrompendo eventualmente il ciclo gestionale o rendendosi esposte (nel cambio elettorale) a pressioni demagogiche o speculative.

Di cosa stia parlando Mario Monti è davvero tutto da capire, di cosa parli la stampa ancor peggio.

Venendo al super-tecnico Enrico Bondi, la faccenda si fa ancor più “esilarante” a partire dal fatto che, con tutti i professori ed i “tecnici” di cui questo governo si è dotato (utilizzandoli molto poco a dire il vero), è necessario un esterno per fare la prima cosa che Monti-Passera-Fornero avrebbero dovuto fare per guidare il paese: la spending review e cosa altro?
Il bello è che, dopo 20 anni di “dogma” – per cui di finanza ed economia potevano occuparsene solo economisti, matematici e statistici (ndr. i risultati si son visti) – adesso ci vuole un chimico (tal’è Enrico Bondi) per sistemare le cose, visto che sono gli ultimi (tra i laureati italici) ad avere una concezione interlacciata dei sistemi, una competenza merceologica e, soprattutto, la capacità di fornire stime affidabili con sveltezza.

Dulcis in fundo (al peggio non c’è mai fine) l’appello ai cittadini a segnalare sprechi.

Quante decine o centinaia di migliaia di segnalazioni arriveranno? Quanti operatori serviranno solo per catalogarle e smistarle? Quale è il modello (se è stato previsto) con cui aggregare il datawarehouse delle segnalazioni?

E quanto tempo servirà per un minimo di accertamenti “sul posto”? E chi mai eseguirà gli accertamenti?
Quante di queste segnalazioni saranno doverosamente trasmesse alla Magistratura, visto che nella Pubblica Amministrazione italiana vige ancora l’obbligo di denuncia, in caso di legittimo dubbio riguardo reati?

Una favola, insomma.
Beh, in tal caso, a Mario Monti preferisco Collodi: fu decisamente più aderente alla realtà italiana.

originale postato su demata