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Tutti i numeri delle Province

29 Giu

Un documento dell’Unione Province Italiane – presentato il 20 gennaio 2012 (link) – descrive per linee generali come e quanto spendano i nostri enti provinciali, permettendoci di comprendere nel dettaglio a cosa servano, in cosa siano indispensabili, per quali motivi vadano abrogate.

Partendo dal ‘costo della politica’, dobbiamo annotare che i 1774  consiglieri e presidenti provinciali costano 111.000.000   di euro annui, ovvero 62.570 euro a testa.
Sembra poco, se pensiamo che il costo pro capite di un parlamentare si aggira intorno al mezzo milione di euro. E’ davvero troppo, se consideriamo di quanto poco si occupino le Province e che un consigliere comunale a Sassari costa circa 13.350 euro annui.

Infatti, venendo alle ‘competenze attribuite’, i bilanci provinciali dimostrano come le funzioni effettive – quelle che vanno necessariamente delocalizzate e per le quali si spende circa metà dei bilanci provinciali, 5,5 mld di euro – si esplichino principalmente in:

  1. gestione trasporto pubblico extraurbano
  2. gestione 125.000 km chilometri di strade nazionali extraurbane
  3. edilizia scolastica dei 5000 edifici destinati agli istituti superiori
  4. istruzione e formazione professionale
  5. centri per l’impiego (854)

Dunque, basterebbero un amministratore dei lavori pubblici ed uno per il lavoro e la formazione professionale – senza scomodare un intero consiglio provinciale – come basterebbe un terzo delle province esistenti, visto che, ad esempio, Milano con 45 consiglieri riesce a gestire un territorio ad elevatissima complessità e centralità a fronte dei ben 56 consiglieri che sono indispensabili, a quanto pare, per gestire le Province di Lecco e Sondrio.

Dulcis in fundo, ‘l’efficacia e l’efficienza’ delle amministrazioni provinciali, riguardo le quali il dato è desolante anche non tenendo conto delle tante denunce e dei troppi scandali che hanno segnato i consigli provinciali in questi anni.

Infatti, come sorvolare su quei 3 miliardi e passa di ‘entrate da accensione prestiti ‘ iscritte nei bilanci 2008-2011, proprio mentre la Crisi era sempre più palese, la tregenda del debito pubblico greco era arcinota e l’allarme ‘prodotti finanziari’ era stato lanciato da Bankitalia? Specialmente se leggiamo che la spesa per interessi nel 2011 assomma a ben 624.214.126 euro.

E come commentare – dinanzi al regressivo quadro nazionale – quei 4 miliardi spesi in cultura, turismo e sport, che troppo spesso, evidentemente, sono consistiti in ‘festa, farina e forca’, ‘panem et circenses’, velleità provinciali e gigantismi metropolitani o, meglio, consenso e clientela?

O come non sapere per diretta esperienza in che condizioni sono gli edifici scolastici ed in quale caos è la tutela ambientale e la raccolta rifiuti in certe aree del paese.

Certo, quello che emerge dal documento dell’Unione Province Italiane è che non sono loro il male maggiore, ma di questo se ne parla altrove (Lo scandalo degli Enti Strumentali).

Quel che conta – e che non vogliono capire – è che ‘mal comune’ non equivale a ‘mezzo gaudio’ se ci si mette dal lato degli elettori: mal comune, mal-contento generale.

Saremmo all’A B C della politca, a dire il vero …

Leggi anche Spesa pubblica: due conti in croce

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Roma, l’Italia in ginocchio

7 Feb

In quanto sta avvenendo a Roma, per la neve e per le polemiche derivanti, possiamo leggere nella sua dramamticità della situazione di semiparalisi non della sola Capitale, ma del Paese tutto.
Una semiparalisi dei “poteri”, in cui si è andata ad infilare l’Italia dopo 12 anni di “sospensione secondorepubblicana” ed ulteriori sei di stallo tra Prodi bis e Berlusconi ter.

Dalle centinaia di migliaia di pendolari rimasti senza mezzi di trasporto e senza, soprattutto, informazioni, venerdì scorso, agli automobilisti ed ai trasportatori che, stessa situazione, si sono trovati dinanzi alla totale non-organizzazione.
Per non parlare dei treni metropolitani di Roma che sono andati in tilt, addirittura partendo a percorso bloccato, o della stazione Termini che era rimasta con 2-3 binari percorribili, deviando il traffico TAV su Tiburtina da cui partivano solo pochi treni verso Fara Sabina e Tivoli.
Alla Protezione Civile che invia bollettini asettici, invece di mettere un bel timbro rosso con scritto “Evidenza”, come fanno in USA, o che annuncia 35mm di acqua, che, se la temperatura è sotto lo zero, solo se, diventano 35 centimetri di neve.
All’Esercito, che andrà rimborsato a carico di tanti magri bilanci comunali, alla RAI che avrebbe potuto, ma non l’ha fatto, svolgere un ruolo di informazione diffusa, come accade normalmente, altrove ed in Italia, in caso di calamità e catastrofi.
Fino alla “follia” riportata nell’atto del 14 dicembre 2011, in cui il Campidoglio stabilisce che, per una città vasta come Roma, l’AMA (l’azienda ex municipalizzata) «per le opere di spazzaneve metterà a disposizione sei mezzi, tre pale meccaniche, una lama, due spandisale».

O, come oggi, sapere della scoperta di decine di lame dimenticate in un deposito a San Saba, o del sindaco Alemanno, che a dicembre aveva tolto all’Ama il ruolo principale nella gestione di situazioni eccezionali.
E, per dirla tutta, una capitale in ginocchio, con scuole ed uffici chiusi, non per la neve, ma per l’assenza di misure idonee, visto che da sabato c’è il sole.

Con un governo “normale” e con un’Italia che “va da qualche parte”, le cose sarebbero andate molto diversamente:

  • il Partito Democratico avrebbe dovuto chiedere le dimissioni del Sindaco, chiedendo le elezioni. Cosa che al momento non ha intenzione di fare;
  • la RAI avrebbe trasmesso sia le solite new strappalacrime “dai luoghi della tragedia” ed i talk show sarebbero stati ricolmi di rissosi politici, ben attenti a rimpallarsi barili e responsabilità;
  • qualche magistrato avrebbe aperto un fascicolo contro ignoti;
  • qualcuno (sindaci ed imprese) avrebbe reclamato lo stato di calamità e finanziamenti straordinari;
  • il premier, o chi per lui, avrebbero rassicurato i cittadini visitando i luoghi disastrati;
  • la santa stampa ci avrebbe spiegato a menadito cosa andava fatto e cosa non, chi era e chi no, dove e quando se non perchè.

Di tutto questo, nulla.
Questa è l’Italia guidata da Mario Monti.

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Roma bloccata dalla neve

3 Feb

Ore 13,40: Roma è in tilt a causa della neve  e, per il momento, ne sono caduti 50 centimetri in poche decine di minuti su Roma Nord, dove le pendenze sono anche elevate.

Il Prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro ha disposto la chiusura degli uffici pubblici dalle 14 di oggi a tutta la giornata di domani per “le avverse condizioni atmosferiche che si prevedono in miglioramento solo a partire da domenica, dovranno essere comunque garantiti i servizi d’emergenza”.

In questo momento, migliaia e migliaia di impiegati sono ancora negli uffici, colti alla sprovvista lontano dalle proprie abitazioni, come anche tanti automobilisti sono sulla strada per tornare a casa propria, tra le smisurate periferie romane o, addirittura, nella provincia.

Tutti senza informazioni, eccetto il fai da te, consultando i tweet dei romani in movimento su l’unico servizio in rempo reale attualmente funzionante, ovvero la pagina Twitter di INFOATAC.

Non è per mettere la croce ad Alemanno, l’organizzazione richiede anni ed anni, ma nessuno sa quali strade siano ancora percorribili o quali mezzi pubblici, eccetto quelli ferroviari, siano ancora in funzione.

Cose anche banali, ad esempio sapere se lungo la Nomentana i bus stiano percorrendo regolarmente la corsia a loro riservata e che “non dovrebbe” avere intralci. Oppure, quali tram e quali metro siano ancora operativi. Per non parlare delle indicazioni minime agli automobilisti, visto che affrontare la neve con il traffico in tilt.

L’unica speranza, al momento, è che la “bufera” cessi per qualche ora, prima del buio, in modo da dare il tempo alle persone di rientrare a casa.

In alternativa, nessuno sa cosa racconteranno le cronache domani riguardo quel circa mezzo milione di persone che cercherà di rientrare alla propria abitazione.

In ambedue i casi, sarebbe il caso di iniziare e chiedersi se Roma è effettivamente diventata una metropoli da 4 milioni di persone, più i pendolari, o se è solo il numero, ma non il Pil e le infrastrutture, a renderla tale.

P.S. Mentre Roma iniziava a paralizzarsi per la neve “una Smart ha bloccato il passaggio dei tram all’altezza del museo d’arte moderna, in viale delle Belle arti. La macchina è parcheggiata esattamente sulle rotaie. Il volante bloccato da una sbarra antifurto. Sul posto i carabinieri già presenti per monitarare il traffico che tramite la centrale cercano di rintracciare il proprietario.
Speriamo venga denucniato e condannato per interruzione di pubblico servizio.

Intanto, il Piano Emergenza Neve per il trasporto pubblico di Roma su disposizione della Protezione civile di Roma Capitale, diffuso dall’Agenzia per la Mobilità, la linea numero 3 dei tram è tra le linee che assicurano il servizio. Peccato che  “non ce la fa a fare la salita”, lo confermano gli autisti, e che il problema sia di vecchia data …

Secondo un comunicato di TomTom, alle ore 16, c’erano 270 chilometri di code entro il Grande Raccordo Anulare.

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Pensioni – Fornero, pessime idee

26 Nov

Che il Governo Monti non abbia i numeri per durare è un dubbio che inizia a serpeggiare tra gli osservatori.

Sono già troppe le “buche” che questo governo ha mostrato di non saper evitare, dal protrarsi delle scelte per i ruoli di governo minori, ma “politici”, alla quasi assenza di esposizione mediatica, ovvero di attenzione al consenso popolare.
Per non parlare delle età e delle professioni rappresentate nel governo, che mostrano una squadra vecchia e lontanissima dal mondo del lavoro e delle imprese medio-piccole, per non parlare della gente: un esecutivo che mai è stato esecutivo.

Crepe già vistose, di cui torneremo a parlare, che la proposta del ministro Fornero sulle pensioni non fa altro che confermare, deludendo profondamente le aspettative di chi aveva sperato in una vera riformatrice.

Infatti, non era difficile comprendere cosa chiedono a viva voce gli italiani: stop pensioni d’annata e privilegi, meno anziani al lavoro più spazio ai giovani, sistema contributivo per tutti.

Basterebbe, per far sentire garantiti i lavoratori italiani, legiferare che nessuna pensione possa superare lo stipendio iniziale dell’ultima/migliore professione svolta. Facile come bere un bicchier d’acqua.

Cosa offre il ministro? Più anziani al lavoro, meno spazio ai giovani, sistema contributivo solo per chi è ancora al lavoro.

In due parole, potrebbe esserci uno scarto anche del 15%  sulla pensione tra un lavoratore pensionatosi lo scorso anno ed uno che sta andando via oggi con la stessa entità contributiva.

Rieccoci con le pensioni d’annata …

L’incredibile è che la motivazione di un intervento così iniquo sia dato dal fatto che, come annuncia lo stesso ministro Fornero su La Repubblica, i “principi, che sembrano banali, sono stati spesso largamente disattesi, nel periodo preriforma, ma anche successivamente, sia con la riforma Amato (1992), sia con la riforma Dini (1995), in modo particolare con la scelta di tutelare i “diritti acquisiti” dei lavoratori meno giovani, scaricando invece sulle nuove generazioni l’onere dell’aggiustamento. E hanno continuato a essere disattesi nel periodo successivo, a ogni nuovo intervento sulla transizione.”

Ma non finisce qui: non è solo un problema di equità.

Infatti, il neoministro del Welfare sarebbe anche dell’idea di “non si può prescindere dall’abolizione delle ingiustificate posizioni di privilegio che perdurano per molte categorie difficilmente annoverabili tra i bisognosi, come i liberi professionisti con le loro casse.
E dire che eravamo tutti d’accordo, tempo fa, che nell’additare il duopolio INPS-INPDAP come l’elemento sistemico che ha messo in ginocchio il sistema pensionistico italiano, oltre a creare una commistione pericolosa tra previdenza, assistenza e politica.

Dunque, la ricetta del governo Monti per le pensioni è sostanzialmente quella di colpire “i lavoratori nati tra il 1950 e il 1962”, di fare cassa tramite l’assorbimento delle poche forme assicurative “privatistiche” esistenti.

Magari, il prossimo passo, dopo aver accorpato tutte le pensioni nell’INPS-INPDAP, sarà di trasformarli in aziende di Stato e metterli sul mercato …

Ecco il “progetto Monti” per noi più giovani di loro: niente equità, ma, soprattutto, tanto statalismo, a cui potrebbe far seguito  un’enorme cessione del sistema previdenziale, visto che siamo nelle mani di banche e sindacati.

Un’idea involutiva, visto che se i giovani in Italia avessero un sistema sbloccato, potrebbero iniziare a lavorare e versare contributi prima dei 25 anni, risolvendo il problema all’origine, e visto che, con un sistema assicurativo libero, ogni lavoratore può negoziare individualmente il proprio pensionamento.

L’avevo detto io che se non era pan cotto era pan bagnato …

(leggi anche Pensioni, quelle d’annata non si toccano e Pensioni, quel che propone Confindustria)

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Pensioni: quelle d’annata non si toccano …

24 Nov

La riforma delle pensioni «è già stata largamente fatta ma necessita di tempi più accelerati», Elsa Fornero ministro del Welfare.

Una «azione improntata a sobrietà», in nome dell’equità dice il neoministro, che «implicherà che i sacrifici imposti siano equlibrari in funzione della capacità di sopportazione dei singoli».

Non è quello che ci aspettavamo: restano intatte le pensioni d’annata e quelle d’anzianità che, non essendo su base contributiva, gravano “inspiegabilmente” sugli attuali e futuri lavoratori.

Questo è tutto quello che le generazioni nate tra il 1925 ed il 1950 hanno riservato a noi che siamo nati dopo di loro.
E’ iniziata quando avevamo ancora 15 anni, cambia poco se fossero gli Anni Settanta, Ottanta o Novanta e, dopo 20-30 anni, continua ad andare così.

Una letale e brutale corsa senza traguardo e senza vincitori: una generazione in esubero da “smaltire”.

Predatori, che ci hanno portato alla rovina arraffando tutto quello che c’era, durante il Boom economico, e che intendono continuare a farlo finchè ci sarà sangue e linfa da succhiare.

Le loro pensioni non si toccano, le nostre si.

E questa il ministro Fornero la chiama “equità”?

(Leggi anche Pensioni – Fornero, pessime idee e Pensioni, quel che propone Confindustria)

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Il rischio recessione

24 Nov

Queste le ultime dichiarazioni di Mario Monti.

Ho illustrato il programma in corso di articolazione del governo, e ho insistito nell’interesse che l’Italia ha di perseguire in modo rigoroso gli obiettivi di consolidamento della finanza pubblica, entro termini serrati, confermando l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 e in modo sostenibile.

La sostenibilità implica anche una crescita economica non inflazionistica, non alimentata dal disavanzo. Questo significa riforme strutturali.

“L’Italia ha un rilevante avanzo primario, ma deve fare sforzi particolari. Non è in discussione l’obiettivo del pareggio di bilancio, esiste un problema più generale di cosa accade se si entra in una fase recessiva.”

Fase recessiva? Eh già …

Da tempo questo blog ha richiamato l’attenzione sulla necessità di sostenere un’inflazione contenuta, a causa dell’elevato interesse sul debito, e di evitare spinte inflattive forti, derivanti da fattori speculativi,  a fronte della prevedibilissima flessione dei consumi causata da patrimoniali, nuove imposte dirette ed indirette, tassi di interesse accresciuti, incertezza riguardo lavoro, salute e pensioni.

Il rischio recessione, grazie al salasso che ci colpirà a breve, è notevole e tutto ci serve fuorchè un ulteriore downgrade dei prezzi degli immobili od ulteriore caos e tagli sui servizi pubblici.

Non è una partita tecnica però, bensì politica, visto che i piani regolatori toccano ai Comuni,  i piani di gestione sanitari alle Regioni ed il welfare e la formazione a tutti e due. Comuni e Regioni, cassate le Provincie si spera, che potrebbero, dati i precedenti, dissolvere in un mare di sprechi, cemento e prebende ciò che è congelato dal Patto di Stabilità e non solo, impoverendoci ulteriormente.

Le rassicurazioni per il governo Monti non devono arrivare solo dall’Europa, ma soprattutto dai partiti nostrani, che oltre le “amene” chiacchierate a Porta a Porta non vanno, quasi che il problema non fossero anche e principalmente loro.

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Rajoy promette “lacrime e sangue” e vince

21 Nov

La Destra spagnola, con il centrista Rajoy in testa, vince promettendo “lacrime e sangue”. Intanto, i mercati crollano.

Questo il dato che va a completare il mosaico del “panic” europeo.

Sono quasi due anni che l’Europa, e con lei il mondo, ha dovuto fronteggiare gli effetti della crisi finanziaria che andavano a portare a nuovo esito i diversi “difetti di produzione” presenti nelle democrazie che si affaciano sul Mediteraneo.
E’, dunque, ora che naviganti ed osservatori siano in grado di leggere bussole e sestanti, onde pervenire ad un esito soddisfacente per i cittadini europei.

La prima a cadere, ricordiamolo, fu la Grecia, sostanzialmente un “non stato”, se andassimo a rintracciarla sulle carte storiche, nato più per diseuropeizzare la Turchia e per fronteggiare l’espansionismo sabaudo, con buona pace dei nazionalisti greci.
Una nazione che può sostenersi solo in base a quanto l’Europa ha intenzione o possibilità di dare, sia turismo, siano sussidi, siano prestiti.

Poi, venne il turno dei due altri PIIGS, Spagna e Portogallo, dove, parliamo di Madrid, il governo Zapatero, esempio fulgido per la Sinistra italiana, venne preso del tutto alla sprovvista dagli eventi e proprio dove sono nati, guarda caso, gli Indignados nel nome della meritocrazia e contro la cooptazione, oltre che contro il Partito Socialista locale.
Due paesi dove, dopo le dittature militari cinquantenarie, aveva attecchito un modello socialdemocratico e consociativo, durato con qualche discontinuità fino ai nostri giorni.

Si arriva all’Italia, con tutto quello che sappiamo e con tutte le attese di vivibilità, di semplicità e di equità, che Mario Monti dovrà soddisfare. Esigenze, internazionali ed italiche, che, a dire il vero, non si sa ancora come saranno accolte dall’attuale Governo Italiano e, soprattutto, da parlamento, sindacati, clero e cittadini.
Utile aggiungere che l’Italia non è riuscita a superare le dialettiche (e le dicotomie) preunitarie e del Ventennio, mantenendo una infrastruttura di Stato e parastato immutabile ed additiva, negando “a prescindere” il concetto di “piena delega”.

Fatto sta che i mercati non reagivano positivamente alla notizia, nonostante Berlusconi si fosse fatto da parte e l’Italia avvesse, nella sostanza, accettato un “commissariamento tecnico”.
Anzi, la deriva finanziaria si è estesa, allargandosi alla Francia, terra madre dei sistemi di gestione della finanza pubblica vigenti nei paesi menzionati. Una Francia che, però, ha un debito pubblico in ordine e non dovrebbe patire un declassamento del rating.

Il tutto, mentre la Cina Popolare è diventata la prima potenza mondiale, in termini di produzione e di finanza, superando gli Stati Uniti di Obama.

E’ evidente che i mercati stano rispondendo a logiche diverse e non solo speculative. Per “mercati” intendiamo il sistema dalle cause e degli effetti finanziari e produttivi.

Da un lato, è palese che agli stati cattolci dell’UE venga chiesto di ridurre la (onni)presenza del “pubblico” e di superare un welfare fondato sul populismo e l’assistenzialismo.  Un “metodo” che ha permesso trasformismi in tutti i diversi paesi, che permette alla pubblica amministrazione tempi smisurati, che non facilita il monitoraggio ed il controllo di gestione.

Dall’altro, inizia ad essere evidente, almeno agli addetti di settore, che quello in crisi è il modello di bilancio pubblico, su basi ordinamentali, strutturato, all’origine, dalla Francia. Un sistema non compatibile, o quantomeno sovrapponibile, a quello anglosassone, vigente in tutto il resto del mondo che conta.

Infine, dobbiamo ricordare che un’Europa debole e disunita non può far fronte alla forza finanziaria delle principali banche indiane, cinesi, brasiliane. Questo ha come conseguenza l’espansione delle corporation ed indebolisce tutta la filiera produttiva e distributiva tradizionale, fatta di artigiani, piccoli produttori, aziende di nicchia.

Tre cose che sarà molto difficile da far digerire agli (indo)Europei, selezionatisi nei secoli anche per la propria attitudine a dire la propria ed a far valere i propri diritti.
Per questo i cittadini, spagnoli e non solo, chiedono “lacrime e sangue”.

Solo un’Europa “etica” e “sobria”, come quella dei suoi barbari antenati, può reggere all’infiltrazione delle corruttele, delle mafie, degli speculatori, dei pressappochisti.

Non ha nessun futuro un’Europa che dovesse continuare a dividersi in “potenti”, cooptati, privilegiati e “cittadini”. C’è chi reagisce chiedendo o promettendo “lacrime e sangue”, chi cercando di salvare la Casta e gli affari di bottega  e chi speculando per il proprio tornaconto impoverendo chi gli vive intorno, ma la sostanza è la stessa.

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Bank of India sbarca in Italia?

20 Nov

Una settimana è trascorsa dal “venerdì nero” dei fondi italiani ed il Governo Monti  sta per insediarsi, la Cina sta pe sorpassare gli USA e la Gran Bretagna non è più una realtà finanziaria mondiale.

Intanto, nel cosiddetto “six pack”, l’Unione Europea annuncia l’introduzione, in ogni stato membro, di un “Consiglio indipendente di bilancio’ autonomo, con il compito di monitorare i conti e con poteri ispettivi.

Le Borse europee non sono andate meglio, questa settimana, ma neanche peggio, anche se la turbolenza sembra si stia spostando sulla Francia.

Così accade che anche Oltralpe ci siano cittadini indignati, Les Indignees come li chiamano da quelle parti, e la mappa che segue rappresenta l’Europa per come potrebbe diventare.

Singolare davvero …

Specialmente se, ricordando che Sonia Gandhi ha studiato presso l’istituto dei Salesiani a Torino più o meno nello stesso periodo in cui metà del governo frequentava scuole cattoliche tra Torino e Milano, ci si dovesse chiedere da dove arrivano i soldi per almeno 6-700 milioni di euro in Buoni del Tesoro che sono, in questi giorni, all’asta.

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Governo Monti: prime riflessioni sul Programma

18 Nov

«Una riduzione delle imposte e dei contributi che gravano sul lavoro e l’attività produttiva, finanziata da un aumento del prelievo sui consumi e sulla proprietà, sosterrebbe la crescita senza incidere sul bilancio pubblico», ha dichiarato Mario Monti.

Ma cosa significa nell’immediato?

Innanzitutto, meno tasse e meno contributi a carico delle aziende e qualche soldo in più in busta paga, ma a condizione che ci sia un aumento dei prezzi al consumo e della leva fiscale indiretta, oltre che dell’inflazione.
Una misura che, per quanto riguarda la finanza, farà sentire subito i propri effetti, ma che potrebbe impiegare anni per ottenere un effettivo miglioramento dello status dei ceti più bassi e del Meridone tutto.

Non si parla di patrimoniale (Berlusconi non vuole), ma da gennaio arriverà la nuova Imu, Imposta Municipale Unica, che incoporerà anche un’imposta sulla prima casa.
Praticamente, sarà lo stesso salasso, con la sola differenza che l’incasso andrà ai Comuni anzichè allo Stato e, soprattutto, che il prelievo sarà “equamente” diviso tra tutti i cittadini proprietari di immobili, inclusi quelli rimasti disoccupati e quelli che non riescono a pagare il mutuo.

A proposito di pensioni, essendo l’Italia il paese con l’età per il pensionamento di vecchiaia più alta della Germania e della Francia, introdurremo l’età flessibile di pensionamento a scelta del lavoratore fino a 68-70 anni, premiando chi prolunga (sic!), a condizione che il Parlamento voti la rimozione dei privilegi d’annata.
Apparentemente una bella idea, ne riparleremo tra qualche anno quando un esercito di ultrasessantacinquenni (con meno di 40 anni di contribuzione) eserciterà il diritto di restare al lavoro per ulteriori cinque anni, bloccando i pochi spazi che ci sono per i giovani e, soprattutto, il ricambio nel pubblico impiego.

Per il resto, le promesse sono le solite: liberalizzazioni per rendere meno ingessata l’economia, facilitare la nascita e lo sviluppo delle imprese, migliorare l’efficienza dei servizi pubblici, favorire l’inserimento dei giovani e delle donne nel mercato del lavoro. In aggiunta, l’ardua speranza di riformare il mercato del lavoro, ovvero l’Articolo 18, con CGIL e PD contro.

Ad averci una buona memoria, il programma di Mario Monti sembra, per ora, sovrapponibilissimo a quello del Governo Prodi, insediatosi nel 2006, con l’unica differenza che, forse, non ci sarà opposizione in Parlamento.

Sarà che noi italiani non abbiamo mantenuto le nostre promesse e che ci sono norme e misure cha attendono da anni, sarà per questo che i Poteri Forti ci hanno commissariato, ma la prima impressione non riguarda tanto “lacrime, sangue e sacrifici”, quanto il solito problema italiota che “se non è pan cotto è pan bagnato”.

Ci aspettavamo qualcosa di più, dal superamento di un sistema di bilancio, che è un colabrodo, all’urgente rimozione dell’attuale classe dirigente pubblica, un esercito di “Yes Men” affermatisi per cooptazione. Ma non se ne parla, se non richiamando tutti al “senso dello Stato”.

Ai posteri l’ardua sentenza.

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Il rebirth italiano parte da Tocqueville

15 Nov

Per salvare l’Italia dalla finanza trasformista e cleptocrate non c’è altro da fare che affrontare la mission impossible di superare, o quantomeno aggiornare, i Regi Decreti in materia contabile (1886, 1924), ancora in parte vigenti o riassorbiti. Vennero strutturati per contrastare il trasformismo e la corruzione, sono una infrastruttura obsoleta, inefficiente e facilmente “hackerabile”.

In realtà, pur imitando il modello francese, sono una grande ingessatura che dilaziona impegni e spese, funzionalmente alla cassa disponibile (grandi opere sabaude) ed alle esigenze del consenso (fascismo).
Cose che nei nostri tempi, oltre a produrre sprechi e desviluppo, causano anche un bel po’ di interessi passivi. Inoltre, le ripartizioni determinate dai Regi Decreti non coincidono con le categorie (UPS) determinate dall’Unione, trasformando il nostro bilancio in un’enorme matrioska.

Basti dire che un decreto di spesa del MIUR (che è uno dei ministeri più “trasparenti”) impiega dai 2,5 ai 5-6 anni per essere speso (pervenuto come servizio al cittadino), rendicontato, monitorato.
E’ un sistema che crea debito “di per se” che la Francia, democratica e di sinistra, riesce a contenere solo a prezzo di una diffusa tecnocrazia e di un mastodontico corpo ispettivo.

Mi chiedo perchè un tecnico della levatura di Mario Monti, noto per il suo pragmatismo e per la sua indipendenza da dogmi e scuole di pensiero, non  abbia già annunciato l’esigenza di un limitato staff tecnico, proveniente dai servizi e non solo dalle accademie, che produca i testi delle riforme, mentre i ministeri amministrano ed il parlamento vaglia ed emenda (si spera poco).

Una governance da manuale, “tale e quale” a quella che uscì dalla prima riunione nella Sala della Pallacorda, come riporta Tocqueville. In gergo ingegneristico, un “rebirth”, invece che un “default”.
Bella parola vero?

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