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Un Centrodestra senza Silvio e senza Bossi

3 Nov

Finalmente, ma solo da pochi giorni, la Politica ed i suoi esperti si sono rassegnati al fatto che la legislatura non può arrivare al 2013 e, altrettanto finalmente, hanno inziato ad arrabattarsi per dirimere opzioni e veti che impediscono (da molti anni a dire il vero)  la composizione di un governo atto a governare, anche solo per 3-4 mesi.

Mentre l’informazione nostrana non riesce ad andare oltre la punta del naso, come al solito andare alle fonti procura conforto e soluzioni.

Infatti, basta esaminare la composizione del nostro parlamento per comprendere che gli esiti possono essere pochi e “sorprendenti”, al di là di transfughi e trasformisti di cui proprio adesso non ve ne è alcun bisogno.

Di seguito sono raccolti i dati (al meglio possibile visto che tanti parlamentari hanno cambiato gruppo in soli due anni) sulla composizione del Parlamento.

Come chiunque può notare, un governo senza Lega, Responsabili e PdL non ha i numeri per governare, ma un governo senza il PdL e con la Lega sarebbe sotto ricatto tale e quale come ora. Viceversa, un governo senza PD , IdV e Lega avrebbe comunque i numeri per andare avanti e, forse, por mano ad un minimo di riforme …

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La crisi italiana secondo la BBC

2 Nov

Laurence Knight, business reporter di BBC News ha pubblicato una breve e compendiosa descrizione di quali siano i mali che affliggono l’Italia e l’Euro.

Un punto di vista “relativamente neutrale”, stante il fatto che in Gran Bretagna è vigente la Sterlina, valuta dal valore ampiamente consolidato.

Secondo l’autorevole analista, il debito del governo italiano, al 118% del PIL, è sicuramente alto, anche per gli standard europei, ma è sostanzialmente costante dal 1991 e gli italiani non sono particolarmente indebitati, come viceversa accade in Francia od in Gran Bretagna, dove l’esposizione dlele famiglie è abnorme.

Il problema è che i governi italiani hanno sempre speso per servizi pubblici e sussidi più di quanto la nazione produca in termini di leva fiscale. Infatti, l’esposizione debitoria dello Stato italiano è dovuta all’esigenza di coprire deficit ed interessi passivi.

E’ evidente che, in prima ipotesi, la situazione italiana è allarmante ma non catastrofica, se non fosse che la scarsa applicazione delle regole, la tutela di interessi acquisiti, l’invecchiamento della popolazione, la debolezza degli investimenti hanno determinato seri limiti nella capacità del Paese di aumentare la produzione. Non è un caso che il tasso medio annuo di crescita economica negli ultimi 15 anni è stato un pessimo 0,75%, che è di molto inferiore al tasso di interesse che l’Italia paga sui propri debiti.

Il rischio italiano consiste, dunque, nella possibilità che un governo “populista” (come tutti quelli che si sono succeduti in questi anni) potrebbe far accrescere il debito più velocemente rispetto alla capacità dell’economia italiana di sostenerlo. In passato, questo rischio non si è concretizzato, grazie al tasso di inflazione relativamente alto dell’Italia, che ha sempre spinto le entrate fiscali del governo, ma ora la prospettiva è molto più triste.

Come noto, ai britannici piace parlar chiaro e l’analista della BBC non può non notare (a detrimento dei governi italiani passati e presenti) che, “come nelle altre economie dell’Europa meridionale, i livelli salariali italiani sono saliti troppo in fretta negli anni buoni ed hanno lasciato l’Italia priva di competitività rispetto a Germania e le altre economie della zona euro”.
Questa mancanza di competitività, nelle infrastrutture e nel mercato del lavoro, “rischia di causare molti anni di crescita ancora più debole e di inflazione bassa, che risulterebbero insostenibili. Inoltre, ulteriori tagli alla spesa, che il governo promette, rischiano di danneggiare l’economia ancora di più”, oltre a causare un forte aumento della disoccupazione.
Questi i motivi per cui i mercati e  gli istituti di credito chiedono un tasso di interesse molto più alto per l’Italia, anche se il maggior costo del denaro renderà il debito italiano ancora meno sostenibile.

Un po’ come dire che la perdita di fiducia dei mercati verso l’Italia potrebbe finire per diventare una profezia che si autoavvera: se nessuno offrirà prestiti all’Italia, allora l’Italia non potrà ripagare i suoi debiti e se non potrà rimborsare i propri debiti, nessuno vorrà farle credito. E’ quello che stanno facendo i mercati, presi dal panico, che cercano di liberarsi degli investimenti in “debito italiano”, spostandoli sul “debito sicuro” tedesco.

Secondo la BBC, la massa finanziaria, di cui l’Italia avrebbe bisogno per un piano di salvataggio, è enorme: di gran lunga superiore ai 440 miliardi di euro EFSF, concordati nel mese di luglio dall’Unione Europea. Ed infatti i leader europei si preparano, dopo che l’Italia avrà dato garanzie che oggi non è in grado di dare, ad aprire una linea di credito superiore ai 1.000 miliardi di Euro, che, si spera, ridurrà anche il costo del denaro in Italia.

Come fa notare Laurence Knight, “l’Italia dovrà implementare misure di austerità per assicurare che i propri debiti rimangano sotto controllo” e non è chiaro se la coalizione di governo guidata da Silvio Berlusconi sia in grado di attuare ulteriori tagli.
Inoltre, se l’economia non riuscisse a crescere, a causa dello statalismo e della rigidità del mercato del lavoro come è accaduto in Grecia, la Bella Italia non sarebbe in grado di ripagare i propri debiti.

Dunque, dinanzi ad una tale catastrofe nazionale, se il governo Berlusconi è accusabile di inerzia e pressappochismo, PD e SEL non possono più sottrarsi dall’accusa di essere “conservatori e reazionari”, piuttosto che “innovatori e progressisti”.
Sarà un caso, con i guai che abbiamo, che tutta l’attenzione dei partiti e del popolo di “sinistra” sia rivolta a Renzi ed alle Primarie …

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Italia tra bluff politici e crolli in Borsa

1 Nov

Luca Ricolfi, che non è certamente un “berlusconiano”, scrive del “bluff con cui un po’ tutti – sindacati, Confindustria, opposizione – hanno finto che il problema fosse solo l’inerzia del governo … Erano così sicure, le parti sociali, di essere la parte sana e modernizzatrice del Paese, che il 4 agosto avevano firmato un «documento comune» in cui davano le loro dritte al governo … Ma era un bluff: non appena il governo, incalzato dall’Europa, ha timidamente manifestato l’intenzione di agire su alcuni di quegli stessi nodi che le parti sociali avevano imprudentemente evocato – «modernizzare il sistema di Welfare», «liberalizzazioni», «mercato del lavoro» – sono esplosi i conflitti sia fra le parti sociali sia dentro l’opposizione.” (La Stampa)

Eh già, perchè “modernizzare il sistema di Welfare” significa innazitutto cancellare il “doppio binario” che distingue tra cassaintegrati e disoccupati oppure tra pensioni d’annata e le altre, ma non distingue tra assistenza (pubblica) o previdenza (da liberalizzare) e tutela i diritti già acquisiti, ma non quelli ancora da riconoscere.

Oppure, attuare “liberalizzazioni” vuol dire privatizzare ENEL, ENI e INPS, oltre che cancellare una miriade di enti, come anche intaccare le prebende di artigiani e professionisti o le agevolazioni di cooperative e consorzi.

Od ancora, intervenire sul “mercato del lavoro” non può non significare altro che eliminarne gli elementi di forte rigidità di cui da 30-40 se ne parla senza adeguarci ai sistemi in vigore altrove: libertà di licenziamento ed equo indennizzo, meno pubblici dipendenti, leggerezza degli strumenti contrattuali e snellezza procedurale, reintroduzione della mezzadria e dell’apprendistato.

E’ evidente che, ad essere toccato dalla “repentina innovazione” c’è buona parte dell’elettorato della Sinistra e altrettanta buona parte dell’apparato pubblico che, attualmente (ma per poco ancora), sorregge l’azione del Governo Berlusconi e di tante giunte locali: sono esattamente coloro che hanno sempre arenato qualunque riforma sia mai stata tentata in Italia. E, forse, sono la maggioranza degli italiani …

Il documento presentato da Bossi e Berlusconi in Europa è una bella lista di buone intenzioni, “lettera d’intenti” per l’appunto, ma è “irricevibile” sia per la base elettorale della Sinistra sia per gli apparati, pubblici e “sociali”, che dovrebbero renderle esecutive.

Sarà questo il motivo per cui la Borsa crolla?

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L’Europa sospesa tra Ventotene e l’Impero

1 Nov

Un editoriale di Galli della Loggia ci racconta, oggi, dei “vasi di coccio dell’Unione”, secondo quello che è stato il (disilluso) dogma dell’unificazione europea.

“L’Europa di oggi non è certo quella del 1958, di cui fummo tra i fondatori, pensata e nata su un piede di assoluta parità tra i suoi membri. Gli sviluppi successivi, infatti, i vari allargamenti succedutisi (in modo particolare quello sciaguratissimo da 15 a 27 Paesi), nonché la crisi economica recente, hanno fatto emergere, di fatto, al suo interno un direttorio franco-tedesco.” (Corsera)

Una dottrina, tutta italiana e solo italiana, che dice ispirarsi al Manifesto di Ventotene del 1944 e che rivendica unaa paternità di un’Europa franco-tedesca-italiana, su base paritetica e federale. In realtà, lo stesso Manifesto, redatto da Altiero Spinelli (comunista indipendente) e Ernesto Rossi (liberale radicale), affermava che: “la linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, … lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale.”

E’, oggi, evidente che l’Unione Europea sia tutt’altro che quello cui aspiravano i Padri Fondatori, ma avrebbe già dovuto esserlo evidente nel  1954, quando la proposta di un mandato costituente per l’Assemblea comune della Comunità Europea di Difesa fu bloccato per l’opposizione della Francia. Oppure, nel 1957, quando nacque la Comunità Economica Europea, anzichè il Congresso del popolo europeo, proposto dallo stesso Spinelli.

L’Europa di oggi somiglia molto di più all’Impero di Carlo Magno e Federico di Svevia: un network di feudi (lobbies finanziarie) e di interconnessioni (mobilità e reti informative), uniformati da direttive (standard).

Non è un caso che le lobbies finanziarie interessate dalla crisi corrente siano tutte localizzabili nell’area europea storicamente “guelfa”:  Hypo Real Estate Holding (Baviera), Deutsche Bank (Lorena, Brabante, Assia) , Dexia (Francia), Unicredit (Brunswick, Lazio, Toscana, Lombardia).

Come non è un caso che questa sia la mappa dell’Impero dei tedeschi.

Come non sarà un caso che, dal Baltico al Mediterraneo, siano proprio i territori “sassoni” (inclusa la Repubblica Ceca, il Lionnese e l’Italia centrosettentrionale) ad essere quelli dove la produzione tiene e dove gli standard sono rispettati, ad i quali vanno assommati quelli inglesi e polacchi, fin dove arrivò l’onda conquistatrice partita dallo Jutland.

Ovviamente, questa Europa non è per tutti. Mancano gallesi, scozzesi ed irlandesi (ad esempio), che fieramente si opposero ai sassoni, prima, ed all’industrialesimo inglese, dopo. E mancano i francesi, che massacrarono gli Ugonotti pur di non credere nella “meritocrazia”, e gli europei del Mediterraneo, separati dall’Oriente e dall’Oltremare oltre che dall’Europa, per l’antico vezzo di Roma di lucrare frapponendosi a due mondi.

Nel 2013, l’Unione Europea si accingerà ad eleggere un parlamento, sostanzialmente privo di poteri, di oltre 2.000 delegati, mentre la Banca Centrale ed altri organismi tecnici, tutti collocati tra Francoforte e Bruxelles, hanno poteri sovrannazionali.

E’ evidente che non si possa andare avanti così, con un Manifesto “tradito” e con un “impero” di cui non si vuole ammettere l’esistenza, con i singoli parlamenti che possono menare il can per l’aria e con interi popoli, che possono subire o rifiutare scelte che non hanno votato.

Se gli “intellettuali” volessero prendere atto, qualche via d’uscita si troverà e non sarà un Direttorio, ma sarà un disastro ed una tirannide, se dovessimo continuare a dimenticare che di Europa, al giorno d’oggi come in passato, ce ne è una sola e si chiama asse franco-tedesco.

La soluzione? Un Euro ed un’Europa a due velocità e cos’altro mai?

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Lettera all’Europa: la lista degli intenti

27 Ott

Questa la lista, al possibile completa, della miriade di promesse e garanzie che il Governo Italiano, senza l’avallo del Ministro dell’Economia e delle Finanze, ha promesso all’Europa a nome di tutti noi.

Incredibilmente, l’Europa “ci crede”, forse allettata dall’enorme svendita che Berlusconi promette, ma ditemi voi se, nell’Italia che ben conosciamo, sia possibile mettere in atto una tale manovra in una dozzina di mesi, se alcune misure siano davvero opportune, come quelle ad esempio, sui trasporti o la concorrenza e se altre, quelle sul sistema elettorale o sulle liberalizzazioni, siano esenti da itneressi di fazione o personali.

  1. Pensione a 67 anni dal 2026
  2. Libertà di licenziamento per «motivi economici»
  3. Privatizzazione dei servizi pubblici locali
  4. Liberalizzazione dei servizi nei comparti idrico, dei rifiuti, dei trasporti, locali e nazionali e delle farmacie comunali
  5. Liberalizzazione degli orari dei negozi, della distribuzione dei carburanti ed delle assicurazioni Rc auto
  6. Piena attuazione della Riforma Brunetta
  7. Tariffe minime dei professionisti derogabili
  8. Contratto di apprendistato e rapporti di lavoro a tempo parziale per donne e giovani
  9. Garanzia dello Stato per i mutui dei precari
  10. Riforma dei sistemi fiscale e assistenziale
  11. Integrazione operativa delle agenzie fiscali
  12. Razionalizzazione di tutte le strutture periferiche dell’amministrazione dello Stato e degli enti della previdenza pubblica
  13. Riorganizzazione della rete consolare e diplomatica
  14. Privatizzazione delle aziende controllate dagli enti territoriali
  15. Contratti di programma dei maggiori aeroporti italiani
  16. Ottimizzazione delle gestioni negli impianti portuali
  17. Semplificazione in materia di trasporto eccezionale su gomma
  18. Rimodulazione delle aliquote delle imposte indirette, inclusa l’accisa
  19. Agevolazioni fiscali ridotte del 5% per il 2012 e del 20% dal 2013
  20. Riforma costituzionale della libertà di iniziativa economica e della tutela della concorrenza
  21. Agevolazione della capitalizzazione delle aziende
  22. Deducibilità del rendimento del capitale di rischio
  23. Partecipazione pubblica di venture capital e private equity
  24. Costituzione di zone a burocrazia zero in tutto il territorio nazionale
  25. Razionalizzazione e soppressione delle Provincie
  26. Riallocazione delle funzioni delle Regioni o ai Comuni
  27. Riduzione significativa del numero dei parlamentari
  28. Riforma in senso federale dello Stato
  29. Rafforzamento del ruolo dell’esecutivo e della maggioranza
  30. Modifica dell’elettorato attivo e passivo per l’elezione al Parlamento nazionale
  31. Piano organico per le dismissioni, in collaborazione con le principali istituzioni economiche e finanziarie internazionali
  32. Trasformazione delle aree di crisi in aree di sviluppo

Sarkozy esulta, sperando di “comprarsi” Enel, Eni e, magari, Finmeccanica; la Merkel è “gelida”: da buona tedesca riconosce danni e bugie a miglia di distanza.

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