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Brexit: i ‘dettagli’ non detti

16 Gen

E’ credibile che la bocciatura dell’accordo cercato da Theresa May condurrà a una Brexit senza intesa?
No, non è possibile una vera e propria uscita ‘secca’ della Gran Bretagna dall’Unione con quel ginepraio di trattati e accordi commerciali che c’è: sarebbe peggio della Crisi del 1929.
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Quel che veramente preoccupa l’UE è la possibilità che venga intaccato il principio per cui la politica commerciale di ogni Stato europeo è di competenza esclusiva dell’Unione Europea ed è gestita attraverso la Commissione, mentre gli Stati Membri possono solo assistere tramite un apposito Comitato.

In altre parole, la paura è che la stipula accordi tra singoli Stati UE ed il Regno Unito comporti che poi – pian piano – una o tutte le nazioni finiscano per sviluppare una propria politica commerciale, distruggendo de facto l’Unione Europea ed indebolendo  fortemente l’Euro.

Il problema non arriva dall’uscita da mercato unico europeo ed accordi sui trasporti, che saranno sostanzialmente mantenuti se il Regno Unito accedesse allo Spazio Economico Europeo ritornando membro dell’EFTA (Associazione europea di libero scambio), di cui faceva parte fino al 1972, quando decise di entrare nella Comunità Economica Europea, poi divenuta Unione europea.
Allo stesso modo, far parte di EFTA manterrà vigenti (eccetto il cabotaggio, attenzione) tutti gli accordi relativi a navigazione, compagnie aeree, registrazione di imbarcazioni ed aerei, come resteranno vigenti il  Memorandum di Parigi sui controlli e le norme in materia di ambiente e tutela della salute in mare.

Quanto agli immigrati dagli altri Paesi membri per motivi di studio, con qualche farragine in più resteranno tutti gli accordi di scambio culturale siglati dalle Università come quelli delle Società e non è poco.

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Il vero impatto arriverà dall’esclusione di Londra dal cabotaggio nei porti UE e viceversa: è il cavallo di Troia di una applicazione ‘secca’ della Brexit, dato che andrebbe a risolversi con accordi bilaterali e, da questi, sviluppo o decrescita per i diversi porti francesi, olandesi, scandinavi, tedeschi, polacchi. 

Anche l’introduzione di dazi doganali equivarrebbe alla possibilità di instaurare dei regimi commerciali diversificati tra UK e i vari paesi UE, ma in realtà le regole europee lo impediscono, per cui si applicheranno i parametri del WTO (es. 5% per i prodotti industriali) e buonanotte, salvo accordi dell’ultim’ora.

Timori simili arrivano per le ricadute sull’IVA, sulle accise e sulle imposte indirette di tanti piccoli operatori europei, se  il Regno Unito diventa un Paese terzo senza accordi appositi, ma almeno l’effetto sarebbe omogeneo per tutta l’Unione ed è una situazione che creerebbe molti problemi anche a Londra.

Ma il timore maggiore è che – con il rientro della Gran Bretagna nell’EFTA – le nazioni extraeuropee del Commonwealth potranno far destinare le merci pre-assemblate nel Regno Unito, per poi introdurle in Europa alle medesime condizioni del mercato unico, andando a colpire nazioni manifatturiere ‘deboli’ come la nostra.

In altre parole proprio quello che ha sottolineato durante il Consiglio europeo del 23 marzo 2018:la mancata partecipazione all’unione doganale e al mercato unico produrrà inevitabilmente attriti in ambito commerciale” … tra i diversi paesi europei che verranno toccati dalla Brexit in maniera diversa e con interessi differenti.

E gli inglesi? Quali ripercussioni negative dalla Brexit?

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Per la Confederazione dell’Industria Britannica, in caso di Brexit senza un’accordo, ci sarebbero “un calo del PIL fino all’8% e migliaia di posti di lavoro a rischio“.
I media parlano di ‘allarme’, ma non è una brutta previsione – anzi sarebbe un buon affare – se il ritorno al Commonwealth avesse un impatto iniziale sicuramente inferiore al 10% del PIL e se fossero solomigliaia, non decine e centinaia di migliaia, i disoccupati.
Effetti negativi che possono essere ammortizzati notevolmente con il mantenimento dell’IVA e degli accordi su accise e imposte indirette, come anche dall’uso delle proroghe per introdurre una qualche gradualità.

Viceversa, restando in Europa, la Gran Bretagna non riceve tutti i benefici che ha come fondatrice del Commonwealth, vede umiliato il proprio potenziale manifatturiero e sta registrando un passivo di 54 miliardi di euro nell’export-import ogni quattro mesi (gennaio-aprile 2018 – Eurostat).

Come finirà? La Germania e la Francia si stanno preparando? E quale batosta per l’Italietta del debito pubblico?
Alla prossima.

Demata