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Giustizia: l’ora del Buon Senso

7 Ago

E’ difficile non chiedersi se il processo Mediaset, conclusosi con la condanna di Silvio Berlusconi, non abbia bisogno di un’attenta revisione, se salta fuori che la condanna è stata emessa perchè ‘non poteva non sapere’.
Una sentenza ‘indiziaria’, documentata per ‘relata refero’? Una motivazione, non ancora consegnata, che già mostra falle inconfessabili?

Speriamo di no, speriamo che la nostra Giustizia non si dimostri la stessa dello scandalo della Banca Romana e del caso Giolitti, dopo un secolo e mezzo di Trasformismo e Cleptocrazia ampiamente sfuggiti a processi e sentenze.

E’, però, sorpendente scoprire tramite La Repubblica che il Presidente della Sezione Feriale della Corte di Cassazione, Antonio Esposito, che ha emesso la sentenza Mediaset, sia anche fratello e padre di altri magistrati. Un fenomeno già diffuso tra docenti e medici e già notoriamente deleterio.
Come è sorprendente che un così emerito magistrato pretenda che un cronista pubblichi non  l’intervista rilasciata e debitamente registrata, ma un testo diverso, concordato ex post.

Disdicevole, poi, è il pasticciaccio della norma Cancellieri, da applicarsi, secondo alcuni, anche alla sentenza Berlusconi, facendolo decadere da senatore. Infatti, è davvero poco ‘liberale’ applicare una norma ad eventi pregressi e giudicati, anche se in corso di revisione del giudizio, come è ‘iniquo’ che Silvio Berlusconi, come al solito, vada via impunito.
Incredibile, infine, è che la frode fiscale non venga applicata a tutti i processi per corruzione, concussione, malversamento di denaro pubblico, eccetera.

Dunque, ritorniamo alla questione ‘vera’ del serio problema istituzionale in cui l’Italia viene a trovarsi: l’effettiva forza del Parlamento, ovvero del Popolo Sovrano.

Un Parlamento che non ha solo bisogno di una legge elettorale decente, ma anche di processi celeri e fondati esclusivamente sulle prove, che chiariscano agli elettori chi, tra gli eletti, è ladro od incauto o marpione.
Basterebbe ricordare che Silvio Berlusconi è diventato il tycoon ed il politico che è stato grazie ad un mostruoso inviluppo della nostra magistratura, durato due generazioni di italiani, nonostante più di venti anni fa fosse già provato e giudicato che s’era fatto cartello tra i due principali concorrenti e che s’erano corrotti dei giudici: il Lodo Mondadori.

Un processo non può e non deve durare più di un quinquennio e benchè meno dieci anni od una generazione intera, le cause civili vanno gestite secondo una Common Law, le carriere vanno separate e deve esserci un organo che sanzioni chi causa danni a cittadini innocenti, la Corte Costituzionale dovrebbe essere di sola nomina parlamentare/presidenziale.

Scrive Angelo Panebianco sul Corriere della Sera che “la magistratura è l’unico «potere forte» oggi esistente in questo Paese e lo è perché tutti gli altri poteri, a cominciare da quello politico, sono deboli. Non permetterà mai al potere debole, al potere politico, di riformarla. Certo, si potranno forse fare – ma solo se i magistrati acconsentiranno – interventi volti ad introdurre un po’ più di efficienza: sarebbe già tanto, per esempio, ridurre i tempi delle cause civili. Ma non ci sarà nessuna «riforma della giustizia» se per tale si intende una azione che tocchi i nodi di fondo“.

Speriamo si sbagli.

Anche perchè – alla ricerca di un po’ di buon senso – la luce in fondo al tunnel ci arriva proprio dall’accusatore finale di Silvio Berlusconi, il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati, che ha dichiarato a L’Espresso che «la procura di Milano non chiederà il carcere per Silvio Berlusconi», precisando che non si tratta di una decisione ad personam, ma della semplice applicazione di un principio generale, valido per tutti gli imputati e condannati.

Un approccio che ‘tutelerebbe’ Silvio Berlusconi dal carcere, anche a seguito di altre sentenze che lo colpirebbero senza lo scudo di parlamentare. Qualcuno potrebbe chiamarlo ‘salvacondotto’, in realtà è solo la legge che va applicata.

L’agibilità politica di Silvio Berlusconi? Non riguarda nè i magistrati nè il Presidente della Repubblica … è una questione ‘inter pares’ … la discutano in Senato.

originale postato su demata

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Lodo Mondadori, la resa dei conti

9 Lug

La vicenda del Lodo Mondadori è fa parte della cosiddetta Guerra di Segrate, uno  scontro giudiziario-finanziario tra due imprenditori italiani, Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti, per il possesso della Arnoldo Mondadori Editore, e la successiva vicenda giudiziaria riguardante il pagamento di tangenti per ottenere un lodo favorevole alla parte di Berlusconi, che ha visto tra gli imputati lo stesso Berlusconi e i suoi più stretti collaboratori, tra cui Cesare Previti.

Nel 1987  muore Mario Formenton, genero di Arnoldo Mondadori e presidente della omonima casa editrice. Silvio Berlusconi, che era un socio di minoranza, acquista le azioni di Leonardo Mondadori con la conseguenza che la Arnoldo Mondadori Editore si trova ad essere contesa tra la Fininvest di Silvio Berlusconi, la CIR di Carlo De Benedetti e gli eredi Formenton, che avrebbero dovuto vendere le proprie quote alla CIR entro il 30 gennaio 1991.

Nel novembre 1989 la famiglia Formenton si schiera dalla parte di Fininvest, consentendo a Berlusconi di arrivare alla presidenza del CdA aziendale e provocando la reazione di De Benedetti.

Un collegio di tre arbitri, Pietro Rescigno (CIR), Natalino Irti (Formenton Mondadori) e Carlo Maria Pratis, (Corte di Cassazione) emette dopo pochi mesi il primo verdetto: l’accordo tra De Benedetti e i Formenton è valido a tutti gli effetti, le azioni devono tornare alla CIR, con il risultato che De Benedetti perviene al controllo del 50,3% del capitale ordinario e del 79% delle azioni privilegiate.

Berlusconi ricorre in giudizio e dopo altri sei mesi, il 24 gennaio 1991, la I sezione civile della Corte d’Appello di Roma, su relazione del giudice Vittorio Metta, sentenzia che gli accordi Formenton-De Benedetti sono in parte in contrasto con la disciplina delle società per azioni, che sono da considerarsi nulli l’intero accordo e il lodo arbitrale e, di fatto, consegna nuovamente le azioni della Mondadori in mano alla Fininvest .
Alla fine, grazie alla mediazione di Carlo Caracciolo, Giulio Andreotti e di Giuseppe Ciarrapico,  la Repubblica, L’Espresso e alcuni quotidiani e periodici locali tornano alla CIR, mentre Panorama, Epoca e tutto il resto della Mondadori restano alla Fininvest, che riceve 365 miliardi di lire come conguaglio per la cessione delle testate all’azienda di Carlo De Benedetti.

Nel 1995, mentre imperversava Tangentopoli, emergono indizi di una storia di di tangenti tra Previti e alcuni giudici romani: inizia lo scandalo All Iberian.

Tra i vari movimenti di danaro, salta fuori un bonifico di 220.000 euro, che da Fininvest va a Cesare Previti e da lui arriva nelle disponibilità del giudice Metta, che poco dopo si dimette per entrare a far parte dello studio legale Previti.

A questo punto, mentre Berlusconi “scende in campo” ed inizia il Berlusconismo, coi i fasti nefasti che conosciamo, si iniziano i processi, che trovano conclusione solo nel 2007.

Questi gli esiti:

  • 2003 Silvio Berlusconi – non luogo a procedere per intervenuta prescrizione del reato dopo le attenuanti generiche
  • 2007 Previti, Pacifico e Acampora (avvocati Fininvest) – 1 anno e 6 mesi, Metta (ex magistrato) – 2 anni e 9 mesi

Alla sentenza penale definitiva, segue il processo civile per  il danno economico derivante dal fatto che il lodo è stato viziato.  La sentenza di primo grado, nel 2009, obbligava la Fininvest di Berlusconi a risarcire 749,9 milioni di euro alla CIR di De Benedetti per danno patrimoniale da «perdita di possibilità».

La sentenza dell’appello, del luglio 2011, conferma la condanna con un risarcimento che ammonta a 540 milioni di euro cache, più gli interessi scaturiti dal 2009 per un ammontare di 560 milioni di euro.

Viste le prove e le sentenze, non so quanti possano compiangere il Premier Berlusconi,  che sul sagrato della Basilica di Sant’Ambrogio a Milano, al termine dei funerali del senatore Romano Comincioli, il 15 giugno scorso, esternava un “Dove trovo i soldi se i giudici mi condanneranno?”

Il rammarico è altro.

Chissà come sarebbe l’Italia di oggi se il giudice Vittorio Metta non avesse accettato i suoi 30 denari.

Di chi sarebbero le televisioni e l’editoria, le banche e le poste, , i supermercati e le sale gioco? Quali partiti avremmo e, soprattutto, quali politici avremmo?

Quali risorse, quale fiscalità, quale corruzione, quali infrastrutture?

Quale sarebbe oggi la qualità italiana, senza una cospiracy finanziaria che solo dopo 25 anni inizia a trovare una conclusione, per ora, solo giudiziaria.