Tag Archives: ssr

Più Sanità per tutti, meno tasse e meno sprechi

23 Ago

Iniziamo col dirci che la Sanità pubblica italiana è tutta una questione di benzina, nel senso letterale della parola.

Percorrendo 15.000 km l’anno al consumo di 10 km per litro, un automobilista consuma 1.500 litri di carburante e versa € 1.092,60 di accise benzina (0,7284 € x litro).
Inoltre, lo stesso automobilista versa circa 400 euro l’anno per l’Iva al 22% (~ 27 cent. x litro).

In totale, sono circa 1.500 Euro l’anno che vanno dritti dritti per pagare il Servizio Sanitario Regionale, la così detta Sanità Pubblica.
In totale stiamo parlando di quasi 45 miliardi di euro annui che gli altri stati usano per la sicurezza delle strade e del territorio e per i servizi sociosanitari locali.

E non bastano. Infatti, ogni anno dalla quota Iva che va a Regioni e Comuni vengono impegnati un’altra quindicina di miliardi di euro, che altrove diventano – invece – sostegno alle imprese, allo sviluppo e alla cultura.

Un sistema di finanziamento inaccettabile, se ricordiamo che parliamo anche delle aborrite accise, balzelli medioevali giustificati solo dal carattere d’urgenza e temporaneità.
Una previsione di bilancio puntualmente improbabile, dato che si fonda sui consumi di carburanti che da Kyoto in poi vanno a limitarsi (-5% in un anno).
Iniqua, dato che un servizio ‘universale’ a ben vedere lo pagano i soliti noti (gli ‘utenti’), che … più sono tenuti in colonna a passo d’uomo e più versano all’erario per la Sanità Pubblica.

Ma non finisce qui, perchè i paradossi vanno ben oltre.

Il primo è che la Costituzione prevede che i lavoratori siano assicurati per la malattia (art. 38) e che è dal 1974 che dette ‘assicurazioni’ sono affidate provvisoriamente alle Regioni. Essendo trascorsi quasi 50 anni, vorremmo capire, fosse solo perchè ormai è materia storica.
Il secondo è che un automobilista con molto meno di 1.500 euro l’anno può permettersi una buona copertura assicurativa per malattia, infortuni, chirurgia e assistenza domiciliare per se e, con tot euro extra, per tutta la propria famiglia.
Il terzo è che gran parte di questi soldi finiscono alle Facoltà Mediche, mentre altrove sono Fondazioni a gestire i servizi ospedalieri. La principale differenza è che le prime investono in nuovi posti di lavoro, le seconde in infrastrutture e attrezzature.

Tanto per far un esempio, i sessantamila residenti fissi di Ischia contribuiscono al Servizio Sanitario Regionale molto di più di chi abita al centro di Napoli, sia perchè il costo (e l’iva) dei beni s’impenna per via del trasporto in mare sia perchè vi è un maggior consumo di carburanti rispetto a chi ha 3 metro e 5 bus sotto casa. Eppure gli ischitani non hanno i servizi sanitari di Napoli e neanche quelli di Campobasso, senza parlare del fatto che non pochi sono assicurati privatamente, visto che per curarsi spesso devono viaggiare.

Andando dalle entrate alla spesa, cioè alla Politica, le accise carburanti – nella maggior parte – servono coprire la spesa data dagli stipendi medio-alti del personale sanitario pubblico. Ed almeno un terzo dell’Iva che versiamo finisce nel calderone dell’Assistenza sociosanitaria regionale, che spesso deve attendere le donazioni per dotarsi di attrezzature più moderne.

Wikispesa offre un quadro abbastanza dettagliato della bizzarria con cui vengono spesi i nostri soldi.

“I costi per la pulizia dell’ospedale Cardarelli di Napoli erano più del doppio rispetto a quelli emiliani del Sant’Orsola e rappresentano il record a livello nazionale. Al De Lellis di Catanzaro la sola spesa per le utenze telefoniche è il triplo di altri ospedali italiani (2.782 euro contro 910 a posto letto). Tra il Careggi di Firenze e il Niguarda di Milano – a parità di dimensioni – vi è una differenza di dieci volte per quanto riguarda il costo dell’elettricità (6.737 euro contro 604 a posto letto). All’Umberto I di Roma sono necessari più di 500 mila euro per ogni letto utilizzato, mentre al San Matteo di Pavia ne bastano 380 mila.

Per medici e infermieri al San Giovanni/Addolorata di Roma la spesa per posto letto è di 172 mila euro contro i 140 mila di Padova, ma lo stipendio del personale pubblico è uguale in tutt’Italia.”

Dunque, quando si parla di tagli e di privatizzazioni per la Sanità, ci penserei attentamente se fossi un lavoratore o anche semplicemente un automobilista. Anzi, ci penserei comunque.

E se fossi ‘giovane’ non mi sorprenderei a scoprire che fino a qualche anno fa i lavoratori italiani versavano il 9,9% del reddito per l’assicurazione sanitaria e che proprio qualche anno fa, entrando in Europa, ci fu fatto presente che lo Stato (e la Regione) non possono fare gli assicuratori.
Così nacque il dedalo delle Aziende Sanitarie ed Ospedaliere, il trasferimento del prelievo dai redditi alle imposte e accise, un intero comparto assicurativo finito nelle mani delle giunte regionali, un intero settore professionale ridotto a pubblico impiego.

Quando si parla di tagli e di privatizzazioni per la Sanità pubblica, pensiamoci davvero bene … e diamo un’occhiata a quanto costa e cosa offre una buona assicurazione privata. Magari, scopriamo che ci garantisce anche più democrazia e meno corruzione.

E chi non può permetterselo?
La Costituzione garantisce l’assistenza agli indigenti e agli invalidi. Non sono questi i servizi in discussione, nel caso andassimo a liberalizzare il comparto assicurativo, e non è quel poco che va ai ‘bisognosi’ il carico maggiore tra tutte le tasse che paghiamo.

Demata

Annunci

Il nesso tra Matteo Renzi e Consip

21 Giu

Carlo Cottarelli – il commissario alla spending review voluto da Enrico Letta – aveva come obiettivo l’adozione dei costi standard per l’acquisto di beni e servizi e la riduzione delle stazioni appaltanti da 34mila a 35. Interventi con risparmi previsti, a regime, fino a 7,2 miliardi, raccontava il Fatto Quotidiano.

Enrico Letta aveva adempiuto per quanto possibile, durante i 10 mesi di governo, avviando l’aggiornamento della banca dati dei Fabbisogni Standard presso le varie amministrazioni coinvolte.

Dopo di che è arrivato Matteo Renzi e Consip ritornò in auge, anzichè spingere per completare i descrittori e i parametri dei ‘costi standard‘.

Finito il Governo Renzi, scoppiano a catena gli scandali Consip. Intanto, stiamo ancora a far statistiche, per qualcosa – il giusto prezzo – che qualunque mercante sa definire senza troppe storie.

Il bello di questa storia è che, se i costi standard non sono ‘esattamente’ applicati, quel che è vigente è il fabbisogno standard.

E il fabbisogno standard è il criterio a cui ancorare il finanziamento integrale dei livelli essenziali delle prestazioni e delle funzioni fondamentali degli enti locali (art. 11, comma 1, lettera b) della legge delega).

In poche parole, chi spende o spande per mantenere lo status quo finisce comunque in un mare di debiti e chi gli succederà non potrà rinnovare ed ottimizzare, perchè avrà i bilanci bloccati per molto tempo.

Infatti, Roberto Maroni, il Governatore della Lombardia, durante l’inaugurazione della struttura d’eccellenza Villa San Mauro nel giugno 2013, incalzava Berlusconi: “affinché il Governo applichi i costi standard in sanità. Abbiamo fatto un calcolo, dal quale emerge che, se tutte le Regioni italiane applicassero il rapporto costi/prestazioni che c’è in Lombardia, risparmieremmo 30 miliardi di euro, 1/3 degli interessi del debito pubblico. Perché noi riusciamo a farlo e gli altri no?”

Bella domanda, da girare ai Governatori Zingaretti, De Luca e Crocetta del PD.
Grazie Governo Renzi.

Demata

Malattie rare: una nuova cattiva legge?

13 Feb

flyer4ggp-reco-3-2Dal 18 gennaio 2017, è in discussione alla XII Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati una proposta di legge (Atto Camera: 136) recante “disposizioni in favore della ricerca sulle malattie rare e della loro cura”.
E’ anche previsto il parere delle Commissioni: Affari Costituzionali, III Affari Esteri, V Bilancio, VI Finanze (ex articolo 73, comma 1-bis, del regolamento, per gli aspetti attinenti alla materia tributaria), VII Cultura, X Attività Produttive, XI Lavoro, XIV Politiche dell’Unione Europea e della Commissione parlamentare per le questioni regionali.

La proposta di legge è d’iniziativa del deputato RUSSO Paolo; Laurea in medicina e chirurgia, Specializzazione in oculistica, Oculista; Eletto nella circoscrizione Campania 1; Lista di elezione IL POPOLO DELLA LIBERTA’.

Si auspica che il Parlamento, le associazioni dei cittadini e/o dei malati, i media vorranno meglio e con maggior cautela approfondire la questione, onde dare efficienza e riferimenti chiari nella gestione dalla patologia rara, ergo primaria.

Ricordiamo che il ‘Dossier in tema di malattie rare del 2008-2010 (a cura di Cittadinanzattiva, Tribunale per i diritti del malato, Coordinamento nazionale associazioni malati cronici), segnala:

  1. le difficoltà nel godere effettivamente dei benefici previsti dalla legge
  2. le forti differenze che si riscontrano tra regione e regione
  3. più del 40% dei pazienti non ha spesso accesso ai farmaci indispensabili o ai farmaci per la cura delle complicanze.

Secondo Il Sole 24 ore “Focus sanità” del 11-17 Novembre 2008, l’inadeguatezza sanitaria e il mancato accesso ai diritti, ovvero ‘costi e disagi, determinerebbero la rinuncia alle cure da parte di 1 paziente su 4 a cui andrebbe aggiunto un 37% che desiste per gli ostacoli burocratici’, che evidentemente vengono posti dai diversi ospedali e ASL.

La su descritta dimensione altamente dispersiva degli accessi alle terapie ed alle cure, a fronte di esigenze spesso sistemiche e non singolarmente specialistiche, derivanti dall’eziologia stessa delle malattie rare, nonché l’esiguo numero di malati (specie nelle regioni più piccole) suggerirebbero l’utilità di una rete che – come già fa la norma già vigente spesso disapplicata – individui dei Centri Nazionali (interregionali) con funzioni di studio, certificazione e coordinamento e dei Presidi locali presso strutture con dotazione adeguata per le esigenze terapeutiche e di monitoraggio, demandando i Servizi Socio-sanitari, ergo assistenziali, alle Regioni ed ai Comuni, come da mandato costituzionale.

(A seguire in corsivo il testo della proposta di legge)

La proposta di legge in corso di discussione alla XII Commissione Affari Sociali determina che:

  1. le Regioni (art. 6 c. 1 della proposta di legge) definiscono nei propri piani sanitari o socio-sanitari o in altri atti di programmazione l’organizzazione della rete di assistenza per le malattie rare”, mentre nell’attuale la tutela dei malati rari è ben maggiore, se “le Regioni, sulla base del fabbisogno della propria popolazione, provvedono all’individuazione dei presidi” ( D.M. 18 maggio 2001, n. 279 art. 2 c. 1) e predispongono modalità di acquisizione e di distribuzione agli interessati dei farmaci specifici” ( D.M. 18 maggio 2001, n. 279 art. 6 c. 3) 
  2. gli attuali Centri interregionali di riferimento ( D.M. 18 maggio 2001, n. 279 art. 2 c. 3) NON dovranno più assicurare “il coordinamento dei presidi della Rete, al fine di garantire la tempestiva diagnosi e l’appropriata terapia, qualora esistente, anche mediante l’adozione di specifici protocolli concordati”, bensì – per quanto relativo a pazienti di altre regioni – vanno solo a “ partecipare alla stesura di protocolli e di linee guida sulle specifiche malattie rare trattate, in collaborazione con gli altri centri di riferimento delle reti regionali o interregionali e con i centri di coordinamento regionali o interregionali”, come enunciato al art. 8 c 1 punto h) della proposta di legge 
  3. saranno i nuovi centri di riferimento, individuati e accreditati dalle regioni (art. 8 c 1 punto c) a “predisporre il piano assistenziale personalizzato (nota bene non il piano terapeutico), a partire dal profilo dei bisogni assistenziali e il suo aggiornamento nel tempo, che costituisce la base per la presa in carico della persona affetta da una malattia rara” 
  4. saranno cancellati “i presidi della Rete individuati tra quelli in possesso di documentata esperienza in attività diagnostica o terapeutica specifica per le malattie o per i gruppi di malattie rare, nonché di idonea dotazione di strutture di supporto e di servizi complementari, ivi inclusi, per le malattie che lo richiedono, servizi per l’emergenza e per la diagnostica biochimica e genetico – molecolare” ( D.M. 18 maggio 2001, n. 279 art. 2 c. 2); 
  5. la presa in carico della persona affetta da una malattia rara “in base a quanto predisposto dal centro di riferimento nel piano assistenziale personalizzato, che verte sui bisogni assistenziali sarà affidata alle “reti orizzontali ((art. 9 c 1 punto c), “composte dagli ospedali locali e dalle reti territoriali di cure primarie dei distretti sanitari, comprendenti i medici di medicina generale, i pediatri di libera scelta, specialisti, professionisti sanitari e sociali nonché educatori”, che è proprio l’apparato burocratico-sanitario che nell’attuale – in non poche Regioni – non offre servizi accessibili – accettabili a gran parte dei malati rari. Nessuna menzione dei piani terapeutici; 
  6. sarà riservato ai nuovi Centri di riferimento regionali il compito di “attuare direttamente cure e interventi di particolare complessità, qualora essi si rendano necessari” (art. 8 c 1 punto e). Allo stato attuale l’assistito (D.M. 18 maggio 2001, n. 279 Art. 6 c 1) ha diritto alle prestazioni di assistenza sanitaria … efficaci ed appropriate per il trattamento ed il monitoraggio della malattia dalla quale è affetto e per la prevenzione degli ulteriori aggravamenti”; 
  7. alle reti orizzontali (art. 9 c 1 punto e) è anche assegnato il compito di “fornire assistenza legale alla persona affetta da una malattia rara per facilitare l’ottenimento di quanto previsto dai diritti ad essa riconosciuti”, da parte della … Regione (sic!); 
  8. l’art. 13. (Riadattamento, mantenimento, potenziamento e supplementazione di funzioni e di attività delle persone affette da malattie rare), l’art. 15. (Inserimento comunitario delle persone affette da malattie rare) ed altri articoli a seguire contengono norme che – oltre a determinare una spesa tutta da quantificarsi e soprattutto da attribuirsi o ripartirsi tra Stato e Regioni – andranno a sovrapporsi con il Titolo V della Costituzione, la legge 5 febbraio 1992, n. 104, il d.lgs. n. 81 del 2008, il D.P.R. n. 1092 del 1973, d.P.R. n. 3 del 1957, d.lgs n. 297 del 1994, il D.M. n. 171 del 2011 e non solo, da cui l’esigenza di approfondimento ed armonizzazione, onde evitare una vacatio legis con decadimento di diritti / interessi legittimi finora tutelati, seppur non sempre garantiti; 
  9. per quanto relativo l’accesso agli stanziamenti al Fondo nazionale per la ricerca, lo sviluppo e l’accesso ai medicinali orfani, l’art. 16. della proposta di legge antepone “prioritariamente” gli “a) studi preclinici e clinici … b) studi osservazionali e registri di usi compassionevoli di farmaci non ancora commercializzati in Italia”, ai “c) programmi di somministrazione controllata di farmaci non ancora compresi nelle fasce A e H dei prontuari terapeutici”; 
  10. il Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali, con proprio decreto, riconoscerà (art. 23 c. 2) “la Federazione italiana malattie rare – UNIAMO, in quanto membro del Consiglio delle alleanze nazionali dell’Organizzazione europea per le malattie rare (EURORDIS) come interlocutore primario per esprimere pareri nel corso dei processi decisionali strategici, di monitoraggio e di valutazione delle attività svolte nel settore delle malattie rare, sia a livello regionale che a livello nazionale; 
  11. la proposta di legge (art. 23 c. 2) determina anche ope legis che la onlus autodenominatasi Federazione italiana malattie rare – UNIAMO avrà il compito istituzionale di “a) rappresentare le persone affette da malattie rare e le associazioni d’utenza presso la Commissione europea; b) partecipare con tre propri delegati al Comitato nazionale per le malattie rare; c) incentivare l’aggregazione delle associazioni d’utenza attive nel settore delle malattie rare in Italia”.

Avete capito tutto … no?

Demata

Il ‘Sistema’ della Sanità regionale

5 Nov

Quel che racconta questo post è la storia di una prestazione sanitaria del costo effettivo di 90 euro da cui una Regione ricava praticamente il doppio dal rimborso statale e dal ticket dei non esenti.

Dunque, non v’è ragione per imporre i ticket e non v’è beneficio a negare le convenzioni private.

Dollar money on and stethoscope

Un cittadino del Lazio (o di un’altra regione se vogliamo) con un reddito lordo superiore a 29mila euro e privo di esenzioni si ritrova con delle fastidiose vertigini e deve andare dall’otorino per dei controlli. Un problema relativamente diffuso.

Questi controlli – secondo le definizioni date dal Decreto del Ministero della salute ministeriale 18 ottobre 2012 – consistono in una visita specialistica, una valutazione audiologica, un test clinico della funzionalità vestibolare, altri test audiometrici o della funzionalità vestibolare, l’anamnesi e valutazione.

Se si reca presso una struttura privata, può cavarsela con ‘soli’ 90 euro e – magari – in giornata presso un medico di fiducia. Può sembrare un’enormità, ma vediamo cosa accade se preferisce il sistema sanitario regionale …

Ricordiamo che dovrà pagare il ticket per ogni prestazione specialistica ambulatoriale di 36,15 euro, il contributo fisso della Regione Lazio di 4 euro per ogni ricetta prescritta, la quota fissa pari a 10 euro. Il totale è pari a 50,15 euro, ma in realtà è molto di più.

Infatti, chiamando il Recup si sentirà dire che è necessaria una prima visita e, a seguire, scoprirà che per i test le ricette sono due o tre e non una sola. Inoltre, gli capiterà di attendere mesi per la prima visita e mesi per i test e l’anamnesi complessiva, trascorrendo ore in code allo sportello e sale d’attesa ‘ripiene’, senza ovviamente scegliere il medico … dato che addirittura gliene danno due o anche tre tra specializzandi e contrattisti delle prime visite e il ‘guru’ che emetterà diagnosi.

In poche parole, potrebbe ritrovarsi a spendere più del doppio di quanto costerebbe un privato, senza la qualità del privato. Ma non finisce qui.

Infatti, oltre al centinaio di euro che la Regione incassa dal paziente, ci sono i rimborsi statali: più ricette si gestiscono e più aumentano.

Così accade che il nostro erario si trova a rimborsare 22 euro per la “visita specialistica”,  14 euro per le “anamnesi e valutazione”, 25,30 euro per la “valutazione audiologica”, 16,30 per il “test clinico della funzionalità vestibolare” e 16,30 per “altri test”. Totale: circa 93 euro … che è proprio quanto costa dal privato.

Dicevamo che non v’è ragione per imporre i ticket e non v’è beneficio a negare le convenzioni private, se una Regione incassa due volte il costo, sia dal rimborso statale e sia dal ticket dei non esenti. A maggior ragione se efficienza, coordinamento e tempistiche pubbliche sono vistosamente inferiori.

Anzi, potremmo aggiungere che con i ticket ci paghiamo i ‘sovracosti’ … cioè sprechi, negligenze e ruberie.

Demata

Il Decreto Lorenzin e lo scandalo delle associazioni dei malati

29 Gen
E’ un dato di fatto che tanti tagli sulla Sanità siano passati senza che le ‘associazioni dei malati’ abbiano battuto ciglio.
E già prima un bel tot di Associazioni dei malati accreditate dal Ministero aveva lasciato passare
una legge sull’invalidità che non includeva oltre 4.000 malattie rare ed una legge sulle malattie rare che delega tutto al buon cuore (od al latrocinio) delle politiche regionali.
Arrivando ad oggi, ci ritroviamo con il Decreto Lorenzin sull’appropriatezza terapeutica dove addirittura mancano nella lista un bel tot di patologie genetiche e … tutto tace.

Di tutto questo, molto lentamente, stanno iniziando ad occuparsene le associazioni dei consumatori, ma – dico io – a voi sta bene che i ‘malati’  prima son diventati ‘pazienti’ poi ‘portatori’ ed infine ‘consumatori’?

 
Tutto inizia nel 2004, quando Rosy Bindi elaborò i pessimi decreti sulla disfunzionalità  e sulle malattie rare, con l’accredito e la consultazione delle associazioni dei malati, senza verificarne statuti, rappresentatività, bilanci d’esercizio, composizione dei direttivi, effettiva vita associativa.

Difficile immaginare a cosa si sia approdati:

 
  1. la grande carenza ultradecennale di iniziative presso il Ministero per migliorare l’ accesso dei malati rari ai diritti (disfunzionalità, centralizzazione del malato, appropriatezza terapeutica, eccetera) da parte delle Associazioni accreditate presso il Ministero e presso i network europei (Rare connect eccetera).
  2. la disparità ultradecennale di status invalidante /disfunzionalizzante a parità di quanto meno di aggravio (es: l’Emocromatosi ereditaria eterozigote ottiene da un minimo di 21 punti ad un massimo di 30 punti se con necessità di salassi periodici e/o terapia chelante, che diventano da 31 a 100 nel caso di complicanze (epatiche, metaboliche, neurologiche, cardiache, etc), ma lo stesso non è previsto per le altre patologie con medesime esigenze di cure ospedaliere ricorrenti o frequenti.
  3. l’assenza di rilievi (denunce?) riguardo la carente introduzione delle cartelle elettroniche, la posizione dell’Inps che è controllante, controllato ed erogatore allo stesso tempo, la variegata e discorde messe di leggi regionali e regolamenti ospedalieri eccetera.
  4. i protocolli sanitari e le linee guida che – a 20 anni di distanza ormai – raramente affrontano in modo aggiornato la gestione quotidiana del paziente, l’effetto disfunzionale o lesionale a lungo termine della potologia e l’eventuale esigenza di consulenze, coordinamento, centralizzazione del malato.
  5. l’assenza di rilievi addirittura se – in base al Decreto Lorenzin del Governo Renzi – tra le patologie diagnosticabili con prestazioni di Genetica Medica su prescrizione dello specialista” è indicata solo una forma della patologia e non tutte le altre.
  6. la difficoltà a sperimentare farmaci- ormai siamo a questo – con volontari su tutto il territorio nazionale e che necessitano del reference di un’associazione di malati accreditata, la quale però opera solo a livello locale per il centro medico che l’ha aggregata.
 
Se qualcuna di queste associazioni, salvo la raccolta del 5xmille ed eventuali altre donazioni per la ricerca locale, non fosse oggi attiva anche nella tutela dei diritti dei malati come nell’affiancamento dei Centri sul territorio nazionale sarebbe opportuno chiarirlo una volta per tutte e presto.
 
Non sarebbe una cattiva idea – potrebbe rivelarsi un ‘dovere’ della P.A. accreditante – se il Ministero come le Regioni, prima di accreditare o nel riaccreditare le ‘associazioni dei malati’, adottassero qualche controllo sull’effettiva rappresentatività e/o sulla reale vita associativa o almeno sulla puntuale correttezza dei bilanci.
Oppure anche in questo caso la Capitale e il PD preferiscono attendere l’intervento della Magistratura o delle Fiamme Gialle con tanto strazio e scandalo in prima agina mondiale?
Signor Presidente, on. Mattarella, intervenga lei: separiamo la segale dal grano e diamo spazio ai tanti malati e volontari ‘per bene’: chiedono quel che serve davvero e … costano anche di meno.
Demata

Obamacare: cosa proprio non funziona? Un monito per l’Italia

19 Nov

In USA lo chiamano Obamacare, è il progetto di riforma sanitaria che la Casa Bianca sta cercando in ogni modo di introdurre da sei anni a questa parte. Probabilmente non se ne verrà a capo, ma il tentativo di Barak Obama ed i suoi fallimenti dovrebbero e potrebbero far riflettere le pubbliche amministrazioni di mezzo mondo.


Innanzitutto, per buona parte degli statunitensi il sistema assicurativo privatistico regge, va bene, vogliono continuare così, è migliore e più tutelato di quello pubblico. Obiezioni che arrivano sia dai ‘soliti’ Repubblicani sia da non pochi Democratas e soprattutto da sindacati e associazioni è ben sintetizzato in un articolo di “L’indipendensa – Quotidiano Online’.

Come molte cose che sembrano nuove, l’Obamacare è per molti versi vino vecchio in bottiglie nuove. Ad esempio, quando si confronta con il fatto che a seguito dell’ Obamacare milioni di americani rischiano di perdere la loro assicurazione medica esistente, i difensori dell’Obamacare affermano che questo è vero solo quando queste persone hanno una “scadente” assicurazione.

Chi decide cosa è “scadente”? Cosa c’è di più vecchio dell’idea che alcune élite esaltate sappiano cosa è bene e meglio per noi stessi più di noi medesimi?

Persone diverse hanno rischi diversi e diversa propensione nel prendersi cura dei loro rischi, invece di pagare per trasferirli ad una compagnia di assicurazioni. Ma i politici di turno nello Stato ad ogni tornata hanno definito quello che deve essere coperto da assicurazione, indipendentemente da ciò che gli assicurati e le compagnie di assicurazione potrebbero concordare se lasciati liberi di fare le proprie scelte.”
E, tra l’altro, come stanno denunciando da anni – con scioperi e sit in – gli operatori del sistema sanitario ‘pubblico’ statunitense (Medicare e Medicaid), gli interventi degli spin doctors di Obama per ‘migliorare la qualità’ sono sostanzialmente consistiti nella chiusura di centri di cura.
Non a caso uno dei ‘goal’ promessi dall’Obamacare c’è la diminuzione della spesa governativa per la sanità di circa 500 miliardi di Euro.

Se per gli assicurati il sistema attuale è quello giusto, le cose cambiano per chi l’assicurazione non ce l’ha e deve ricorrere al sistema pubblico, che non dovrebbe aver motivo di negare a tutti le cure essenziali, se, nel 2003 il servizio sanitario nazionale copriva in media il 17,7% delle spese totali, senza contare circa 30 milioni di cittadini privi di assistenza sanitaria.

Ricordiamo che Medicare è il programma nazionale universalistico di assistenza agli anziani e che Medicaid è gestito dai singoli Stati (contributo federale del 60%) per le famiglie con bambini, donne in gravidanza, anziani e disabili.
Purtroppo, come sono venuto a sapere per fonte diretta, accade che – Medicaid od Obamacare che sia –  ad una donna incinta priva di assicurazione sanitaria ma ‘coperta’ dal Medicaid venga diagnosticata una malattia rara trasmessa anche al nascituro, ma, dopo tre mesi dal parto, madre e figlio non abbiano più neanche uno specialista a cui rivolgersi via Email.

Dunque, la diffidenza degli statunitensi deriva dal fatto che non è ben chiaro come funzioni sia il ‘vecchio’ Medicare sia il ‘nuovo’ Obamacare.
Il sospetto è che la lobby dei sanitari (e dei loro amministratori ‘pubblici’) non offra più sufficienti garanzie di trasparenza e deontologia è forte, se giorni fa persino l’editoriale di Ezra Klein, columnist del “Washington Post”, ex blogger ‘radicale’, parla di “perdita di credibilità con i democratici al Congresso e con chiunque altro” riguardo l’approvazione di una “legge basandosi su promesse che non potevano mantenere. Hanno clamorosamente pasticciato nell’implementazione. E ora sembra che persino le modifiche al sito Healthcare.gov non saranno effettuati entro la deadline che loro stessi avevano predeterminato. I democratici al Congresso si sentono ingannati.”

In effetti, sarebbe innanzitutto da capire se più che di riforma sanitaria, il problema non sia che Obamacare non sia un progetto troppo ambizioso.

Da un lato  il desiderio inconfessato di introdurre il Welfare State anche in USA non tanto per sostenere le persone affette da malattie croniche, che avrebbero equo diritto alle cure, ma soprattutto per tutelare una trentina di milioni di americani che, prima che di necessitare di cure e terapie, hanno il problema di non arrivare a fine mese pur vivendo in un paese ha talmente tanto lavoro da offrire da assorbire ancora oggi tanti e tanti immigrati.
Dall’altro, è molto difficile mettere ordine al Medicaid  (garantito anche agli immigrati con regolare permesso) perchè è un programma amministrato dai singoli stati, e non dal governo federale, con diversi criteri di reddito, età, invalidità per accedere al servizio d’assistenza. che evidentemente i sistemi sanitari dei diversi stati amministrano senza sufficienti standard e controlli.

E questo spiegherebbe ampiamente l’insuccesso della riforma e la diffidenza dei cittadini, visto che staremmo parlando di assistenzialismo puro, oltre che di calo qualitativo della sanità in generale. Non a caso Bill Clinton, ex presidente e probabile primo “first-husband” degli USA, ha sollecitato invitato Obama a tenere fede alle proprie promesse, tra cui quella ai cittadini americani che già possedevano un’assicurazione sanitaria, che avrebbero potuto mantenerla in ogni caso.

Non dimentichiamo che già oggi il Governo Federale USA spende circa il 4% del Prodotto Interno Lordo e un ulteriore 2% arriva da singoli stati e contee. Un 6% totale del PIL non lontano da quel 7% che l’Italia spende per i suoi cittadini.

Con una sola differenza: gli USA – già prima di Obama – spendevano il 6% del PIL per curare il 15-20% dei propri cittadini, privi di assicurazione, l’Italia spende praticamente lo stesso, in percentuale, ma per tutti gli italiani, che assommano più o meno al 20% degli statunitensi.
Con l’unica differenza che tanti e tantissimi italiani versano allo Stato e alle Regioni – ogni mese e in contanti – ‘contributi’ per il sistema sanitario che se fossero premi assicurativi avremmo (quasi) tutti un’assistenza a quattro stelle.

Nel 2003 il servizio sanitario nazionale USA copriva in media il 17,7% delle spese totali, ovvero una percentuale che corrisponde più o meno a quel 15-20% di cittadini invalidi o indigenti.
Se in America 32 milioni di persone (circa il 10% della popolazione) non fruiscono di alcuna assistenza sanitaria è evidente che il problema non è nei finanziamenti, bensì nella malasanità pubblica.
In USA coma altrove.

 originale postato su demata