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Esodati e invalidi: perchè la Fornero-Monti è incostituzionale. Perchè Renzi deve riformarla con urgenza?

3 Giu

Mancato intervento sulle ‘pensioni d’oro, a fronte di uno sbilanciamento dei ‘computi Inps’ in sede di riforme contributive degli Anni ’90, di adeguamento all’Euro dei contributi pre-1980.
Art. 2 – La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Norme sugli esodati a fronte di dati oggettivi che dimostravano l’impossibilità di essere riassorbiti dal mercato del lavoro.
Art. 4 – La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Norme sul lavoro senza consultazione, di cui i singoli lavoratori ne accettano le modalità fissate tra associazioni datoriali e sindacali tramite un mero contratto individuale
Art. 24 – Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi.

Norme ministeriali penalizzanti per lavoratori senior esodati o licenziati, norme Inps (ministero delle infrastrutture) penalizzanti per invalidi e familiari dei portatori di handicap, a fronte del 30% di lavoratori over50 in ‘condizioni di salute non buone’ (dati Istat 2012)
Art. 97 -(Testo applicabile fino all’esercizio finanziario relativo all’anno 2013) – I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione.
Art. 38 – Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.

Non a caso, la riforma Fornero delle pensioni prevedeva (ndr. evocava …) come “Principi”:

  • a) equità e convergenza intragenerazionale e intergenerazionale, con abbattimento dei privilegi e clausole derogative soltanto per le categorie più deboli;
  • b) flessibilità nell’accesso ai trattamenti pensionistici anche attraverso incentivi alla prosecuzione della vita lavorativa;
  • c) adeguamento dei requisiti di accesso alle variazioni della speranza di vita; semplificazione, armonizzazione ed economicità dei profili di funzionamento delle diverse gestioni previdenziali.

Parole rimaste del tutto vuote: nessuna “equità e convergenza intragenerazionale e intergenerazionale, con abbattimento dei privilegi”, niente clausole derogative per le categorie più deboli, a partire dagli invalidi. Zero flessibilità, zero semplificazione, zero armonizzazione ed economicità.

Nonostante la questione si trascini da anni, con centinaia di migliaia di anziani senza reddito e senza lavoro e con forse un milione di lavoratori senior in condizioni di salute ‘non buone’, la Corte Costuzionale è stata coinvolta solo sei mesi fa e per questioni inerenti la disparità procedurale tra regione e regione.
Non è una questione di ‘ostilità di casta’, visto che tra le pensioni d’oro ci sono anche quelle di tutti i soggetti che potrebbero intervenire. Il vero problema è che Mario Monti riuscè ad inserire in Costituzione che “le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico”).
Il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione?
Demandate ai “pubblici uffici”: una questione di management e non di governance.
Per inciso, ecco uno dei risultati del Fiscal Compact ed ecco perchè serve un Senato con funzioni revisorie ‘rapide’ (e non legislative come oggi): la Corte Costituzionale va in stallo se le leggi ‘impeacciate’ assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico

Dunque, dovranno essere Matteo Renzi e il Parlamento a dover intervenire per gli esodati e per chi – spesso malato – non trova flessibilità pur avendo 35-40 anni di contribuzioni, per i disoccupati a 60 anni ma pensionabili a 67, per i giovani che non lavorano e per i meno giovani che non fanno mai carriera.
Specie se i ‘danni collaterali’ si estenderebbero almeno fino al 2017, se non si fa una correzione della ‘lotteria Inps’ ora, in sede di documento finanziario estivo.
Specialmente se basterebbe rivalutare le pensioni d’oro per quanto relativo il passaggio all’euro dei contributi pre-1980 e reintegrare il buco ex Inpdap di decine di miliardi, causato – così sembra – da mancati versamenti datoriali, da anticipazioni alla Sanità, da assobimenti di casse dirigenziali in rosso.

E’ un principio fondalmentale della Repubblica Italiana richiedere l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale: esattamente il contrario di quanto accaduto a esodati, licenziati, lavoratori seriamente malati e … pensionati d’oro.

L’unica cosa che serve all’Italia per ripartire dai giovani e meno giovani è porre nuove regole contrattuali e pensionistiche, funzionali all’economia e al lavoro, cioè sistemare i conti Inps, di cui a breve le inchieste dovrebbero depositare i primi dati e misfatti.
Un enorme piano triennale di prepensionamento per chi ha più di 60 anni o almeno 30 anni di contriuti e, invecchiando, ha sviluppato patologie disfunzionalizzanti. Oltre ad un tetto per le pensioni, che non possano almeno superare il reddito entry level di quella tipologia di lavoro, come spesso accade per le pensioni superiori ai 2000 euro lordi.

Servirebbe del conquibus. Una Patrimoniale?

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Italia alcolica. Etilismo e salute vs. industria del vino /aiuti pubblici: i dati

1 Giu

I dati dell’Organizzazione Mondiale per la Salute per il 2012 segnalano che a livello globale si consumano 6,2 litri annui di alcol puro a persona.
Considerato che il 38,3 per cento della popolazione mondiale non consuma alcolici e aggiungendo un altro 40% che beve poco o pochissimo, arriviamo a non meno di 15-20 litri annui di alcool puro a testa di media per i così detti bevitori abituali, moderati o esagerati che siano.
La media italiana (6,7 lt) e bielorussa (17,5 lt) sono una conferma esemplare del dato, anche se, forse, c’è qualcosa che non torna nei dati italiani: se un comune vino italiano, in bottiglia da 0,75 litri, contiene l’11 %Vol di alcool, mezza bottiglia  (o quattro bicchieri colmi) al giorno e siamo già arrivati a 15 litri annui di alcool consumato … 

A dispetto di un consume medio di alcol in Italia relativamente rassicurante, l’8% dei maschi italiani si è ubriacato pesantemente (consumando oltre 30 grammi di alcol puro) almeno una volta nell’ultimo mese. I dati dell’ISTAT indicano che il 75% degli italiani consuma alcool (l’87% degli uomini e il 63% delle donne). Il primo bicchiere viene consumato a 11-12 anni; l’età più bassa dell’intera Unione Europea (media UE 14,5 anni).

Esempio di pubblicità di alcolici con bambini testimonial

In condizioni simili, i dati spagnoli fissano l’inizio del consumo di alcol tra i minorenni a soli 13,9 anni di media, il che significa che molti iniziano ben prima, e, infatti, l’82% degli adolescenti ha bevuto alcol nell’ultimo anno e il 74% nell’ultimo mese. Sei su 10 ragazzi tra i 14 e 18 anni si sono ubriacati più di una volta, e di questi uno su cinque afferma di averlo fatto negli ultimi trenta giorni.

I bevitori a rischio in Italia sono oltre 3 milioni (> 5% popolazione, almeno il 10% dei maschi adulti), che vanno ad aggiungersi ad un milione di alcolisti classificati.

Nel 2000 817.000 giovani di età inferiore ai 17 anni hanno consumato bevande alcoliche e circa 400.000 bevono in modo problematico. Nel 2012, il 7% dei giovani dichiara di ubriacarsi almeno tre volte alla settimana ed è in costante crescita il numero di adolescenti che consuma alcool fuori dai pasti (+ 103% nel periodo 1995-200 tra le 14-17enni).

Anche i dati sul Binge Drinking sono in crescita come nel resto dei Paesi europei e, presumibilmente, sottostimati, specialmente per  gli adolescenti, dato che consiste nel restare alticci per ore e ore, bevendo almeno 5 drinks per i maschi e 4 per le femmine in un breve lasso di tempo.

Danni dell’alcol

Un ‘bravo’ binge drinker evita di passare da brillo a ubriaco, ma il binge drinking – nonostante quanto credano i bevitori che lo praticano – è comunque associato a tutti i problemi cognitivi e comportamentali, anche a lungo termine, di tutti gli etilisti, oltre a quelli connessi con la gravidanza.

L’etilismo durante la gravidanza è associato alla sindrome alcolica fetale, complicazioni alla nascita e disturbi di tipo neurologico del nascituro. Scompensi nella memoria e nei modelli cognitivi possono riscontrarsi in tutti gli etilisti critici, così come l’incapacità a controllare gli impulsi, specialmente nelle ragazze. In aggiunta, la percezione delle informazioni per via orale o visuale risulta ritardata. Gli studi compiuti sugli adolescenti dimostrano che il consumo etilico critico continuato può causare scompensi cognitivi a lungo termine.

In Italia, il 10% dei ricoveri totali è attribuibile all’alcool. Nel 2000 si stimava fossero  326.000, di cui 100.000 con diagnosi totalmente attribuibile all’alcool (relazione al Parlamento del Ministro della Salute) e, ogni anno, sono circa 40.000 le persone muoiono a causa dell’alcool per cirrosi epatica, tumori, infarto del miocardio, suicidi, omicidi, incidenti stradali e domestici e per incidenti in ambienti lavorativi. Nel mondo la stima è di un morto ogni dieci secondi per cause derivanti o correlate all’alcol, praticamente un decesso ogni 20 è dovuto a consumo di alcol: più vittime di Aids, tubercolosi e omicidi messi insieme.

In Inghilterra, l’etilismo costa al Welfare circa 20 miliardi di sterline l’anno, pari a 17 milioni di giorni di lavoro perduti dovuti alle patologie alcol-correlate, con un costo annuale sul sistema sanitario nazionale di circa 3 miliardi di sterline l’anno.
Nel 2013, uno studio pubblicato dal British Medical Journal, The Lancet, e finanziato dal Centre for Crime and Justice Studies (UK) ha certificato l’alcol come la droga più dannosa di una lista di 20 sostanze diverse. Contrariamente alla percezione popolare, l’alcol è stato posizionato come più distruttivo rispetto sostanze di “classe A” come l’eroina e crack. Lo studio, condotto da un gruppo di esperti del Comitato scientifico indipendente sulle droghe, considera gli effetti nocivi di ciascuna sostanza in base ad una serie di criteri per ricaduta fisica, impatto psicologico e sociale.

Lancet Drugs Risks Ranking Chart The Lancet, Volume 376, Issue 9752, Pages 1558-1565, 2010/11/05

L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda la totale astensione dal consumo di alcol fino ai 15 anni. Per questo motivo, per i minori di 11-15 anni viene considerato come comportamento a rischio già il consumo di una sola  bevanda alcolica durante l’anno.
La stessa OMS stima che i costi annuali sociali e sanitari, sostenuti a causa di problemi collegati all’alcool sono pari al 2-5% del Prodotto Interno Lordo (PIL), il che significa che in Italia staremmo parlando di 30-100 miliardi di euro annui per i costi sociali e sanitari, derivanti dal consumo critico di alcol.

BERTOLDO BERTOLDINO CACASENNOAndando all’industria del vino, La Repubblica racconta come “l’Italia si conferma anche nel 2013 il principale produttore di vino al mondo con 44,9 milioni di ettolitri contro i 44,1 milioni della Francia e i 40 della Spagna”.
Il valore della produzione italiana di vini nel 2012 “è stimabile in 9,1 miliardi di euro e quello del consumo apparente in 4,7 miliardi, assorbiti principalmente da alberghi e ristoranti con oltre sei decimi del totale”. CANTINE RIUNITE & CIV (Campegine – Re) sono il primo produttore di vini con 204,3 milioni di bottiglie. (fonte Mediobanca del 2014)

Un’industria del vino ‘primaria’, che tiene nonostante gli italiani negli  ultimi 10 anni abbiano quasi dimezzato il consumo di vino e che da lavvoro ad oltre 200.000 addetti, ma che ci costa anche molto se Agrinotizie ci spiega anche che, oltre alle normali misure di ‘aiuto’ all’agricoltura, per l’industria del vino italiano è previsto un Programma Nazionale di Sostegno (PNS) abbastanza provvido ed esteso:

  • Ristrutturazione e riconversione dei vigneti – 110 milioni di euro
  • Promozione dei vini sui mercati extra-Ue – 82,4 milioni di euro per il 2011-2012 e di 102 milioni per il 2012-2013
  • Investimenti – fondo di 15 milioni di euro per il 2010-2011 e di 40 milioni per il 2011-2012
  • Vendemmia verde – 30 milioni di euro all’anno
  • Assicurazione del raccolto – fondo di 20 milioni di euro
  • Distillazione dei sottoprodotti – 1,1 euro/grado/hL per le vinacce e in 0,5 euro/grado/hL per le fecce, senza dover pagare un prezzo minimo di acquisto a favore dei produttori, come invece era in passato
  • Distillazione di vino per la produzione di alcol alimentare – 400 euro/ha per il 2010/2011 e a 350 euro/ha per il 2011/2012, per un volume minimo di vino di 25 hL e massimo di 30 per ogni ettaro richiesto
  • Aiuto all’utilizzo di mosti – 1699 euro/grado ettolitro per l’uso di mosto concentrato, e a 2206 euro/grado ettolitro per il mosto rettificato ai produttori della zona mediterranea
  • Consulenza aziendale – rimborso dell’80% delle spese sostenute per i servizi di consulenza aziendale atti a migliorare il rendimento dell’impresa agricola (con un limite massimo di 1500 euro)
  • Politiche per il ricambio generazionale – contributi massimi di 70 mila euro per gli imprenditori new entry con età minore di 40 anni
  • Politiche strutturali – contributo dal 40 al 60% agli investimenti che migliorano il rendimento globale dell’azienda agricola in conformità con le norme comunitarie in materia, tra cui l’acquisto di terreni per un costo non superiore al 10% del totale delle spese ammissibili
  • Accrescimento del valore aggiunto dei prodotti agricoli – 40 al 50% sugli investimenti atti a migliorare il rendimento globale dell’impresa agricola
  • Cooperazione per lo sviluppo di nuovi prodotti, processi e tecnologie – contributi, che possono toccare il 100% dei costi ammissibili
  • Politiche per la qualità – contributo annuale per cinque anni di 10,000 euro all’anno per azienda
  • Sostegno alla partecipazione a sistemi di qualità – contributo massimo di 3000 euro per azienda agricola
  • Sostegno all’attività di informazione dei consumatori e di promozione dei prodotti alimentari di qualità- cofinanziamento al 70% le attività di informazione dei consumatori e quelle di promozione dei prodotti agroalimentari di qualità che si tengono sul mercato interno europeo (eventi fieristici inclusi)
  • Politiche agroambientali – indennità a favore degli agricoltori che producono nelle zone montane, nelle aree svantaggiate o in altre aree con vincoli ambientali e naturalistici, con un limite massimo di 250 euro/ha
  • Contratti di filiera e di distretto – investimenti (dai 5 ai 50 milioni di euro, senza alcuna percentuale massima per regione) senza parametri minimi per gli investimenti di filiera e del rapporto minimo tra investimenti e produzione agricola
  • Contratti di sviluppo – finanziamento dai 7,5 milioni di euro (per programmi riguardanti solo le attività di trasformazione e commercializzazione di prodotti agricoli) ai 30 (per programmi di sviluppo industriale o commerciale)
  • Agevolazioni Invitalia (in qualsiasi settore) – lavoro autonomo (fino a 25.823 euro iva esclusa per chi vuole avviare una ditta individuale, microimpresa (fino a 129.114 euro per chi vuole avviare una piccola attività imprenditoriale in forma di società di persone
  • Agevolazioni Ismea – fino a un milione di euro per progetto ai giovani imprenditori agricoli che vogliono subentrare nella conduzione di un’azienda
  • Promozione dei prodotti agricoli – finanziamento fino al 90% dellle spese ammissibili di chi promuove e valorizza le caratteristiche qualitative dei prodotti agroalimentari italiani

Ecco perchè un litro di vino qualunque in tetrapack, al supermercato, costa meno  di 2 euro e vini decenti si trovano anche a meno di cinque euro: praticamente li paghiamo noi con le nostre tasse.

Ed, a fronte degli oltre 200.000 addetti e un valore 4,7 miliardi di euro in consumi interni, c’è da considerare – quando si esulta per la crescita dell’industria del vino – che gli alcolisti sono un milione, gli etilisti critici arrivano a tre e che i costi sociali e sanitari dell’alcol in Italia sarebbero di diverse decine di miliardi di euro, mentre gli under40 alticci (e i ragazzini ubriachi) aumentano.

Qualcosa su cui dovremmo seriamente riflettere.

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Dirigenti e dipendenti pubblici, quanto guadagnano per categoria e … quanti sono

28 Mag

Ridurre la spesa pubblica e combattere gli sprechi significa anche e soprattutto sapere quante e quali figure professionali servono e dove.

Tanto per fare un esempio, un altro post segnalava che nel Piano di previsione di Roma Capitale, a pagina 1447, c’è un ufficio che occupa 250 metri quadrati, ma utilizza ben 16 condizionatori per soli 25 dipendenti ed un dirigente, mentre, a pagina 1871, c’è un ufficio con 75 dipendenti ed un dirigente su ben 2.000 metri quadrati che, però, necessita di solo 35 condizionatori.
Una bella differenza … specialmente se teniamo conto di come stanno messi gli edifici scolastici del Comune di Roma …

Pertanto, nell’analizzare i costi di personale non andrebbero solo considerati i compensi dei dipendenti publici, ma vale la pena di fare chiarezza, viste le cifre scandalose denunciate dai media ma non dai sindacati.
Come anche, volendosi uniformare ad un sistema internazionale, è utile considerare tutti i laureati che operano nel sistema pubblico, dato che questo – come vedremo – ci darà la possibilità di discernere meglio la situazione.

Raccogliendo un po’ di cifre dalle tabelle di Roberto Perotti, coordinatore di un gruppo di lavoro della segreteria di Matteo Renzi sulla spesa pubblica,  da Manager Italia e da Lavoce.info, questo è il quadro che ne viene.

demata redditi dipendenti pubblici

Facile notare che ci troviamo davanti a compensi tutti da comprendere e non solo, come giacobini e forcaioli fanno, guardando ai grassi e indecenti compensi apicali.

Non è affatto possibile, infatti,  che un ricercatore od un associato si trovino a guadagnare il doppio dei loro colleghi di studi a scuola e/o, peggio, che qualunque ausiliario o impiegato si trovi a guadagnare tanto e più di una maestra. Allo stesso modo, i dirigenti scolastici guadagnano meno di un impiegato di una authority, la metà dei dirigenti di II fascia e degli enti locali.
E’ evidente che il personale scolastico è particolarmente bistrattato in termini  stipendiali.

Come non dovremmo scoprire che un infermiere vada a guadagnare un quarto del dirigente medico che supporta. E non doveva accadere che ci ritrovassimo con quasi 700 dirigenti apicali del Servizio Sanitario Nazionale, che ci costano quasi un miliardo l’anno e che guadagnano quasi il  doppio dei loro omologhi della Gran Bretagna, dove però non c’è un disastro Sanità che perdura da decenni.

Ma, come dicevamo, la questione ‘compensi’ è double-face.
Ad esempio, dai dati diffusi dal Fatto Quotidiano, emerge che con meno di 100.000 impiegati e forse 15.000 dirigenti in Italia riusciamo a far funzionare ‘amministrativamente’ scuole e ospedali.
Come si spiega che ai Comuni servano ben 360.000 tra impiegati e ausiliari e circa 8.000 dirigenti? E i 1.300 dirigenti ed i 50.000 dipendenti delle cento ex province, per manutentare strade, fornire trasporti e poco più?

Oppure, le tabelle di Roberto Perotti ci evidenziano i quasi 250 dirigenti del MIUR, che – salvo il MEF – superano per numero tutte le altre amministrazioni, specialmente se ricordiamo che le scuole e le università sono ‘autonome’ e comunque gestite dai soli 20 dirigenti apicali degli uffici regionali. Per non parlare dei quasi 300 dirigenti alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, che costano una cinquntina di milioni annui, più uffici, arredi, sedi e consumi.

Sarebbe bello anche capire come si verifichi l’anomalia di 100.000 medici  e quasi 250.000 infermieri alle dipendenze del SSN (un medico ogni due soli infermieri), escludendo il personale universitario e le decine di migliaia di medici studenti specializzandi.
Specialmente se gli stessi dati ufficiali del ministero riportano che i posti letto utilizzati effettivamente per ogni disciplina negli ospedali pubblici, nel 2010, erano 167.165 per degenze ordinarie, 20.157 per Day Hospital, più altri 43.241 accreditati.
Un medico ospedaliero (esclusi gli specializzandi) e due infermieri per posto letto, ovvero ogni 250 abitanti? Il tutto mentre i cittadini sono in coda per mesi nelle strutture e ore dai medici di famiglia?

Finendo alle scuole, dove abbiamo già constatato stipendi da fame, scopriamo un dato opposto a quello dei medici, perchè i dati dell’Annuario statistico italiano 2011 parlano di 8.968.063 gli studenti iscritti all’anno scolastico 2009/2010, di cui 625.781 alle private. Per circa 8 milioni di alunni in 20/25 per classe a 30 ore di media a settimana per 33 settimane – dovremmo ritrovarci con almeno 2-300.000 docenti in più di quelli che abbiamo. Anche se a frequentare fossero in 7 milioni, il numero dei docenti sarebbe insufficiente. Qual’è la reale entità della dispersione scolastica e quanto è frequente il fenomeno delle doppie iscrizioni?
Quanto dovremmo spendere in più per l’istruzione e la formazione?

Dunque, non è detto che a riordinare i conti e le spese pubbliche ci si ritrovi sempre e comunque a spendere di meno, come è ineludibile far chiarezza e trasparenza non solo sui dipendenti pubblici, ma soprattutto sulle perequazioni tra i diversi.

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Ripresa: l’Italia arranca. Perchè?

16 Mag

Come volevasi dimostrare, l’Italia non s’è ripresa. Era facile prevederlo se i dati positivi enunciati dagli analisti si mantengono allo 0,1%, cioè ampiamente entro il margine di errore del metodo di calcolo.
E’ per questo che una parte degli analisti e dei politici si mostrano tranquilli ed è nella speranza di un ulteriore sbilanciamento che speculatori finanziari e opportunisti politici si agitano più del dovuto.

Quali le cause?

Al primo posto, c’è certamente la Politica, che non da alcuna garanzia essendo Matteo Renzi stretto tra Grillo e Berlusconi, due miliardari dello show business che guidano partiti con percentuali a due cifre.
Due ‘signor no’, che nell’ultimo anno sono riusciti almeno a raddoppiare l’iter di approvazione di leggi anche urgenti per motivi di lotta politica, se non ad personam.

All’estero se ne sono accorti, ma prima hanno fatto le nostre aziende sia delocalizzando sia perdendo mercati.

A pari merito con la Politica, abbiamo i Media che diffondono una debordante informazione pseudopolitica, fatta di notizie spot e di dibattiti, più tanta cronaca giudiziaria, ma raramente di approfondimenti e di indagini giornalistiche. Allo stesso tempo la RAI televisione ‘commerciale’ di Stato solo da qualche tempo si è resa conto di quali danni si arrechino al Paese – pur di fare share – andando avanti con i ‘comici’ a reti unificate per anni e anni.

Difficile legiferare in queste condizioni, con in Paese trasformato in un bar dello sport.

A stretto ridosso della Politica e dei Media, troviamo i Sindacati – in particolare quelli dei lavoratori publici – che in questi anni di crisi e sbandamento non hanno tirato fuori una proposta una da condividere. Anzi, si sono ben impegnati nel bloccare ogni innovazione nei contratti (il caso del Colosseo chiuso docet) e nel salvaguardare le insostenibili pensioni dei propri iscritti con esodati e giovani per strada.

Al di fuori del mattone (leggasi stadi di calcio) e delle speculazioni finanziarie (leggasi scandalo del fotovoltaico) chi mai verrebbe a metter soldi in un paese dove i sindacati sono così retrogradi?

E ben posizionata nel disastro c’è la nostra Capitale, che è lo specchio agli occhi del mondo. O, meglio, le nostre capitali, le nostre vetrine: la Milano ha l’Expo degli scandali e Napoli che pubblicizziamo con Gomorra, mentre Torino è nota per i NoTav e le nostalgie metalmeccaniche della Fiom.

Perchè mai dovrebbe andar bene il made in Italy se Roma è un suk dove si spara sempre più spesso, quando non è sede di ‘tensioni e scontri’ con strade dissestate e mezzi pubbblici traballanti?

Infine, solo alla fine, c’è la lentezza con cui i nostri anziani e giovani analisti stanno prendendo atto che è impossibile evitare il nodo del risanamento dell’ex Inpdap e della dismissione del settore prettamente assicurativo dell’Inps, come anche il nodo dei costi standard per sanità, istruzione e università è inderogabile, Fiscal Compact o meno che sia.
Non piace ai sindacati, che uscirebbero da tanti CdA di enti, e non piace a Roma che perderebbe lavoro e PIL a causa del decentramento e dei risparmi sulla spesa pubblica, non piace a chi si oppone al pareggio di bilancio che è dall’ex Inpdap che nei decenni sono usciti miliardi e miliardi per ‘risanare’ tante marachelle.

Come si esce da una stagnazione che più non è, visto che l’inflazione si sente e come ma la produttività cala? Non di certo risparmiando 10 milioni di compensi per i parlamentari o portando la leva fiscale al 44% o chissà dove per salvare le banche.

Dovremmo avviare gli Eurobond al più presto possibile, trasferendo all’Europa almeno metà dei nostri debiti, ed alleggerire drasticamente la spesa pubblica statale per sedi e personale, tanto – grazie ai sindacati del comparto – a gran parte di quello che arriva ai cittadini provvedono i servizi esternalizzati d’informatica, del sociale, di manutenzione, formazione tecnica e professionale, eccetera …

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Senato SI, Conferenza Stato Regioni NO

7 Apr

“Il Senato delle autonomie non ha senso alcuno, c’è già la conferenza Stato-Regioni, che comprende anche i Comuni; è formata da tutti i governatori e da tutti i sindaci ed ha un comitato ristretto eletto dall’assemblea di tutti i suddetti. Non costa un centesimo se non il viaggio a Roma quando l’incontro col governo ha luogo. Il Senato delle autonomie sarebbe un inutile doppione.” (Eugenio Scalfari – domenica 6 aprile 2014)

Eppure, proprio La Repubblica del 4 ottobre 2012 ci spiegava che ‘il viaggio’ a Roma come a Bruxelles  costerebbe qualcosa in più di un centesimo …
” Il piccolo Molise ha deciso di raddoppiare la sua presenza a Roma acquistando un appartamento in centro da oltre 4 milioni di euro, la Calabria continua a spendere 240 mila euro l’anno per una sede a Bruxelles che non usa più e mantiene un ufficio del turismo a Milano, mentre la Sicilia continua a elargire stipendi da favola ai dipendenti distaccati in una sede nella capitale d’Europa popolata di parenti di politici e arredata con marmi fatti giungere da Custonaci, in provincia di Trapani. …
È una storia con molti zeri, … il Piemonte puntava sulla Lettonia o sulla Corea, la Lombardia di Formigoni apriva “ambasciate” in Argentina, Russia e Brasile, la Sicilia sbarcava sull’Empire State Bulding a New York, … a Bruxelles la rappresentanza italiana è frantumata in 21 costose sedi – comprese quelle delle Province di Trento e Bolzano – ospitate in 15 edifici diversi. E al conto vanno aggiunte le “filiali” belghe di Anci (associazione dei Comuni) e Upi (unione delle Province). Uffici che si sommano a quelli della rappresentanza presso la Ue e la Nato, dell’Ice, dell’Enit, dell’istituto di cultura  … costi che – tra personale, affitti e costi di gestione – raggiungono i 20 milioni di euro. Una cifra che aumenta fino a 70 milioni, se si tiene conto del costo dei 22 “avamposti” delle Regioni nel cuore di Roma, tra valore degli immobili, affitti, spese per il personale e per la gestione.”

 

Inoltre, la  “la Conferenza Unificata è convocata e presieduta dal Ministro per gli Affari regionali e Autonomie, su delega del Presidente del Consiglio dei Ministri” non è esattamente un ‘parlamento’.

Attualmente sono 49 persone in tutto. I ministri degli Affari Regionali, degli Interni, dell’Economia e FInanze, dei Trasporti, della Salute, più i presidenti delle Regioni ed i due delle Province Autonome di Trento e Bolzano, ai quali si aggiungono il Presidente e i consiglieri (15 sindaci in tutto) dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani e dell’Unione delle Province italiane (sette presidenti di province in totale).

“Dunque cominciamo dal Senato. Nessuno, tranne il movimento di Rodotà e Zagrebelsky, si oppone all’abolizione del bicameralismo perfetto perché, appunto, è una gigantesca imperfezione”, lo ammette lo stesso Scalfari.

“Il Senato non dovrà più votare la fiducia al governo né approvare il bilancio dello Stato e la legislazione connessa, salvo che non si ravvisi una violazione costituzionale. … Così pure potrebbe, anzi dovrebbe esercitare un accurato controllo sulla pubblica amministrazione, … potrebbe, anzi dovrebbe svolgere un ruolo culturale approfondendo temi scientifici, sanitari, ecologici, umanistici, … per adempiere a questo compito il Senato dovrebbe esser composto da un certo numero di membri che rappresentino altrettante “eccellenze” e le mettano a tempo pieno a disposizione del paese. Non possono certo essere eletti, ma nominati dal capo dello Stato che potrà avvalersi di rose di nomi fornite da Accademie culturali, Università, scuole specializzate.” (Eugenio Scalfari – domenica 6 aprile 2014)

Praticamente, un Senato di ‘non eletti dal popolo’, ma di designati da Regioni, Città metropolitane e Province che avrebbe potere di controllo, di indirizzo e di veto su tutto il ‘resto’, magistratura inclusa, visto che – secondo Eugenio Scalfari –  la Corte dei Conti “è una magistratura che persegue irregolarità o addirittura reati di natura contabile; negli ultimi tempi è andata al di là di queste sue competenze.”

E’ proprio vero, dottor Scalfari, “in una fase in cui si aumenta il potere decisionale del governo e soprattutto quello del premier, annullare completamente una delle due Camere configura una tendenzialità autoritaria estremamente rischiosa” …

Una Conferenza Stato-Regioni (propriamente detta o unfificata che fosse) che finora ha svolto, con i ‘successi’ di cui tutti ci siamo accorti, un bel numero di iniziative, come i Tavoli Permanenti, Gruppi di lavoro e Comitati per:

  • il monitoraggio dell’intesa fra le Regioni e le province autonome, il Dipartimento degli affari regionali, il Ministero degli affari esteri, il Ministero dello sviluppo economico, in materia di rapporti internazionali;
  • per l’uniformità dei procedimenti di invalidità civile e di trasmissione per via telematica dei certificati di malattia fra le Regioni, il Ministero della salute, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, l’INPS;
  • sulle problematiche relative alla decorrenza dei termini per l’acquisizione del certificato prevenzione incendi da parte delle strutture sanitarie pubbliche e private e sugli “indirizzi per prevenire e fronteggiare eventuali situazioni di rischio connesse alla vulnerabilità di elementi anche non strutturali negli edifici scolastici”;
  • per la sanità penitenziaria e per l’attuazione delle linee guida per gli interventi negli ospedali psichiatrici giudiziari (OPG) e nelle case di cura e custodia, nonchè quello per le problematiche afferenti il settore della prevenzione e del recupero delle tossicodipendenze, su richiesta del Ministero della Giustizia – Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria;
  • per la definizione delle Convenzioni tra la Cassa Depositi e Prestiti S.P.A. e le Regioni sull’utilizzo del “Fondo rotativo per il sostegno alle imprese e gli investimenti in ricerca” e per la definizione di una proposta di legge quadro in materia di affidamento e utilizzazione delle concessioni demaniali marittime con finalità turistico-ricreative, a seguito del documento di infrazione n. 2008/4908 UE,
  • per l’espletamento delle attività istruttorie in materia di informazione, formazione ed educazione ambientale e sul Secondo e il Terzo Piano di azione nazionale per l’efficienza energetica;
  • per la semplificazione, per l’innovazione tecnologica nelle regioni e negli enti locali, per l’efficientamento e la razionalizzazione dei servizi del trasporto pubblico locale, per l’accesso al mercato del noleggio con conducente di autobus;
  • per la realizzazione di un’offerta di servizi educativi a favore di bambini dai due ai tre anni, volta a migliorare i raccordi tra nido e scuola dell’infanzia e a concorrere allo sviluppo territoriale dei servizi socio educativi 0-6 anni;
  • per la semplificazione e per l’attuazione coordinata delle misure previste dal decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5 recante: “Disposizioni urgenti in materia di semplificazione e di sviluppo”.

Dunque, tra le cose da ‘rottamare “c’è già la conferenza Stato-Regioni, che comprende anche i Comuni”  che costa più di qualche centesimo … a parte di valore del tempo perso dal Paese e della crescita che non c’è stata.

Piuttosto, “Congresso in America, Camera dei Lord in Gran Bretagna sono due esempi da non perder di vista in Italia e nella futura Europa nel giorno auspicabile in cui diventerà un vero Stato federale”.
Ma ci sarà da convincere gli Europei a mettere i propri destini ‘federali’ nelle mani di un eletto ogni 3-400.000 residenti … e, quanto alla Camera dei Lord britannica, ricordiamo che da quelle parti, ma anche altrove, il titolo nobiliare può essere acquistato.

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Italia: diritti fondamentali sempre peggio

7 Apr

L’Italia, ha le scuole talmente degradate da richiedere un piano edilizio e manutentivo urgente e pluriennale.
Eppure, da anni la Conferenza Stato-Regioni dovrebbe fornire  gli “indirizzi per prevenire e fronteggiare eventuali situazioni di rischio connesse alla vulnerabilità di elementi anche non strutturali negli edifici scolastici”.

In Italia, a dire il vero, la Conferenza Stato-Regioni è competente anche in materia di “uniformità dei procedimenti di invalidità civile”, di “trasmissione per via telematica dei certificati di malattia” e della “decorrenza dei termini per l’acquisizione del certificato prevenzione incendi da parte delle strutture sanitarie pubbliche e private”.
Sappiamo bene che non esistono parametri univoci per le invalidità neanche tra ASL di una stessa città, che far pervenire il debito certificato di malattia è ancora una corsa ad ostacoli per i lavoratori e che c’è il misundertanding dei ‘file F’ a cui sono stati derubricati i Day Hospital, che un ospedale senza certificato antincendio proprio non deve funzionare …

Sempre nel Bel Paese, l’Italia, abbiamo adeguato la normativa sulla disabilità nel 2007, con quasi 15 anni di ritardo, alle indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità … mamtenendo però tutto l’impianto preesistente, con il risultato che invalidi si diventa ancora oggi per ‘patologie e punteggi’ … la disabilità funzionale è solo in premessa.
Risultato? In Germania e Francia – che pure loro hanno i ‘falsi invalidi’ come ovunque – i disabili che beneficiano di sussidi e tutele sono il 10% della popolazione, da noi (dati Istat)  solo il 6% …

Un’operazione di maquillage per cambiar tutto pur di non mutare nulla’ degna di quella avvenuta per i così detti malati rari, che così rari proprio non sono, visto che parliamo di 1-4 milioni di pazienti cronici, che vanno gestiti per una vita intera.
Infatti, in Italia, la legge sulle malattie rare prevede che in ogni regione vi sia un centro apposito, che (essendo le regioni 20 e le malattie censite almeno .) fanno ben 80.000 siti specialistici … una tragica barzelletta.
Infatti, secondo tutti i dati esistenti almeno metà di questi malati neanche sa di esserlo e tra quelli riconosciuti almeno un terzo rinuncia alle cure per problemi ‘burocratici’.

Il tutto accade proprio in Italia, dove rischiamo sanzioni UE sul riposo obbligatorio dei dirigenti medici, mentre – come ha spiegato il presidente del Collegio italiano dei chirurghi –  ““spesso sono costretti a prolungare il proprio orario perché manca il personale, ma è ovvio che così aumenta il rischio degli specialisti di incorrere in errori”.
D’altra parte, i medici, generici e specializzati, all’interno di strutture sanitarie pubbliche e private nel 2007, erano 363,5 ogni centomila abitanti, una delle medie più alte d’Europa.

Italia che dai lontanissimi Anni ’60, distingue i suoi figli di un dio minore in tante e troppe categorie, quando si parla di disoccupazione.
Ci sono i cassaintegrati, le cui tutele possono durare anche decenni, e le casalinghe, alle quali addirittura si chiede di pagare l’assistena sanitaria senza nulla in cambio. O i ‘meridionali’ che avendo un tessuto industriale IRI, se lo son visto smantellare senza neanche un cent per l’occupazione. Per non parlare dei giovani, che dopo aver investito in un postdiploma o in una laurea non si ritrovano neanche una legge sul lavoro che li canalizzi ed, eventualmente, li sussidi.

Parlando di Welfare, in Italia, ci sono anche gli anziani, che una volta erano quelli che superavano i 55 anni di età e iniziavano ad aver diritto al riposo dopo una vita di lavoro. Ne abbiamo messi per strada almeno mezzo milione con una leggina natalizia e quattro lacrime da caimano. La restante parte, per ‘giustizia generazionale’ sembra che resterà al lavoro ad libitum, mentre le pensioni correnti – il vero buco nero – ‘non si toccano’, as usual.
Ed i bambini … le cui famiglie non vedono un bonus bebè (o delle consistenti detrazioni fiscali) neanche per il primo anno di vita e … per i quali abbiamo esternalizzato di tutto, visto che secondo le associazioni di settore, sono ‘centinaia di migliaia’ gli operatori che hanno un ‘lavoro’ continuo con loro … ma che poco proteggiamo, se esentiamo queste persone dai controlli che la legge prevede per i dipendenti pubblici, ovvero di docenti ed anche se si tratta di un supplente di pochi giorni …

E, sempre, l’Italia, a 24 anni dall’aver aderito alla Convenzione Onu apposita, non si è data ancora una legge per il reato di tortura. Al momento, il Senato ha approvato un testo che punisce “chiunque, con violenze o minacce gravi, cagioni acute sofferenza fisiche o psichiche ad una persona privata della libertà personale”, inserendolo tra i reati comuni, connotati da dolo generico e con prescrizione a cinque anni. Vedremo la Camera dei Deputati quanto altro tempo impiegherà. e se – ma è molto difficile – vorrà estendere i termini di prescrizione.

Non è che gli altri Stati non siano esenti da ‘peccatucci’, come la Germania che rischia sanzioni per ‘surplus commerciale’ (ndr. concorrenza sleale) e la Francia che le ha ricevute per le sforature del patto di stabilità ed è stata ‘graziata’ per le politiche verso i Rom.
Il punto è che questi ‘peccati’ sono i nostri, quelli della nazione che ospita la Chiesa Cattolica e che, in quasi 100 anni di religione di Stato, dovrebbe aver fatto suo – nel senso comune, nell’etica e nelle norme – il principio di ‘amare il prossimo tuo come te stesso’, ma, a vedere dove ci hanno portato la politica e i poteri forti, sembrerebbe davvero di no …

A contraltare delle scuole disastrate, abbiamo l’Italia dei palazzinari e degli edili o, perchè no, dell’abuso edilizio fai da te. Oltre all’indifferenza dei media verso le okkupazioni e le famiglie inadempienti … o i ragazzi che crescono senza riferimenti e luoghi ‘sicuri’, con il consumismo ed il ‘conflitto’ come valori.

A corrispettivo del Sistema Sanitario, troviamo una fetta costante dei nostri parlamentari che arrriva dal settore, ma soprattutto che è proprio la classe medica ad incidere in modo rilevante sulla spesa pubblica di personale, con i suoi circa 150.000 stipendi in fascia alta e le derivanti pensioni, considerato che un medico di base può arrivare facilmente a percepire quasi il doppio di un docente e che un medico strutturato ospedaliero forse raddoppia il reddito di un ingegnere in fabbrica, per non parlare dei doppi e tripli incarichi possibili nei policlinici universitari.

Andando a parlare di Welfare, balza all’occhio la disparità di trattamento tra generazioni, sessi e territori diversi, ma soprattutto non può sfuggire che un unico soggetto, il Sindacato ed il sistema gemello del Volontariato, è sempre presente, dai tavoli di lavoro ai CdA e agli Enti, per non parlare dell’apparato dei Servizi cui è demandato, de facto, la gestione in accesso per i  servizi pensionistici e per l’invalidità, oltre a gran parte dei servizi per disabili, immigrati, fasce a rischio e minori.

Ma dalle crisi strutturali si esce in un altro modo: con il senso dello Stato di tanti e la cultura del lavoro di tutti.

Non sarà questo governo o il successivo a cambiare tutto questo: è necessario prima che ‘grande bellezza’ che ha creato questa mostruosità vada effettivamente in pensione e cessi di influenzare i destini italiani e, poi, che negli italiani risorga il desiderio di sentirsi alla pari degli altri paesi avanzati, piuttosto che trotterellare speranzosi per qualche briciola che cade dal tavolo del banchetto di quelli che vivono rivendendosi la grande ricchezza italiana.

E, per lo meno, si potrebbe anche iniziare, tentare, a guardare al futuro piuttosto che al passato.

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Pensioni: i dati Istat e … le vergogne dell’Inps

3 Apr

Ieri, La Repubblica dava ‘finalmente’ risalto ai dati sulle pensioni italiane secondo l’Istat. Finalmente, perchè poteva farlo già due anni fa, in base ai dati del 2010 che erano sostanzialmente conformi a quelli recenti.

Pensioni: dati Istat per il 2010

 

Cosa raccontavano i dati?

Innanzitutto, che in Italia c’erano un paio di milioni di invalidi che se la passavano abbastanza male, visto che le ‘pensioni’ al di sotto dei 500 euro mensili riguardano prevalentemente loro. Persone bisognose che avrebbero diritto ad un ‘salario minimo’ e che vengono bistrattate in nome di quel 0,1% – od anche meno secondo i dati ufficiali dell’INPS – che i media chiamano ‘falsi invalidi’.
Due milioni di persone che si arrangiano con poche centinaia di euro e che non fanno notizia.

Altri sette milioni, praticamente la metà dei pensionati, viveva con un reddito netto inferiore ai 1.250 euro mensili, praticamente alle soglie di un ‘salario minimo’, ma evidentemente tanto è che ha versato e accantonato con un lavoro medio-basso.
Altri cinque milioni di italiani se la cavavano meglio, con pensioni che vanno dai 1250 ai 2500 mensili, e corrispondono più o meno esattaamente alle categorie che hanno versato notevoli oneri contributivi per via dei lavori e delle professioni svolte di livello medio-alto.

Infine, scopriamo che c’erano 776.609 italiani che vivono nel lusso, nonostante la Crisi, percependo pensioni di almeno 3.000 euro mensili, per le quali è abbastanza difficile supporre che siano stati versati gli stessi contributi che stanno versando le generazioni attualmente al lavoro.

I dati Istat 2012 – riportati ‘finalmente’ da La Repubblica, ma non ancora dal Corriere della Sera – confermano una situazione pressochè identica, se non ancor più grave visto che i neopensionati di quest’anno sono più anziani dei loro omologhi già a riposo, ma percepiranno pensioni più basse pur avendo versato per almeno 10 anni contributi in euro anzichè lire …

Dati Istat 2012 - Pensioni N.B. La spesa per pensioni di invalidità è di circa 11 mld annui, di cui tutta la fascia '< 500' e una piccola parte della fascia '500 - 1000'

Dati Istat 2012 – Pensioni
N.B. La spesa per pensioni di invalidità è di circa 11 mld annui, di cui tutta la fascia ‘< 500’ e una piccola parte della fascia ‘500 – 1000’

 

Dati Istat 2012 - Pensioni

Dati Istat 2012 – Pensioni

Cosa confermano i ‘nuovi’ dati Istat?

Che il sistema è squilibrato per diversi motivi:

  1. l’ampia presenza di pensionati – oltre la metà – che hanno versato  contributi esiziali in lire e che oggi – come da dieci anni – godono di pensioni rivaluate in euro;
  2. le due fasce pensionistiche apicali i cui benefit mensili – contribuiti in lire e percepiti in base all’ultima retribuzione, che superano addirittura i dorati vitalizi dei parlamentari;
  3. il costo sociale della ‘disabilità funzionale’ che dovrebbe essere la mission primaria dell’INPS e che viene scaricato sul mondo produttivo e sulle famiglie, visto che in Italia sono solo 3,5 i milioni di disabili in carico al sistema previdenziale, mentre in Germania sono ben otto milioni.
Fonte Messaggero Veneto - L'Espresso

Fonte Messaggero Veneto – L’Espresso

Le economie per l’INPS derivanti da un tetto per le pensioni apicali equivarrebbero all’intero importo speso per i disabili (circa 10 miliardi annui) e, se un tetto fosse stato applicato a partire dall’introduzione dell’Euro, l’Italia avrebbe potuto evitare la vergogna degli esodati e permettersi un sistema pensionistico ‘scalare’ dopo 35 anni di contribuzione, come in Germania, dove – è bene saperlo – ad opporsi sono stati proprio i senatori nominati tramite i Lander dai sindacati.
E, senza dimenticare i 30-35 miliardi di contributi dei lavoratori ex Inpdap ‘defluiti’ verso il sistema sanitario e il MEF senza ritorno, c’è (e c’era) da affrontare la questione di una rivalutazione un po’ più oculata delle pensioni in lire allorchè rivalutate in Euro, visto che l’aspettativa in vita mostra trend incrementali.

Non è un caso che da anni, sempre più spesso, qualche politico ci ricorda nei talk show che il vero problema non è nelle loro prebende, ma nella spesa di personale (e pensionistica) per le posizioni apicali della PA.

E’ costituzionale mettere un tetto o, almeno, ricomputare con un minimo di buon senso il passaggio da lire ad euro per chi era già in pensione dieci anni fa?
Non lo sappiamo.

Di sicuro, però, la questione non è irrilevante e c’è uno strumento che può darci un’idea indicativa delle cose: la ‘rivalutazione monetaria’, che obbedisce a parametri abbastanza precisi, come il ‘costo della vita’.

Rivalutazione monetaria 50mila lire annue 1964-2014

Rivalutazione monetaria al 2014 di versamenti annui di 50.000 lire nel 1964

Rivalutazione monetaria al 2014 di versamenti annui di 50.000 lire nel 1964

Rivalutazione monetaria al 2014 di versamenti annui di 500.000 lire nel 1980

In due parole, mentre quanto contribuito a partire dalla fine degli Anni ’70 da un lavoratore ‘diplomato’ in realtà corrisponde ad una ragionevole quota contributiva odierna, i versamenti antecedenti al boom dell’inflazione della stessa tipologia di lavoratori non sono neanche lontanamente paragonabili (e sostenibili) alla rivalutazione ottenuta.

Anche per questo tanta parte delle nostre pensioni somiglia ad un assegno sociale.
Ma se almeno 3,9 milioni di pensionati (24%) ha versato due terzi della propria contribuzione prima del 1975 ed un numero pressochè equivalente entro il 1980 … qualcosa da ‘rivedere’ c’è, specialmente se dovesse trattarsi di pensioni superiori ai 1.500 euro mensili.
E soprattutto se il problema viene scaricato su chi doveva andare in pensione adesso, avendo contribuito a sufficienza, e su chi doveva iniziare a contribuire già dieci anni fa, ma, pur avendo ormai prole, non ha ancora un posto ‘fisso’, affossando dalle fondamenta le tutele previdenziali di un futuro ormai fattosi presente.

Il tutto mentre tanti nostri disabili vivono in una situazione di ampio non riconoscimento, ovvero di abbandono, come comprovano sia i dati tedeschi su previdenza e disabili, con sussidi e tutele riconosciuti al 10%  della popolazione totale e non ad un mero 6% come da noi, sia i dati italiani sul disastro dei malati cronici, con stime di oltre un milione di malati rari addirittura non afferenti a strutture.

Perchè raccontare tutto questo?
Perchè adesso sappiamo di quali pensioni da tagliare e di quali da estendere stiamo parlando.
Specialmente, se proprio nel giorno in cui l’Istat ha comunicato i presenti dati sulla spesa pensionistica nel 2012, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan dichiara che “le pensioni non si toccano. Lo ha già detto il premier Renzi” …

Leggi INPS, un colossale e iniquo colabrodo

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Esodati e non solo: ma quanti sono?

21 Mar

Quanti possano essere gli esodati in Italia non lo sa nessuno.

Incredibile, ma vero, nessuno lo sa e nessuno lo vuol sapere, dato che sarebbe uno scandalo degno dei peggiori disastri, quelli che segnano le nazioni per generazioni, come accadde per la Compagnie des chemins de fer o la Banca Romana.

Volendo fare il punto sulla situazione, ricordiamo che:

  1. dicembre 2011 – i ministri del Lavoro (Elsa Fornero) e dell’Economia (Mario Monti) individuano in 65.000 gli esodati da considerare ‘lavoratori salvaguardati’;
  2. aprile 2012 – l’INPS annuncia che gli esodati sono 120.000;
  3. giugno 2012 – l’INPS porta il numero degli esodati a 390.000;
  4. giugno 2013 – i dati Istat evidenziano l’esistenza di almeno un milione di disoccupati, cassaintegrati e precari di età superiore ai 54 anni.
  5. dicembre 2013 – i dati Istat evidenziano un 30% di lavoratori senior non in buone condizioni di salute, mentre i dati INPS denunciano un numero di falsi invalidi nell’ordine dello 0,04% del totale e i dati UE evidenziano che in Germania è riconosciuta (e sussidiata) l’invalidità al 10% della popolazione, mentre in Italia a stento si raggiunge il 6%
  6. fine 2013 /inizi 2014 – diverse fonti giornalistiche confermano un overflow di almeno 6 miliardi di euro per le pensioni apicali maturate antecedentemente all’introduzione del sistema contributivo. I soldi, dunque, ci sarebbero.

In pratica, parliamo di quasi la metà dei nostri signori di mezza età che o non lavora o vive nell’incubo di perdere il lavoro o deve arrancare (ndr. senza darlo troppo a vedere, che i malati sono invisi nel nostro paese) fino ad una pensione sempre più lontana.
Il tutto, mentre scopriamo del saccheggio dell’Inpdap e mentre oscure cantilene convincono i giovani che la pensione è un’opzione e li rassicurano con polizze che non garantiranno neanche i soldi messi sotto il materasso.

In pratica, paghiamo le pensioni d’oro mai contribuite a pieno a spese delle pensioni (contributive da 20 anni) degli esodati e di chi verrà dopo. I padri che si nutrono dei propri figli.

I sindacati? Il 65% degli iscritti sono già pensionati e, comunque, ci sono anche loro nei CdA di Inps, Enti, Espero e chissà cos’altro ancora.

E così, mentre i danni prodotti al tessuto sociale italiano (e all’economia) sono all’incasso da anni e, dunque, sotto gli occhi di chiunque vuol vedere, il neoministro Giovannini – che dovrebbe occuparsi del lavoro e delle pensioni, mica di finanza e titoli di Stato – se ne viene con “bisogna stare estremamente attenti a toccare una riforma che sta producendo effetti voluti perché l’instabilità delle norme non è amata dagli investitori”.

Quali erano gli effetti ‘voluti’, visto che il discorso di insediamento di Mario Monti in Senato andava da tutt’altra parte?
E perchè nelle Spending Review il buco creato nell’ex Inpdap non viene notificato, mentre il Sole24ore ne racconta da tempo? Quanto devono lo Stato o il Servizio Sanitario, che ha fruito di tanti ‘anticipi’, ai lavoratori pubblici italiani  (ndr. sono 20 anni che il sistema è contributivo …) che hanno versato le loro quote?

Siamo sicuri che non avrebbero ‘di per se’ diritto a 800-1000 euro al mese un operaio, un infermiere, un’impiegata che hanno lavorato 30-35 anni versando contributi previdenziali e sanitari spesso superiori a quelli dei loro omologhi tedeschi o statunitensi?

E, ritornando al ministro Giovannini, quanto sarebbero ben rassicurati gli investitori, i lavoratori e gli elettori, se il governo Renzi si decidesse fare marcia indietro (dopo 20 o 30 anni) e riportasse l’INPS allo status di ‘previdenza sociale’ e le ‘casse’ dei singoli comparti a vere assicurazioni sotto controllo pubblico?
Proprio come era una volta, quando c’erano le mutue, ma con i sistemi di controllo moderni.

Se mancano i soldi delle pensioni (non quelle della Fornero, ma quelle di Damiano) e se la Sanità da Firenze a scendere è un disastro, è evidente che qualcuno ha fatto il furbo e qualcun altro era un incompetente.
Sono venti anni che i lavoratori italiani accantonano le proprie pensioni con un sistema conttributivo e che il costo individuale della sanità è ben superiore a quanto richiede una buona assicurazione nordamericana o tedesca.

E dovrebbero spiegarci perchè, mentre si costringe Roma Capitale a privatizzare le aziende e gli enti in perdita, nella stessa Roma non si inizi almeno a porre rimedio alla folle idea di creare un’ente di Stato monopolista nel settore assicurativo e allo stesso tempo dominus del Welfare, finito poi per farsi volano di spregiudicate (come stiamo scoprendo) operazioni di finanza pubblica.

A proposito. La Costituzione e/o i trattati UE consentono l’esistenza di un INPS come è l’INPS oggi?

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Obamacare: cosa proprio non funziona? Un monito per l’Italia

19 Nov

In USA lo chiamano Obamacare, è il progetto di riforma sanitaria che la Casa Bianca sta cercando in ogni modo di introdurre da sei anni a questa parte. Probabilmente non se ne verrà a capo, ma il tentativo di Barak Obama ed i suoi fallimenti dovrebbero e potrebbero far riflettere le pubbliche amministrazioni di mezzo mondo.


Innanzitutto, per buona parte degli statunitensi il sistema assicurativo privatistico regge, va bene, vogliono continuare così, è migliore e più tutelato di quello pubblico. Obiezioni che arrivano sia dai ‘soliti’ Repubblicani sia da non pochi Democratas e soprattutto da sindacati e associazioni è ben sintetizzato in un articolo di “L’indipendensa – Quotidiano Online’.

Come molte cose che sembrano nuove, l’Obamacare è per molti versi vino vecchio in bottiglie nuove. Ad esempio, quando si confronta con il fatto che a seguito dell’ Obamacare milioni di americani rischiano di perdere la loro assicurazione medica esistente, i difensori dell’Obamacare affermano che questo è vero solo quando queste persone hanno una “scadente” assicurazione.

Chi decide cosa è “scadente”? Cosa c’è di più vecchio dell’idea che alcune élite esaltate sappiano cosa è bene e meglio per noi stessi più di noi medesimi?

Persone diverse hanno rischi diversi e diversa propensione nel prendersi cura dei loro rischi, invece di pagare per trasferirli ad una compagnia di assicurazioni. Ma i politici di turno nello Stato ad ogni tornata hanno definito quello che deve essere coperto da assicurazione, indipendentemente da ciò che gli assicurati e le compagnie di assicurazione potrebbero concordare se lasciati liberi di fare le proprie scelte.”
E, tra l’altro, come stanno denunciando da anni – con scioperi e sit in – gli operatori del sistema sanitario ‘pubblico’ statunitense (Medicare e Medicaid), gli interventi degli spin doctors di Obama per ‘migliorare la qualità’ sono sostanzialmente consistiti nella chiusura di centri di cura.
Non a caso uno dei ‘goal’ promessi dall’Obamacare c’è la diminuzione della spesa governativa per la sanità di circa 500 miliardi di Euro.

Se per gli assicurati il sistema attuale è quello giusto, le cose cambiano per chi l’assicurazione non ce l’ha e deve ricorrere al sistema pubblico, che non dovrebbe aver motivo di negare a tutti le cure essenziali, se, nel 2003 il servizio sanitario nazionale copriva in media il 17,7% delle spese totali, senza contare circa 30 milioni di cittadini privi di assistenza sanitaria.

Ricordiamo che Medicare è il programma nazionale universalistico di assistenza agli anziani e che Medicaid è gestito dai singoli Stati (contributo federale del 60%) per le famiglie con bambini, donne in gravidanza, anziani e disabili.
Purtroppo, come sono venuto a sapere per fonte diretta, accade che – Medicaid od Obamacare che sia –  ad una donna incinta priva di assicurazione sanitaria ma ‘coperta’ dal Medicaid venga diagnosticata una malattia rara trasmessa anche al nascituro, ma, dopo tre mesi dal parto, madre e figlio non abbiano più neanche uno specialista a cui rivolgersi via Email.

Dunque, la diffidenza degli statunitensi deriva dal fatto che non è ben chiaro come funzioni sia il ‘vecchio’ Medicare sia il ‘nuovo’ Obamacare.
Il sospetto è che la lobby dei sanitari (e dei loro amministratori ‘pubblici’) non offra più sufficienti garanzie di trasparenza e deontologia è forte, se giorni fa persino l’editoriale di Ezra Klein, columnist del “Washington Post”, ex blogger ‘radicale’, parla di “perdita di credibilità con i democratici al Congresso e con chiunque altro” riguardo l’approvazione di una “legge basandosi su promesse che non potevano mantenere. Hanno clamorosamente pasticciato nell’implementazione. E ora sembra che persino le modifiche al sito Healthcare.gov non saranno effettuati entro la deadline che loro stessi avevano predeterminato. I democratici al Congresso si sentono ingannati.”

In effetti, sarebbe innanzitutto da capire se più che di riforma sanitaria, il problema non sia che Obamacare non sia un progetto troppo ambizioso.

Da un lato  il desiderio inconfessato di introdurre il Welfare State anche in USA non tanto per sostenere le persone affette da malattie croniche, che avrebbero equo diritto alle cure, ma soprattutto per tutelare una trentina di milioni di americani che, prima che di necessitare di cure e terapie, hanno il problema di non arrivare a fine mese pur vivendo in un paese ha talmente tanto lavoro da offrire da assorbire ancora oggi tanti e tanti immigrati.
Dall’altro, è molto difficile mettere ordine al Medicaid  (garantito anche agli immigrati con regolare permesso) perchè è un programma amministrato dai singoli stati, e non dal governo federale, con diversi criteri di reddito, età, invalidità per accedere al servizio d’assistenza. che evidentemente i sistemi sanitari dei diversi stati amministrano senza sufficienti standard e controlli.

E questo spiegherebbe ampiamente l’insuccesso della riforma e la diffidenza dei cittadini, visto che staremmo parlando di assistenzialismo puro, oltre che di calo qualitativo della sanità in generale. Non a caso Bill Clinton, ex presidente e probabile primo “first-husband” degli USA, ha sollecitato invitato Obama a tenere fede alle proprie promesse, tra cui quella ai cittadini americani che già possedevano un’assicurazione sanitaria, che avrebbero potuto mantenerla in ogni caso.

Non dimentichiamo che già oggi il Governo Federale USA spende circa il 4% del Prodotto Interno Lordo e un ulteriore 2% arriva da singoli stati e contee. Un 6% totale del PIL non lontano da quel 7% che l’Italia spende per i suoi cittadini.

Con una sola differenza: gli USA – già prima di Obama – spendevano il 6% del PIL per curare il 15-20% dei propri cittadini, privi di assicurazione, l’Italia spende praticamente lo stesso, in percentuale, ma per tutti gli italiani, che assommano più o meno al 20% degli statunitensi.
Con l’unica differenza che tanti e tantissimi italiani versano allo Stato e alle Regioni – ogni mese e in contanti – ‘contributi’ per il sistema sanitario che se fossero premi assicurativi avremmo (quasi) tutti un’assistenza a quattro stelle.

Nel 2003 il servizio sanitario nazionale USA copriva in media il 17,7% delle spese totali, ovvero una percentuale che corrisponde più o meno a quel 15-20% di cittadini invalidi o indigenti.
Se in America 32 milioni di persone (circa il 10% della popolazione) non fruiscono di alcuna assistenza sanitaria è evidente che il problema non è nei finanziamenti, bensì nella malasanità pubblica.
In USA coma altrove.

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Spending review? No, manovra correttiva agostana …

3 Lug

Mario Monti rassicura i partiti: ‘è una spending review, non una manovra correttiva’. Eppure, se si trattasse di questo parleremmo di oltre 200 miliardi di Euro, come ha precisato pochi giorni fa proprio uno dei superconsulenti voluti da Mario Monti.
Qui parliamo – molto più prosaicamente – di un taglio delle spese di personale e di fornitura per ‘raccogliere’ quei 5,3 miliardi di euro che servono con urgenza, dato che i conti del decreto Salvaitalia si sono rivelati fin troppo ottimistici: i ‘professori’ avevano sottovalutato gli effetti negativi della ‘mancanza di speranza’, ovvero recessione, stagnazione, evasione fiscale, speculazione finanziaria.

Una ‘realtà’ che sembra non essere percepita nè dai media nè dal Partito Democratico, attestato dietro Bersani e D’Alema, che sembrano non aver imparato la ‘lezione della Seconda Repubblica’, ovvero che essere il maggior partito o la ‘fazione’ più coesa non comporta ‘ipso facto’ che si sia in condizione di governare e che, senza un pensiero economico, un programma economico, anche il maggior conglomerato di voti è in balia delle ‘correnti’. L’arroganza con cui è stato ‘censurato’ il buon Fassina ne è un eccezionale esempio e ci conferma che il ‘metodo’ non è cambiato da 50 anni a questa parte.

Uno scenario che si racchiude in quattro dichiarazioni, ben rappresentative ed inequivocabili.

«Se per decenni si indulge ad assecondare un superficiale ‘tiriamo a campare’ oppure si indulge nell’iniettare nei cittadini la sensazione che tanto il Paese può, per le sue risorse, non affrontare problemi seri che le altre nazioni affrontano, forse deve venire il momento in cui, anche a scapito di una temporanea perdita di speranza, bisogna affrontare i problemi seri» – Mario Monti a Palazzo Madama per la presentazione del libro del ministro per la Cooperazione Internazionale e l’Integrazione, Andrea Riccardi.

«È evidente che se il governo pensa di procedere al taglio degli organici e alla riduzione dei servizi getta benzina su una situazione molto difficile» – Susanna Camusso, segretario della Confederazione Generale Italiana dei Lavoratori.

«Mentre Sagunto brucia, a Roma si succedono riunioni di congiurati per decidere come buttare giù il governo prima dell’estate e provocare così le elezioni anticipate a ottobre.La voglia di far saltare tutto, si sa, serpeggia da tempo in entrambi i maggiori partiti. Ma se nel Pd Bersani ha l’autorità per zittire un Fassina, nel Pdl pare che Alfano non ne abbia abbastanza per mettere a tacere una folta schiera di sediziosi, ex ministri berlusconiani ed ex colonnelli finiani» – Massimo Polito, editoriale del Corriere della Sera del 16 giugno 2012.

«A questa maggioranza dico da parte di tutti i giovani che avete rotto i coglioni!» – Franco Barbato (IdV), mentre stava illustrando un proprio emendamento alla spending review nell’dall’Aula di Montecitorio.

Intanto, l’unico ministro che sembra aver firmato la proposta di tagli delle piante organiche del 20% per i dirigenti e del 10% per gli altri dipendenti è l’Ammiraglio Giampaolo Di Paola, il cui ministero, la Difesa, ha già decurtato di un quinto il proprio personale, con un piano decennale di prepensionamenti e mobilità che ridurrà di circa 30.000 unità il numero dei dipendenti militari e civili.

Dunque, non sono solo il popolo bue, l’antipolitica che avanza od i congiurati romani a complottare contro il governo di Mario Monti. A quanto pare sono gli stessi ministri a non credere in questo spending review, “anzi, più di un ministero ha chiesto di lasciare quella regola fuori dai propri uffici” ci ricorda il Corriere della Sera.

E, d’altra parte, chi mai potrebbe crederci, se prendiamo atto che Monti ed i suoi superconsulenti vorrebbero fare a luglio ed agosto quello che non hanno fatto in sette mesi di ‘governo tecnico’ e non s’è fatto in 18 anni di Seconda Repubblica.

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