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Lo scandalo degli Enti Strumentali

29 Giu

Sfogliando un breve documento curato da SIOPE e diffuso mesi fa dall’Unione Province Italiane (link) ci si imbatte in una pagina semi-vuota (la sette) contenente solo un breve, quanto eloquente, testo.

In questo momento esistono oltre 7000 enti strumentali (Consorzi, Aziende, Società) che occupano circa 24 mila persone nei Consigli di Amministrazione.  Il costo dei compensi, le spese di rappresentanza, il funzionamento dei consigli di amministrazione, organi collegiali, delle Società pubbliche o partecipate nel 2010 è pari a 2,5 miliardi.

Dati eclatanti, specialmente se vengono aggregati in tabella con altri dati forniti dalla UIL nel 2008, ovvero nella stessa legislatura.

  • Totale spese (Reg, Prov, Com)    7.026.105.352 €
  • di cui spese a carico Regioni    5.217.319.061 €
  • Spesa Enti e Agenzie Regionali    3.684.447.564 €
  • Totale enti strumentali    7.000
  • CdA (n° membri)    24000
  • Compensi e spese CdA    2.500.000.000 €

.

A far due conti della serva, scopriamo l’esistenza di un piccolo esercito di fortunati (i 24mila consiglieri di CdA) che riscuotono in media 100.000 euro pro capite annui e che fanno il bello ed il cattivo tempo negli Enti Strumentali, ma, in particolare, in quegli Enti e Agenzie Regionali che spendono spandono in un anno 3.684.447.564 € di fondi regionali.

A questi vanno ad aggiungersi le spese per altri – e noti – Enti Strumentali, come le ARPA (Agenzie regionali per l’Ambiente)   che spendono in un anno   532.225.966 euro, le Comunità Montane che costano 565.402.035 euro e le Unioni di Comuni (perchè non farne uno solo?) che gravano di altri 243.289.662 euro.

Gli stessi Enti e Agenzie Regionali di cui spesso ci chiediamo come assumano, a cosa servano, eccetera. Specialmente nel Meridione e nelle Isole, visto che il ‘lauto banchetto’ non tocca le Autorità Portuali (42.735.459 euro di spese) e le Aziende di promozione turistica (57.999.451 euro).

Forse, visto che parliamo di 2-3 miliardi di euro di compensi dei CdA degli Enti Territoriali, sarebbe stato equo congelarli invece che bastonare lavoratori senior a due  metri dalla pensione o giovani in cerca di esperienza e futuro, facendo precipitare il paese nella recessione.

Fortunatamente, c’è ancora tempo per farlo e, non dimentichiamolo, dovrebbe essere un ‘atto dovuto’ se i bilanci dell’azienda o delle regioni fossero in deficit.

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Tutti i numeri delle Province

29 Giu

Un documento dell’Unione Province Italiane – presentato il 20 gennaio 2012 (link) – descrive per linee generali come e quanto spendano i nostri enti provinciali, permettendoci di comprendere nel dettaglio a cosa servano, in cosa siano indispensabili, per quali motivi vadano abrogate.

Partendo dal ‘costo della politica’, dobbiamo annotare che i 1774  consiglieri e presidenti provinciali costano 111.000.000   di euro annui, ovvero 62.570 euro a testa.
Sembra poco, se pensiamo che il costo pro capite di un parlamentare si aggira intorno al mezzo milione di euro. E’ davvero troppo, se consideriamo di quanto poco si occupino le Province e che un consigliere comunale a Sassari costa circa 13.350 euro annui.

Infatti, venendo alle ‘competenze attribuite’, i bilanci provinciali dimostrano come le funzioni effettive – quelle che vanno necessariamente delocalizzate e per le quali si spende circa metà dei bilanci provinciali, 5,5 mld di euro – si esplichino principalmente in:

  1. gestione trasporto pubblico extraurbano
  2. gestione 125.000 km chilometri di strade nazionali extraurbane
  3. edilizia scolastica dei 5000 edifici destinati agli istituti superiori
  4. istruzione e formazione professionale
  5. centri per l’impiego (854)

Dunque, basterebbero un amministratore dei lavori pubblici ed uno per il lavoro e la formazione professionale – senza scomodare un intero consiglio provinciale – come basterebbe un terzo delle province esistenti, visto che, ad esempio, Milano con 45 consiglieri riesce a gestire un territorio ad elevatissima complessità e centralità a fronte dei ben 56 consiglieri che sono indispensabili, a quanto pare, per gestire le Province di Lecco e Sondrio.

Dulcis in fundo, ‘l’efficacia e l’efficienza’ delle amministrazioni provinciali, riguardo le quali il dato è desolante anche non tenendo conto delle tante denunce e dei troppi scandali che hanno segnato i consigli provinciali in questi anni.

Infatti, come sorvolare su quei 3 miliardi e passa di ‘entrate da accensione prestiti ‘ iscritte nei bilanci 2008-2011, proprio mentre la Crisi era sempre più palese, la tregenda del debito pubblico greco era arcinota e l’allarme ‘prodotti finanziari’ era stato lanciato da Bankitalia? Specialmente se leggiamo che la spesa per interessi nel 2011 assomma a ben 624.214.126 euro.

E come commentare – dinanzi al regressivo quadro nazionale – quei 4 miliardi spesi in cultura, turismo e sport, che troppo spesso, evidentemente, sono consistiti in ‘festa, farina e forca’, ‘panem et circenses’, velleità provinciali e gigantismi metropolitani o, meglio, consenso e clientela?

O come non sapere per diretta esperienza in che condizioni sono gli edifici scolastici ed in quale caos è la tutela ambientale e la raccolta rifiuti in certe aree del paese.

Certo, quello che emerge dal documento dell’Unione Province Italiane è che non sono loro il male maggiore, ma di questo se ne parla altrove (Lo scandalo degli Enti Strumentali).

Quel che conta – e che non vogliono capire – è che ‘mal comune’ non equivale a ‘mezzo gaudio’ se ci si mette dal lato degli elettori: mal comune, mal-contento generale.

Saremmo all’A B C della politca, a dire il vero …

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La leggenda della spending review

4 Mag

Difficile scrivere qualcosa di serio in giornate in cui cronaca, informazione e governance decidono di darsi all’intrattenimento ed al varietà. Stiamo parlando della spending review.

Innanzitutto, con “revisione della spesa”, si intende quel processo diretto a migliorare l’efficienza e l’efficacia nella gestione della spesa pubblica che annualmente la Gran Bretagna attua da tempo. Come riporta l’apposito sito istituzionale britannico, “The National Archives” (of spending review), la “revisione di spesa” fissa un piano triennale di spesa della Pubblica Amministrazione, definendo i “miglioramenti chiave” che la comunità si aspetta da queste risorse. (Spending Reviews set firm and fixed three-year Departmental Expenditure Limits and, through Public Service Agreements (PSA), define the key improvements that the public can expect from these resources).

Niente tagli, semplicemente un sistema di pianificazione triennale con aggiustamenti annuali, che si rende possibile, anche e soprattutto, perchè la Camera dei Lord e la Corona britannica non vengono eletti, interrompendo eventualmente il ciclo gestionale o rendendosi esposte (nel cambio elettorale) a pressioni demagogiche o speculative.

Di cosa stia parlando Mario Monti è davvero tutto da capire, di cosa parli la stampa ancor peggio.

Venendo al super-tecnico Enrico Bondi, la faccenda si fa ancor più “esilarante” a partire dal fatto che, con tutti i professori ed i “tecnici” di cui questo governo si è dotato (utilizzandoli molto poco a dire il vero), è necessario un esterno per fare la prima cosa che Monti-Passera-Fornero avrebbero dovuto fare per guidare il paese: la spending review e cosa altro?
Il bello è che, dopo 20 anni di “dogma” – per cui di finanza ed economia potevano occuparsene solo economisti, matematici e statistici (ndr. i risultati si son visti) – adesso ci vuole un chimico (tal’è Enrico Bondi) per sistemare le cose, visto che sono gli ultimi (tra i laureati italici) ad avere una concezione interlacciata dei sistemi, una competenza merceologica e, soprattutto, la capacità di fornire stime affidabili con sveltezza.

Dulcis in fundo (al peggio non c’è mai fine) l’appello ai cittadini a segnalare sprechi.

Quante decine o centinaia di migliaia di segnalazioni arriveranno? Quanti operatori serviranno solo per catalogarle e smistarle? Quale è il modello (se è stato previsto) con cui aggregare il datawarehouse delle segnalazioni?

E quanto tempo servirà per un minimo di accertamenti “sul posto”? E chi mai eseguirà gli accertamenti?
Quante di queste segnalazioni saranno doverosamente trasmesse alla Magistratura, visto che nella Pubblica Amministrazione italiana vige ancora l’obbligo di denuncia, in caso di legittimo dubbio riguardo reati?

Una favola, insomma.
Beh, in tal caso, a Mario Monti preferisco Collodi: fu decisamente più aderente alla realtà italiana.

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L’agenda politica di maggio

2 Mag

Arriva il mese di maggio, quello maggiormente funesto, insieme all’autunno, per governi iniqui e regimi infausti. Niente paura, siamo in Italia, l’andamento è lento.

Giorni fa, si accennava alle “provincie” ed al nulla di fatto delle Regioni, nella non riposta speranza che Mario Monti si attenesse a tempi, leggi e promesse. Ed infatti, salvo una BCE (ovvero Mario Draghi?) che suggerisce di “accorpare” anzichè eradere, nulla s’è detto o s’è sentito.

Intanto, l’agenda c’è, l’ha fissata Monti stesso per decreto, ed è scaduta.

Non a caso, a fissare il viatico dei 30 giorni futuri, arrivano segnali di insofferenza dal Senato, dove una leggina “salva pensioni d’annata” è caduta su un emendamento della (nuova)Lega con 124 voti a favore, 94 contrari, 12 le astensioni.

Esiste, almeno al Senato, una “maggioranza” diversa dall’attuale non disponibile (in parte) a votare le mattanze sociali della Fornero o gli F-35 di Finmeccanica, ma propensa a legiferare in favore di minori prebende per la Casta e minore spesa pubblica?

Sarebbe interessante saperlo e, forse, lo sapremo a breve, con quello che c’è da votare in Parlamento.

Una “congiuntura interessante”, perchè un cambio di passo di Mario Monti – con rimpasto di governo, visto che stragiura da mesi che “i conti sono a posto” – rappresenterebbe un’ottima via d’uscita per Mario Monti, Giorgio Napolitano ed i partiti per restare saldi in sella mentre si avvia la tornata elettorale del 2013, per licenziare qualche ministro “ingombrante” e, soprattutto per noi, metter mano a quello che spread, default e speculatori hanno interrotto: la nascita della III Repubblica.

Del resto, i tempi sono pronti.

Tra qualche giorno conosceremo gli esiti delle elezioni locali e gli pseudomaghi di partito consulteranno le loro sfere di cristallo e detteranno alleanze e strategie.

Tra un mese circa esploderà (è il caso di dirlo) il “panico” da IMU, che verrà incassato anche da enti che la legge ha già cassato, pur senza attuare. E dopo un po’, con la chiusura delle scuola, le grandi città inizieranno ad esser piene di gente disoccupata e ragazzini senza meta, mentre le località turistiche dovranno aspettarsi i minimi storici.

Entro luglio bisognerà capire come uscire dallo “spremiagrumi fiscale impazzito” che Prodi, Visco, Padoa Schioppa, Tremonti e Monti hanno creato in questi 20 anni, portando la leva fiscale sul “cittadino onesto” ben oltre il 60% del PIL da lui prodotto.

Da settembre, forse prima, saremo in campagna elettorale per le politiche e bisognerà trovare soldi da spendere per rattoppi e ripristini, se i partiti vogliono le urne piene.

Dulcis in fundo, l’idea – cara ad una certa Roma – di riaggregare intorno Pierferdinado Casini la vecchia Democrazia Cristiana ed i comitati d’affari d’altri tempi, sembra inabissarsi dopo le esternazioni del leader dell’UDC ed il proseguire delle sue frequentazioni con Totò Cuffaro, detenuto per mafia a Regina Coeli. Dopo il fondo il “de profundis” con l’ennesima caduta del Partito Democratico che votava a favore delle “pensioni d’oro”, mentre il PdL sosteneva l’emendamento di Lega e IdV.

Mario Monti non sembra un uomo da “cambio di passo”, come non sembra anteporre l’italianità a tutto tondo, quella “popolare” come quella “laica”, agli ambienti bocconiani e “protagonisti” dai quali proviene.

Ma, d’altra parte, sono già sei mesi sei che l’Italia non ha un ministro dell’economia a tempo pieno, quello del welfare sembra quasi che levi ai poveri per dare ai ricchi, agli esteri “vorremmo vincerne una”, alla giustizia serve sempre, da 20 anni almeno, una legge per snellire, semplificare, accelerare le procedure giudiziarie, dateci un ministro delle infrastrutture che faccia costruire o manutentare qualcosa.

Mai dire mai, però. Il trasformismo è un’arte italiana.

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Norma Salvabanche bocciata in Corte Suprema, nessuna eco

27 Apr

La Corte Costituzionale, con sentenza n 78 del 5 aprile 2012, accogliendo la tesi del Tribunale di Benevento ed altre otto sedi giudiziarie, ha dichiarato la illegittimità costituzionale dell’anatocismo bancario ( interessi sugli interessi), per violazione dell’art 3 della Costituzione.

La sentenza boccia “la norma “salvabanche”, che aveva applicato gli interessi sugli interessi a svantaggio dei correntisti, tra cui molti generosi e onesti imprenditori, che nella impossibilità di pagare somme non dovute, hanno scelto la strada del suicidio, lasciando le loro famiglie nella disperazione“. (Ferdinando Imposimato)

Per anatocismo (dal greco anà – di nuovo, e tokòs – interesse) si intende la capitalizzazione degli interessi su un capitale, affinché essi siano a loro volta produttivi di altri interessi (in pratica è il calcolo degli interessi sugli interessi). Un esempio di anatocismo è quello di capitalizzare (ossia sommare al capitale di debito residuo) gli interessi ad ogni scadenza di pagamento, anche se sono regolarmente pagati. (da Wikipedia)

La norma “salvabanche” viola, secondo i giudici della Corte Suprema, l’art.3 della Costituzione perchè «facendo retroagire la disciplina in esso prevista, non rispetta i principi generali, eguaglianza e ragionevolezza». Inoltre, «non è dato ravvisare quali sarebbero i motivi imperativi di interesse generale, idonei a giustificare l’effetto retroattivo» della norma, così violando anche l’art.117 della Costituzione, che prevede, per materie di legislazione concorrente, che spetti alle Regioni la potestà legislativa riguardo “coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, … casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale”.

Bazzecole.

La prossima settimana sarà trascorso un mese da questa sentenza, Pasqua finita, Feste della Liberazione e dei Lavoratori alle spalle, eppure Mario Monti e Renato Passera sembrano quasi non essere coinvolti in una clamorosa quanto iniqua (e costosa) incostituzionalità, mentre – ad eccezione di pensioni ed F-35 – tutto quanto accade sono i tagli lineari della spesa delineati di Tremonti, più le maggiori tasse e spese del corrente governo.

Inizia a non essere improprio, visto il “pasticciaccio forneriano” su pensioni e lavoro, ipotizzare che che questo Governo si sia impantanato nella inconsistenza di questo Parlamento – imploso con il distacco di FLi dal Popolo delle Libertà – e nello sterile ed iniquo elitarismo (non “meritocrazia”) che almeno una parte dell’Esecutivo e sostenitori vari dimostrano, se non, addirittura, ostentano.

Sarà molto difficile rendere compatibile quello che resterà di questa Seconda Repubblica con il “nuovo che avanza”. Non tanto l’antipolitica, arruffona e spaccatutto, ma facile allo sbando e, si spera, non troppo arraffona.

Come dare spazio, senza disturbare qualche “piano alto”, agli unici in grado di provvedere alla sussistenza del paese, se non al suo rilancio?

Gli “eroi civili” della P.A., i “colonnelli” delle sedi periferiche, la “banda degli onesti” tecnici finora esclusi dalla governance, gli analisti di retrovia, che son quelli che traggono i dati giusti, i medici e gli ingegneri arrivati dalla gavetta, gli universitari “fuggiti all’estero”, eccetera eccetera …

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30 aprile, il count down delle Provincie inizia? E Monti, avrà coraggio e tempestività?

23 Apr

L’art. 23 del Decreto ‘SalvaItalia’ prevede che “lo Stato e le Regioni, con propria legge, secondo le rispettive competenze, provvedono a trasferire ai Comuni, entro il 30 aprile 2012, le funzioni conferite dalla normativa vigente alle Province, salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, le stesse siano acquisite dalle Regioni, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza. In caso di mancato trasferimento delle funzioni da parte delle Regioni entro il 30 aprile 2012, si provvede in via sostitutiva, ai sensi dell’articolo 8 della legge 5 giugno 2003, n. 131, con legge dello Stato.

 Non è dato sapere cosa accadrà il 30 aprile prossimo venturo, ma una cosa è certa: le Regioni non hanno legiferato granchè nè s’è sentito un qualche dibattito politico a riguardo.

Dunque, inizia il conto alla rovescia: tra una settimana ci si aspetta che Mario Monti presenti e si faccia approvare in quattro e quattr’otto il decreto che “sicuramente” deve avere già pronto.

Anche perchè ci sono i Comuni che attendono … il bel fiume di denaro che prima prendeva altre vie.

In caso contrario, sarà evidente a tutti – media e Presidente Napolitano inclusi – che Monti non è in grado di rendere vigenti le leggi che propone e firma, con buona pace della governabilità, visto che il taglio dei costi della Politica è atteso dalla totalità dei cittadini ed anche dagli analisti internazionali.

Certo, i partiti “storici” e le forze – ad esempio i sindacati – che li affiancano da sempre potrebbero preferire che Mario Monti cada prima di aver chiuso “le Provincie”, visto che abbiamo davanti dieci giorni di “antifascismo” e “sindacalismo”.

I costi della politica: una irrinunciabile responsabilità diretta, che da Natale  attendiamo che Mario Monti risolva, ed una terribile distrazione, in cui Napolitano, Fini, Camusso e Di Pietro – si spera almeno loro – non vorranno cadere.

Giusto per connotare i termini della “questione Provincie”, è opportuno ricordare il Rapporto del Centro Bocconi, presentato il 12 dicembre 2011.

Lo studio focalizza cinque funzioni “core”, fondamentali, attribuite alle Provincie e che rappresentano la maggior parte della spesa. In particolare, gestione del territorio e istruzione pubblica richiedono una spesa di oltre di due miliardi di euro annui “a testa”. Trasporti e sostegno allo sviluppo economico assorbono tra 1 e 1,5 miliardi di euro, mentre la tutela ambientale e il settore “sociale, cultura, turismo e sport” circa 800 milioni di euro ciascuno. Sproporzionate le spese di amministrazione, gestione e controllo, che superano i 3 miliardi di euro annui (il 26% del totale).

Buona parte di queste spese non verrebbero cassate con le Provincie, secondo lo studio sponsorizzato proprio dall’Unione Provincie Italiane, ma anche le economie del 2-3%, come prefigurato dallo studio, sono necessarie.  Tra l’altro, i risultati sono pessimi (strade rotte, trasposti rari, scuole al tracollo, welfare all’amatriciana eccetera) e un passaggio politico o burocratico “in più” implica almeno mesi se non anni per “transitare”.

Viceversa, la dimensione ed il “taglio” della Provincia sono particolarmente influenti sulla spesa.

Infatti, la quasi totalità delle provincie con una elevata “Spesa corrente per abitante e densità della popolazione” – praticamente una spesa doppia – hanno tutte una bassa densità di popolazione, meno di 200 abitanti per kmq, ma è anche vero che una quantità di Provincie poco popolate spendano come o meno di quelle  più grandi.
La densità o l’impoervietà dei luoghi non influenza l’efficienza della spesa, ovvero non tende ad incrementarla.

Il fenomeno si conferma, in parte, andando a guardare la “Spesa corrente delle province in funzione della dimensione demografica”, dato che le Provincie più piccole sono anche quelle più spendaccione. E la cosa è ancora più vistosa se andiamo alla “Spesa totale delle province in funzione della popolazione residente”.

Quasi il 30% delle Provincie rientra nei 250.000 abitanti (Ogliastra, Isernia, Medio Campidano, Aosta (anche Regione a statuto speciale), Carbonia-Iglesias, Gorizia, Olbia-Tempio, Nuoro, Rieti, Verbano-Cusio-Ossola, Oristano, Vibo Valentia, Enna, Crotone, Fermo, Vercelli, Sondrio, Biella, Matera, Massa e Carrara, Belluno, Ascoli Piceno, Asti, Imperia, La Spezia, Lodi, Grosseto, Campobasso, Terni, Trieste, Rovigo, Prato).

Il 10% della popolazione ed il 20% del territorio che per essere amministrato necessita di ben 32 Consigli Provinciali, 32 organi decisionali, con tutto il codazzo di amministrazioni periferiche dello stato, sedi sindacali e confindustriali e di enti eccetera.

Sarebbe da capire perchè, sempre per il 10% della popolazione ed il 20% del territorio, altrove  di Provincie ne bastano solo 12 con condizioni orografiche e urbane ben rappresentative (Cuneo, Foggia, Messina, Perugia, Cosenza, Verona, Bologna, Catania, Salerno, Palermo, Bari, Brescia).

Una questione di campanili? A leggere i dati, sembra di si. Peccato che, almeno i piccoli, sembra proprio che ci costino il doppio di quanto dovrebbero.

Adesso basta.

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PD a San Giovanni: una manifestazione pacifica

6 Nov

A due settimane dalla guerriglia dei Blck Bloc, Piazza San Giovanni è tornata a riempirsi di gente, il popolo del PD, dimostrando che si può manifestare per ore anche senza sfilare in corteo, come il sindaco Alemanno aveva imposto.

Un primo ed evidente dato che dovrebbe convincere anche i non pochi politici del PD accorsi, 24 ore prima, in soccorso di 500 studenti romani, bloccati dalla polizia per un corteo non autorizzato.

Speriamo che questo sia l’inizio d una riflessione e di una moratoria generalizzata sulla necessità (in un mondo di 7 miliardi di persone, di manifestare la propria opinione senza turbare l’attività di quei cittadini che la pensano diversamente.
A prescindere da vandalismi e violenze, bloccare strade, treni, ambulanze, persone al lavoro non è più tollerabile: i danni per la società intera sono troppo elevati rispetto al “diritto” (presunto) di una limitata parte dei cittadini di sfilare nelle zone strategiche delle nostre metropoli per ore ed ore.

La Costituzione garantisce lo sciopero, la libertà di riunione, il diritto d’opinione, cose che non richiedono necessariamente sfilare in corteo, che dovrebbe rimanere un evento straordinario, rispetto ad un’ordinarietà fatta di incontri pubblici, di scambi d’opinioni, di resistenza eventualmente passiva (lo sciopero).

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Roma, la Val di Susa ed il Fight Club

23 Ott

Ad una settimana dalla manifestazione convocata dal Partito della Rifondazione Comunista ed altri, che ha coinciso con l’ennesima devastazione di Roma a causa di “black bloc infiltrati”, gli arresti si contano ancora sulla punta delle dita.

In tutto tredici, incluso un gruppetto di amici dei Castelli Romani dall’aspetto dark e che poco sembra avere a che fare con gli scontri, l’ormai arcinoto Er Pelliccia, lanciatore di estintori in Mondovisione, ed un antiTAV, già noto alle forze dell’ordine. Dimenticavo, c’è anche un giovane lavoratore rumeno, forse lì senza scopi violenti, pensando che a Roma sarebbe stato come a Madrid o Londra.

Arresti tutti da perfezionare, sia per gli aspetti legati alle indagini sia per quanto relativo il dato antropologico generale .

Da un lato è impensabile che chi si vesta di nero, per altro colore principe della moda e delle discoteche, debba cambiarsi d’abito prima di andare ad una manifestazione. Sono i black bloc ad aver trasformato “il nero” in una divisa, ma è la polizia a cadere, eventualmente, in equivoco.

In secondo luogo, Er Pelliccia. Un ragazzo a modo per i genitori, un pericoloso soggetto a vedere le foto. Ventiquattro anni ed, a leggere gli articoli, non sembra lavorasse o studiasse. Non ho capito perchè i genitori siano così stupiti di ritrovarsi, purtroppo per loro, il “mostro” in prima pagina.

Un “non sembra lavorasse o studiasse” che ritorna con persistenza dalle tante interviste televisive di questi giorni, fatte a leader di base della cosiddetta “rivolta sociale”. Un ripetersi di “lavoro che non c’è”, “di crisi che affama il popolo”, “di abbandono da parte dello Stato”; mai un dire “ho studiato non mi trovo nulla”, “ho cercato di inserirmi”, “ho fatto corsi”, “ho perso il lavoro perchè …”.

Una marginalità che vuole lavoro ma non cerca qualificazione e meritocrazia. Qualcosa di molto, molto diverso dagli “operai specializzati” della FIOM di Landini, questo va detto, e non si capisce perchè e per come Ferrero o Maroni vogliano metterli tutti assieme.

E qui arriviamo all’antiTAV arrestato ieri a Chieti, in procinto di partire, dopo Roma, per andare in Val di Susa, che si spera proprio venga condannato con severità se non collaborerà con la giustizia, facendo i nomi di tutto il network cui appartiene. Qualcosa di simile potrebbero, forse, fare gli abitanti della Val di Susa, dove finora i violenti hanno potuto contare sulla “non ostilità” della popolazione.

E’ dal G8 di Genova che abbiamo dovuto prendere atto dell’esistenza di questi personaggi. All’epoca, l’attenzione fu distolta dalla morte di Carlo Giuliani e dai pestaggi avvenuti nella scuola media, ma pochi ricordano, ormai, che i fatti degenerarono anche perchè le Tute Bianche rifiutarono, ad assalti già iniziati più avanti, il momentaneo alto là delle forze dell’ordine.

Oggi, abbiamo un piccolo network di “teste calde” che si ispirano al noto film “Fight Club”, è da lì che prendono la “divisa nera”, è quello lostile dei piccoli devastatori di scuole medie e superiori, è quella la divisa in black che “sfoggia” Er Pelliccia con i due amici ai giardinetti.

Fight Club è una parola a doppio senso, ricordiamolo, e significa sia Circolo del Combattimento sia Fascio (mazza fasciata per l’esattezza) da Combattimento …

Siamo partiti col legittimare gli Antagonisti e con il coccolare Ultras e Centri Sociali ed, oggi, siamo ai piromani ed agli iconoclasti.

Ci siamo persi qualcosa?

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Una proposta di D’Alema: vincere col 60% dei voti

18 Ott

Che ci sia aria di elezioni “anche se Silvio non vuole” è chiaro a tutti, persino a “Silvio”, che, altrimenti, non si dibatterebbe come sta facendo.

E così andando, arriva, immancabile, la proposta di Massimo D’Alema (Pd) in una intervista rilasciata al Corriere della Sera: “Un’alleanza in grado di valere almeno il 60% dell’elettorato. Un nuovo centrosinistra capace di andare oltre il vecchio Ulivo.”

Il bello dei numeri è che son fatti per essere contati e 60% è una cifra enorme che sottintende molte cose.

Infatti, raccogliere una tale percentuale significa ottenere il consenso di 20-22 milioni di italiani su circa 37 milioni di votanti totali, con un astensionismo al di sotto del 20%.

Considerato che, alle Politiche del 2008, PD e IdV raccolsero circa 13 milioni di voti, il passo è palesemente lungo: mancano 9 milioni di voti.

Esattamente quelli che raccoglieranno, molto prevedibilmente, Sinistra e Libertà di Vendola e l’Unione Democratici di Centro di Casini

Infatti, se l’apporto di SEL sottrae voti al Partito Democratico ed all’Italia dei Valori, un’eventuale alleanza o desistenza elettorale “a sinistra” si trasformerebbe in una utile compensazione di voti (2-3 milioni) per la coalizione.

Va da se che ciò rende impraticabile il coinvolgimento dell’UdC di Casini, da cui dovrebbero arrivare, con l’API di Rutelli, quei 4-6 milioni di voti che servirebbero alla proposta dalemiana per essere praticabile.

Di tutte queste congetture, tali restano senza sondaggi e statistiche, non mi resta altro che un “atroce dubbio”: e se, dinanzi ad una alleanza UdC, IdV, PD, SEL + sindacati, il popolo italiano sentisse puzza di consociativismo o trasformismo e ne venisse fuori un voto impazzito? Fu proprio questo fattore che, agli albori della Seconda Repubblica, creò le premesse per l’entrata di “Berlusconi in politica” e, poi, per il consolidamento del Berlusconismo.

Non è un caso che D’Alema sottolinei, quasi prendendo le distanze da se stesso, che questo singolare aggregato di partiti dovrebbe iniziare col “definire un progetto alternativo di governo, non una mera alleanza elettorale.”

Oltre l’Ulivo, ripetendo l’Ulivo? Forse si.

Utile aggiungere che Massimo D’Alema si è detto “positivamente colpito da Alessandro Profumo”, il creatore di quell’Unicredit che oggi ha outlook negativo, e considera, ancora oggi proprio mentre l’Euro traballa, Romano Prodi “una risorsa”.

Intanto, l’UDC vince in Molise, alleato del PdL, che, in quella regione, non ha voluto Berlusconi capolista …

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Black Bloc a Roma e la Sinistra divisa

18 Ott

La Repubblica riporta che, riguardo l’aiuto da dare alle forze dell’ordine, la posizione di Ateneinrivolta: “Assolutamente no, siamo contro ogni tentativo di repressione e criminalizzazione del movimento”.

Va da se che un’organizzazione che non intende collaborare con le forze dell’ordine non può convocare cortei e manifestazioni, in un paese democratico e legalitario. Qualcuno dovrebbe spiegarlo agli studenti degli atenei in rivolta …

Una posizione che non trova una netta e legalitaria contrapposizione a Sinistra, dato che, tra le tante organizzazioni che hanno emesso comunicati, solamente la Rete Universitaria Nazionale e la Federazione degli Studenti non mostrano  “sulla necessità di aiutare le forze dell’ordine, nessun tentennamento: “Si, le aiuteremo”. Le motivazioni: “Chi ha sfregiato la giornata di sabato sapeva di non poter convivere con questo movimento, dunque ha preso piazza S. Giovanni con la forza.”

Riguardo le devastazioni e gli incendi di sabato scorso a Roma, ricordiamo che si sono così espressi:

  • Valentino Parlato sul Manifesto, “A Roma ci sono stati anche scontri con la polizia e manifestazioni di violenza. Meglio se non ci fossero state, ma nell’attuale contesto, … aggiungerei: è bene, istruttivo che ci siano stati. Sono segni dell’urgenza di uscire da un presente che è la continuazione di un passato non ripetibile”;
  • Pierluigi Bersani, segretario del Pd, “E’ indispensabile un rigoroso isolamento dai movimenti che hanno manifestato pacificamente di chi si è reso protagonista di questi gesti inaccettabili”;
  • Nicky Vendola, Sinistra e Libertà: “Minoranze di teppisti, di black bloc che sono in azione per togliere la scena agli ‘indignati”;
  • Beppe Grillo, leader a 5 stelle: “E’ andata esattamente come previsto. Bersani e Vendola hanno la stessa dignità di Ponzio Pilato”;
  • Paolo Ferrero, di Rifondazione Comunista: “Il movimento è stato stritolato da un’aggressione politica e anche fisica”;
  • Alberto Perino, leader No-TAV: “Io a Roma non c’ero. Non mi fido di quello che ho letto sui giornali”;
  • Antonio Di Pietro, leader Italia dei Valori: “Si deve tornare alla Legge Reale. Anzi bisogna fare la legge Reale bis”.

Posizioni a di poco contrastanti, specialmente se consideriamo che, da Perino a Di Pietro, passando per Grillo, Bersani, Vendola e Ferrero, si tratta di un’unica coalizione se solo andassimo a guardare come sono composte le giunte dei comuni.

D’Alema, intanto, parla di una possibile vittoria elettorale al 60% …

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