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Clima: ecco il “Sommario IPCC per chi fa opinione politica”

7 Dic

L’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) è il comitato scientifico  mondiale che ha lo scopo di studiare il riscaldamento globale fin dal 1988, dopo la fusione di due organismi delle Nazioni Unite, l’Organizzazione meteorologica mondiale ed il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente.

Due mesi fa, l’IPCC ha pubblicato il “Rapporto Speciale sul Riscaldamento Globale di 1,5°C”, allertando che i modelli climatici prevedono forti differenze nel clima regionale se supereremo un incremento di 1,5 ° C  rispetto ai livelli preindustriali, cioè la situazione attuale.

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Gli scienziati sanno bene quali danni possono causare le carenze culturali di gran parte del ceto politico mondiale, nazionale o locale, che quasi mai arriva da studi e professioni tecnico-scientifici, e il Rapporto IPCC contiene un apposito “Sommario per chi fa opinione politica”, che – si spera – entrerà nel ‘programma’ di candidati e di amministratori o – al peggio – sarà di grande utilità al Popolo per individuare tra 15-20 anni i personaggi e i partiti – gli “Eletti” – che ci avranno portato al disastro.

Andiamo a tradurre questo Sommario IPCC e vediamo di cosa si tratta e di come – in sintesi – coinvolge l’Italia:

  1. alta pressione atmosferica, aumento delle temperature, forti precipitazioni in diverse regioni e siccità in altre. Il costo stimato da Coldiretti – solo per l’Italia e solo per l’agricoltura – è di oltre 14 miliardi di euro negli ultimi dieci anni tra perdite produttive, danni a strutture e infrastrutture, con la produzione ridottasi al 60% dei raccolti nel caso dell’olio;figura-1
  2. innalzamento medio del livello medio del mare, che viene misurato dai satelliti ed è stato di 7 centimetri in 25 anni, tra il 1993 e il 2018, ma negli ultimi cinque anni è accelerato da 3,2 millimetri l’anno a 4,8 millimetri. Il fenomeno non è omogeneo, varia da costa a costa, ma l’’Ecuador ha già perso più del 10% della sua area con un totale di quasi 28.500 chilometri quadrati, il Vietnam e la Bulgaria hanno perso rispettivamente il 4,74% e l’1,87% della loro terra. Alle Eolie le spiaggie stanno già sparendo e entro due generazioni Venezia subirà un aumento del livello medio del mare di circa 85 centimetri, Lipari di circa 1,30 metri e le Cinque Terre di circa 60 centimetri;
  3. impatti sulla biodiversità e sugli ecosistemi, con il 6% degli insetti, l’8% delle piante e il 4% dei vertebrati che avrà la metà dello spazio attuale di sopravvivenza, a parte gli incendi boschivi e la diffusione di specie invasive, di cui in Italia siamo già afflitti. E se oggi circa il 2-7% dell’area terrestre globale ha già subito una trasformazione degli ecosistemi con un incremento di riscaldamento globale di un altro mezzo grado centigrado, il territorio trasformato (o devastato) dal Clima sarà il 8-20%. Basti ricordare che tra il mese di maggio e il 26 luglio 2017 in Italia sono andati in fumo 72.039 ettari di superfici boschive e che, tra l’infestazione da Xilella e l’effetto di alcune gelate, la produzione d’olio pugliese è stata dimezzata con perdite nazionali per circa 1 miliardo di euro;
  4. gli aumenti dell’acidità e la diminuzione dei livelli di ossigeno nei mari comporterà la perdita di risorse costiere e riduzione della produttività della pesca e dell’acquacoltura, in seguito a impatti sulla fisiologia, sopravvivenza, habitat, riproduzione, incidenza della malattia e rischio di specie invasive. Il rischio di perdita irreversibile di molti ecosistemi marini e costieri aumenta con il riscaldamento globale, con una perdita/riduzione del pescato globale di circa 1,5 ad oltre 3 milioni di tonnellate. I dati del Rapporto OCEAN2012 confermano che gli stock ittici del Mediterraneo sono sfruttati a livelli insostenibili, specialmente nel Tirreno centrale e meridionale, nell’Adriatico meridionale e nello Ionio, dove – per evitare il disastro ambientale – bisogna ridurre in media la pesca del 45-51 per cento, con punte del 90 per cento per la pesca del nasello in alcune aree;figura-2 
  5. i rischi legati al clima per la salute, i mezzi di sussistenza, la sicurezza alimentare, l’approvvigionamento idrico, la sicurezza umana e la crescita economica aumenteranno, colpendo alcune popolazioni indigene e le comunità locali dipendenti dai mezzi di sussistenza agricoli o costieri, ma anche  le popolazioni svantaggiate e vulnerabili. Limitando il riscaldamento globale a 1,5 ° C, rispetto ai 2 ° C previsti, potrebbe ridurre il numero di persone esposte suscettibili alla povertà fino a diverse centinaia di milioni entro il 2050

  6. qualsiasi aumento del riscaldamento globale inciderà sulla salute umana, con conseguenze per la morbilità e la mortalità legate al calore e per la mortalità legata all’ozono. Le aree urbane amplificheranno l’impatto delle ondate di calore. Si prevede aumenteranno anche i rischi derivanti da alcune malattie trasmesse da vettori, come la malaria e la febbre dengue, compresi potenziali cambiamenti nel loro intervallo geografico, come sappiamo in Italia dove nel 2013 abbiamo avuto circa 147 casi di dengue, dopo l’invasione della zanzara tigre;
  7. la percentuale della popolazione mondiale esposta a stress idrico sarà anche del 50%, sebbene vi sia una considerevole variabilità tra regioni del mondo. La Eu Water Conference 2018, tenutasi a Vienna il 20 e il 21 settembre, ha confermato che in Europa soltanto il 40% delle risorse idriche naturali è in buona salute e gli obiettivi fissati per il 2015 sono stati mancati. I Paesi membri – spiega Martina Mlinaric, senior policy officer dell’European policy office del Wwf – invece di raddoppiare i loro sforzi, cercano una via d’uscita dagli impegni presi, rischiando di mancare anche l’obiettivo del 2027: garantire buone condizioni ecologiche ai bacini idrici e quantità sufficienti di acqua per le esigenze delle persone e dell’ambiente.Nonostante i miglioramenti raggiunti, come la gestione integrata dell’acqua e la prevenzione delle inondazioni, in Europa permangono problemi strutturali, legati . L’Italia è nel mirino della Commissione europea, con un processo di infrazione e varie istruttorie per i ritardi nella gestione delle acque reflue inquinate, per l’eccessiva estrazione di risorse idriche e per le modifiche ambientali dannose per i fiumi e i laghi;climate-change-threatens-embed
  8. sono già previste riduzioni nette delle rese di mais, riso, grano e potenzialmente di altre colture di cereali, in particolare nell’Africa sub-sahariana, nel Sud-Est asiatico e nel Centro e Sud America, e nella qualità nutrizionale dipendente dalla CO2 di riso e grano. Le riduzioni nella disponibilità di cibo nel Sahel, nell’Africa meridionale, nel Mediterraneo, nell’Europa centrale e nell’Amazzonia sarannomaggiori con un incremento di 2 ° C rispetto a 1,5 ° C del riscaldamento globale. Anche l’allevamento di bestiame verrà influenzato dai cambiamenti nella qualità dei mangimi, della diffusione delle malattie e della disponibilità di risorse idriche. Nel 2021 l’Unione europea applicherà la nuova “Politica Agricola Comune” (PAC) per l’assegnazione di sussidi e incentivi agli agricoltori e allevatori europei, andando a tagliare i sussidi agli allevamenti intensivi (le attività zootecniche sono la causa di circa il 20% di tutte le emissioni di gas serra) ed a sostenere le aziende agricole che producono con metodi ecologici;
  9. i rischi per una crescita economica globale aggregata  come le esigenze/spese di adattamento al Cambiamento Climatico saranno inferiori evitando di superare un riscaldamento globale di 1,5 ° C, con un’ampia gamma di opzioni di adattamento per ridurre i rischi che nei settori energetico, alimentare e idrico potrebbero sovrapporsi, creando nuovi ed esacerbanti rischi, esposizioni e vulnerabilità.  Nel caso dell’Italia è possibile stimare costi per l’economia nazionale compresi tra 20 e 30 miliardi di euro entro il 2030 o maggiori, se non avvieremo il ripristino degli ecosistemi evitandone la degradazione e la deforestazione, gestione della biodiversità, acquacoltura sostenibile, difesa costiera e indurimento, irrigazione efficiente, reti di sicurezza sociale, gestione del rischio di catastrofi, diffusione del rischio e condivisione e adattamento basato sulla comunità, infrastrutture verdi per le aree urbane con uso e pianificazione sostenibile del territorio e gestione sostenibile delle risorse idriche.

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Detto questo, resta solo da chiedersi da che parte stare, visto che lo sforamento del 1,5° C è previsto per il 2030 e che la Terra sta andando verso una situazione poco reversibile con non solo il Clima, ma anche l’Umanità fuori controllo.

In altre parole, parliamo di  miliardi di euro che non entreranno nei bilanci delle aziende, nelle tasche dei cittadini, nelle tasse degli stati  e quegli altri che dovremo spendere almeno per contenere i danni e quelli che sarebbero da trovare per evitare il disastro.

Intanto, in Europa ci ritroviamo la Francia con i Gilet Gialli che hanno bloccato il piano energetico ‘ecocompatibile’ di Macron, mentre già nel 2016 Parigi ha sforato del 3,6% gli obiettivi sulle emissioni di gas a effetto serra.
L’Italia è nei parametri, ma entro dieci anni dovrà ridurre le emissioni di gas serra  di una quantità pari a circa 50 Mt di CO2 equivalente annui, cioè alla metà delle emissioni dal trasporto stradale.

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La Lega Ambiente – ad ottobre, mentre veniva pubblicato il Rapporto IPCC – ha chiesto al Governo Conte di inserire nella Legge di Bilancio – i provvedimenti utili a:

  1. garantire incentivi per le diagnosi sismiche e energetiche di edifici e scuole in modo da completare l’anagrafe scolastica ed intervenire sulla sicurezza delle strutture ed infrastrutture,
  2. incentivare gli investimenti per rendere più moderne e sostenibili le città, per riqualificare gli edifici da un punto di vista sismico e energetico, per rilanciare le fonti rinnovabili e le produzioni certificate di qualità e da filiere territoriali,
  3. rivedere i canoni per le attività estrattive, il prelievo di acqua minerale e le concessioni balneari, cancellando i sussidi alle fonti fossili, incomprensibili in un Paese impegnato nella lotta ai cambiamenti climatici,
  4. riformare la fiscalità, spostando il peso della tassazione dal lavoro al consumo di risorse ambientali, in pratica tanto inquini tanto paghi, e intervenire sull’IVA (attualmente articolata tra il 4 e il 22%) per differenziare i diversi beni in modo da premiare l’innovazione ambientale e la coesione sociale e territoriale, il Made in Italy di qualità.

Purtroppo, la Politica italiana non sembra essersi accorta nè del Cambiamento Climatico, nè dei danni e delle spese, nè delle possibili soluzioni. Ma non siamo più negli Anni 60-70, quando problemi e soluzioni erano rimandabili ai posteri, la generazione al potere oggi avrà al massimo 60 anni quando il “Popolo” toccherà con mano cosa c’era da fare oggi.

I tempi sono corti, mezzo grado centigrado in più causerà una escalation disastrosa.

I Politici della ‘nuova generazione’ possono fare due cose: continuare così inseguendo il consenso momentaneo dei ‘like’ dei ‘seguaci’ (trad. followers) oppure iniziare a valutare cosa ne penserà di loro il Popolo tutto già solo tra 10-15 anni.

In parole povere, dal 5 ottobre 2018, qualunque candidato, amministratore, governante od oppositore che non metta in agenda le priorità ambientali … sa che sta facendo promesse che non potrà mantenere a lungo e proponendo cose che non possono avverarsi.

Ormai non è più solo una questione ‘ecologica’, bensì di energia, acqua, cibo, coesione, sicurezza e risorse finanziarie.

Demata