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Somalia: l’America ci riprova

28 Dic

(tempo di lettura 4-6 minuti)

Da questa estate gli Stati Uniti stanno aumentando il proprio peso militare in Somalia e Niger: circa 3.400 unità sono di stanza a Camp Lemonnier (Gibuti), il principale hub nel continente africano, e “circa 808 militari degli Stati Uniti rimangono dispiegati in Niger.”

Quaranta giorni fa, inoltre, gli USA avevano annunciato l’invio in Somalia di un migliaio di soldati della Guardia Nazionale; lo schieramento include la maggior parte del 1° Battaglione della Guardia della Virginia e diverse unità tattiche del Kentucky.

Pochi giorni fa, il Dipartimento dell’Esercito ha anche annunciato il prossimo dispiegamento (rotazione invernale) della 10a Divisione da montagna, proprio quella che nella Battaglia di Mogadiscio intervenne per recuperare la Task Force Ranger e la squadra di ricerca e salvataggio USA accerchiate da ingenti forze ribelli, dopo l’abbattimento di due elicotteri.

Il presidente Joe Biden aveva dichiarato che gli Stati Uniti “per la prima volta in 20 anni non sono in guerra”, ma la sua stessa amministrazione ha elencato una decina di aree in cui le truppe USA sono impegnate in operazioni di combattimento contro vari gruppi militanti, tra cui la Somalia, il Bacino del lago Ciad e la Regione del Sahel.

Ad agosto scorso, la Casa Bianca ha confermato che l’U.S. Africa Command ad agosto ha condotto un attacco collettivo di autodifesa con l’utilizzo di droni contro gli jihadisti di al-Shabaab nelle vicinanze di Cammaara (Somalia).
I dati del Bureau of Investigative Journalism, un’organizzazione no-profit con sede a Londra, stimano che dal 2007 ci siano stati 200 attacchi di droni in Somalia, uccidendo tra 1.197 e 1.410 persone.

La regione del Puntland – in particolare – è contesa tra numerosi cartelli, oltre alle forze di al-Shabaab e della Puntland Security Force (PSF), come le milizie di Mukhtar Robow o di Ahmed Madobe o la Ahlu SunnaWal Jama’a. A giugno, 21 membri del gruppo terroristico Al-Shabaab sono stati giustiziati pubblicamente. Un mese fa, a Mogadiscio, un attentato di al-Shabaab contro un convoglio Onu ha causato 8 morti.

Solo lo scorso 25 ottobre 2021 – per la prima volta in più di mezzo secolo – tre distretti dello stato del Puntland hanno tenuto elezioni municipali, ma subito dopo il presidente del Puntland, Said Abdullahi Deni, ha esautorato il comandante delle Forze di sicurezza del Puntland (PSF), Mohamoud Osman Diyano.
Così, nei giorni scorsi, sono scoppiati i primi combattimenti nell’area di Bosaso tra le due fazioni con la morte di almeno 7 persone e una cinquantina di feriti: fonti ufficiali riferiscono di “migliaia di residenti sono fuggiti a causa dei combattimenti in corso in alcune zone della città, dopo che le due fazioni in guerra hanno iniziato ad usare mitragliatrici pesanti e mortai”.

Dal Puntland le tensioni si sono estese al resto della Somalia, dove le elezioni parlamentari già procedevano a rilento e – alla scadenza del 24 dicembre – solo il 10% dei deputati della Camera Bassa è stato eletto e dove proprio ieri il presidente Mohamed Abdullahi Mohamed “Farmajo” ha annunciato la sospensione dall’incarico del primo ministro Mohamed Hussein Roble, accusato di corruzione e brogli elettorali, il quale ha rilanciato accusandolo di tentato golpe.

In questo quadro di mutato scenario regionale, che vede nell’area sia la presenza statunitense sia anche quella cinese, l’Unione Europea ha la presenza più massiva, con la Francia che ha appena rinnovato l’accordo decennale che le consente di stanziare truppe a Gibuti, la storica “Côte Française des Somalis”.
Nello specifico, l’Italia ha appena avvicendato il  2° reggimento alpini dell’Esercito di stanza a Gibuti con i fucilieri dell’aria del 16° stormo dell’Aeronautica Militare, nell’ambito della European Union Training Mission (EUTM), con lo specifico compito di contribuire all’addestramento e alla qualificazione delle forze militari e di sicurezza e la fregata Federico Martinengo ha fatto rientro ieri a Taranto dopo oltre 4 mesi di missione con la Eu Navfor Somalia (European Naval Force), operazione Atlanta, una missione europea di contrasto alla pirateria.

Demata

ISIS avanza, Obama perde: perchè?

22 Mag

ISIS è ormai alle pochi chilometri da Israele e da Beirut, ISIL imperversa in Libia e solo i terminali petroliferi sono ancora al sicuro, Boko Haram ha una retrovia che ormai arriva al Sahara, i Talibani hanno in corso una pesante offensiva in Afganistan, lo Yemen è nel caos come lo è la Somalia.

Global Terror Map

Negli Stati Uniti, le ‘lagnanze’ per l’inerzia di Obama sono diventate aperta critica e dibattito nazionale.
Guai che l’ex ministro della Difesa di Bush e di Obama, Robert Gates, definisce con poche, crude parole: «Il gap tra la retorica e i risultati sul campo è molto ampio. I nostri nemici hanno Ramadi, Falluja e Mosul: cacciarli da queste città è un lavoro tremendamente difficile».

Fatto sta che gli Jihadisti hanno un’area di influenza (se non controllo) ormai superiore all’intera Europa – tra Africa, Medio Oriente e Asia – in territori ricchi di giacimenti minerari.
Quanto ad armamenti ne hanno più dei regimi ai quali sono subentrati e, solo con la presa della Banca di Mosul, si sono assicurati un tesoro inestimabile, per non parlare di quale sia il lucro dei tesori archeologichi contrabbandati o dei traffici di droga in Asia come in Africa oppure delle royalties su petrolio, gas e minerali che le multinazionali versano a chi ‘garantisce la sicurezza’ dei siti di estrazione …

L’obiettivo manifesto degli Jihadisti (ma anche degli Sciiti che li combattono, come degli Iraniani, dei Pakistani eccetera) è il superamento dei Patti di Yalta, che a loro volta garantivano il mantenimento dei confini artificiali degli stati coloniali determinati dalla Conferenza di Berlino del 1884.

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Il presidente Usa continua a negare all’ipotesi di inviare truppe Usa, forte del consenso della maggioranza degli americani: Obama il pacifista pretende che se ne riparli solo nel 2018, dopo le elezioni presidenziali.
Ma, a breve, dopo aver ‘riunificato’ quello che l’Europa aveva diviso, gli uomini della Jihad saranno ai confini di Israele … chi è nato in Occidente, come in India o Cina, dagli Anni 70 in poi è cresciuto nella Pace, ma il resto del mondo no. E vivere in pace non è una scelta autarchica, finora ci hanno salvato dalle guerre i residui del Colonialismo, cioè le ‘vituperate’ Multinazionali.

Prendiamo atto tutti che dal 2001 la Pace non c’è più e che non possiamo star qui a lagnarci del ‘bel giocattolo rotto’ , mentre gli Jihadisti fanno i ‘bambini cattivi’ distruggendo di tutto pur di attirare l’attenzione?

Piani di riserva non ce ne sono, come forse non c’era un piano fin dall’inizio, e, mentre la Jihad si espande, davvero non s’è capito a che gioco giochino la Turchia e l’Arabia  Saudita, mentre si può contare solo sulle milizie sciite, che finora sono le uniche che non hanno perso terreno, ma che rispondono a Teheran e non a Washington.

«Non possiamo fare quello che dovrebbero fare gli iracheni».
Bella frase per il consenso interno USA e Democrat mondiale, pessima per noi alleati: domani potremmo sentirci dire «Non possiamo fare quello che dovrebbero fare gli italiani».
Sembra che ce l’abbiamo già detto francesi  e spagnoli, riguardo la Libia …

Demata (since 2007)

Il Buccaneer fantasma ed i diritti del Mare

8 Giu
Tutti sanno che i pirati somali tengono in ostaggio 16 marinai, di cui 10 italiani, che compongono l’equipaggio del Buccaneer, un rimorchiatore oceanico di proprietà della Micoperi di Rimini, come affermano i media.
Non tutti, probabilmente, ricordano che dopodomani saranno due mesi che la nave è sequestrata e che i rapiti lamentano un trattamento,certamente non disumano, ma che supera di poco il”pane ed acqua”.Il bello è che il Buccaneer non esiste, è un fantasma.
Potete verificare sui registri navali di mezzo mondo e troverete solo la conferma che la tug ship “Buccaneer” registrata negli elenchi è questa e solo questa.

La cosa mi ha alquanto meravigliato e sono andato a verificare sul sito del proprietario, la Micoperi Marine Contractors, e questa è la loro flotta.

Del Buccaneer nessuna traccia e il battello più grosso è il Sarom VIII, che misura meno di 70 metri, invece che i 75 dichiarati per la nave sequestrata, ed ha due fumaioli caratteristici, che lo rendono inconfondibile.

Avendo trascorso i giorni migliori della mia adolescenza al porto ad ammirare navi, mi sono messo alla ricerca del Buccaneer, visionando centinaia di foto di “tug ships” su Google.
E qui viene il bello.

Ero alla ricerca di una nave gemella, se non del Buccaaneer fotografato in tempi passati.
Da quello che ho capito la grandissima parte dei rimorchiatori oceanici misura meno di 70 metri e più di 55.   Pochi hanno la prua “acuta” come il Buccaneer che vediamo nelle foto, ancor meno hanno la plancia di comando “vintage” che si vede nelle foto e la doppia antennna.

Così, la ricerca si è molto ristretta. Alla fine sono arrivato qui e l’ho trovato.  Stando alla notizia riportata da  Zeelandnet.nl il Buccaneer sarebbe l’ex Smit Lloyd 72, glorioso vascello costruito nel 1981 in Olanda.

Il rimorchiatore oceanico (di cui andrebbe chiarita la denominazione ed il codice IMO, visto che i registri lo riportano ancora con nome “di battesimo”) sarebbe, in realtà, di proprietà della Seacor Offshore Marshall Islands ed è “managed” (un leasing?) dalla Leadership Management di Ravenna e, per tanto, batte bandiera italiana.

La foto pubblicata da sito olandese chiarisce ogni dubbio; la nave è quella e sono bene in vista il tricolore e la bandiera delle Marshall.

Di sicuro, la bandiera delle Isole Marshall è per definizione “di comodo”, ovvero una bandiera di una nazione che viene issata da una nave di proprietà di cittadini o società di un’altra nazione, che, in questo modo, il proprietario della nave può spesso evitare il pagamento di tasse, ottenere una registrazione più facile, trasportare materiali con vincoli minori, contrattare al ribasso con gli equipaggi ( International Transport Workers’ Federation ).

Il Sindacato (unico) dei Marittimi italiani, due settimane or sono, ha scritto una proposta inerente una azione di contrasto verso l’utilizzo delle Bandiere di Comodo, in linea con le indicazioni pervenute dal G20.
Stranamente, nonostante la questione sia molto sentita dalla Gente di Mare e nonostante sia una priorità europea, la risposta stenta a pervenire.

Tra l’altro, anche il Malaspina Castle, nave sequestrata dai pirati lo scorso aprile e rilasciata dopo circa un mese, era di proprietà britannica, battente bandiera panamense e gestita dalla società B Navi di Marina di Carrara.

Dal punto di vista di un marittimo, le bandiere di comodo sono una vera disgrazia, in caso di pirateria.
Infatti, la nave spesso è di proprietà di una Società Anonima (le cosiddette  Ltd. inglesi o Inc. americane), il “proprietario, in realtà la usa come in un leasing e, se va qualcosa storto, paga l’assicurazione.
Se c’è un carico, visto il sequestro, la burocrazia aziendale provvede subito ad un nuovo shipping (invio) e spesso inserisce direttamente l’elenco del carico bloccato tra la merce “perduta”.
Così, accade che il riscatto riguardi equipaggi e passeggeri e che tocchi agli Stati nazionali pagarlo, come ha fatto Sofia per il Malaspina Castle.

Riguardo il Buccaneer, i Somali hanno anche denunciato (il Governo, non i pirati) che la nave aveva scaricato carichi tossici, il nostro Ministero ha negato adducendo a prova le foto che mostrano il naviglio “alto” sulla linea di galleggiamento, ovvero che le stive erano vuote.

Resta da capire cosa ci facessero un rimorchiatore e due bettoline vuote “a spasso” da Singapore a Port Suez e come mai, improvvisamente, l’Italia si ricorda “con affetto” della Somalia e della sua triste sorte, come ci racconta Ukundimana in Jambo Africa.

Ad ogni modo, sappiamo tutti che la Boniver, inviata sul posto, è una persona esperta, che non mancherà di risolvere anche questa “crisi”; ben venga se, invece di riscatti, si inizi a parlare di richieste e di offerte di aiuti.

Resta ancora un punto, sempre lo stesso a dire il vero, visto che sappiamo almeno dove si trova (Google Maps fa miracoli) il Buccaneer fantasma.

Come si chiama la nave e di chi è? Quali garanzie hanno i marittimi italiani imbarcati sul nostro naviglio?

Facciamo una legge sulle “bandiere di comodo”, i paradisi e gli evasori fiscali, di cui parla anche Obama e di cui lamentano i G20, o no?

originale postato su demata