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Servizio pubblico televisivo: più informazione e meno fazione?

14 Gen

Il confronto tra Silvio Berlusconi e Michele Santoro, su Servizio Pubblico giorni fa, verrà forse descritto, dagli storici dei media, come il canto del cigno di un certo modo di fare televisione, che – prima sulla RAI e poi su alcune reti private – ha preso piede in Italia da oltre un decennio.

berlusconi santoro

Parliamo delle trasmissioni politiche dove è sempre necessario confortarsi con i lazzi di qualche comico (anche un vignettista va bene), dove vengono sciorinate accuse madornali senza un accettabile diritto di replica, dove il conduttore assurge a catalizzatore del basso ventre popolare.

Non è un caso che gran parte dei critici ed analisti mediatici, che si sono espressi in questi giorni, hanno puntato il dito sull’acrimonia di Santoro verso Berlusconi, sulla scaletta rigida del programma che ha permesso a Berlusconi di vincere praticamente tutti i round, sul giustizialismo ‘facile’ che si è ritorto contro, sul sarcasmo truculento che ha trovato ‘pan per i propri denti’ nell’umorismo dell’ospite/accusato.

Il tutto con uno share abissale, ovvero sotto il naso degli italiani, che hanno toccato con mano come andrebbero certe ‘trasmissioni di informazione’, se il diretto interessato può giocare ad armi pari, come ha potuto pretendere Silvio Berlusconi.

Eppure, Santoro – come tanti altri – avrebbe potuto evitare la solita saga dei processi, delle frequentazioni e delle escort, che toccano diffusamente il mondo della politica e della finanza, come raccontano le vicende dell’ex-cancelliere socialista tedesco Gerhard Schröder, nel consorzio Nord Stream AG della Gazprom russa, o quelle di Dominique Gaston André Strauss-Kahn, ex ministro socialista francese, con non poche donne a New York come altrove, per non parlare dei sospetti di rapporti tra mafia e politica addirittura nell’assassino del presidente statunitense John Fitzgerald Kennedy. Una realtà alla quale le popolazioni dei paesi democratici sembrano essersi rassegnate, visti i livelli di astensionismo.

dati della London School of Economics and Political Science

Ben altro avrebbe interessato i cittadini telespettatori e consumatori dal confronto Santoro-Berlusconi.

Ad esempio, le critiche a Mario Monti che ambedue hanno palesato nel corso di questi 12 mesi. Meglio ancora che l’ex premier esponesse la sua versione di come l’Italia sia finita in una tale congiuntura, prima che ‘eventuali cospirazioni’ determinassero la sua caduta/defenestrazione.
Contraddittori che avrebbero potuto toccare le cause della diffusa e costosissima malpractice che vessa Sanità e Welfare, ormai in balia di una sottocasta politica e professionale, sgradita per motivi diversi ad ambedue.

Ancora, avremmo potuto apprendere, stante il populismo di ambedue i protagonisti, se e come potrà essere raddrizzata la sbilenca barca della produttività e del lavoro italiani, su cui tutte le parti politiche non sembrano andare oltre le manifestazioni di intento nelle loro promesse.
Addirittura, si sarebbe potuto parlare di sistema televisivo e pubblicitario, che ha un bel costo anche lui e che, da come stiamo messi, ci spinge verso consumi e stili di vita che forse non possiamo permetterci.
Argomenti che avrebbero permesso di capire, a tutti noi, cosa ci aspetta dietro l’angolo delle prossime elezioni.

Dunque, quello di cui ha preso atto il pubblico dei telespettatori, futuri elettori, è che di tutto questo non se ne è parlato e che è stata di Michele Santoro la decisione di non farlo, nell’evidente tentativo di gestire una trasmissione-processo, mentre a noi tutti, inclusi gli antiberlusconiani duri e puri, interessava l’informazione-dibattito. Un discorso che vale anche per la RAI, dove andrebbe considerato il dato che una somma di fazioni non fa di certo nè libertà d’informazione nè servizio pubblico.

Preso atto che abbiamo assistito ad un programma talmente a senso unico che è stato un gioco da ragazzi ribaltare il tavolo e prevalere mediaticamente, resta solo da rimpiangere le Tribune Elettorali di  Zatterin e Iacobelli e chiedersi se Santoro abbia, involontariamente, ‘prodotto consenso’ per Silvio Berlusconi ed il PdL con meno del 5% o anche di più.

N.B. La vignetta non era dedicata dall’autore al contesto italiano, bensì alla malasanità statunitense, e ne sono state cancellate le scritte.

originale postato su demata

Il Presidente fa quello che può …

1 Ott

In rete e su Facebook, imperversano i commenti e le proposte su cosa dovrebbe fare il nostro Presidente Giorgio Napolitano, dalla legge anti-corruzione, a quella elettorale, al ruolo di Mario Monti, alla legittimità di alcune norme varate dalla ministra Elsa Fornero e da lui avallate, la trattativa Stato-mafia, eccetera eccetera eccetera e chi più ne ha più ne metta.

Penso che ognuno di noi non possa far altro che quello che è nella sua natura, entro i propri limiti e secondo i propri talenti. Ciò a maggior ragione se si tratta di un politico ottuagenario, che, seppur tenutosi al passo dei tempi, difficilmente può smentire logiche, stili e metodi d’altri tempi, che l’hanno caratterizzato e, come nel caso di Giorgio Napolitano o di altri VIP, l’hanno reso vincente per una vita.

Toccherebbe al Parlamento eleggere un Presidente della Repubblica men che settantenne ed, al possibile, ancora in età lavorativa.

Per caratterizzare ‘logiche, stili e metodi’ il nostro Presidente Giorgio Napolitano le cronache ci propongono un incipit abbastanza clamoroso, ‘very impressive’, pubblicato da L’Unità nel 1956, quando aveva 31 anni ed iniziava ad essere il politico ‘a tutto tondo’ ce conosciamo.

Come si può, ad esempio, non polemizzare aspramente col compagno Giolitti quando egli afferma che oltre che in Polonia anche in Ungheria hanno difeso il partito non quelli che hanno taciuto ma quelli che hanno criticato?

E’ assurdo oggi continuare a negare che all’interno del partito ungherese – in contrapposto agli errori gravi del gruppo dirigente, errori che noi abbiamo denunciato come causa prima dei drammatici avvenimenti verificatisi in quel paese – non ci si è limitati a sviluppare la critica, ma si è scatenata una lotta disgregatrice, di fazioni, giungendo a fare appello alle masse contro il partito. E’ assurdo oggi continuare a negare che questa azione disgregatrice sia stata, in uno con gli errori del gruppo dirigente, la causa della tragedia ungherese.

Il compagno Giolitti ha detto di essersi convinto che il processo di distensione non è irreversibile, pur continuando a ritenere, come riteniamo tutti noi, che la distensione e la coesistenza debbano rimanere il nostro obiettivo, l’obiettivo della nostra lotta.

Ma poi ci ha detto che l’intervento sovietico poteva giustificarsi solo in funzione della politica dei blocchi contrapposti, quasi lasciandoci intendere – e qui sarebbe stato meglio che, senza cadere lui nella doppiezza che ha di continuo rimproverato agli altri, si fosse più chiaramente pronunciato – che l’intervento sovietico si giustifica solo dal punto di vista delle esigenze militari e strategiche dell’Unione Sovietica; senza vedere come nel quadro della aggravata situazione internazionale, del pericolo del ritorno alla guerra fredda non solo ma dello scatenamento di una guerra calda, l’intervento sovietico in Ungheria, evitando che nel cuore d’Europa si creasse un focolaio di provocazioni e permettendo all’Urss di intervenire con decisione e con forza per fermare la aggressione imperialista nel Medio Oriente abbia contribuito, oltre che ad impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, abbia contribuito in misura decisiva, non già a difendere solo gli interessi militari e strategici dell’Urss ma a salvare la pace nel mondo.

Un testo ‘very impressive’, dunque, ma non solo per i contenuti di cui Giorgio Napolitano ha fatto personale ammenda nel 2006 sulla tomba dell’eroe ungherese Nagy – ahimè dopo ben 50 anni dai fatti – precisando, come riportato nell’intervista del direttore della Gazeta Wyborcza, Adam Michkin, che “innanzitutto fu una tragedia, anche per il Pci, un errore grave e clamoroso del gruppo dirigente, a partire da Togliatti. Poi, anche prima che si ammettesse l’errore, si comprese la lezione: per cui, quando nel 1968 (Togliatti era già deceduto da 4 anni) ebbe luogo l’intervento armato dell’Urss e degli altri paesi del blocco sovietico in Cecoslovacchia, il Pci ufficialmente si schierò contro quell’intervento”.

Un testo ‘very impressive’ non solo per chi vede gli ‘uomini d’apparato’ come il fumo negli occhi, ma anche per chi bada ai dettagli per intepretare l’animo e la logica umani, dato si tratta di ben 2.100 caratteri (una intera cartella dattilografica) con solo quattro punti. L’unico interrogativo, l’unica ‘ipotesi’, è in realtà una figura retorica, piuttosto che essere finalizzato ad introdurre ad un reale quesito o dibattito – ovvero informazione e costituzione di una pubblica opinione – su una questione gravissima come l’invasione sovietica dell’Ungheria.

Beato a chi vive di certezze.

Un testo che si conferma ‘very impressive’ per quanto accadde l’11 aprile del 1975,  quando il Comitato centrale del Pci – di cui facevano parte D’Alema e Napolitano – votò una risoluzione per esaltare «l’eroica resistenza dei popoli cambogiano e vietnamita» e invitare tutti i comunisti a «sviluppare un grande movimento di solidarietà e di appoggio ai combattenti». Peccato che, in Cambogia, i ‘combattenti’ erano i Khmer Rossi di Pol Pot, che, nell’arco di quindici anni circa, massacrarono brutalmente almeno un milione di oppositori politici.

Una ‘impressività’ che avrà il suo giusto verdetto dai posteri – a fronte dei dati sanitari attuali che raccontano un disastro ambientale ed etnico, che ancora oggi prosegue e che resterà ad imperitura memoria – per il sostegno dato al Governatore della Campania e Commissario straordinario all’emergenza rifiuti, mentre la Campania era un enorme rogo di rifiuti – e reclamassero ormai anche l’UE e la WHO – e nonostante che Bassolino fosse ormai oggetto di inchieste, denunce e processi (poi pervenuti a condanne e prescrizioni, oltre che decaduti spesso per vizi formali).

Cosa dire di più oltre il constatare che, se il Centrodestra italiano, durante tutta la Seconda Repubblica, è stato condizionato dal Berlusconismo, il Centrosinistra non è stato da meno, dato che i gli obiettivi erano (e son rimasti) la ‘conciliazione’ con i Cattolici – ovvero il Compromesso Storico di berlingueriana e fallimentare memoria – e la ‘vocazione maggioritaria, cioè la creazione di una forza politica monopolista, come il PCUS in Russia od il Partito dei Lavoratori in Norvegia.

Chiarito che gli obiettivi di fazione hanno prevalso sull’interesse generale per troppi e troppi anni – oltre che l’età anagrafica del Presidente è anch’essa, ormai, un elemento di significativa ed attesa innovazione – ricordiamo che la norma conferisce al Presidente della Repubblica un ruolo ‘quasi notarile’ con prerogative limitate e che Giorgio Napolitano, dimostrando comunque un grande senso delle istituzioni nei frangenti attuali, non è un ‘dilettante’ (come noi comuni cittadini frequentatori di salotti e bar dello sport) e ‘fa quello che può come lo sa fare’, visto, tra l’altro, che l’attuale legge elettorale ha reso le legislature più deboli ed i poteri presidenziali ancor meno espliciti.

Andrebbe chiarito anche che il senso delle istituzioni è una cosa leggermente diversa dal senso dello Stato, specialmente se sono proprio le istituzioni (ed i suoi uomini) quello che lo Stato deve riformare con antica urgenza. E specialmente se qualcuno fosse convinto che tra le istituzioni vi siano anche i partiti, che viceversa non sono altro, ormai, che delle organizzazioni finalizzate alla raccolta del consenso.

Un consenso ormai incomputabile, visto che ormai siamo ad ottobre 2012 , di partiti e colaizioni non ve ne è l’ombra ed il ‘popolo’ ed i ‘servizi pubblici’ (anche questo è Stato) non reggono più un obsoleto temporeggiare che si traduce in disoccupazione, degrado e carestia.

Ma le istituzioni vanno comunque rispettate fino a diversa riformulazione: il Caos porta solo lacrime e sangue senza alcun costrutto.

originale postato su demata

Lodo Mondadori, la resa dei conti

9 Lug

La vicenda del Lodo Mondadori è fa parte della cosiddetta Guerra di Segrate, uno  scontro giudiziario-finanziario tra due imprenditori italiani, Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti, per il possesso della Arnoldo Mondadori Editore, e la successiva vicenda giudiziaria riguardante il pagamento di tangenti per ottenere un lodo favorevole alla parte di Berlusconi, che ha visto tra gli imputati lo stesso Berlusconi e i suoi più stretti collaboratori, tra cui Cesare Previti.

Nel 1987  muore Mario Formenton, genero di Arnoldo Mondadori e presidente della omonima casa editrice. Silvio Berlusconi, che era un socio di minoranza, acquista le azioni di Leonardo Mondadori con la conseguenza che la Arnoldo Mondadori Editore si trova ad essere contesa tra la Fininvest di Silvio Berlusconi, la CIR di Carlo De Benedetti e gli eredi Formenton, che avrebbero dovuto vendere le proprie quote alla CIR entro il 30 gennaio 1991.

Nel novembre 1989 la famiglia Formenton si schiera dalla parte di Fininvest, consentendo a Berlusconi di arrivare alla presidenza del CdA aziendale e provocando la reazione di De Benedetti.

Un collegio di tre arbitri, Pietro Rescigno (CIR), Natalino Irti (Formenton Mondadori) e Carlo Maria Pratis, (Corte di Cassazione) emette dopo pochi mesi il primo verdetto: l’accordo tra De Benedetti e i Formenton è valido a tutti gli effetti, le azioni devono tornare alla CIR, con il risultato che De Benedetti perviene al controllo del 50,3% del capitale ordinario e del 79% delle azioni privilegiate.

Berlusconi ricorre in giudizio e dopo altri sei mesi, il 24 gennaio 1991, la I sezione civile della Corte d’Appello di Roma, su relazione del giudice Vittorio Metta, sentenzia che gli accordi Formenton-De Benedetti sono in parte in contrasto con la disciplina delle società per azioni, che sono da considerarsi nulli l’intero accordo e il lodo arbitrale e, di fatto, consegna nuovamente le azioni della Mondadori in mano alla Fininvest .
Alla fine, grazie alla mediazione di Carlo Caracciolo, Giulio Andreotti e di Giuseppe Ciarrapico,  la Repubblica, L’Espresso e alcuni quotidiani e periodici locali tornano alla CIR, mentre Panorama, Epoca e tutto il resto della Mondadori restano alla Fininvest, che riceve 365 miliardi di lire come conguaglio per la cessione delle testate all’azienda di Carlo De Benedetti.

Nel 1995, mentre imperversava Tangentopoli, emergono indizi di una storia di di tangenti tra Previti e alcuni giudici romani: inizia lo scandalo All Iberian.

Tra i vari movimenti di danaro, salta fuori un bonifico di 220.000 euro, che da Fininvest va a Cesare Previti e da lui arriva nelle disponibilità del giudice Metta, che poco dopo si dimette per entrare a far parte dello studio legale Previti.

A questo punto, mentre Berlusconi “scende in campo” ed inizia il Berlusconismo, coi i fasti nefasti che conosciamo, si iniziano i processi, che trovano conclusione solo nel 2007.

Questi gli esiti:

  • 2003 Silvio Berlusconi – non luogo a procedere per intervenuta prescrizione del reato dopo le attenuanti generiche
  • 2007 Previti, Pacifico e Acampora (avvocati Fininvest) – 1 anno e 6 mesi, Metta (ex magistrato) – 2 anni e 9 mesi

Alla sentenza penale definitiva, segue il processo civile per  il danno economico derivante dal fatto che il lodo è stato viziato.  La sentenza di primo grado, nel 2009, obbligava la Fininvest di Berlusconi a risarcire 749,9 milioni di euro alla CIR di De Benedetti per danno patrimoniale da «perdita di possibilità».

La sentenza dell’appello, del luglio 2011, conferma la condanna con un risarcimento che ammonta a 540 milioni di euro cache, più gli interessi scaturiti dal 2009 per un ammontare di 560 milioni di euro.

Viste le prove e le sentenze, non so quanti possano compiangere il Premier Berlusconi,  che sul sagrato della Basilica di Sant’Ambrogio a Milano, al termine dei funerali del senatore Romano Comincioli, il 15 giugno scorso, esternava un “Dove trovo i soldi se i giudici mi condanneranno?”

Il rammarico è altro.

Chissà come sarebbe l’Italia di oggi se il giudice Vittorio Metta non avesse accettato i suoi 30 denari.

Di chi sarebbero le televisioni e l’editoria, le banche e le poste, , i supermercati e le sale gioco? Quali partiti avremmo e, soprattutto, quali politici avremmo?

Quali risorse, quale fiscalità, quale corruzione, quali infrastrutture?

Quale sarebbe oggi la qualità italiana, senza una cospiracy finanziaria che solo dopo 25 anni inizia a trovare una conclusione, per ora, solo giudiziaria.

 

Carta d’identità elettronica, arriva il Grande Fratello

6 Mag

Sta destando notevole scalpore internazionale l’articolo pubblicato sulla rivista del Partito comunista cinese «Qiushi» (Ricerca della verità), dove si propone di creare un database unificato che “schedi” ben 1,34 miliardi di cinesi.

La proposta arriva da Zhou Yongkang, ex-ministro della Pubblica Sicurezza e  membro del Politburo, che vorrebbe creare una supercarta d’identità per garantire la «stabilità sociale» e «l’amministrazione della società»: in due parole, il controllo sociale.

In questo modo, con un unico identificativo (come fosse il codice fiscale che usiamo in Italia) sarà possibile accedere ai dati riguardanti il livello di istruzione, il curriculum lavorativo e quello fiscale, i dati anagrafici e familiari, la storia medica di ognuno, i telefoni, gli immobili e gli autoveicoli.

Grande Fratello in Cina? No, in Italia.

L’allarmante notizia di una tale proposta arriva proprio mentre in Italia si decreta il Piano di Sviluppo, che prevede la carta di identità elettronica,  “documento obbligatorio di identificazione” anche per i neonati, da unificare  con la tessera sanitaria, a sua volta correlata al codice fiscale, con il rilevamento obbligatorio delle impronte digitali per i minori dai 12 anni.

E la privacy? Lo stato di diritto? La costituzione?

Che fine faranno?

Un parlamento di sottosegretari al governo

5 Mag

Sono nove i nuovi sottosegretari del governo presieduto da Silvio Berlusconi: Daniela Melchiorre e Catia Polidori allo Sviluppo Economico, Bruno Cesario e Antonio Gentile all’Economia, Aurelio Misiti alle Infrastrutture, Giampiero Catone all’Ambiente, Riccardo Villari ai Beni Culturali, Roberto Rosso all’Agricoltura, Luca Bellotti al Welfare, .
A loro si aggiunge Massimo Calearo, che è stato nominato “solo” consigliere personale del presidente del Consiglio per il Commercio estero e non sottosegretario, in quanto avrebbe comportato la necessità di abbandonare la presidenza della Calearo Group, in palese conflitto di interessi.

Riccardo Villari è entrato in politica alla fine degli anni ’80, nell’entourage democristiano di Vincenzo Scotti, ed è stato eletto nel 2008 al Senato nelle liste del Partito Democratico, che lo espellerà nel 2009. Sarà uno dei fondatori di Coesione Nazionale, raggruppamento al Senato “gemello” dei Responsabili, dopo una breve permanenza nel Movimento per le Autonomie (MPA) di Raffaele Lombardo
Giampiero Catone, nel 2001 era Capo della Segreteria del Ministro per le Politiche Comunitarie Rocco Buttiglione, nel 2006 è eletto deputato alla Camera nella lista di Forza Italia e aderisce al gruppo Democrazia Cristiana per le autonomie – Nuovo Psi. Dopo aver aderito, insieme ai suoi circoli, a Futuro e Libertà per l’Italia, è tra coloro che voteranno, poi, contro la sfiducia al Governo.
Antonio Gentile, eletto senatore alle elezioni politiche del 2001 nel collegio uninominale di Cosenza come candidato della Casa delle Libertà, è uno dei senatori più arrivi e presenti secondo le statistiche di Openpolis.
Aurelio Salvatore Misiti ha iniziato la sua carriera politica negli anni ’60, militando nel PCI e diventando segretario nazionale della CGIL Scuola-Università. Nel 2006 è eletto con Italia dei Valori e nel 2010 passa con il Movimento per le Autonomie di Raffaele Lombardo, giusto in tempo per salvare col suo voto la maggioranza.
Bruno Cesario nasce politicamente nella Democrazia Cristiana ed elezioni politiche del 2008 viene eletto alla Camera dei deputati nella lista del Partito Democratico. Nel 2010 dà vita al Movimento di Responsabilità Nazionale in supporto al governo di centrodestra.
Catia Polidori, imprenditrice di professione, nel 2008 è eletta alla Camera dei deputati nelle liste di Alleanza Nazionale. Dopo una momentanea adesione a Futuro e Libertà, rientra nella maggioranza a sorpresa votando contro la sfiducia a Berlusconi.
Daniela Melchiorre è stata presidente de La Margherita di Milano  e quindi componente della Direzione Nazionale, nonchè Sottosegretario alla giustizia del governo Prodi bis. Eletta nel 2008 nelle liste dei Liberal Democratici Riformisti, rientra nei ranghi del PdL dopo una breve confluenza nel “Polo della Nazione”,insieme a FLI, UDC, MpA, ApI, PLI e repubblicani.
Luca Bellotti è stato presidente provinciale di Alleanza Nazionale a Rovigo, nel 2008 è eletto alla Camera nelle liste di AN. Dopo aver aderito al gruppo di Futuro e Libertà per l’Italia, rientra subitaneamente nel PdL.
Roberto Rosso a 19 anni è già consigliere comunale in quota alla Democrazia Cristiana. Dopo Tangentopoli entra in Forza Italia, salvo la breve diaspora nel gruppo di Futuro e Libertà per l’Italia.
Massimo Calearo Ciman, imprenditore eletto nel 2008 nel PD di Walter Veltroni, dopo aver lasciato il partito nel 2009, fonda, nel 2010, il Movimento di Responsabilità Nazionale con Bruno Cesario e Domenico Scilipoti.

Questa pattuglia di coerenti ed indispensabili governanti va ad aggiungersi a quanti (ministri e sottosegretari) sono stati nominati alla spicciolata nel corso del 2010: Francesco Saverio Romano (UDC), Paolo Romani (PdL), Giancarlo Galan (PdL), Daniela Santanché (La Destra), Andrea Augello (AN), Laura Ravetto (PdL), Francesco Belsito (Lega Nord), Sonia Viale (Lega Nord), Nello Musumeci (La Destra), Francesca Martini (Lega Nord), Eugenia Roccella (PdL), Guido Viceconte (PdL).

Intanto, i vitalizi per i parlamentari in “servizio” ed in “pensione” (eredi inclusi) ci costano oltre 5 miliardi di Euro l’anno … un sottosegretario, solo di stipendi, ci costa quasi 18mila euro al mese e, secondo Silvio, ce ne meritiamo altri dieci a breve.