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Cassazione vs. Berlusconi: le conseguenze

1 Ago

Strano ma vero, la sentenza Berlusconi avrà una ricaduta maggiore a sinistra, piuttosto che a destra. Infatti, qualunque ne fosse stato l’esito questa sentenza rappresenta la ‘sfida all’OK Corral” che tanto immaginario collettivo – semplificando il proprio universo come fosse un film di Volontè e Leone – ha voluto prefigurarsi fin dall’inizio di questa storia.
I cattivi sempre e comunque moralmente inferiori: brutti, rozzi, corrotti, incapaci, ridicoli, fredifaghi, infedeli. I buoni ben distinguibili per la loro superiorità morale: affabulanti, trendy, curricolati, tutti casa e lavoro.

berlusconi assolto

Va da se che il tema unico dell’opaco Enrico Letta alleato con i cattivi (PdL e UdC) sarà quello che convegni, cortei, scioperi e scandali ci propineranno fino a novembre, quando il convegno del PD dovrà dirimere aspetti immobiliari e finanziari, interessi lobbistici, frazionismi, immobilismi e avventurismi, aspettative politiche delle diverse basi elettorali.

Puntare su Matteo Renzi, che, pur avendo un buon seguito di esperti e tecnici, potrebbe risultare ‘leggerino’, se il Centrodestra iniziasse ad attaccarlo, anzichè elogiarlo e/o la CGIL e l’estrema sinistra emettessero una ‘fatwa’ di ‘affamatore del popolo’?
Oppure tenersi ben stretto l’elettorato ottuagenario e appenninico, gli apparati pubblici, la lobby sanitaria e l’universo ‘giustizia’, le partecipazioni statali? O ritornare alla mediazione veltroniana ed all’ipotesi maggioritaria e, soprattutto, ‘moderata’?
E La Repubblica – trentennale deus ex machina della sinistra – riuscirà a non essere determinante per gli equilibri di partito?

Se la Sinistra, prevedibilmente, si avviterà nella dinamica precongressuale e nel dibattito pro-M5S – con tutti gli antagonismi NoTAV, No Jus Soli, No Euro, Si Gay, eccetera – molto va a cambiare nel Centrodestra, con l’uscita di scena di Silvio Berlusconi, che comunque determina questa sentenza.

Infatti, le principali aziende ‘made in Italy’ sono ormai globalizzate e rispondono ad interessi non solo nazionali, il capitale italiano si sta ristrutturando, come dimostrano le varie rotture di patti di sindacato che avvengono da qualche mese a livello di Mediobanca, e la situazione di Unicredit e dello stallo immobiliare di Roma, sulla quale verte oltre il 30% dei mutui immobiliari italiani.
Allo stesso tempo, il pontificato di Papa Francesco appare saldamente indirizzato a salvaguardare il Vaticano dai piccini interessi italici e ad enunciare una visione ispanica e populista dei rapporti tra potere e cittadini.

Non è improbabile che, avendone il tempo, il PdL si evolva/dissolva in chiave liberal-populista e questo è il principale motivo per cui lo tsunami ‘sentenza Berlusconi’ potrebbe colpire in modo più vistoso e drammatico il Partito Democratico, alimentando le convulse spinte che lo agitano dall’interno.

Intanto, con la sentenza della Corte di Cassazione ed il giudizio definitivo di Silvio Berlusconi si chiude un’epoca. Non cambierà nulla, come al solito, ma anche questo Ventennio è finito.

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Berlusconi sentenced, what future for Italy?

1 Ago

Strange but true, the SIlvio Berlusconi’s Supreme Court sentence will have a greater relapse to  Left rather than the Right side. In fact, no matter that  this sentence is the ‘Gunfight at the O.K. Corral‘ that Italians wait by 20 years in a collective perception of Politics.
A simplified world like a Spaghetti Western, an universe where the bad guys are always morally inferior: ugly, rude, corrupt, incompetent, ridiculous, infidels. And the good boys are distinguishable for their moral superiority: storyteller and soberly trendy, high laureate, perfect at home and at work.

berlusconi condannato

So wee expect, in next mounthes, the theme of an ‘opaque Enrico Letta’ allied with the bad guys (PDL and UDC), repeated in meetings, marches, strikes and scandals until November, when the convention of the Democratic Party will have to settle ‘inner aspects’ about real estate and financial interests, lobbying, factionisms, immobility and adventurism, political expectations of the different electoral bases.

Matteo Renzi, despite having a good following of experts and technicians, may be ‘light’, if the Right wing will begin to attack him or CGIL and the extreme Left will emit a ‘fatwa’ in name of ‘starvation of the people ‘?
Who weighs more? The traditional electorate, octogenarian and tipycally resindent in the Apenninic Regions? The public agencies, the health lobby and the  ‘justice machine’, the controllers of State holdings? Or will it better to return to the mediation and Walter Veltroni’s ‘moderate’ majority?
And La Repubblica – the newspaper deus ex machina of the Left – will be not able to be decisive for the balance of the party?

If the Left, predictably, will thread into the dynamic pre-congress – and in the debate pro-M5S and pro-extreme Left wing – more is going to change in the center-Right, with the departure of Silvio Berlusconi, that this judgment determines.

In fact, the major companies of ‘Made in Italy ‘ are now globalized and respond to not only to national interests, the Italian capital is restructuring, as evidenced by the various shareholders’ agreements broken in last months at the level of Mediobanca, and the situation of Unicredit Bank is very complex, because in Rome more than 30% of the Italian mortgages are filed with compromised Real Estate market.
At the same time, the pontificate of Pope Francis appears firmly addressed to safeguard the interests of Vatican and ‘not only’ those of ‘financially active’ Bishops. A Pope coming from Argentina with a clear and populist vision of the relationships between power and citizens.

It is not unlikely that, having the time, the PDL evolve / dissolve in key liberal-populist and this is the main reason why the tsunami ‘judgment Berlusconi’ could hit in a more eye-catching and dramatic Democratic Party, making hasty and fueling the shaking inside frantic thrusts.

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Alfa Romeo lascerà l’Italia?

1 Ago

Dopo le dichiarazioni di Sergio Marchionne secondo cui “è impossibile fare industria in Italia”, arriva  la replica del ministro del lavoro Enrico Giovannini: “Non sono d’accordo. Ci sono molte imprese che in queste condizioni stanno continuando a investire, a crescere, a creare profitto e posti di lavoro.”
Infatti, fare impresa nel made in Italy può essere conveniente per le holding straniere che stanno comprando ‘i gioielli della corona’, ma a patto che ciò avvenga nei settori dell’agroalimentare e dell’abbigliamento, dove il lavoro nero prospera sotto ogni latitudine. (leggi Quel che (non) resta del Made in Italy: dati e riflessioni)

Intanto, Fiat-Chrysler deve vedersela con i sindacati, in Italia come in USA.
Nel primo caso, parliamo del diritto – concesso dai magistrati – a bloccare una fabbrica organizzando un corteo interno senza neanche aver verificato la ‘rappresantatività in loco’ di chi organizza certi tipi di ‘lotta’. Nel secondo, del prezzo da pagare al fondo pensionistico Veba – detenuto dalle Unioni statunitensi – per una quota di Chrysler, che valeva zero dollari il giorno prima dell’arrivo di Marchionne e per la quale, oggi, si pretendono miliardi.

Riguardo l’Italia, la vicenda è irrisolvibile, dato che sarebbe necessario intervenire in una delle matasse indistricabili della nostra ‘ottima’ Costituzione (rappresentanze sindacali e giusto processo). Parlando degli USA, anche se c’è l’ipotesi di una bislacca sentenza da parte di una corte del Delaware, ma si tratta di una liquidazione, tutto qui, per la quale il giudice ha già accettato il calcolo di Fiat sul peso del debito di Chrysler nella determinazione del prezzo delle azioni. Che i sindacati – nell’interesse stesso dei lavoratori – debbano stare fuori dalla governance delle aziende, in USA, è da alcuni anni un dato e non più un dibattito.

Andando ad Alfa Romeo, i progetti di rilancio messi in cantiere dalla casa hanno un obiettivo prefissato e annunciato proprio dall’amministratore delegato del gruppo Fiat Sergio Marchionne: arrivare, entro il 2016, a 300.000 unità vendute a fronte delle sole 100.000 attuali.
Un mercato Alfa relativamente forte in Europa, con il 90% delle vendite, ma con enormi potenzialità di crescita nelle Americhe ed in Asia, dove, oggi, vende solo 10.000 autovetture e, domani, potrà contare sull’intera catena distributiva di Chrysler-Fiat.

Un vero e proprio miraggio per l’Italia, se, a fronte di un mandato costituzionale chiaro – ovvero di delega al Parlamento nel formulare una norma apposita – ci troviamo non con richiami assidui e puntuali a legiferare, bensì con “molteplici sentenze della Corte Costituzionale che hanno chiarito che la rappresentatività di un sindacato sono determinati da una serie di elementi anche indiziari, non unicamente dal numero di iscritti, di preferenze nelle elezioni di RSA/ RSU piuttosto che nei referendum approvativi di un contratto collettivo nazionale.
Con la sentenza n. 30/1995, la Corte afferma che “la maggiore rappresentatività risponde ad un criterio di meritocrazia e alla ragionevole esigenza […] di far convergere condizioni più favorevoli o mezzi di sostegno operativo verso quelle organizzazioni che sono maggiormente in grado di tutelare gli interessi dei lavoratori”. (fonte Wikipedia)

La Costituzione Italiana  prevede che la rappresentanza sindacale sia regolata da una legge apposita, che in oltre 50 anni non siamo riusciti a darci, con risultati abnormi, che ledono alla base gli interessi sia dei lavoratori sia dei datori di lavoro.
Dall’esercito di sindacalisti di cui sono dotate le pubbliche amministrazioni – in particolare le scuole dove si arriva anche ad un rappresentante sindacale ogni 15-20 dipendenti – alla possibilità, nel privato, di bloccare un’intera fabbrica al lavoro, indicendo uno sciopero senza neanche aver firmato il contratto ed interferendo con la produzione.

Ed, infatti, Sergio Marchionne e la Fiat da tempo chiedono che il governo italiano “introduca una legge” sulla rappresentanza per uscire da questo momento di incertezza. Abbiamo chiesto con urgenza di varare delle misure che rimedino a questo vuoto, ma per ora non vediamo niente.”
Come, d’altra parte, i parlamentari di turno non possono che esitare a promulgare una norma che attui un rigo di Costituzione, per il quale già sanno che è obbligo – in un paese democratico, si noti bene – far “convergere condizioni più favorevoli o mezzi di sostegno operativo verso quelle organizzazioni che sono maggiormente in grado di tutelare gli interessi dei lavoratori” …

Di sicuro, se le cose restassero così, un imprenditore, che non voglia investire in lavoro temporaneo o stagionale ed in sussidi-commesse pubbliche, non è che abbia grandi certezze in Italia, nè come controllo del progetto-impresa nè come affidabilità del sistema pubblico nè, ricordiamolo, come fiscalità.

Anche perchè – affrancata dall’asfittico sistema-Italia – la Fiat dimezza le perdite in Europa e in Asia comincia a decollare, stabile nel Sudamerica, vede il Nordamerica e le sue vendite a traino del gruppo, con i ricavi in crescita oltre 42 miliardi. “Il gruppo automobilistico torinese ha completato il secondo trimestre dell’anno con 435 milioni di utile netto, sfiorando il raddoppio rispetto ai 239 milioni di euro del periodo aprile-giugno dello scorso anno. Sempre nel secondo trimestre, i ricavi sono cresciuti del 4% al 22,3 miliardi.” (Corsera)

Tenuto conto che i marchi di lusso (Ferrari e Maserati) hanno dato un lusinghiero +14% e si prevede che continuino a crescere, dove saranno prodotte le 200.000 Alfa Romeo che, si spera, verranno vendute nel 2016?

In Italia? Ne siamo davvero sicuri?

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Stop Camere, Italia allo stremo

11 Lug

“Pensate che con una conferma in Cassazione della condanna per il processo Mediaset, il PdL restino tutti lì (ndr. in Parlamento) ad alzare la mano o ad astenersi? Esiste un legame indissolubile tra il Popolo delle Libertà, i suoi elettori e Silvio Berlusconi. Cosa accadrebbe se accadesse la stessa cosa per il leader del Partito Democratico?” (Enrico Bondi su La7)
Dall’altra sponda Epifani, segretario ‘precario’ del PD, annuncia che il suo partito voterà per l’applicazione della sentenza in caso di condanna di Berlusconi.

In queste poche, stringate e schiette parole sta tutta la fibrillazione politica e di governo che affliggerà l’Italia nelle prossime settimane. Intanto, oggi, il Parlamento si ferma e la Politica si accorge (dopo 20 anni e molte chiacchiere) che esiste un serio problema Giustizia.

In effetti, tutti i report internazionali confermano che l’aleatorietà e la lentezza delle nostre sentenze sono uno dei fattori causali della corruzione e della fuga dei capitali (esteri e italiani). A ciò si aggiunge la disapplicazione degli esiti del referendum sulla responsabilità dei magistrati e la non separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante con corrispettiva superlobby degli avvocati.

Edward Luttwak, noto politologo statunitense e profondo conoscitore dell’Italia, spiegava su Panorama che sarebbero tre i principali fattori penalizzanti per gli investitori nazionali e stranieri:

  1. inefficienza di un sistema caratterizzato dalla lentezza, che è incompatibile con la certezza del diritto. Il tempo, che per l’investitore è una variabile fondamentale, per loro è del tutto ininfluente;
  2. arbitrarietà dei magistrati, che sono in grado di arrestare le persone senza le prove che il principio dell’habeas corpus richiede in un paese democratico. Negli Stati Uniti il caso di Amanda Knox è percepito come un orrendo abuso e non sono rari i processi per «prosecutorial abuse»;
  3. imperialismo giurisprudenziale che a colpi di sentenze criminalizzano attività economiche e incidenti che altrove sono soggetti alla giustizia civile con risarcimenti milionari alle vittime fino alla bancarotta dell’impresa, ma nessuna condanna penale.

Dunque, che il Popolo delle Libertà sollevi la questione ‘giustizia’ e che il Partito Democratico si accodi ha il suo fondamento, ma ha anche ragione fondata il disagio manifestato da tanti che un tale macroscopico problema della nostra Nazione affiori in Parlamento solo quando si tratta di salvare il politico di turno, nella fattispecie Silvio Berlusconi.

Ma la questione dell’eleggibilità di Silvio Berlusconi e, più precisamente, della suo accesso alla leadership politica è qualcosa che doveva essere fuori discussione da molto, molto tempo.

I fatti che ne avrebbero dovuto precludere qualunque ruolo di governo risalgono tutti ad oltre 20 anni fa: l’iscrizione alla Loggia P2 ed il Lodo Mondadori. Il fatto che non avesse abbandonato le sue attività di tycoon dei media – incluse quelle erotiche e quelle offshore Mediaset – e quanto emerso su Marcello Dell’Utri dovevano bloccare ogni velleità.

Non è accaduto perchè non si è voluto sanare il conflitto di interessi – padre del Berlusconismo e madre del Consociativismo – e perchè Tangentopoli preferì condannare Craxi mandando in prescrizione tutto il resto, inclusa tanta compiacente ed inamovibile pubblica amministrazione.

Allora ha ragione Beppe Grillo a chiedere riforma elettorale e scioglimento delle Camere?
Dipende …

Infatti, che sia necessario andare al voto con regole diverse è un fatto ineludibile da anni, più volte rimarcato dal Presidente della Repubblica. I tempi sono, viceversa, da capire.

Infatti, tra 20 giorni il Popolo delle Libertà potrebbe ‘affrancarsi’ dal centralismo berlusconiano, tra una settantina avremo l’esito delle elezioni tedesche. Poco prima o poco dopo arriverà il congresso del Partito Democratico che – lo si spera tutti – dovrà dolorosamente dirimere l’incompatibilità di ‘correnti’ popolari, sindacalizzate, post socialiste, lobbiste, post comuniste, ecoverdi e quant’altro ancora, tutte accomunate da un Porcellum che finirà.
Ed, intanto, anche il Movimento Cinque Stelle – che ha l’esigenza di avvicendare un gruppo di eletti che non sembra essere all’altezza della situazione – ha bisogno di tempo per far emergere e/o aggregare ‘cervelli’ se vuole darsi una struttura atta a partecipare al governo del Paese.

A questo aggiungiamo che, in autunno, tutto si potrà permettere l’Italia fuorchè uno stallo in nome del conflitto di interessi e delle prescrizioni (come per il trascorso Ventennio) o, a contraltare, un caos parlamentare con un governicchio nè tecnico nè di programma.
Non solo per il caos sociale di cui parla Grillo o la bancarotta nazionale, prospettata da Mediobanca in un report recente. Anche perchè in ogni sistema organizzato, se i generali vengono meno, almeno un tentativo di subentro i colonnelli lo fanno.

All’Italia non servono caos e conflitto.

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La 25esima ora di Silvio Berlusconi

9 Lug

Il processo Mediaset, che vede Silvio Berlusconi condannato a quattro anni di reclusione per frode fiscale e a cinque di interdizione dai pubblici uffici, sarà sentenziato dalla Corte di Cassazione entro la fine di luglio, evitando ogni rischio di prescrizione, anche di una sola parte delle accuse.

Se la sentenza sarà favorevole al leader di Forza Italia, si ritornerà in Appello, ma la sentenza sarà definitiva e la ricaduta politica enorme.  Questi i motivi di una tale tempestività nell’emettere una sentenza da parte della Corte suprema, che ha il dovere di non sottoporre il Paese ad una ulteriore ‘sospensione’, ovvero ad un ennesimo rinvio.

Di cosa tratta la sentenza di condanna è presto detto: una compravendita di diritti televisivi da parte di Mediaset tramite altre società offshore, sempre riconducibili al gruppo di Berlusconi, per evadere il fisco e accumulare fondi neri all’estero, grazie alla lievitazione dei prezzi ad ogni passaggio, al punto che, alla fine Mediaset avrebbe acquisito i diritti pagandoli più del reale valore. Anche gli azionisti di Mediaset ne sono stati pesantemente danneggiati, vista la dimensione dell’operazione, i cui fondi neri accumulati consisterebbero in almeno 280 milioni di euro.

Un’operazione mostruosa, per il Fisco e per la Democrazia, specialmente se “di casi come questo se ne vedono abitualmente molti altri e la Suprema Corte si limita a rideterminare la pena nel caso in cui, prima del verdetto definitivo, sia intervenuta la prescrizione per una parte dei reati”, come conferma proprio l’avvocato Franco Coppi, difensore di Berlusconi, precisando che non resta che sperare di “ottenere l’annullamento con rinvio della sentenza di condanna inflitta a Silvio Berlusconi”..

Tre settimane in cui, altrove, sarebbe stato ritirato il passaporto al condannato, onde evitare il rischio di fuga, visto cosa l’attenderebbe se dovesse trovarsi sul territorio italiano a sentenza confermata.
Un po’ come in quella storia di profondo travaglio psicologico in cui Ed Norton impersona un condannato che deve presentarsi al carcere per scontare la propria pena.

Ma non succederà, che nessuno si preoccupi. Da noi, in Italia, si dice: ponti d’oro a nemico in fuga.

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Grasso – Travaglio: la sfida continua

26 Mar

«L’accusa di poter essere colluso con il potere, di cercare il contatto, di fare l’inciucio è la cosa che mi ha fatto più male», questa la risposta del magistrato Pietro Grasso, oggi presidente del Senato, a Marco Travaglio, che l’aveva collegato, durante la trasmissione Servizio Pubblico, alle  tre leggi votate dalla maggioranza di centrodestra che hanno fermato la candidatura a procuratore nazionale Antimafia di Gian Carlo Caselli.

Pietro Grasso ha anche paragonato le parole usate dal vicedirettore del Fatto alle minaccia ricevute dalla moglie negli anni ’80 contro il figlio in occasione del maxiprocesso contro la mafia.
In tutta onestà, però, è difficile pensare che Marco Travaglio sia al soldo della Mafia. Un confronto sproporzionato – e retorico – quello tra un organo di stampa e la criminalità organizzata., che per altro mal si addice a chi è presidente del Senato e garante della Costituzione.

«L’accusa peggiore è quella di poter essere colluso con il potere. Io inciuci con il potere? E’ stata terribile l’accusa di aver ottenuto delle leggi a mio favore – sottolinea Grasso – Questa è l’accusa che mi brucia di più. Io non ho ottenuto niente. Ottenere significa richiedere. Io non ho mai chiesto niente a nessuno e per questo nessuno ha mai potuto chiedere niente a me».

Dunque, l’inciucio anti Castelli ci fu, semplicemente non avvenne su ‘richiesta’ di Pietro Grasso? Vogliamo parlarne?

Quanto all’accusa di poter essere colluso con il potere, perchè un trentenne od un quindicenne non dovrebbero dubitare di qualunque ultrasessantenne che, oggi in Italia, si trovi in posizioni apicali nella pubblica amministrazione?
Con il verminaio che i dati nazionali espongono indecorosamente è alquanto improbabile che una persona competente, onesta e determinata sia potuta arrivare ai vertici di qualcosa nel nostro Paese e, soprattutto, restarci, almeno a voler parlare di settore pubblico.
Un mero calcolo delle probabilità.

Cosa pensare di tutta un’epoca – sempre ammantata di grandi ideali – se oggi Marcello Dell’Utri è condannato di nuovo, se la trattativa Stato-Mafia ci fu, se i reati di Andreotti esistono ma furono prescritti? Cosa chiedersi dell’antimafia, se i Casalesi hanno creato – praticamente alla luce del sole – un impero criminale esteso fino alle porte della Capitale e la Ndrangheta ha occupato capillarmente Milano?

E’ di queste ore la notizia che due pentiti, Domenico Bidognetti e Francesco Cantone – durante il processo in corso al tribunale di Santa Maria Capua Vetere che vede imputato Nicola Cosentino per concorso esterno in associazione camorristica – coinvolgono l’ex governatore della Campania Antonio Bassolino, riguardo il  tentativo di dissociazione portato avanti da alcun clan campani all’inizio degli anni ’90, dopo il pentimento del boss Alfieri:  “l’idea partì dai Moccia di Afragola dovevamo consegnare le armi e abbandonare il clan, anche il vescovo di Acerra don Riboldi era coinvolto; in cambio non avremmo avuto l’ergastolo”.

Chi erano i consulenti della Commissione Antimafia mentre avveniva tutto questo e mentre Falcone, Borsellino e le loro scorte morivano in difesa del Meridione? E chi era ai vertici della Direzione Antimafia quando Casalesi e Ndrine si spartivano la ricchezza d’Italia: Napoli e Milano?

Uno di loro era Pietro Grasso. Impensabile che fossero collusi, ma qualcosa è andato ‘storto’.
Sempre in questi giorni, la Corte d’Assise di Caltanissetta – nel nuovo processo per la strage di via D’Amelio – ha annunciato che sentirà il Capo dello Stato attuale ed allora presidente della Camera, Giorgio Napolitano, su quanto a sua eventuale conoscenza sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, sulla sostituzione ala guida del ministero dell’Interno, nel 1992, di Vincenzo Scotti con Nicola Mancino e sulle difficoltà che incontrò in Parlamento, nel 1992, la conversione del decreto legge sul carcere duro.
Verranno ascoltati anche l’ex capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, l’ex presidente della Camera, Luciano Violante, gli ex ministri dell’Interno e della Giustizia, Nicola Mancino e Giovanni Conso, e l’ex presidente del Consiglio, Giuliano Amato.
Ed il fratello di Paolo Borsellino, stavolta, si è costituito parte civile. E’ il suo legale, Fabio Repici, che ha chiamato Giorgio Napolitano come teste al processo.
Un processo denominato Borsellino-quater. Quater … quarto tentativo.

«Non si possono estrapolare fatti singoli per sporcare la credibilità di una persona», diceva Pietro Grasso ieri sera alla trasmissione Piazza Pulita ed in questo ha pienamente ragione.
Come anche il presidente del Senato ha ricordato che «ci sono stati molti processi spettacolari che hanno portato ad assoluzioni», cosa vera e sacrosanta, ad esempio come nel caso del primo processo a John Gotti a New York, immortalato da Sidney Lumet in ‘Non provare ad incastrarmi’.

Pietro Grasso, oggi, è molto di più di un ‘semplice’ supermagistrato. Oggi, presiede il Senato: è un padre della Patria. Si è presentato da ‘galantuomo’ in Senato e nell’insediarsi ha parlato di ‘casa trasparente’: è esattamente quello che ci aspettiamo tutti da lui.

Infatti,  è ormai comprovato che Cosa Nostra ha avuto ampi, profondi e controversi rapporti con i vertici politici dell’Italia per decenni.
Un Paese che continua ad andare avanti come se non fossero ormai Storia patria i reati associativi di  Giulio Andreotti, presidente del Consiglio prescritto per i fatti accaduti fino al 1980, di Totò Cuffaro, senatore e governatore regionale condannato a sette anni di carcere, di Marcello Dell’Utri, senatore e fondatore Forza Italia condannato  per i fatti accaduti fino al 1992, di Nicola Cosentino, Sottosegretario di Stato all’Economia e alle Finanze in carcere con processo in corso, per reati avvenuti fino a poco tempo fa.

Dopodomani, Marco Travaglio replicherà a Pietro Grasso durante la trasmissione Servizio Pubblico e vedremo se tra lui e Santoro avranno la voglia di lanciare il guanto ‘oltre’ Pietro Grasso e la sua carriera, arrivando ad una ineludibile questione morale da affontare: cosa ne facciamo, se l’Italia deve cambiare, di un’intera dirigenza apicale che ha ‘conquistato’ quelle poltrone e si è dovuta (o voluta) ‘adattare’ durante 20 anni di cleptocrazia e sbando generalizzati?

Anche perchè, come ben sappiamo tutti, qualunque riforma non avrebbe effetto – o lo avrebbe dilazionato e sfilacciato – se ‘quella’ classe dirigente gestisse il tutto come ha fatto per vent’anni.

Questa sarebbe la domanda ‘giusta’ da inviare a Pietro Grasso come presidente del Senato, visto che, come magistrato e come sessantenne, non è certo stato tra i peggiori, salvo scoop imprevedibili, ma, soprattutto, perchè nell’insediarsi al Senato ha parlato di ‘casa trasparente’.

E Pietro Grasso potrebbe raccogliere il ‘guanto’ di sfida, nella liberalità delle sue opinioni, iniziando ad aprire qualche armadio e lasciarci liberi di scoprire qualcuno dei nostri scheletri: se un magistrato come lui arriva alla presidenza del Senato è praticamente un atto dovuto, in democrazia, come lo è storicizzare l’Antimafia, valutarne gli esiti ed i limiti in questo mezzo secolo circa di esistenza.

Perchè l’Italia – che ha bisogno di stabilità, ma anche di chiari segni di cambiamento – non è mai riuscita ad anticipare, a prevenire, la Mafia, pur avendo, addirittura, una Commissione Parlamentare apposita che avrebbe dovuto dare indirizzo politico per gli interventi legislativi, per la sicurezza, per gli aspetti sociali?

Qual’è il punto di vista del presidente del Senato?

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Dell’Utri, tante domande aperte

26 Mar

Nel 2010, quando la colpevolezza di Marcello Dell’Utri era messa in discussione dall’annullamento di una sentenza, esisteva un’unica domanda possibile “se non era un mafioso per chi lavorava Marcello Dell’Utri e quale è stata la sua effettiva funzione?” Se Dell’Utri aveva contatti con mafiosi senza esserne tale, senza esserne amico e senza che in tali vicende fosse lontanamento coinvolto Silvio Berlusconi, a nome di chi lo faceva? (link).

 Oggi, dopo una prima sentenza in Appello era stata annullata dalla Cassazione, secondo i giudici   Marcello Dell’Utri fu mediatore tra Berlusconi e Cosa Nostra, con una condanna a sette anni di detenzione, come la precedente.

Le questioni poste all’epoca ritornano, dunque, con maggiore evidenza oggi. Se prima ci si poteva chiedere se non era un mafioso, restava, però, da chiedersi per chi lavorava Marcello Dell’Utri e quale è stata la sua effettiva funzione.

Oggi, preso atto della nuova sentenza, resta da chiarire se Marcello Dell’Utri è stato un mediatore, un “ambasciatore”. Un intermediario? Un manager competente e scaltro? L’amico fedele ed ‘affidabile’ di Berlusconi e basta?

E perchè il senatore Dell’Utri avrebbe avuto rapporti con mafiosi solo fino al 1992, interrompendoli con l’entrata in politica di Berlusconi?
Tutto questo ha qualcosa a che vedere con l’estinzione della Cupola corleonese di Riina e Provenzano? O con la fine del predominio del superboss John Gotti a New York, per quanto relativo alla Mafia, consacrato alla storia del cinema dal film ‘Non provare ad incastrarmi’?

Domande che trovano oscuri riscontri, ad esempio, nella ‘vecchia storia’ di Filippo Alberto Rapisarda, partito giovanissimo da Sommatino (Caltanissetta) ed approdato a Milano, dove, negli anni 70,  fondò l’Inim e, poi, assumendo i fratelli Alberto e Marcello Dell’ Utri, la Gestim, società dietro le quali c’erano i soldi dei boss palermitani Bontade e Teresi, secondo i magistrati inquirenti. Un’avventura finanziaria conclusasi con il carcere per Alberto Dell’ Utri e la fuga a Caracas per Rapisarda, mentre Marcello restava a piede libero e tornava da Berlusconi per il quale aveva già lavorato.

Anni in cui, come racconta Marco Travaglio, vi sarebbero state relazioni con mafiosi del calibro di Ciancimino, potentissimo ex sindaco di Palermo, Cuntrera-Caruana, che controllavano il traffico di cocaina, e Jimmy Fauci, che gestiva il traffico di droga fra Italia, Gran Bretagna e Canada?

Per non parlare di Vittorio Mangano, assunto presso la proprietà di Silvio Berlusconi come “stalliere”, ma arrestato nel 1980 da Giovanni Falcone per traffico internazionale di droga.

Ma chi o quali “padroni” ebbe Marcello Dell’Utri dal 1982 al 1992, quando, nonostante avesse posizioni strategiche in Publitalia’80, veniva colto dai carabinieri in compagnia di noti mafiosi?

Quale è stato il suo ruolo nella Storia recente italiana?

La Procura Generale, nella requisioria che ha preceduto la sentenza, ha precisato che «Marcello Dell’Utri, permettendo a Cosa nostra di ‘”agganciare” Silvio Berlusconi, ha consentito alla mafia di rafforzarsi economicamente, di ampliare i suoi interessi, il suo raggio d’azione, di tentare di condizionare scelte politiche governative in relazione al successivo ruolo politico assunto da Berlusconi.

Questa condotta è stata perpetrata dall’imputato coscientemente, conoscendo e condividendo il metodo mafioso dell’organizzazione, perseguendo il fine personale del rafforzamento della sua posizione all’interno delle varie aziende e iniziative di Silvio Berlusconi». L’imputato e mediò la rinnovata richiesta estorsiva di Salvatore Riina, che facendo pressioni e violenze sull’imprenditore milanese, intendeva “agganciare” l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi».

Un Silvio Berlusconi, vittima di Marcello Dell’Utri, secondo i giudici.

Non a caso, anni fa, uno dei quesiti riguardava per chi lavorasse Marcello Dell’Utri e quale è stata la sua effettiva funzione. Una questione non solo giudiziaria, ma soprattutto storica e sociologica, ormai.

E’ stato un mediatore, un “ambasciatore”, un intermediario? Un manager competente e scaltro? L’amico infedele ed ‘affidabile’ di Berlusconi? Ha avuto un proprio potere od è sempre stato uno strumento di altri? Quale è stato l’appeal che ha indotto un uomo di primo piano come Silvio Berlusconi a farlo il confidente di una vita ed il fiduciario di un impero?

Intanto, la Corte d’Assise di Caltanissetta – nel nuovo processo per la strage di via D’Amelio – sentirà il Capo dello Stato attuale ed allora presidente della Camera, Giorgio Napolitano, su quanto a sua eventuale conoscenza sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, sulla sostituzione ala guida del ministero dell’Interno, nel 1992, di Vincenzo Scotti con Nicola Mancino e sulle difficoltà che incontrò in Parlamento, nel 1992, la conversione del decreto legge sul carcere duro.
Verranno ascoltati anche l’ex capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, l’ex presidente della Camera, Luciano Violante, gli ex ministri dell’Interno e della Giustizia, Nicola Mancino e Giovanni Conso, e l’ex presidente del Consiglio, Giuliano Amato.

Senza dimenticare la sentenza per rapporti mafiosi fino al 1980, comminata a Giulio Andreotti, reati andati in prescrizione, non resta che chiedersi quanto ‘controllo’ sull’Italia aveva Cosa Nostra nel 1992 e quanta corruttela ne era interelata?
E, soprattutto, dove sono andati a finire una così vasta rete di ‘disponibilità’ ed un così ampio ‘fatturato’?

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La strage di Bologna fu fascista?

2 Ago

Il 2 agosto 1980 alle 10:25, nella sala d’aspetto di 2ª classe della stazione di Bologna, esplose un ordigno, contenuto in una valigia abbandonata,  causando il crollo dell’ala ovest dell’edificio, soprattutto a causa della presenza del treno Ancona-Chiasso sul primo binario, che aumentò notevolmente l’onda d’urto ed i danni conseguenti.  L’esplosione causò la morte di 85 persone ed il ferimento di oltre 200.

L’Unità – già nella edizione del 03 agosto – attribuì la responsabilità dell’attentato all’area fascista e le indagini si mossero fin dall’inizio in un’unica direzione. Già il 26 agosto 1980 la Procura della Repubblica di Bologna emise ventotto ordini di cattura nei confronti di militanti di estrema destra dei Nuclei Armati Rivoluzionari, che saranno tutti scarcerati nel 1981.

I depistaggi, sia per avvalorare la matrice fascista sia per delegittimarla, furono talmente numerosi che Francesco Cossiga, undici anni dopo, nel 1991, affermò di essersi sbagliato a definire “fascista” la strage alla stazione di Bologna e di essere stato male informato dai servizi segreti.

Ed anche riguardo l’esplosivo contenuto nella valigia non fu mai fatta chiarezza. Infatti, secondo le perizie «la carica, [era] composta da 20-25 kg di esplosivo gelatinato di tipo commerciale:  (costituenti principali: nitroglicerina, nitroglicol, nitrato ammonico, solfato di bario, tritolo e T4 e, verosimilmente, nitrato sodico)», «l’ordigno impiegato per la strage di Bologna non era costituito da esplosivo di tipo Pentrite».

La questione dell’esplosivo è importante per diversi motivi:

  1. la presenza di gelatinato può giustificare l’ipotesi di esplosione spontanea, essendo questo esplosivo sensibile al calore, ad esempio quello di ‘un mozzicone di sigaretta’, come hanno ipotizzato Licio Gelli e Francesco Cossiga e come dovrebbe far dubitare il mancato rinvenimento di inneschi, timer o detonatori;
  2. la presenza di T4  in tracce, “in accordo con le formulazioni degli esplosivi da cava gelatinati”  e non di provenienza NATO, ovvero militare e fascista, come sostenevano le teorie cospirazioniste dell’epoca;
  3. l’assenza di Pentrite che esclude di per se la presenza di esplosivi prodotti nei paesi del blocco sovietico, come il Semtex.

Come ipotesi, dunque, andiamo dall’esplosione accidentale di un carico di esplosivo, alla pista fascista interna con finalità destabilizzanti fino all’attentato intimidatorio di qualche potentato mondiale.

La magistratura ha optato per la pista fascista interna, condannando Francesca Mambro, Giuseppe Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini in base alle dichiarazioni rese da Massimo Sparti, nonostante tempi e luoghi fossero stati sconfessati dall’ex moglie, dalla colf e dal figlio, che ancora oggi ne dichiara la falsità.
Utile sapere che, come riportato addirittura in sentenza, che il testimone chiave del processo, “Massimo Sparti, pochi mesi dopo aver reso le dichiarazioni sulla strage, fu ricoverato al Centro Clinico Penitenziario di Pisa, perché lamentava i sintomi di una patologia letale. Il Direttore del centro, dr. Ceraudo, non diagnosticò il morbo: pochi giorni dopo il medico fu licenziato con ignominiosi pretesti. Il sanitario che lo sostituì accertò immediatamente la malattia e così il detenuto fu subito scarcerato. In realtà Sparti sembrava moribondo, invece è ancora vivo e vegeto”.

Lasciando da parte la pista fascista, fattasi sentenza e così cara all’Associazione dei parenti delle vittime, prendiamo atto, come sta iniziando a fare la magistratura, che i dossier internazionali registrano la presenza a Bologna, il 2 agosto 1980, di Thomas Kram e Christa Margot Frohlich, terroristi tedeschi di estrema sinistra che avevano aderito al gruppo ‘Separat’, creato dal libero imprenditore del terrore, Ilich Ramirez Sanchez.
Il compagno Carlos, questo il suo ‘nome di battaglia’, fa sapere, però, dal carcere francese dove è recluso, che la strage di Bologna sarebbe stata un avvertimento allo Stato Italiano da parte degli Stati Uniti e di Israele, a causa della ‘disponibilità’ che i governi italiani (a partire da Aldo Moro, con il lodo che prende il suo nome) avevano fino ad allora garantito ai palestinesi. Una ipotesi che anche il consulente dei servizi segreti Francesco Pazienza – uno dei depistatori, secondo i magistrati – aveva avanzato anni prima.

Ad esser precisi, secondo Carlos, “yankee, sionisti e strutture della Gladio” fecero brillare un ordigno al fine di distruggere un carico trasportato da palestinesi per causare un massacro e far ricadere su questi ultimi la responsabilità dell’attentato. Il superterrorista ha anche precisato che era a conoscenza che “un compagno tedesco, Thomas Kram, era uscito dalla stazione pochi istanti prima dell’esplosione” e che il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Fplp) effettuava ‘trasporto logistico attraverso l’Italia’.

Purtroppo, l’ipotesi dell’esplosione – accidentale o provocata – di un carico di esplosivo, chissà dove destinato e (momentanemente) abbandonato dal corriere o non prelevato dal destinatario, non è mai stata vagliata a sufficienza: la strage era fascista … 

D’altra parte, tra gli accordi NATO ed il Lodo Moro, mentre il vecchio PCI bolognese cavalcava la pista fascista, non era proprio possibile indagare, all’epoca, in questa direzione.
Chissà se tra 10 o 50 anni almeno i libri di storia potranno recitare una verità verosimile.

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Dell’Utri, una storia italiana

9 Mar

Un paio di anni fa, quando questo blog era ancora pubblicato tramite “TypePad – La Stampa”, il post dedicato alla misteriosa carriera di Marcello Dell’Utri raccolse circa 15.000 passaggi in due giorni.

La domanda era: “se non era un mafioso – e non sembra che lo fosse – per chi lavorava Marcello Dell’Utri e quale è stata la sua effettiva funzione?”

Le questioni poste all’epoca ritornano, dunque, con maggiore evidenza oggi, dopo la richiesta del Procuratore Generale di annullare la condanna poichè “nel caso del senatore del Pdl  non è stato rispettato nemmeno il principio del ragionevole dubbio. Nuovo processo o la vicenda alle sezioni unite penali“.

Ecco il post di due anni fa, con qualche integrazione o modifica, visto l’evolversi dei fatti.

Innanzitutto, precisiamo che secondo ben due sentenze, annullate od in corso di annullamento, come sembra, in Cassazione, Marcello Dell’Utri era stato accusato di concorso esterno ad organizzazioni ed attività mafiose.

Trattandosi di uno dei più stretti consiglieri “politici” di Silvio Berlusconi, la notizia avrebbe dovuto fare scalpore fin dalla sua entrata in politica, ma questo non accadde.

Inoltre, ammessa la veridicità di testimoni e prove, è a dir poco strano che il senatore Dell’Utri abbia avuto rapporti con mafiosi solo fino al 1992, interrompendoli con l’entrata in politica di Berlusconi. Un “dettaglio” che balza all’occhio, se si considera che, nel mondo e non solo in Italia, molte relazioni d’affari siano cambiate a partire dal 1990, dopo la caduta del Muro di Berlino, per quanto riguarda la Politica, e l’arresto del superboss John Gotti a New York, per quanto relativo alla Mafia.

Altrove, c’erano già le opposizioni ed i media sugli spalti, mentre il Governo Berlusconi sarebbe stato costretto alle dimissioni.  Altrove …, da noi siamo “garantisti”, ma abbiamo leggi draconiane per immigrati irregolari, ragazzini con spinello e licenziamento die lavoratori.

Eppure, almeno una domanda ci sarebbe e potrebbero porla tutti: se Dell’Utri aveva contatti con mafiosi senza esserne tale e senza esserne amico, a nome di chi lo faceva?

Di Rapisarda, con cui ha collaborato dal 1978 al 1981, anni in cui avrebbe avuto, come racconta Marco Travaglio, relazioni con mafiosi del calibro di Ciancimino, potentissimo ex sindaco di Palermo, Cuntrera-Caruana, che controllavano il traffico di cocaina, e Jimmy Fauci, che gestiva il traffico di droga fra Italia, Gran Bretagna e Canada?
Oppure agì per conto di Silvio Berlusconi fin dal 1963, quando lo chiamò Milano e ne fece il proprio segretario, oppure, ancora, fu infiltrato dalla mafia a partire dal 1974,  epoca in cui fu assunto lo “stalliere” Vittorio Mangano, arrestato nel 1980 da Giovanni Falcone per traffico internazionale di droga?

O nulla di tutto questo ed, allora, cos’altro?

Ipotesi, non certezze, a fronte di tante contiguità temporali e relazionali che  – in politica e non in tribunale – andrebbero ampiamente chiarite e giustificate.

Chi o quali “padroni” ebbe Marcello Dell’Utri dal 1982 al 1992, quando, nonostante avesse posizioni strategiche in Publitalia’80, veniva colto dai carabinieri in compagnia di noti mafiosi?

Se non era un mafioso – e non sembra che lo fosse – per chi lavorava Marcello Dell’Utri e quale è stata la sua effettiva funzione? Incredibilmente, pur essendo la questione non solo giudiziaria, ma
soprattutto storica e sociologica, queste domande sono assenti nei media come nei salotti.

E’ stato un mediatore, un “ambasciatore”, un intermediario? Un manager competente e scaltro? L’amico fedele ed affidabile di Berlusconi e basta?

Ha avuto un proprio potere od è sempre stato uno strumento di altri? Quale è stato l’appeal che ha indotto un uomo di primo piano come Silvio Berlusconi a farlo il confidente di una vita ed il fiduciario di un impero?

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Decreto “svuota carceri”: un altro flop

5 Gen

Non sono trascorsi neanche 100 giorni dall’insediamento di Mario Monti e già si iniziano ad osservare i primi “non sense all’amatriciana”.

Dopo quello dell’urgenza di fare cassa portando l’età pensionabile a 42 anni di contributi, una misura i cui effetti si vedranno dopodomani o chissà quando, e dopo quell’altro dell’acquisto di ben 130 cacciabombardieri F35, in tempo di tagli e miserie per alcuni ma non per tutti, arriva l’indulto, ovvero il decreto ‘svuota carceri’.

E cosa scopriamo?

Che le celle di sicurezza sono poche, promiscue e senza servizi igienici, oltre al fatto che i braccialetti elettronici sono altrettanto pochi e che, soprattutto, non hanno il GPS …

E’ il vice capo della Polizia, il prefetto Francesco Cirillo, a denunciare (fonte ADN-Kronos) che le camere di sicurezza, oggi disponibili in Italia, sono in tutto 1057 e dovrebbero ospitare, per circa 48 ore dal fermo, le oltre 25.000 persone arrestate annualmente per reati non gravi e in attesa di processo per direttissima.
“Non hanno il bagno, non consentono l’ora d’aria né la separazione tra uomini e donne e dunque non garantiscono ‘condizioni indispensabili per rispettare la dignità delle persone’.”

Quanto ai braccialetti elettronici per il controllo a distanza dei detenuti, quelli disponibili sono solo 2.000 e non sono numericamente sufficienti, neanche adesso, per i detenuti agli arresti domiciliari. “Sono inoltre strumenti tecnicamente non idonei, perché non dotati di sistema Gps e dunque non consentono la localizzazione. Quanto ai costi, calcolati in circa 500 euro ciascuno, avremmo speso di più se fossimo andati da Burgari”, commenta con una battuta il vice capo della polizia. (fonte ADN-Kronos)

Morale della favola?

Il decreto “svuota carceri” appare sempre di più come un frettoloso e scandaloso indulto, questo blog lo prefigurava in tempi non sospetti, ma, soprattutto, il governo Monti non sembra riuscire a far meglio di Tremonti, se parliamo di affidabilità dei conti …

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