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Legge elettorale, proposte al vento

3 Gen

Sulla legge elettorale, allo stato attuale dei consensi espressi, una sola cosa è certa: nessuna coalizione può credibilmente sperare di ottenere una maggioranza atta a governare.
Infatti, lo stato del consenso vede ancora un ampio terzo degli italiani propenso all’astensione, mentre un quinto degli elettori vota ‘a Sinistra’ e un altro quinto è ‘grillino’, il resto va ‘a Destra’ con buona pace di moderati e autonomie.

Inoltre, anche Matteo Renzi chiede “la necessaria trasformazione del Senato in Camera delle autonomie, e quindi la cancellazione di incarichi elettivi e retribuiti in Senato”.
Il che significa che ci troveremo ad eleggere 3-400 eletti alla Camera e di indicare una premiership: un onorevole ogni 100.000 elettori e un leader nazionale. Stop.

Non che altrove vada particolarmente meglio – vedi Germania e Francia dove il bipolarismo è una chimera – ma l’incapacità a coalizzarsi in base ad un programma ‘tecnico’ è una peculiarità tutta italiana.
Inoltre, altrove la legge elettorale prevede alcuni ‘obblighi’ che vanno da quello di preannuciare i propri ministri a quello di garantire un ‘ballottaggio’ con una effettiva ‘par conditio’ all’esistenza di un ‘federalismo’ effettivo – come in USA o Germania – o, comunque, di una Camera Alta (ndr. Senato) autonoma dai partiti.

Certo, è impensabile che un segretario di partito ‘detti l’agenda’ al governo, come segretario del partito di maggioranza e come futuro candidato premier, in un Paese che ha adottato il Fiscal Compact e che da vent’anni tenta di dotarsi di governi e relative premiership ‘indipendenti’ dalle segreterie di partito.

Ma la vera questione non è in quello di cui si parla (ndr. sistema spagnolo, super-sindaco eccetera), ma la drastica riduzione di rappresentanza politica (e di poltrone) che viene a determinarsi con un Senato ‘non elettivo’ e che costituisce la vera empasse sia in termini di ‘mantenimento della Casta’ sia di principi democratici.

Infatti, non è un’esaltante idea di democrazia quella di ritrovarsi con un parlamentare ogni 100.000 elettori, con un Senato federale espressione dei noti campanilismi clientelari, se non feudo degli arcinoti capibastone di partito, come del resto sembrano essere Regioni ed Enti Locali.

E se per noi ‘comuni mortali’ l’idea non è esaltante, figuriamoci quanto possa esserlo per la “provincia italiana” che oggi è largamente sovrarappresentata in Parlamento e che, domani, potrebbe ritrovarsi con una cinquantina di poltrone da contendersi. O le grandi aree metropolitane che non offrirebbero più spazio per i giochi partitici ‘romani’, visto che l’interesse (ed il peso) locale diventerebbero prioritari con un Senato federale.

In questa prospettiva, quella di un parlmento dove gli eletti direttamente dal popolo sono circa cinquecento, l’outing di Matteo Renzi lascia davvero perplessi:

  1. il modello ispanico con mini-liste in collegi molto piccoli è impraticabile, se si vuole una Camera dei Deputati di 400 onorevoli o, comunque, se volessimo non aumentare i 600 attuali (1:65.000);
  2. il Mattarellum con l’introduzione di un premio di maggioranza non risolve la situazione oggettiva di un Paese ‘non bipolare’, come non smebra esserlo la Germania, a dire il vero;
  3. il doppio turno di coalizione, sulla base della legge con cui si eleggono i sindaci, prevede un premio di maggioranza eccessivo che, come dimostratosi in un ventennio, garantisce de facto la legislatura, ma non la buona amministrazione e/o il consenso effettivo.

Intanto, il Rapporto annuale Demos sugli atteggiamenti degli italiani nei confronti delle istituzioni e della politica, ci racconta che la ‘fiducia verso le istituzioni politiche’ degli italiani è al 24% (41% nel 2005), mentre il 48% pensa che la democrazia possa funzionare anche senza partiti ed il 30% è convinto che nel 2014 la corruzione politica aumenterà, mentre quasi un italiano su cinque pensa che sia da “ridurre il peso dello Stato” nei servizi sociosanitari e nell’istruzione e … mentre con il “2 x mille” i partiti si raddoppiano la ‘cassa’  e mentre la spesa della Pubblica Amministrazione solo quest’anno è cresciuta di quasi sessanta miliardi di euro.

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Arriva il presidenzialismo

3 Giu

Si inizia a parlare di qualche riforma concreta, quella che porterebbe al presidenzialismo, è già nel Pd si vanno formando due schieramenti. Tra  i favorevoli (con ballottaggio alla francese) ci sarebbero Walter Veltroni, Matteo Renzi, Romano Prodi e Gugliemo Epifani; tra i contrari all’elezione diretta del capo dello Stato troviamo Rosy Bindi e l’ala sinistra del partito, con l’ex segretario CGIL Sergio Cofferati e l’ex ministro Fabrizio Barca in testa.

Intanto, il premier Gianni Letta ha annunciato che “l’ultima elezione del Presidente della Repubblica mostra la fatica della nostra democrazia. La mia opinione è che non potremmo più eleggere il presidente della Repubblica con quella modalità”.
L’ha seguito a ruota, Angelino Alfano, vicepremier, ricordando che “nel Pdl siamo assolutamente d’accordo sull’elezione diretta del presidente della Repubblica. E adesso anche dal Pd arrivano dei significativi spiragli. Se riuscissimo a farla sarebbe una grande prova di democrazia come succede in altri paesi, come Francia e Stati Uniti, dove i cittadini scelgono direttamente il Capo dello Stato”.

Beppe Grillo arringa il popolo con “il Paese è al collasso e il governo si balocca col presidenzialismo”, come se gli 87 anni suonati di Giorgio Napolitano non pretendessero l’urgenza di darsi una norma ‘innovativa’ per eleggere il Capo dello Stato e per sancire i suoi poteri in un nuovo quadro istituzionale.

Certo, SEL e M5S hanno le loro ragioni,perchè il nostro è tutto un sistema che non funziona e la nostra Costituzione è imperfetta come qualunque cosa umana e richiede emendamenti fin dagli Anni Settanta, quando – trenta anni dopo la nascita della repubblica – si dovette iniziare a prendere atto che non si erano promulgate le previste leggi sui sindacati, sulle regioni, sui comuni, sulla spesa pubblica, sul decentramento e l’autonomia.
Parliamo degli anni del CAF (Craxi, Andreotti, Forlani), dei bilanci sanitari regionali puntualmente bloccati dalle Corti Regionali dei Conti, di una nazione che usciva da un decennio (1969-1978) in cui le ore di lavoro perse per scioperi furono in media 143 milioni l’anno, dell’Italia statalista e totalmente dipendente da un decreto ministeriale.

Un’Italia con un sistema di bilancio e di controllo di gestione non pronto all’ingresso nel sistema monetario europeo, come dimostratosi prima con lo SME  e poi con l’Euro, che, con l’unificazione dei mercati e la globalizzazione, paga a caro prezzo la durata e l’imprevedibilità del nostro sistema giudiziario, dei processi e le procedure relative, la poca trasparenza amministrativa, bancaria e fiscale, un sistema previdenziale ed assicurativo arcaico, un welfare indifeso dalla voracità di chi investe nella charity, ma ‘senza fini di lucro’, una politica di istruzione e formazione costretta tra un dettame costituzionale statalista ed una Convenzione ONU ed una società libera che vanno da tutt’altra parte.

Questo ed altro ancora, sono tante le cose di cui l’Italia ha urgenza ormai trentennale.

Se nulla si è potuto fare in questa Seconda Repubblica, la causa è certamente nella struttura economica dello Stato italiano delle origini e dai debiti enormi che contrassero i Savoia, ma è anche in un sistema elettorale che conferisce ai due maggiori partiti un potere assoluto ma da l’un l’altro annullato ed è anche in una funzione presidenziale, che era concepita come ‘notarile’ rispetto ad un Parlamento pensato come sovrano ed, in realtà, prima suddito delle ideologie e, dopo, dei partiti e delle lobbies.

Se una legge elettorale deve tenere conto che abbiamo fin troppo tutelato i piccoli partiti al punto che anche quelli maggiori appaiono come un arcipelago di entità, spesso di esclusiva base micro territoriale, è anche vero che per una questione di pesi e contrappesi – al cui dibattito l’M5S farebbe bene a partecipare nell’interesse di tutti – non è possibile che si trovi un accordo in quattro e quattr’otto.
Infatti, se le soluzioni sono note (sbarramento, ballottaggio, senato federale) il doverle applicare tutte e tre insieme provoca un livello di complessità (una matassa) non sbrogliabile in breve tempo: abbiamo già visto che danni ha provocato un Porcellum ed un Mattarellum frettolosi, in nome di un bipolarismo dottrinale che in Europa non c’è.

Piuttosto, è possibile, se non davvero urgente, che si affronti il nodo dei poteri del Capo dello Stato, di come viene eletto, di cosa competa di riflesso al Consiglio Superiore della Magistratura, alla Corte Costituzionale e alla Corte dei Conti.
Anche in questo caso, ma senza le complessità del sistema elettorale, è abbastanza evidente quali siano le soluzioni: elezione diretta del Capo dello Stato, funzione disciplinare del CSM, autonomia della Corte Costituzionale, potere di vero da parte della Corte dei Conti.

Così funziona nel mondo intero,dove non c’è ‘la Costituzione migliore del mondo’ e dove si tratta di presidenzialismo oppure di monarchia costituzionale, raramente troviamo il premierato e solo quando lo Stato è nato dalla fusione di staterelli pre-esistenti, cone in Germania, India e Gran Bretagna.

D’altra parte, il dualismo dei poteri parlamento/ presidente è indispensabile per evitare stalli ventennali come la Seconda Repubblica in cui siamo impastoiati, come una maggiore indipendenza della magistratura dal potere politico è indispensabile se, in futuro, non vorremo scoprire di nuovo che abbiamo votato per un decennio con una legge incostituzionale.

Perchè la sinistra del Partito Democratico borbotti, come son scontenti M5S e CGIL, è abbastanza chiaro: qualunque forma di presidenzialismo pone fine (o quanto meno argine) al giacobinismo di chi, con un mero 20% di consensi o anche meno, pretende di condizionare le scelte generali.

Facciamo presto.

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Sistema elettorale, un enigma che non esiste

10 Ott

Un sistema elettorale deve sostanzialmente garantire alcune cose, come la rappresentatività democratica, la tutela degli interessi generali su quelli particolari, l’espressione di una tradizione o ‘indole’ nazionale, la stabilità e la funzionalità del sistema-nazione, ovvero la costituzione di un equilibrio tra maggioranza ed opposizione/i.

Non esiste, dunque, un sistema preconfezionato che garantisca tutto questo. Il sistema bipolare garantisce solo che una forte maggioranza non domini ‘in eterno’ su delle opposizioni sfilacciate. Un Bipolarismo sconfessato dalla Grosse Koalition di Angela Merkel, dall’eterno tripolarismo francese, dall’essere monarchie costituzionali di gran parte dell’Europa che conta.

Tra l’altro, la sudditanza del PdL alla Lega di Bossi o quella del PD verso i partiti di ‘lotta e di governo’ dimostrano anch’esse che il Bipolarismo è una formula quasi astratta e non una soluzione concreta.

Il sistema che appare più ‘efficiente’ è quello del doppio turno, che, però, richiede una campagna elettorale responsabile e costruttiva, per evitare che, rincorrendo gli estremi, accada che gli elettori ‘centristi’ non si sentano coinvolti e rappresentati, ma anche e soprattutto, fondata su un programma finanziario e di riforme chiaro e vincolante, onde evitare che le differenze tra i due fronti siano meramente demagogiche e appiattite su una paralizzante ‘moderazione’.

Ovviamente, un Partito Democratico che oscilla tra ‘l’estremista Vendola’ ed ‘il centrista Renzi’ – senza dirci come intenderà far fronte ad altri 3 anni di crisi profondissima – non promette nulla di buono da questo punto di vista e da qui hanno origine le perplessità diffuse su un sistema con doppio turno elettorale.

Andando a numeri e formule varie  – oltre ad una drastica riduzione del numero dei parlamentari – il buon senso e la logica ci dicono che un Senato necessariamente federale non possa avere anche l’onere legislativo finora prospettato e che, viceversa, debba avere un compito prevalentemente propositivo, specie se trattasi di materie concorrenti Stato-Regioni o di ambito UE. Ciò permetterebbe di comporre un Senato senza elezione diretta, ma senza inficiare la democraticità dello Stato Italiano.

La cosiddetta ‘bozza Violante’ prevedeva esattamente l’incontrario e le proposte correnti non sembrano altro che un Porcellum edulclorato; il numero dei parlamentari resta nell’ordine del migliaio.

Se parliamo del sistema a doppio turno e di Senato federale, l’elezione del Presidente della repubblica è necessariamente diretta: una questione di equilibri e di effettiva sovranità popolare. Ovviamente, il problema è che anche l’Italia si ritrovi con personaggi come Chavez o Putin, ma questo ‘rischio’ deriva dall’equilibrio di poteri tra presidenti e parlamenti,  dalla correttezza dei media e dalla regolarità delle elezioni.

Non resta che chiedersi se quanto detto sia realistico od improbabile. La risposta è ambivalente, resta aperta.

Se si vuole dare futuro e governabilità al Paese, le soluzioni sono più che realistiche: sono le uniche carte che ci restano in mano, ormai in Italia le abbiamo provate davvero tutte, negli ultimi 150 anni.
Qualsiasi cambiamento di rotta è improbabile, se, viceversa, si vuol mantenere lo status quo che la Repubblica ed il Fascismo hanno ereditato dall’Unificazione, dal Trasformismo e dalle grandi speculazioni di fine Ottocento.
In ambedue i casi il rischio di collisione o di autoaffondamento esiste, ma nel primo caso è relativamente basso e su tempi medio-lunghi, mentre nel secondo caso l’inerzia ci ha già portato contro gli scogli, non c’è che da prenderne atto.

Un governo Monti bis – con un’agenda chiara e vincolante, con uno staff ridotto di ministri sia tecnici sia politici – può realizzare l’iter di riforme necessario per andare a votare a settembre venturo, specie se avesse l’asso nella manica di un Monti ter, onde superare il termine del 15 aprile di fine legislatura.
Ed il vantaggio di eleggere un Parlamento, dopo aver eletto Presidente e votato per enti locali ed Europa, è notevole. Dalla possibilità di ‘liberarci’ di qualche potente nostalgico della Seconda Repubblica inviandolo ad arricchire l’improbabile Parlamento UE, al ‘repulisti’ che deve cominciare dal basso, ovvero negli Enti Locali, alla possibilità di eleggere l’ultimo ‘presidente del Parlamento’ che non sia l’espressione del ‘nuovo che non avanza’ come i sondaggi elettorali ci prefigurano.

Ma l’Italia non è mai stata un paese di buon senso, perchè di buone intenzioni son lastricate le strade dell’inferno e, come noto, le strade (e la bona fidae) portano tutte a Roma, la capitale di due stati, uno repubblicano e l’altro monarchia assoluta.
E qui arriviamo all’ultima chiave del nostro enigma.

Come è possibile che la Conferenza Episcopale Italiana possa sopportare che alti prelati e comuni parroci interagiscano con un ceto politico così arraffone ed impenitente, così ‘materialista’, senza svolgere una ferma azione di evangelizzazione e avvallandone, indirettamente,  il potere in tante pubbliche manifestazioni?
Anche questo dovrà cambiare: se il politico è ‘chiacchierato’, altrove il clero si defila.

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Riforma elettorale … che nulla cambi

2 Mar

Arriva la Riforma Elettorale od almeno così dicono, visto che quello che si paventa è solo un’ulteriore arroccamento della stantia politica dei partiti.

Si parla di 500 deputati e 250 senatori, i primi eletti dal popolo, i secondi eletti dai Consigli Regionali: un Senato, dunque, che sarà espressione della Casta partitica.

Un Senato “federale”, composto da soli 250 personaggi che non rispondono al popolo ma alle maggioranze dei Consigli Regionali, che si troveranno a decidere su tutto quanto l’art. 117 della Costituzione – voluto da D’Alema e Amato – assegna alle Regioni in toto od in parte: commercio con l’estero, tutela e sicurezza del lavoro, istruzione, professioni, ricerca scientifica e tecnologica, sostegno all’innovazione per i settori produttivi, tutela della salute, ordinamento sportivo, protezione civile, governo del territorio, porti e aeroporti civili, grandi reti di trasporto e di navigazione, ordinamento della comunicazione, produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia, previdenza complementare e integrativa, armonizzazione dei bilanci pubblici e coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali, casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale.

Avete letto bene e sappiate che la Camera dei Deputati – quella eletta da noi – avrà l’obbligo di approvazione entro 15 giorni, altrimenti varrà come unica la prima lettura approvata in Senato “federale”.

Il principale autore del testo di riforma sembra essere Luciano Violante, l’ex magistrato che raccolse le deposizioni di Tommaso Buscetta riguardo il terzo livello della mafia, rimaste senza esito, e condusse, secondo molte fonti, le trattative con il superboss Giovanni Brusca.

E fu un grande siciliano, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, a spiegarci che in Italia una certa politica va a “cambiare tutto perchè nulla cambi” …

Leggi anche Riforma elettorale: una nuova “legge truffa”?

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Riformare il catasto … a Roma?

29 Feb

Il governo conferma, nell’Atto di indirizzo firmato dal premier Mario Monti, la volontà di riformare – fiscalmente e non solo – il settore immobiliare e il sistema estimativo del catasto per il “riequilibrio del sistema impositivo” ed il “graduale spostamento dell’asse del prelievo dalle imposte dirette a quelle indirette”.

Una bella idea? Forse, ma, …

Apparentemente, l’idea di mettere ordine al settore immobiliare non è errata, anzi. Il problema, però, è che possa essere troppo “ambiziosa”, ovvero che si finisca per avallare e legittimare deformazioni del mercato impressionanti.
Come esempio potremmo considerare Roma Nord, dove decine di migliaia di persone ha comprato appartementi nel nulla ad un prezzo pressochè doppio rispetto a tante abitazioni preesistenti, di pari livello e con parcheggi, viciniori a scuole, supermercati, farmacie e stazioni della metro o capolinea dei bus, che, viceversa, hanno visto crollare del 30% il proprio valore.

Come la mettiamo con il valore catastale? Qualcuno è disposto a rivalutare al ribasso l’enorme periferia capitolina, edificata dai palazzinari di turno e pressochè “nel nulla”?

E, parlando di catasto e di Roma, teniamo conto anche che gran parte del “popolo romano” vive ancora “entro le mura” in edifici spesso splendidi, non potrà di sicuro pagare le tasse ed i tributi per edifici fortemente rivalutati.

Come sarà impensabile che abitazioni di (extra)lusso possano andare in fitto o comodato d’uso per quattro spiccioli ad un assegnatario o restare con lo sfratto bloccato da decenni “per esigenze abitative”. Ed altrettanto andrà valutato per l’enorme messe di villette e palazzetti abusivi e poi condonati, che oggi rappresentano ormai un bene di lusso, specie se sono solo a pochi  chilometri dal Colosseo, e comunque hanno un certo valore, se sono a pochi passi da un ospedale, una sede consolare, un centro studi universitario.

Tutta gente che dovrà andare ad abitare altrove, sempre più in periferia, dove dovranno essere costruite nuove case, nonostante la popolazione non sia affatto in aumento, con i relativi servizi ed il solito degrado.

Sarebbe auspicabile che Mario Monti garantisca l’impossibilità di “cambi di finale” – ci sono i precedenti delle pensioni e degli F35, oltre che delle liberalizzazioni – e dia al Paese ed al Presidente Napolitano, la cui firma avalla tutte le leggi, opportune garanzie che tra Governo proponente e Parlamento emendante  non ci troviamo di fronte ai prodomi di un nuovo bagno di cemento per la nostra povera Italia ed al definitivo smantellamento del contesto sociale metropolitano.

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Spostare il carico fiscale … verso il basso

29 Feb

Non tutti sanno che il 50% del gettito fiscale italiano è dato dalle tasse che 4-5 milioni di contribuenti pagano. Un 10% circa di italiani, quelli che dichiarano redditi superiori agli 80-100.000 Euro, sostiene circa metà del carico fiscale.

Essendo a conoscenza di questo dato, non resta che chiedersi cosa possa intendere il professor Mario Monti, persona insigne per la quale “parla il curriculum”, con l’espressione “sposteremo il carico fiscale”.

Più tasse ai disoccupati, agli invalidi ed ai precari?

Dopo quello che hanno combinato con le pensioni, forse, c’è da preoccuparsi.

 

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Qui ci vuole Napolitano

28 Feb

E’ un po’ di tempo che non si sente la voce del Presidente Napolitano, l’uomo che “ci ha messo la faccia” con i cittadini, a Bologna od in Sardegna, mentre Mario Monti raccoglieva elogi stranieri ed il Governo era comodamente assiso a Roma.

Un presidente recentemente fischiato per colpe non sue, ma di altri.

A partire dai media, che quattro mesi fa seppellivano l’Italia sotto una coltre di “cattive notizie”, in parte rivelatesi troppo frettolose o pessimistiche, in altra parte palesemente “speculative”, e che oggi annunciano che i titoli italiani sono andati benissimo, mentre i dati confermati segnalano che l’Italia sta peggio e non meglio.

Mai chiedersi un perchè o un per come, mai.

Per passare ai partiti o meglio il Parlamento, che dovrebbe essere per lo meno il luogo dove appetiti e monopoli trovano una composizione di utilità generale e che – almeno per la sensazione che se ne riceve dall’esterno – sembra una sorta di bazar dove voti, prebende, incarichi ed appalti sono gli argomenti oggetto dell’interesse generale.

Dove tutto ha da cambiare purchè nulla cambi.

Arrivando alle “amate banche italiane”, che oggi rappresentano il non plus ultra della stratificazione finanziaria – di poteri e di risorse – avvenuta duranti i primi 30 anni dell’Unificazione Italiana e che vede i cosiddetti “poteri forti” – sempre toscani, romani, piemontesi, veneti – impossessarsi del prodotto degli italiani, tramite il controllo della valuta: Banca d’Italia e Lira prima, Euro e Bond di Stato oggi.

E così accade che nessuno avrebbe pensato che Unicredit si salvasse acquistando titoli di Stato italiani, ricavando un interesse del 7% vista la situazione di fibrillazione politica e mediatica italiana. Eppure, è accaduto.

E arriviamo ai Sindacati, la cui grande colpa è nel non mettere in luce – causa i soliti affarucci di bottega – quanto le “liberalizzazioni” potrebbero e dovrebbero fare nel campo dell’istruzione, della formazione, dell’editoria, dei servizi sanitari, del sistema consortile, del sistema pensionistico, eliminando prebende e privilegi, esenzioni e sprechi, sussidi e compensazioni.

Basti vedere come è andata per le pensioni e cosa hanno ricevuto in cambio di una tessera sindacale, pagata per 30 anni, i lavoratori cinquantenni.

Non è, dunque, di Giorgio Napolitano la responsabilità politica del Governo Monti, ambizioso e, talvolta, arrogante, ma delle defezioni – politiche, mediatiche, imprenditoriali, sindacali – che hanno permesso la composizione di un governo “ad alto rischio di conflitto di interessi”, il procastinarsi della manovra “Salva Italia”, arrivata con un tale ritardo da dover essere votata a forza, l’esultanza per una decretazione d’urgenza che, salvo gli F-35, non conteneva particolari misure a ricaduta “di cassa” immediata, l’esitazione dei sindacati dinanzi ad una legge abnorme come l’elevamento dell’età pensionabile, “fulmine a ciel sereno”.

Presidente, riprenda a bacchettare “gli italiani”, che il governo, ormai, non riesce a votare due liberalizzazioni due ed i partiti di legge elettorale sembra proprio che non se ne vogliano occupare.

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