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Eraclito, i consigli alle famiglie e gli auguri di Pasqua

18 Apr

Anni fa, le cronache locali riferirono che, tra le rovine di Paestum in Campania, alcuni turisti avevano riferito una apparizione del filosofo Eraclito, circondato da luci celestiali. 

Era il giorno di Pasquetta e si accingevano a consumare il lauto pasto a base di casatielli e rigatoni al forno, quando tutto il gruppo più o meno contemporaneamente si accorgeva della presenza di quell’uomo dal vestito strano, la barba ben tenuta che stava lì appoggiato ad un blocco con la penna in mano, tale e quale come nel dipinto di Raffaello.

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Dopo un attimo di imbarazzo per l’ospite inatteso, una piccola folla si radunava intorno all’anziano sapiente, mentre i bambini più piccoli ammiravano incuriositi il suo chitone di lino, la lunga tunica, cucita su un lato e fermata sulle spalle da fibule  che indossavano i Greci.

Poi, con la spontaneità tipica dei giovani, una ragazzina forse quindicenne dalla sagoma ‘secchiona’ disse: “Maestro, insegnaci come dobbiamo vivere”.

Eraclito si alzò in piedi e le rispose.

Ricorda innanzitutto a te stessa ed ai tuoi genitori che “il buon carattere non si forma in una settimana o un mese. È creato a poco a poco, giorno dopo giorno. È necessario uno sforzo prolungato e paziente per sviluppare un buon carattere.”

Ma ricorda anche che, da sola, “l’Erudizione non insegna ad avere intelligenza, perché in una sola cosa consiste la Sapienza: nell’intendere la Ragione che governa tutto il mondo dappertutto“.

Intanto, al gruppo di turisti si erano aggiunte altre persone ed anche alcuni vigilanti, attirati dal bagliore luminoso.
Chi appoggiato ad una colonna un po’ a distanza, chi seduto in terra ai piedi del filosofo, un ragazzotto stupefatto con la bocca aperta, una signora rimasta semiparalizzata con il Domopack in mano. Addirittura, alcuni chiassosi bambini che giocavano sugli smartphone erano improvvisamente sereni e attenti a cosa si diceva.

Dunque, il Maestro si rivolse a tutti.

“Tutti quelli che vivono sulla terra sono condannati a restare lontani dalla verità a causa della loro miserabile follia”, finchè tentano di “soddisfare il desiderio dei sensi che è di per se insaziabile”.
E’ questo il motivo per cui “le persone migliori rinunciano a tutto per un unico obiettivo, la fama dei mortali, e la maggior parte della gente si riempie come fosse bestiame.”

Adesso sapete che “per gli uomini non è meglio se tutto quanto accade come essi ambiscono“.
Perciò rammentate tutti anche che “il popolo deve vigilare per la sua legge come per le mura della città”, se vuole che “la Giustizia prevalga sui fabbricanti di menzogne e sui falsi testimoni”.

E non temete: “l’intolleranza è la patologia di ogni credo” e “la loro invidia dura sempre più a lungo della felicità di coloro che invidiano”, ma “non c’è realtà permanente ad eccezione della realtà del cambiamento; la permanenza è un’illusione dei sensi”.

Fu allora che tra quel centinaio di persone che erano talmente commosse da dimenticare persino di farsi un selfie, Eraclito disse “Niente dura, tutto – semplicemente – cambia”.
Poi, scomparve.

Per un po’ rimase un alone di luce, raccontano i testimoni, e tutti rimasero lì per un po’ senza parlare, persino i bimbi. Tutti alla ricerca di qualcosa che il grande Maestro greco aveva svelato dentro di loro.



Non sappiamo se questa sia tra le Fake News degne di entrare tra le leggende metropolitane, ma quel che disse Eraclito alle generazioni future è vero.

Buona Pasqua.

Demata

Greta, il Clima e l’istruzione scientifica dei cittadini

15 Mar

Un esercito di opinionisti dagli Anni ’80 nega che il Clima possa variare drasticamente, come nega che abbiano un effetto disastroso cose come la sostituzione delle foreste con il cemento o delle alghe con la plastica.

GRETA SCIENZE CLIMA

E questo è quello che hanno fatto per ben due generazioni.

Non è colpa loro, ma delle scuole: un laureato in economia o in giurisprudenza o in lettere che ha studiato al liceo classico – ad esempio –  potrebbe essere un professionista eccezionale ed una persona molto colta, ma comunque aver ricevuto in tutta la sua vita solo 5-6 lezioni riguardo il metodo scientifico e sperimentale, la termodinamica e la statistica, il coding e tanto altro: una decina di ore in tutto per apprendere le basi della Logica moderna e far proprie le chiavi per comprendere tutte le informazioni tecniche e scientifiche?
Tutto affidato al talento individuale ed agli interessi personali?

Figuriamoci, poi, se la copertura delle cattedre di Matematica e Scienze nelle prime medie è non di rado difficoltosa e proprio quella parte essenziale dei programmi finisce …  nell’orario provvisorio delle lezioni ad inizio anno. Oppure se, come di consueto, al colloquio l’attenzione delle famiglie è incentrata solo sull’algebra e non su tutto il resto.

Peggio, l’idea  che Politica ed Economia abbiano la primazia sulla Scienza e sulla Tecnica, mentre sono quest’ultime ad essere il ‘motore’ delle prime due.
Un’idea obsoleta ormai da oltre 50 anni: ogni innovazione causa ripercussioni esponenziali sulla mentalità e sulla produttività generali, la Information Technology Revolution ne è la prova a posteriori, dopo aver prodotto cambiamenti sociali, produttivi e finanziari … partendo con quattro spiccioli in un garage.

Infatti, come esistono ancora persone che rifiutano di apprendere l’uso di strumenti elettronici, ci sono ancora molte persone che continuano ad affermare le proprie ‘opinioni scientifiche’ … senza ricordare che la Scienza e la Tecnica non le prevedono: fatti, soluzioni e senza pregiudizi.

Eppure, l’attenzione per l’Ambiente non può che vertere sullo studio delle Scienze e la sua tutela non prescinde dalla conoscenza della Tecnica.

I nostri licei classici offrono meno ore settimanali degli istituti: perchè non aggiungere qualche ora di Scienze e quel minimo di Matematica che serve per capirle? Sono almeno due generazioni che se ne parla …

Demata

Macron maschilista e anti-gender?

20 Feb

L’Assemblea nazionale francese ha approvato un emendamento, promosso dal partito del presidente Macron, che vieta al corpo docente, durante le ore di lezione, l’utilizzo delle parole “padre” e “madre” e dispone la sostituzione con i termini “genitore 1” e “genitore 2”.

Marine Le Pen, leader del Rassemblement National, ha accusato Macron di volere “mettere sottosopra” la società francese, di volere “avvelenare le menti dei bambini, malleabili e non ancora strutturate” e di volere fondare lo Stato su una “radicale filosofia del politicamente corretto”.

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Prima dei complotti, ci sono sempre le soluzioni semplici, come dimostra anche la matematica.

In breve, la formula corretta nel III Millennio dovrebbe essere “titolare della potestà genitoriale’, dato che – a parte i relativamente scarsi casi di figli di coppie omosessuali, c’è tutto il mondo delle coppie separate, di ‘matrigne e patrigni’ ormai genitori effettivi ed amorevoli, della non più scandalosa situazione dei genitori single, nonni affidatari eccetera.

Una sfilza di soggetti diversi che diventa un bel problema se il libretto delle giustifiche dell’alunno è microscopico o … c’è da stabilire quante colonne per le firme inserire e se sono genitori, parenti, affidatari, delegati eccetera. Figuratevi la modulistica …tenuto conto che se i genitori litigano, una parte di questi carteggi finiscono, contestati o pro partes, in tribunale.
Chi lavora in una scuola sa bene di cosa sto parlando, a partire dal permesso a consegnare un bambino ad una vicina di casa fino a come regolarsi nel caso l’alunno venga ritirato da uno dei 3-4 contendenti in giudizio da qualche parte.

Dunque, partiamo dalla semplice ipotesi che il Rassemblement National non sappia che in inglese – patria del politically correct – la dicitura è da sempre asessuata ed è usato il termine ‘parent’, genitore/genitrice.
Dunque, visto che l’inglese è la lingua più parlata nel mondo e che … anche in cinese il termine è neutro ( 亲 ) finisce che anche l’Europa di lingua romanza faccia allo stesso modo.

A proposito, anche in Francia genitore è ‘neutro’ genitore (mère), anzi deriva dal  latino “mater” … dunque, tutto questo scandalo non si comprende e, caso mai, dovrebbero essere i ‘padri’ a lagnarsene, se proprio si vuole spaccare il capello in salsa francese. Infatti, in Germania la polemica non esiste: il termine è Elternteil, neutro come parent in inglese e 亲 in cinese.

Ovviamente, in Italia dove i termini variano col sesso e dove c’è una propensione immane per la burocrazia, la questione che il  ‘parent’ sia donna, maschio o altro diventa un caos.

Il guaio è che in lingua italiana ‘genitore’ è solo maschile, replicarlo due volte è un tantinello maschilista … e comunque significa colui che genera, cioè procreatore, … con buona pace di chi non è madre o padre e … qualche reminiscenza di Priapo?

Paradossalmente, applicato a casa nostra  il ‘genitore 1 e 2’ di Macron è anti-gender e pure maschilista.
Ineffabile davvero …

Demata

Debiti PA, interessi moratori e costi di recupero: serve chiarezza

9 Feb

Tante pubbliche amministrazioni, persino le scuole, stanno ricevendo ingiunzioni per crediti trasferiti dai fornitori a società finanziarie, cioè ‘ceduti’, che vengono pretesi con le penali derivanti dalla Direttiva 2000/35/CE relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali.

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Stiamo parlando del D.lgs. 9 ottobre 2002, n. 231 Art. 6 (Risarcimento delle spese di recupero così sostituito dall’art. 1, comma 1, lettera f), d.lgs. n. 192 del 2012) che al  comma 2 prevede che “al creditore spetta, senza che sia necessaria la costituzione in mora, un importo forfettario di 40 euro a titolo di risarcimento del danno” , salvo che il debitore (art. 3) “dimostri che il ritardo nel pagamento del prezzo è stato determinato dall’impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile” .

Dunque, iniziamo col dire che:

  • la “penale” è dovuta, ma è forfettaria
  • se la P.A. ritarda il pagamento perchè – pur sollecitando – non ha ricevuto i fondi finalizzati allo scopo dovrebbe sussistere una evidente causa non imputabile
  • il debitore ceduto puo’ opporre al cessionario tutte le eccezioni opponibili al cedente, sia quelle attinenti alla validita’ del titolo costitutivo del credito e le eccezioni riguardanti l’esatto adempimento del negozio, sia quelle relative ai fatti modificativi ed estintivi del rapporto anteriori alla cessione od anche posteriori al trasferimento, come precisato dalla Cassazione (Sez. III 10.05.2005 n. 9761).

Inoltre, le norme “si applicano ad ogni pagamento effettuato a titolo di corrispettivo in una transazione commerciale“, cioè “i contratti, comunque denominati” e non alle fatture in se stesse.

Il titolo da esibire a pretesa del credito è solo la fattura, ma fa fede il contratto che la legittima e che – soprattutto – detta le ‘regole’ della consegna, della messa in opera, del collaudo e dei tempi e modi di pagamento, salvo nullità.

Ad ogni modo, il decreto (D.lgs. 9 ottobre 2002, n. 231 art. 5 comma 4 e 5), nel caso degli ospedali, prevede un termine di pagamento ordinario a 60 giorni dalla fatturazione, che potrebbe raddoppiare (cioè estendesi fino a 120 giorni), quando ciò sia ciò sia espresso nel contratto ed oggettivamente giustificato dalla natura particolare del contratto o da talune sue caratteristiche.

Nel caso delle scuole, la cosa si complica, dato che non è ben chiara la loro natura statuale. Stando al Centro Studi della Camera dei Deputati) le istituzioni scolastiche sono da considerarsi dei ‘terminali’ dell’amministrazione dello Stato (Miur) e ‘preposti’ al funzionamento dei punti di erogazione del servizio e – comunque – fungono anche da “stazioni appaltanti”, cioè soggette almeno ‘a cascata’ al decreto legislativo 11 novembre 2003, n. 333 .

Inoltre, le scuole hanno una struttura di pagamento complessa  che dovrebbe comunque giustificare la deroga ordinaria fino a 60 giorni, dove “oggettivamente giustificato dalla natura particolare del contratto o da talune sue caratteristiche(obblighi sovrapposti di organi collegiali, dirigenza, direzione amministrativa e comitato tecnico di collaudo, oltre ad eventuale questionario di gradimento dell’utenza e/o presa in carico inventariale dopo la messa in opera da parte dell’ente locale).

Riepilogando, ai sensi del D.lgs. 9 ottobre 2002, n. 231 aggiornato dal d.lgs. n. 192 del 2012, nel caso delle scuole i termini di pagamento sono

  • trenta giorni dalla data di ricevimento da parte del debitore della fattura o di una richiesta di pagamento di contenuto equivalente
  • fino a sessanta giorni se espressamente previsto dal contratto ed oggettivamente giustificato
  • non è chiaro se questi termini possano essere raddoppiati, ove l’istituzione scolastica autonoma vada ad essere considerata una “impresa pubblica” (ad esempio già i convitti e le aziende agrarie et similia) preposta ad assicurare la prestazione di quei servizi di pubblica utilità e/o il controllo pubblico sulla produzione di servizi indispensabili (cioè attività didattiche e servizi educativi e/o formativi), “nei confronti della quale i poteri pubblici possono esercitare, direttamente o indirettamente, un’influenza dominante per ragioni di proprietà, di partecipazione finanziaria o della normativa che la disciplina”.

Nel caso degli enti locali e gli altri enti pubblici la norma prevede che siano “poteri pubblici” e non “imprese pubbliche”, ma c’è la diffusa casistica in cui il credito originario (e il contratto) è stato sottoscritto da un’impresa.
Ad esempio, un asilo nido per il primo caso, e di residualità da progetti a finanziamento misto derivanti da mancati riconoscimenti UE a consuntivo, nel secondo caso.

Ad ogni modo, l’applicazione della Direttiva 2000/35/CE  è una misura che vuole garantire la puntualità dei pagamenti e la tutela dei  fornitori, dei creditori e degli investitori, che ha recepito con 12 anni di ritardo quella che è comune attività amministrativa e produttiva dal 2000 in Europa.
Una norma di civiltà e democrazia, oltre che indispensabile per l’economia, le aziende e l’occupazione

Il problema è che – senza Arbitrato o Common Law e cose simili come nel resto d’Europa  – ci ritroviamo dinanzi all’enorme problema di una norma che non può che demandare a contenzioso giudiziario tutti i rilievi o le opposizioni del debitore corredate da elementi contrattuali o di collaudo della fornitura di cui il fornitore era in possesso o comunque ne aveva notifica e nozione, ma non necessariamente sono nella nozione di chi ne abbia rilevato il credito.
Già a doverlo scrivere, si comprende che è un serpente che si morde la coda, specialmente se l’Art. 4 del del D.lgs. 9 ottobre 2002, n. 231, cioè i “termini di pagamento”, prevede persino che “non hanno effetto sulla decorrenza del termine le richieste di integrazione o modifica formali della fattura o di altra richiesta equivalente di pagamento“.

Non è certo una norma che facilita alle parti la possibilità di acclarare quale sia l’effettiva situazione del credito, delle prestazioni che lo giustificano od eventualmente lo delegittimano in toto o parte.

Il rischio prevedibile – salvo chiarimenti normativi – è il progressivo sviluppo di un contenzioso stagnante fino alla Cassazione e poi in Corte dei Conti, con i cedenti ormai altrove affaccendati dopo aver incassato, i creditori che confideranno fino alla fine sugli interessi convinti della bontà dei titoli vantati e le pubbliche amministrazioni che resisteranno con i propri protocolli e registri a far fede, oltre ai log  telematici sia interni sia degli amministratori esterni di sistema.

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Non è qualcosa che può far piacere ai fornitori, dato che si ritroveranno con contratti, clausole, penali e sanzioni più accurati. Non dovrebbero esultare le banche che sostengono i fornitori rilevando questi ‘crediti aziendali’, se rischiano di ritrovarsi con una marea di contenziosi aperti ed impossibili da radiare, cioè zavorra nei bilanci. Non saranno felici la pubbliche amministrazioni nel dover funzionare con tagli su tagli e, magari, dover pure rispondere di qualche fornitura andata dispersa o mai pervenuta un decennio prima.

Dunque, di motivi per migliorare la norma italiana ce ne sarebbero e, giusto per curiosità, andiamo a vedere cosa prevede l’originale testo ‘europeo’ della Direttiva 2000/35/CE relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali, per scoprire se contiene dei dettagli diversi da come poi espressi nella normativa italiana del Governo Monti nel 2012 .

Innanzitutto, salta all’occhio che l’Europa prevede che “un titolo esecutivo possa essere ottenuto, indipendentemente dall’importo del debito, di norma entro 90 giorni di calendario dalla data in cui il creditore ha presentato un ricorso o ha proposto una domanda dinanzi al giudice o altra autorità competente, ove non siano contestati il debito o gli aspetti procedurali” ed “il periodo di 90 giorni di calendario non include i periodi necessari per le notificazioni e qualsiasi ritardo imputabile al creditore“.

Poi, la norma europea indica chiaramente che “a meno che il debitore non sia responsabile del ritardo (cioè escludendo il caso di ‘dolo’), il creditore ha il diritto di esigere dal debitore un risarcimento ragionevole per tutti i costi di recupero sostenuti a causa del ritardo di pagamento del debitore. Questi costi di recupero devono rispettare i principi della trasparenza e della proporzionalità per quanto riguarda il debito in questione“. 

In altre parole, in Europa il creditore deve prima dimostrare la legittimità della pretesa ed i costi di recupero e solo dopo può esigerli.
Inoltre, in Europa, “se la legge o il contratto prevedono una procedura di accettazione o di verifica, diretta ad accertare la conformità delle merci o dei servizi al contratto” (ndr. il così detto ‘collaudo’), la decorrenza è “trascorsi 30 giorni, da quest’ultima data“, cioè quella della verifica (collaudo).

Infine, nella versione europea della Direttiva 2000/35/CE il creditore ha diritto agli interessi di mora solo “se ha adempiuto agli obblighi contrattuali e di legge. Ad esempio, potrebbero non essere dovuti ad un fornitore che ha ricevuto una diffida o una penale inerente il contratto dalla Pubblica Amministrazione committente, come anche se nell’espletare la fornitura il creditore cedente è stato sanzionato per obblighi di legge come la sicurezza sul lavoro ed i contratti dei lavoratori.

Questo potrebbe significare che, in base al testo europeo della direttiva, gli interessi vantati dal fornitore e ‘primo creditore’  potrebbero essere ‘decaduti’ ad insaputa del creditore eventualmente subentrato, che si ritroverebbe a poter contare solo sugli interessi successivi ad almeno 30 giorni dalla data di notifica della cessione del credito.

Sono tutte ipotesi, ma è evidente che la trasposizione italiana della Direttiva UE genera incertezza, farragine e contenziosi: esattamente ciò di cui imprese, banche e amministrazioni non hanno bisogno.

Demata

Lega a Cinque Stelle: un bilancio in cinque immagini

9 Gen

Quale sia il bilancio dello Stato e del Governo Lega / Cinque Stelle incomincia ad essere chiaro un po’ a tutti, ma – probabilmente – ognuno conosce solo il bonus o il malus che lo riguarda.

Vediamo rapidamente quali paradossi emergono da una prima lettura della Legge di Bilancio 2019.

lega cinque stelle salvini premier bilancio

lega cinque stelle salvini premier emergenze

lega cinque stelle salvini premier equità

lega cinque stelle salvini premier priorità

lega cinque stelle salvini premier sociale

Paradossale, vero? 

Demata

La Storia cancellata? Quale Maturità per l’Italia?

12 Ott

370d8ebdc6165e2aa365d89c49f7c1e9--greek-statues-art-antiqueFa scalpore la proposta di abolire la traccia di storia dalla prova scritta di italiano per gli Esami di maturità. Una questione più ampia – se la Storia sembra avere una grande attrazione sui giovani se guardiamo al mercato dei videogame, documentari e serie televisive – che non è possibile affrontare in un post, ma che rappresenta una buona occasione per ricordare tre elementi ‘centrali’ almeno per quanto relativo la Scuola.

Iniziamo col dire che la scuola italiana necessita da molto tempo di qualche correttivo profondo, dato che una bella parte degli italiani ha serie difficoltà a consultare un prospetto od a spuntare una lista seguendo l’ordine prestabilito.
Se si pensa che prospetto e lista sono strumenti di comunicazione creati apposta per guidare e semplificare le operatività, onde essere utilizzati da persone poco istruite (es. i bambini delle elementari), è necessario ammettere che il problema è di ampia portata.

Gli addetti ai lavori sanno anche di cosa si tratta: in Italia – luogo dove la Riforma non ha mai attecchito – l’impianto del Liceo prefascista era ispirato a Bernardino Telesio (Umanesimo / Empirismo), anzichè a John Locke (Positivismo / Scientismo), e su questo si è forgiata la Cultura (l’identità e la mentalità) del popolo italiano, a partire dalle classi dirigenti che si formano nei licei classico.
Una cultura ‘telesiana’ che ad esempio ritroviamo nelle lauree in medicina o nel sistema di legge. In medicina, ci si laurea senza aver studiato altra matematica che quella del mondo greco antico (Pitagora) e altra fisica che quella dell’Ottocento (solo concetti, niente calcoli). Similmente, anche se con percentuali minori, per chi interviene professionalmente nelle questioni legali dei settori finanziari, fiscali, ambientali, salutistici, ingegneristici.
Possiamo dubitare che la farragine burocratica che attanaglia procedure, processi e appalti non abbia nulla a che vedere con tutto questo? E cosa dire del degrado di strutture ed infrastrutture puntualmente a corto di manutenzione? O dell’enorme accesso – a spese del cittadino – a consulenze mediche e perizie tecniche, in Europa solitamente condensate in atti singoli e spesso emessi da pubblici uffici?

In secondo luogo c’è uno ‘standard’: nella nostra società una persona attiva lavora circa 36 ore la settimana e ha due giorni da dedicare a se stesso e alle relazioni umane.
Infatti, fino a poco tempo fa negli istituti industriali l’orario scolastico settimanale era di 36 ore, come in fabbrica ed in ufficio.
Di queste 36-32 ore almeno una dozzina va dedicata ad attività in laboratorio (a volte solo in teoria, vista l’attenzione per la Teknè da parte di Telesio e discepoli, madre di tutti gli edifici scolastici scassati d’Italia).
Insomma, partiamo dal fatto che un alunno di istituto tecnico ha di base molte meno ore in classe da dedicare ad italiano e storia (al massimo cinque) ed, a casa, i compiti di matematica o elettronica o informatica sono altra cosa rispetto al commentare il brano d’antologia o al menzionare la battaglia di Austerlitz. Se non fosse così non avremmo le facoltà  umanistiche sovraffollate di diplomati tecnici e quelle scientifiche semivuote … 
Certamente, si potrebbero trarre ore dall’educazione fisica e dalla religione, destinandole alle attività pomeridiane, come nei sistemi anglosassoni, insieme a teatro, cinema e musica, che sono anche molto utili nell’insegnamento della Storia come della Lingua italiana. Si potrebbe, ma … in Europa le attività ‘integrative’ le organizzano gli Enti Locali e le Associazioni della comunità, da noi è un po’ diverso.

Terzo e ultimo. Nello specifico della Storia, un ragazzo di 18 anni non è in grado di comporre un tema storico, salvo rari casi, e se non è Pico della Mirandola è praticamente impossibile che abbia tali competenze enciclopediche da pensare e produrre qualcosa che non sia frutto di un pregiudizio suo personale o del punto di vista del docente.
Infatti, è sempre stato particolarmente raro che agli Esami qualcuno lo svolgesse e, quando agli orali la ‘tesina’ era di Storia, non s’è sentito molto di più che la ‘gioiosa’ Rivoluzione bolscevica o della ‘fascista’ Rivoluzione fascista.
Meglio i ‘quiz’ per la terza prova scritta, dove almeno era possibile monitorare se l’alunno conoscesse almeno le cause che scatenarono la WWI, ergo conoscesse  qualche dettaglio dell’Industrialesimo e del Capitalismo ottocenteschi. Dettagli utili, ad esempio, a comprendere – avanzando nell’età adulta – che le tasse servono anche per manutentare ponti e cavalcavia e che le banche non servono a darci soldi, ma a farli girare, come che lo Stato non può concedere diritti se non in cambio di doveri.

Dunque, ben venga la cancellazione della traccia storica della prima prova di Lingua italiana agli Esami di Stato delle scuole secondarie di II grado, semplicemente perchè poco scelta dagli alunni nell’arco di decenni.

Allo stesso tempo, vista la tradizione linguistica e storica dell’Italia che ha radici millenarie, l’esclusione della Storia dalla prova scritta d’italiano e la notoria difficoltà nel redigere semplici prospetti o a seguire una lista di procedure suggeriscono l’opportunità di questionari che accertino la sussistenza di “saperi essenziali” in Storia (come in Grammatica e Sintassi) nel consegnare un diploma – abilitante se parliamo di istituti – per un individuo ormai adulto che dovrebbe proseguire gli studi e/o inserirsi nel mondo del lavoro e che – soprattutto – avrà diritto al voto, basando la propria opinione su quel poco o tanto che ha studiato a scuola.

Magari, con questa riforma la Storia lascerà la postazione all’entrata ‘principale’ (Esami di Stato) per rientrare dalla porta di servizio (Invalsi), onde porsi a monitore di chi sbaglia i condizionali in televisione, mica solo i congiuntivi. E, se questo avverrà, diventerà evidente il gap tra classi che studiano la Storia anche tramite documentari da vedere a casa o nel post scuola e quelle che no. Chissà?

Quel che è certo è che tra videogame, documentari e serie televisive la Storia sembra avere una grande attrazione sui giovani (e non solo). Accontentiamoli.

Demata

 

Scuola, servizi pubblici, pensioni: dove sono il Governo e le Opposizioni?

1 Set

E’ il 1° settembre, riaprono le scuole e – dalle notizie del Fatto Quotidiano – dovrebbero ancora esserci migliaia di dipendenti che hanno richiesto la pensione anticipata e sono con la pratica ancora in lavorazione o soggetta a chiaro ricorso.
Intanto, CGIL Scuola annuncia che  “manca un preside su 4, servono segretari e bidelli. In cattedra ottantamila precari. Avvio delle lezioni a rischio caos nonostante i 57mila contratti a tempo indeterminato. E resta il rebus delle maestre diplomate“.

Parallelamente, a dimostrazione che il meccanismo del turn over della Pubblica Amministrazione si sia inceppato (e che le problematiche ex Inpdap non erano limitate a ‘soli’ 10 miliardi di deficit), basta andare su un sito o un forum dei lavoratori della Difesa o della Sicurezza per rendersi conto che decine di migliaia di loro attendono una pensione e spesso sono invalidi. E gli organigrammi degli Uffici pubblici consultabili su internet sono pieni di posizioni in reggenza o utilizzazioni, ergo privi di personale.
Anche nella Sanità, se la Legge 161-2017 modifica la turnazione ospedaliera, questo non corrisponde la possibilità di nuove assunzioni per garantire il servizio.

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Nel privato, il fenomeno ricomprende i lavoratori divenuti invalidi con 400 euro di pensione al mese anche se hanno 30 anni di contributi, gli esodati e le ricongiunzioni negate, i ricomputi retroattivi dopo aver dilazionato per anni, cioè … i 60enni in cerca di lavoro dopo 30 anni di attività disastrosamente sotto gli occhi di tutti da un decennio.

Una diffusa flessione nei diritti dei lavoratori (cioè degli assicurati), che diventa sempre più debordante grazie alle facili e fuorvianti promesse di Salvini di ‘abolizione della Legge #Fornero “, fondate a loro volta su una serie di luoghi comuni.

E’ una bufala che alla pensione di pervenga non prima dei 65/67 anni: il requisito ‘minimo’ della Fornero è l’età contributiva e non anagrafica, potrebbe trattarsi di un lavoratore precoce oppure mansioni usuranti o semplicemente un grave invalido.

E’ una bufala che le generazioni ‘anziane’ non abbiano contribuito a sufficienza: può essere vero per le contribuzioni fino alla fine degli Anni ’70, ma  chi ha iniziato a lavorare negli Anni ’80 rientra più o meno nel sistema contributivo odierno, perchè era cessata la spinta inflazionistica degli Anni ’70 ed avviata l’unificazione finanziaria europea.

E’ una bufala che l’Italia sia afflitta dalla piaga delle frodi assicurative: quello dei falsi invalidi è un fenomeno specifico locale, ma non sono chissà quanti rispetto alle medie europee o statunitensi, specie se parliamo di infortuni sul lavoro. Viceversa, le sentenze del Tribunale del Lavoro favorevoli agli assicurati/assistiti sono tantissime ed anche i morti sul lavoro o i riconoscimenti postumi di danno alla salute rappresentano in Italia un dato rilevante, se parliamo di Vigilanza Sanitaria, prevenzione e sicurezza.

E’ una bufala che dare una rendita agli invalidi sia un costo pubblico non prioritario: era una spesa ben definita fino al 1976 e da decenni inglobata nella massa delle pensioni complessive, senza un bilancio di quanto il Sistema Italia spenda di più, lesinando e rinviando, per minore produttività al lavoro, come per sicurezza sociale (assistenza) e per maggiore accesso alle cure (sanità). Persino negli USA, dove sono attenti al ricavo, gli invalidi hanno chiari diritti, assistenza e sussidi.

E’ una bufala che la Sanità – indispensabile se si vogliono tenere al lavoro degli over55 – sia in Italia “universale”: in realtà è un sistema neanche nazionale, bensì regionale o, peggio, ‘locale’ a seconda della ASL. Infatti, in molte Regioni i Livelli Essenziali Assistenziali e i Percorsi Diagnostici Terapeutici Assistenziali non sono di fatto attuati , gran parte delle strutture non ha la cartella elettronica, le prenotazioni sono mesi di distanza, le prescrizioni di altre regioni non vengono attuate.

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Queste cose dovrebbero far riflettere, perchè stiamo parlando dei risultati di una ‘nazionalizzazione’, quella avvenuta dal 1974 delle Casse e delle Mutue, già concessionarie ai sensi dell’art. 38 della Costituzione.

A proposito, è una bufala che non vi siano i soldi per le pensioni:  chi versa contributi per oltre 38-43 anni, a seconda degli Stati e degli istituti, è nel dovuto e dovrebbe essere solo una questione di aspettativa in vita individuale e di rendita.
Il problema reale è che il declino italiano, smantellando il settore industriale e manifatturiero, ha già prodotto milioni di sottoccupati con scarsa contribuzione.

Inoltre, sappiamo che c’è un certo numero di rendite ‘eccezionali’ rispetto all’effettiva contribuzione che fa a contraltare con la pochezza dei sussidi ai lavoratori invalidi. Ma non dovremmo fare altro che separare le spese sociali di uno Stato o una Regione (100-150 mld annui) da quelle contributive tra lavoratore ed assicuratore pubblico o privato che sia (3-400 mld annui).
Quanto all’istruzione, un conto è finanziare solo scuole statali, un altro è garantire gli studi gratuiti (entro dei parametri) a chi sceglie le scuole private.

Doveva essere così fin dal 1948. Noi italiani l’avevamo promesso nel 1994. Lo ribadimmo nel 2011 … evidentemente l’Italia può aspettare.

Demata