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Gobetti e Nitti, testi a confronto

8 Feb

“Il programma di Nitti fu il solo programma conservatore serio della borghesia italiana.” (Piero Gobetti, da Scritti attuali, Capriotti Editore – Roma 1945)

Francesco Saverio Nitti fu il primo Presidente del Consiglio (1919-1920) proveniente dal Partito Radicale Storico e più volte ministro. Nonno carbonaro, padre mazziniano socialista, altri parenti esuli, economista di fama internazionale, meridionalista e repubblicano.

Il programma di governo di Nitti, cui si riferiva Piero Gobetti, doveva fronteggiare il Biennio Rosso, avviatosi con la nascita del Partito Comunista anche in Italia, e fu incentrato sulla cancellazione ed eliminazione delle vecchie clientele giolittiane, sull’introduzione del sistema elettorale proporzionale, su misure per favorire le esportazioni e i processi di riconversione dei settori produttivi, su una fiscalità severa verso le rendite agrarie e le immobilizzazioni, su pensioni ai mutilati ed agli invalidi di guerra, sulla concessione di terreni ai mezzadri e ai contadini.

Il 16 novembre 1922, quando Giolitti, Orlando, De Gasperi, Facta e Salandra diedero la fiducia a Mussolini, Nitti abbandonò l’aula per protesta. Il 5 maggio del 1925, Nitti scrisse una lettera al re Vittorio Emanuele III dove lo accusava di tradimento per via della connivenza con Mussolini, in quanto non prendeva provvedimenti contro un governo ormai dittatoriale.
La Storia e gli italiani gli diedero ragione, esiliando proprio i Reali Savoia.

Scriveva il giovane Piero Gobetti (Scritti attuali, op. cit.): “Combattevamo Mussolini come corruttore, prima che come tiranno; il fascismo come tutela paterna prima che come dittatura; non insistevamo sui lamenti per mancanza della libertà e per la violenza, ma rivolgemmo la nostra polemica contro gli italiani che non resistevano, che si lasciavano addomesticare.”

Per proteggere la propria famiglia dalle reiterate aggressioni squadristiche, Nitti si recò prima a Zurigo e poi a Parigi, dove fu il primo riferimento per il coordinamento di altri esiliati antifascisti, come – ad esempio – la “Lega Italiana per i Diritti dell’Uomo” (LIDU), fondata da Luigia Nitti, Luigi Campolonghi e Alceste De Ambris.
La Storia e le Nazioni Unite gli diedero ragione, proclamando la Carta dei Diritti Universali dell’Uomo.

Di sequito, alcuni stralci significativi delle riflessioni di Francesco Saverio Nitti sull’Italia, accompagnati da citazioni di Piero Gobetti.

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Piero Gobetti (1901 – 1926)

Nitti – “Prima del 1860 non era quasi traccia di grande industria in tutta la penisola. La Lombardia, ora così fiera delle sue industrie, non avea quasi che l’agricoltura; il Piemonte era un paese agricolo e parsimonioso, almeno nelle abitudini dei suoi cittadini. L’Italia centrale, l’Italia meridionale e la Sicilia erano in condizioni di sviluppo economico assai modesto. Intere provincie, intere regioni eran quasi chiuse ad ogni civiltà.” (Nord e sud -1900)

Nitti – “L’Italia, conquistatrice del mondo durante l’antichità romana, museo di tutte le arti del medio evo, mirabile nella civiltà moderna per i suoi sforzi di rinnovazione è, e rimane tuttavia, un paese molto povero: soprattutto essa soffre d’impécuniosité, deficienza di danaro, deficienza di capitali. (da La ricchezza dell’Italia, Napoli, 1904, p. 8)”

 Piero Gobetti – “Il problema italiano non è di autorità, ma di autonomia: l’assenza di una vita libera fu attraverso i secoli l’ostacolo fondamentale per la creazione di una classe dirigente.” (La Rivoluzione Liberale)

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Nitti – “Senza togliere nessuno dei grandi meriti che il Piemonte ebbe di fronte all’unità italiana, che è stata in grandissima parte opera sua, bisogna del pari riconoscere che senza l’unificazione dei varii Stati, il regno di Sardegna per lo abuso delle spese e per la povertà delle sue risorse era necessariamente condannato al fallimento. La depressione finanziaria, anteriore al 1848, aggravata fra il ’49 e il ’59 da un’enorme quantità di lavori pubblici improduttivi, avea determinata una situazione da cui non si poteva uscire se non in due modi: o con il fallimento, o confondendo le finanze piemontesi a quelle di altro stato più grande. (Nord e sud -1900)

 Piero Gobetti – “Il fascismo è il governo che si merita un’Italia di disoccupati e di parassiti ancora lontana dalle moderne forme di convivenza democratiche e liberali, e  per combatterlo bisogna lavorare per una rivoluzione integrale, dell’economia come delle coscienze.” (La Rivoluzione Liberale) 

Francesco Saverio Nitti (1868 – 1953)

Nitti – “Bisogna ricordare che nel 1860 il Piemonte avea grandissima rete stradale; numerose ferrovie e canali e opere pubbliche di molta importanza. Queste cause, estranee in gran parte alla guerra, erano i veri agenti della depressione finanziaria.” (Nord e sud -1900, p. 38).

Viceversa, “nel 1800, la situazione del Regno delle Due Sicilie, di fronte agli altri Stati della penisola, era la seguente, data la sua ricchezza e il numero dei suoi abitanti.

  • Le imposte erano inferiori a quelle degli altri Stati;
  • I beni demaniali e i beni ecclesiastici rappresentavano una ricchezza enorme e, nel loro insieme, superavano i beni della stessa natura posseduti dagli altri Stati;
  • Il debito pubblico, tenutissimo, era quattro volte inferiore a quello del Piemonte e di molto inferiore a quello della Toscana;
  • Il numero degli impiegati, calcolando sulla base delle pensioni nel 1860, era di metà che in Toscana e di quasi metà che nel Regno di Sardegna;
  • La quantità di moneta metallica circolante (ndr. in oro), ritirata più tardi dalla circolazione dello Stato, era in cifra assoluta due volte superiore a quella di tutti gli altri Stati della penisola uniti assieme.

Il Mezzogiorno era dunque, nel 1860, un paese povero; ma avea accumulato molti risparmi, avea grandi beni collettivi, possedeva, tranne la educazione pubblica, tutti gli elementi per una trasformazione.” (Nord e sud -1900, p. 113)

Piero Gobetti – a differenza di Cavour e della sua visione ancora fortemente monarchica del Privato quale ‘concessionario dello Stato’ a sua volta perennemente in ‘rosso, “la civiltà capitalistica, preparata dai Comuni, sorta trionfalmente in Inghilterra e diffusa negli ultimi decenni, pur nonostante varie attenuazioni, in tutto il mondo civile, è la civiltà del risparmio.” (La Rivoluzione Liberale) 

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Nitti – “Ora, ciò che noi abbiamo appreso dei Borboni non è sempre vero: e induce a grave errore attribuire ad essi colpe che non ebbero, ed è fiacchezza d’animo per noi tutti non riconoscere i lati manchevoli del nostro spirito e della nostra educazione, e voler attribuire ogni cosa a cause storiche.
Bisogna leggere le istruzioni agli intendenti delle province, ai commissari demaniali, agli agenti del fìsco per sentire che la monarchia (ndr. borbonica) cercava basarsi sull’amore delle classi popolari. Fra il 1848 e il 1860 si cercò di economizzare su tutto, pure di non mettere nuove imposte: si evitavano principalmente le imposte sui consumi popolari. Il Re dava il buon esempio, riducendo la sua lista civile spontaneamente di oltre il 10 per cento; fatto questo non comune nella storia dei principi europei, in regime assoluto o in regime costituzionale.

É un grave torto credere che il movimento unitario sia partito dalla coscienza popolare: è stata la conseguenza dei bisogni nuovi delle classi medie più colte; ed è stato più che altro la conseguenza di una grande tradizione artistica e letteraria.” (da L’Italia all’alba del secolo XX – 1901, p. 110-111)

Piero Gobetti – “La tribù preoccupa più del capo” e “nessun cambiamento può avvenire se non parte dal basso, mai concesso né elargito, se non nasce nelle coscienze come autonoma e creatrice volontà rinnovarsi e di rinnovare.” (La Rivoluzione Liberale) 

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Manifestazione di protesta – “Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi di Guerra – 1919”

Nitti – “Pochi principi italiani fecero tra il ’30 e il ’48 il bene che egli (ndr. il re Borbone) fece. Mandò via dalla corte una turba infinita di parassiti e di intriganti: richiamò i generali migliori, anche di parte liberale, e licenziò gli inetti; ordinò le leve militari; fece costruire, primo in Italia, una strada ferrata, istituì il telegrafo, fece sorgere molte industrie, soprattutto quelle di rifornimento dell’esercito, che era numerosissimo; ridusse notevolmente la lista civile; mitigò le imposte più gravi.
Giovane, forte, scaltro, voleva fare da sé, ed era di una attività meravigliosa. Educato da preti e cattolicissimo egli stesso, osò, con grande ammirazione degli intelletti più liberi, resistere alle pretese del papato e abolire antichi usi, umilianti per la monarchia napoletana. (da Scritti sulla questione meridionale: Volume 1, Laterza, Bari, 1958, p. 41)

“Due cose sono oramai fuori di dubbio: la prima è che il regime unitario, il quale ha prodotto grandi benefizi, non li ha prodotti egualmente nel Nord e nel Sud d’Italia; la seconda è che lo sviluppo dell’Italia settentrionale non è dovuto solo alle sue forze, ma anche ai sacrifizi in grandissima misura sopportati dal Mezzogiorno. (da L’Italia all’alba del secolo XX – 1901. p. 108)

Piero Gobetti – “In pratica le cose in Italia non cambiano mai, cambiano i nomi e le occasioni della storia, ma, in definitiva, i nostri mali e i nostri vizi rimangono sempre desolatamente uguali.” (La Rivoluzione Liberale) 

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Ordine Nuovo – Giornale socialista – 1921

Nitti – “Dei Borbone di Napoli si può dare qualunque giudizio … Non furono dissimili dalla gran parte dei prìncipi della penisola, compreso il Pontefice. Ma qualunque giudizio che si dia di essi non bisogna negare che i loro ordinamenti amministrativi erano spesso ottimi; che la loro finanza era buona, e in generale, onesta.
Ed è costata assai più perdite di uomini e di danaro la repressione del brigantaggio di quel che non sia costata qualcuna delle nostre infelici guerre dopo il 1860.

L’ordinamento finanziario del Regno di Sardegna fu esteso a tutto il resto d’Italia. Fu il [Pietro] Bastogi, che fra il 1861 e il 1862, compì l’opera di trasformazione. Con cinque disegni di leggi, che furono la base delle leggi successive, il Bastogi estese il sistema fiscale piemontese a tutti i vecchi Stati che erano entrati a far parte del nuovo regno.

Avvenne così, per effetto del nuovo ordinamento, che il regno delle Due Sicilie si trovò a un tratto, senza che nessuna trasformazione economica fosse in esso avvenuta, anzi perdendo quasi tutto il suo esercito e molte sue istituzioni, a passare dalla categoria dei paesi a imposte lievi, nella categoria dei paesi a imposte gravissime. (Nord e sud -1900)

Piero Gobetti –“Senza conservatori e senza rivoluzionari, l’Italia è diventata la patria naturale del costume demagogico.” (La Rivoluzione Liberale)

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Nitti – Il governo delle province, prefetti, intendenti di finanza, generali, ecc., è ancora adesso in grandissima parte nelle mani di funzionari del Nord. Non vi è nessun senso d’invidia in quanto diciamo. Ma vogliamo solo dire che se i governi fossero stati più onesti e non avessero voluto lavorare il Mezzogiorno, cioè corromperne ancor più le classi medie a scopi elettorali, molto si sarebbe potuto fare.
Le loro amministrazioni locali vanno, d’ordinario, male; i loro uomini politici non si occupano, nel maggior numero, che di partiti locali. Un trattato di commercio ha quasi sempre per essi meno importanza che non la permanenza di un delegato di pubblica sicurezza. (Nord e sud -1900)

Piero Gobetti – a conferma dei danni fatti da cinquant’anni di “governo delle province, prefetti, intendenti di finanza, generali, ecc. in grandissima parte nelle mani di funzionari del Nord”, “l’eredità del Regno di Napoli pesava sul nuovo Stato, aumentando la corruzione e creando contro la vita agricola naturale una sovrastruttura di parassitismo burocratico ed elettorale. Non ci stupiremo che la lotta politica si confondesse in una caccia all’impiego. ((La rivoluzione liberale)

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Piero Gobetti morì il 15 febbraio 1926 in una clinica di Neuilly-sur-Seine, per gli scompensi cardiaci, provocati dalle violenze subite dagli squadristi fascisti.
Al suo capezzale c’era l’amico Francesco Saverio Nitti.

Pochi giorni prima Gobetti gli aveva chiesto di dirigere un giornale “di pensiero liberale contro il fascismo che è la vergogna della civiltà”, con l’appoggio di Le Quotidien, il giornale democratico più diffuso di Parigi.

Gobetti e Nitti, di ‘figlio’ in ‘padre’, due storie inseparabili.

Demata

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Pinocchio: un manuale di sopravvivenza (ancora attuale) per i giovani e non solo

1 Gen

“Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino” è un romanzo pubblicato a puntate nel 1881 sul Giornale per i bambini diretto da Ferdinando Martini. In quegli anni la neonata Italia era scossa dai primi scandali derivanti dalla diffusa corruttela politica e affaristica, mentre Giuseppe Mosca, liberale, in un famoso intervento parlamentare per la prima volta parlò di Mafia e di infiltrazioni.

Pinocchio Serie Francobolli Jacovitti San Marino

Tanto per chiarire come stavano le cose ‘ai tempi di Pinocchio’, scriverà anni dopo persino uno statista del calibro di Francesco Nitti: “il governo delle province, prefetti, intendenti di finanza, generali, ecc., è ancora adesso in grandissima parte nelle mani di funzionari del Nord. … Se i governi fossero stati più onesti … cioè corromperne ancor più le classi medie a scopi elettorali, molto si sarebbe potuto fare. Le loro amministrazioni locali vanno, d’ordinario, male; i loro uomini politici non si occupano, nel maggior numero, che di partiti locali. Un trattato di commercio ha quasi sempre per essi meno importanza che non la permanenza di un delegato di pubblica sicurezza.” (Nord e sud -1900)

Quella di Pinocchio è, dunque, una tipica storia italiana, raccontata egregiamente da un certo Carlo Lorenzini, più famoso con il nickname di Collodi e noto libertario, e ancor meglio, se possibile, disegnata da un certo Benito Jacovitti, mitico fumettista del ‘900 italiano.

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La storia inizia con un artigiano, Giuseppe detto Geppetto, che da alla vita un ‘figlio’ – anche lui Giuseppe, detto Pino o meglio Pinocchio perchè discolo – che pare un ‘ciocco di legno’, è pigro, non gli va di studiare e non ascolta consigli.

grillo_parlante_jacovittiCosì Pinocchio decide di allontanarsi da casa e visitare i dintorni per realizzare i suoi sogni. Da qui a seguire sarà un susseguirsi di peripezie, causate tutte sia dall’incapacità di Pinocchio ad agire con buon senso (il Grillo Parlante) e sia da quella nell’educarlo di suo padre Geppetto, paziente come Giona nella Balena. Anche la Provvidenza o Buona Stella (Fata Turchina) sembraranno impotenti dinanzi all’ostinazione con cui Pinocchio tende a fidarsi di loschi figuri e correr dietro a promesse iperboliche.

E così accade che Pinocchio scopra che il ‘mondo’ in cui vive è molto pericoloso, se si preferisce – per pigrizia e superficialità – il Paese degli Acchiappacitrulli a quello delle Api Operose oppure non si accetta la protezione (e gli ordini) di un Burattinaio.

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Un vero postaccio, quello che Pinocchio si troverà a visitare.

A partire dai medici che, ad esempio, son sempre discordi e portano una sfiga letale (Corvo e Civetta).

pinocchio mediciOppure, le leggi sono un dedalo senza altra uscita se non la sanzione.

gendarmi pinocchioPeggio ancora se si ci si fa derubare, si finisce in galera per direttissima.

gendarmiE chi dovrebbe fargli da guida (il Gatto e la Volpe) è cieco, zoppo ed irrimediabilmente corrotto.

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Per non parlare del prepotente che prima lo prende per fame alla tagliola e poi lo arruola a forza come cane da guardia (Melampo) per proteggere il suo pollaio.

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Ma al peggio non c’è fine e qualcuno (l’Omino dei somari) ha messo in giro la voce che esista un sistema per vivere nel Bengodi per poi venderti sul mercato del lavoro al minor prezzo.

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Diventato servo dei servi a causa della propria ignoranza (nel Centroitalia ‘ignorante’ può significare sia ‘non istruito’ sia ‘ostinato’ o ‘di vedute limitate’) e dando ascolto allo ‘scemo del villaggio’ (Lucignolo), Pinocchio – ormai somaro definitivo – troverà scarsa fortuna al circo a far precariamente l’equilibrista.

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Infine, destinato a far da pelle per tamburi,  riesce a fuggire dirigendosi verso il mare dell’oblio, dove chi non rientra nel ‘sistema’ resta in un limbo (il Pescecane) da cui uscirà al prossimo reset del ‘sistema’ stesso, perchè il mondo del Trasformismo ricominci daccapo perchè tutto cambi affinchè nulla muti.

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Per fortuna è tutto un brutto sogno e Pino(cchio)  si svegliò al mattino e “si vide in una camerina elegante, con un vestitino nuovo, un berretto nuovo e un paio di stivaletti di pelle’.

Qualcuno pensa che Collodi, quando scrisse Le avventure di Pinocchio, si sia davvero rivolto ‘solo’ ad un pubblico di ragazzi?

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Scalfari, i lacciuoli di Guido Carli e la rottamazione che non procede

31 Mar

Eugenio Scalfari, nel suo domenicale, rievoca una delle frasi celebri di Guido Carli, storico governatore della Banca d’Italia: «Dobbiamo liberarci dai lacci e lacciuoli che rallentano lo sviluppo dell’economia italiana».
Il tutto per annunciare che “i lacci e lacciuoli dell’epoca di Carli non esistono più ed hanno cambiato natura”, per bacchettare Ignazio Visco che “avrebbe dovuto spiegarlo alla platea che lo ascoltava” e Matteo Renzi che dimentica che “al sindacato resta anche il compito e il ruolo di controparte per quanto riguarda il nuovo welfare e i nuovi ammortizzatori sociali”.

E così, leggendo il pensiero dell’ispiratore principale della Sinistra italiana del dopo-Berlinguer, ci troviamo a prendere atto – come al solito, direbbe qualcuno – che i nostri ‘augusti’ ottuagenari sembra che da decenni vedano un film che non comprendono più.

I lacci e lacciuoli di cui Guido Carli parlava esistono ancora tutti.
Se così non fosse, la paralisi dello Stato non avrebbe nè permesso il disastro ambientale della Terra dei Fuochi nè la lavanderia delle porcherie pubbliche che sembrano essere stati per anni INPS, INPDAP e Cassa Depositi e Prestiti.
Come anche, non avremmo più uno stereotipo culturale toscano-centrico e non vedremmo crollare Pompei, avremmo frotte di turisti che sbarcano anche a Palermo anzichè solo  a Roma, Milano avrebbe l’aeroporto che merita, il Veneto non agognerebbe l’autonomia, avremmo dei sistemi di istruzione e sanitari a finanziamento pubblico come quelli che esistono nel resto d’Europa, eccetera.
E se non esistessero quei lacci e lacciuoli, non avremmo una ‘fabbrica insostenibile’ come quella degli F35 per salvare quel che resta del Piemonte, il trattato con il Vaticano sarebbe vincolato alla nostra Costituzione e non viceeversa, avremmo tanti campanili e mezzadri in meno invece che lo stallo delle province e dei piccoli comuni.

Lacciuoli, per così dire, come quelli che costringono il pontefice ad interventi ‘forti’, se non drastici, come quello che racconta lo stesso Eugenio Scalfari:  «Alle sette del mattino Papa Francesco aveva convocato a messa in San Pietro 500 membri del Parlamento e tutti i ministri del governo e li ha bistrattati di santa ragione. Non li ha abbracciati, non li ha perdonati, non li ha salutati. Li ha soltanto bastonati».

Una ‘battaglia finale’ – visto il sovraffollamento, il Climate Change, il risorgere potenziato dei network della schiavitù, la decadenza dei costumi, la corruzione del potere e la spettacolarizzazione dell’atrocità – e non una ‘nuova alba’ come il non credente  Scalfari auspicherebbe, convinto che ‘se tutti i detentori del potere lo usassero per realizzare questa finalità, il mondo affronterebbe quella che Berlinguer chiamò la questione morale. Due domeniche fa, rievocando Berlinguer, scrissi che tra lui e Francesco esistono molti punti in comune ed è vero.”

Ci scusi, dottor Scalfari, ma – a parte la differenza di ‘caratura’ con Gesù di Betlemme – Enrico Berlinguer i mercanti dal tempio proprio non li cacciò. Anzi, siglò il Compromesso Storico ed il Partito Comunista rimasto invischiato in Tangentopoli era proprio il suo, come lo fu il PCI artefice dei ‘sacrifici’ del 1977 e della ‘riforma delle pensioni’ del 1994.
Come anche la Luciana Castellina di ‘quel partito’, nel presentare un libro-film intitolato ‘Comunista’ e a lei dedicato,  su La7 nel salotto buono di Lilly Gruber, teneva a precisare, venerdì scorso, che lei mica ‘ha un’idea di come dovrebbe essere il mondo’ …

Dunque, c’è poco da dire: la generazione dei nostri ottuagenari, i giovani degli Anni ’60, passerà certamente alla Storia per l’assoluta incapacità di autocritica e, soprattutto, di farsi indietro in buon ordine.

Intanto, tramite i loro ‘discepoli’ sessantenni, continuano a condizionare le nostre esistenze. Come se qualcuno gli avesse dato il diritto di farlo …

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L’oro delle Due Sicilie, le prove di una spoliazione

10 Set

Subito dopo la presa di Roma, con l’introduzione della cartamoneta, lo Stato italiano obbligò tutti i cittadini a riconsegnare la moneta metallica.  Dal Meridione arrivarono oltre 440 milioni di Lire in oro, che, al cambio imposto dai Savoia, equivalevano nominalmente al 4,25 Ducati partenopei.
Le somme raccolte nelle Due Sicilie equivalsero a circa 10 volte quelle versate nel resto d’Italia, ma, come vedremo l’entità effettiva di quell’oro ed i suo valore di mercato erano enormemente superiori.

Dicevamo dei Ducati partenopei che erano circolanti ed avevano un tenore in oro molto più elevato: una moneta da un Ducato ‘conteneva’ 19,9 grammi di oro fino, mentre una Lira sabaudo-italiana ne conteneva solo 4,5. Il cambio ufficiale fu imposto con Regio Decreto Sabaudo del 17 luglio 1861, n. 452, poi assorbito dalla legislazione italiana.

Una enorme massa d’oro, cui si aggiunsero altrettanto enormi quantità di argento e rame, derivanti dai Mezzi Ducati e le Mezze Piastre d’argento, oltre che dai Tarì, i Carlini, i Tornesi.

Una ricchezza spropositatamente enorme, come vedremo, che prese le vie di Roma, Torino e Venezia, ma anche quelle di Inghilterra, Francia e Stati Uniti, dove risiedevano i creditori dei tanti debiti contratti dalla corrotta corte sabauda. Le poche opere realizzate con quelle somme furono l’edificazione ex novo di Roma Capitale, la bonifica delle risaie piemontesi, il ripristino della Via Salaria (indispensabile per azzerare il commercio meridionale).

Un’altra prova, dunque, del saccheggio e della spoliazione del Meridione e dei meridionali, attuata con l‘introduzione della cartamoneta, visto che dal Sud arrivarono i 9/10 del patrimonio mobiliare italiano originario, purtroppo, utilizzati in larga parte non per far nascere una Nazione, ma per saldare debiti pesantissimi e sanare le diffuse malegestioni degli avidi funzionari.

Preso atto dello scempio di un popolo e di una ricchezza, dobbiamo chiederci a quanto oro equivalevano quelle Lire e quanto varrebbero oggi, rivalutandole.

 E qui viene il bello. O meglio l’orrido.

Infatti, 440 milioni di Lire in oro dovrebbero equivalere ad un peso di 1980 milioni di grammi d’oro, cioè 1.980 tonnellate d’oro. Purtroppo, se consideriamo che erano, in realtà, Ducati computati come Lire in oro, di tonnellate ce ne ritroviamo quasi venti volte di più, cioè 37.213.

Un calcolo che tutti possono fare.
Nel primo caso, moltiplichiamo le lire per quanti grammi d’oro contenevano. Nel secondo, convertiamo le lire in ducati e solo dopo moltiplichiamo per i grammi di oro fino contenuto. L’esito dovrebbe essere identico, ma non lo è. Incredibile, vero?

Cifre eclatanti, sia nel primo caso  – 2.000 tonnellate pari a 70,5 milioni di once d’oro – che nel secondo, per 37.000 tonnellate pari a 1.305 milioni di once.

Ma c’è dell’altro: se convertiamo le once in euro odierni e poi li rivalutiamo, ne viene fuori una scoperta sorpendente.

Infatti, 70 milioni di once equivalgono a circa 100 miliardi di euro, mentre 1300 milioni di once si convertono in circa 10 miliardi di valuta europea.
Ebbene, utilizzando il servizio ISTAT per la rivalutaizone finanziaria, scopriamo che – considerando solo il periodo 1947-2012 – nel primo caso (2000 tons di oro) il valore sarebbe stato nel 1947 di ben oltre 4.800 miliardi di euro, mentre nel secondo (37000 tons d’oro) parleremmo di 8.500 miliardi.

Figuriamoci a che somme si possa arrivare nel rivalutarli fino al 1872. Decine e decine di migliaia di miliardi odierni, forse centinaia di migliaia di miliardi. Il valore dell’intera Europa, forse.

Un’iperbole che diventa dubbio legittimo, se consideriamo che le attuali zone ricche d’Europa non erano affatto così benestanti, operose e frequentate fino a 150 anni fa, mentre, da quanto raccontano le documentazioni che emergono via via dall’oblio, gran parte della ricchezza d’Europa era prodotta e concentrata in Campania e Sicilia, nelle Fiandre e nel Galles, in Ungheria ed in Boemia.

Tutto un caso oppure fu spoliazione ed annientamento etnici? Durante il XIX Secolo avvenne un secondo saccheggio dell’Impero Romano d’Oriente (Ottomani e Due Sicilie), dopo quello del 1200, ad opera degli stessi popoli?
Anzi, verrebbe da credere – ricodando i crediti vantati dal ramo Savoia Aimone migrato in USA e quello che accadde nell’arco di 20 anni nel Mediterraneo turco e negli Stati Confederati USA – che l’intero industrialesimo e la nascita stessa del Capitalismo moderno siano stati ‘finanziati’ con l’oro delle Due Sicile e della Sacra Porta.

Fantasie? Forse. Fatto sta che le prove iniziano ad essere evidenti e, probabilmente, ebbero ragione gli oppositori di Karl Marx, come il napoletano Arturo Labriola, nel sostenere che i grandi capitali non hanno origine dallo sfruttamento quanto dalle spoliazioni.

Cosa, quanto e come intendono l’Italia e l’Europa restituire al Meridione d’Italia oppure, nonostante le denunce pendenti a L’Aia per i crimini di guerra sabaudi, anche per il prossimo secolo ci verranno imposti i ‘tarallucci e vino’?

Leggi anche dal Sole24Ore ‘Gli eurobond che fecero l’Unità d’Italia quando il Regno di Napoli era come la Germania

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Trattativa Stato-Mafia, la madre delle cospirazioni

22 Giu

Dopo tante dichiarazioni di pentiti e non pochi riscontri, arrivano le telefonate di questi giorni – mentre i giudici incalzano – tra l’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino e il consigliere giuridico del Presidente Giorgio Napolitano.

Parole chiare, inequivocabili, quelle trascritte nei verbali in possesso dei magistrati, come quelle del consigliere giuridico del Quirinale, il dott. Loris D’Ambrosio, che risponde all’ex ministro indagato.

Adesso probabilmente il Presidente parlerà con Grasso nuovamente… eh… vediamo un attimo anche di vedere con Esposito… (il procuratore generale della Cassazione, ndr)… qualche cosa“.

Dopo aver parlato col Presidente riparlo anche con Grasso e vediamo un po’… lo vedrò nei prossimi giorni. Però, lui, lui proprio oggi dopo avergli parlato, mi ha detto: ma sai, io non posso intervenire“.

Certo, ma io comunque riparlerò con Grasso, perché il Presidente mi ha detto di risentirlo. Però io non lo so… francamente… lui è ancora orientato a non fare niente, questa è la verità“.

Dunque, ecco una ‘bella’ trama che coinvolge il Quirinale – di oggi e di venti anni fa – che va ad aggiungersi a quella della procura di Trani, che procederà per ‘cospirazione’ contro alcune agenzie di rating per il crollo dei titoli italiani e le speculazioni successive.

Cose simili forse stupiranno il Presidente della Repubblica, ma – diciamolo – noi italiani ce l’aspettavamo, anzi ci aspettiamo di scoprire, prima o poi, molto molto peggio di quanto già pessimanente viene a galla.

Quello che stupisce è che una persona posta ai vertici dello Stato, consulente del Presidente e, si spera buon conoscitore dalla storia patria, possa dire “io l’oggetto della trattativa mica l’ho capito, no… mi sfugge proprio completamente“.

Infatti, se La Repubblica scrive di “un patto lungo vent’anni (che) fa tremare ancora oggi molti potenti“, sarebbe opportuno parlare di un patto lungo 150 anni.

Di cosa si trattava tra Stato e Cosa Nostra?

Del solito ‘tramezzino’: voi ci alleggerite la galera e ci fate fare i fatti nostri nel Meridione, evitando che arrivi ai media l’enorme messe di gravi notizie che leggiamo sui quotidiani del Sud ma non sulle ‘grandi testate’, e noi vi garantiamo, dal Garigliano a scendere, pace sociale e vi promettiamo che, dal Garigliano a salire, eviteremo di mettere autobomba, omicidi eccetera, oltra al fatto che vi faremo vivere nel benessere con l’enorme massa di denaro che abbiamo da riciclare.

Per conoscere ‘l’oggetto della trattativa’, bastava che il dott. D’Ambrosio frequentasse qualche cinema. Della ‘trattativa’ – ormai secolare – ne raccontano film come ‘I Guappi’ di Pasquale Squitieri, ‘Il Camorrista’ di Giuseppe Tornatore, ‘Salvatore Giuliano’ e ‘Le mani sulla città’ di Francesco Rosi, ‘Bronte: cronaca di un massacro’ di Florestano Vancini, ‘Gomorra’ di Matteo Garrone, ‘I banchieri di Dio’ di Giuseppe Ferrara.

Ovviamente, preso atto che il Gotha del cinema italiano ha raccontato ‘la trattativa’, non resta che chiedersi se i giornalisti italiani trovino mai il tempo per andare a cinema.

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Un Giorno della Memoria anche per il Sud

27 Gen

Il Giorno della Memoria, a Sud, è un giorno “speciale”, vuoi perchè i Nazisti li cacciammo senza l’aiuto degli Alleati e senza scappare in montagna, vuoi perchè quelle facce smunte dietro i reticolati ce ne ricordano altre.

Anche noi Meridionali abbiamo una memoria e, trascorso il Centocinquantenario ed i suoi fasti, sarebbe il caso di indire un giorno “a nefasta memoria”.

Per ricordare le centinaia di migliaia di morti,  caduti nei campi di concentramento sabaudi, mitragliati come briganti, seppelliti sotto le macerie di un villaggio raso al suolo per rappresaglia, fucilati sul posto per non essersi inginocchiati al passaggio delle truppe del Nord.

Per non dimenticare  l’enorme bottino in oro e rendite, indispensabile alla nascita dell’industrialesimo padano, che venne asportato non al re Borbone, ma alla gente comune, tramite gli espropri, i saccheggi, l’introduzione della cartamoneta.

Per ricordare l’immediato raccordo tra potere “straniero” e criminalità locale, ampiamente documentato sia per quanto riguarda il Napoletano sia per quanto relativo il Palermitano, che portò al crollo dell’economia meridionale ed all’instaurarsi di Mafia e Camorra.

Per non dimenticare la rinuncia ad una qualsiasi politica mediterranea, in cambio della benevolenza delle allora nascenti corporation, e della cancellazione del trasporto via mare, al fine di creare un asse commerciale Roma-Bologna, indispensabile per portare un po’ di ricchezza nel Centro Italia roccioso ed impervio.

Per prendere semplicemente atto – visitando Napoli, Palermo, Otranto, Cosenza, eccetera – che il Meridione era ricchissimo ed efficiente fino a 150 anni fa e che “inspiegabilmente”, da un giorno all’altro, è diventato il contrario di quello che è stato per almeno duemila anni …

Anche il Meridione dovrebbe avere il suo “Giorno della Memoria”.
Ma non ce l’ha.

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Eurozone: va changer le budget de l’Etat

1 Dic

Alors que les Monti gouvernement se prépare à soumettre au Parlement un plan financier pour 200 milliards d’euros, malgré la possibilité que la récession va submerger tous, une voix de bon sens vient de Francfort.

Nous avons besoin d’une structure équilibre unique feuille, comme la BCE est unique. Il est Mario Draghi sur la parole, gouverneur de la Banque Centrale Européenne.

«Un des objectifs est urgent de parvenir à un système d’imposition de l’Union européenne».

Un «signal important», qui, comme ce blog a longtemps appelé, permettra de surmonter le  obsolètes du le système public d’équilibre financier , qui caractérise l’Italie et la France. Les pays où la rigidité de la dépense et l’imprévisibilité des budgets publics sont «normales», avec la lenteur de la dépensela complexité de étapes de la procédure.

Une réforme qui va toucher, de façon prévisible, les traités européens et la soi-disant «pacte fiscal», mais, surtout, aura un impact non seulement sur les systèmes budgétaires nationaux et locaux, mais aussi sur le contrôle financier et d’audit, comme le processus , judiciaire ou extrajudiciaire, qui sera suivie pour les déficits et dettes publics.

Une révolution, si elle s’enracine dans les pays latins, où, jusqu’à présent, le pouvoir discrétionnaire accordé aux fonctionnaires publics a toujours été «négative» plutôt que «proactive».
Un système de castes où qui rien ne change (et n’avez pas dépenser ou produire des ressources) est récompensée et ceux qui ont vraiment de gérer sont cent fois vérifié.

Un monde où il est presque un péché d’innover et de s’améliorer. Un monde qui doit changer.

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