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Senato incostituzionale e deriva democratica … in pillole

28 Apr

Da circa un mese, a sinistra, ha iniziato a levarsi un brusio di presunta incostituzionalità della riforma elettorale che Matteo Renzi sta promuovendo. Brusio che nella ‘pausa pasquale’ sembra essersi trasformato in clamore.
Ma di cosa si tratta?

Vannino Chiti, il promotore del disegno di legge ‘alternativo’ – che piace agli tanti senatori attuali tra cui i Cinque Stelle, precisava, giorcni fa, che “noi proponiamo che i senatori siano eletti dai cittadini con una legge di tipo proporzionale e le preferenze, in concomitanza con le elezioni per i Consigli regionali. In democrazia se chiamati dal consenso dei cittadini a svolgere una funzione, è virtù non sovrapporre incarichi. La modalità di elezione è legata alle competenze del nuovo Senato. Secondo la proposta del governo parteciperà alle modifiche della Costituzione, alle nomine dei giudici costituzionali, del Csm, all’elezione del Presidente della Repubblica. Per il resto darà pareri. Avremo così un Senato senza funzioni di garanzia reale, tanto più necessarie dal momento che la Camera sarà eletta con una legge fortemente maggioritaria.”

“C’è stata – afferma Stefano Rodotà – una regressione culturale profonda. Si cancella il Senato, si compone la Camera con un sistema iper maggioritario, il sistema di garanzie salta. Il risultato – conclude – sarebbe un’alterazione in senso autoritario della logica della Repubblica parlamentare che sta in Costituzione. E dovremmo stare zitti?”

«Per ciò, si dovrebbe andare oltre il bicameralismo perfetto, non per umiliare ma per valorizzare: eliminare il voto di fiducia, ma prevedere un ruolo importante sugli argomenti “etici”, di politica estera e militare, di politica finanziaria che gravano sul futuro. Altro potrebbe essere il controllo preventivo sulle nomine nei grandi enti dello Stato, sul modello statunitense. Sarebbe uno strumento di lotta alla corruzione e di bonifica nel campo dove alligna il clientelismo. Insomma, ci sarebbe molto di serio da fare», questo il pensiero di Gustavo Zagrebelsky.

Le maggiori divergenze, tra la proposta del governo e quella dell’on Chiti e altri, stanno nella composizione e nei compiti del nuovo senato, nei compensi dei senatori, nel rapporto con le Regioni. Tutto, insomma.

 Infatti, nella proposta del governo, si prevedono in totale 127 (più 25 senatori ‘a vita’) senatori, che saranno i Presidenti delle Giunte regionali e delle Province autonome di Trento e di Bolzano, i sindaci dei Capoluogo di Regione e di Provincia autonoma saranno anche senatori, più, per ciascuna Regione, due consiglieri regionali e due sindaci scelti dai rispettivi consigli.
I difetti della proposta di Renzi & co. stanno nel fatto che il ‘nuovo senato’ potrebbe riunirsi con relativa continuità e che si creerebbe un forte cumulo di cariche pubbliche (visti i compiti già attribuiti ai suoi componenti). Una sorta di ‘dopolavoro comunale’ come sottolineava, con una delle sue solite battute ad effetto, Silvio Berlusconi.

Per Chiti e gli altri senatori che hanno sottoscritto la proposta il Senato rimarrà elettivo, con rappresentanti scelti direttamente dai cittadini in contemporanea con le elezioni regionali.
«La riforma del governo è pasticciata. E forse lo è perché si sarebbe dovuti partire da una riflessione circa i nuovi compiti che il Senato deve svolgere e da lì intervenire sulla sua composizione, come effetto conseguente, e non viceversa. Si è scelta però la strada più facile da comunicare», questo il pensiero di Andrea Pertici, senatore PD di ‘area civatiana’.
C’è però, da rilevare che – votando su base regionale come oggi, ma con soli 100 senatori eletti sul territorio italiano (uno ogni circa 300.000 elettori) – sussiste la difficoltà a realizzare la proporzionalità che la Costituzione prevede, come già si verifica per le elezioni europee, nonostante l’accorgimento dei ‘macrodistretti regionali’, per il caso delle firme minime da raccogliere in Val d’Aosta.

Votare alle regionali dei consiglieri appositamente demandati a svolgere il compito senatoriale, potrebbe essere un passaggio utile a comporre il mosaico. Qualcuno ne aveva scritto tempo addietro, tra l’altro.

 Andando ai ‘poteri’, il nuovo Senato di Matteo Renzi rappresenta le istituzioni territoriali di cui si compone (Autonomie), può proporre delle modifiche alle leggi approvate dalla Camera, vota le leggi costituzionali, mentre lo Stato ritorna ad avere la competenza esclusiva per le norme generali per: governo del territorio, protezione civile, produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia, grandi reti di trasporto e di navigazione di interesse nazionale.
Secondo la proposta minoritaria del PD appoggiata dai Cinque Stelle, il Senato dovrà esaminare e votare anche le leggi elettorali, i trattati europei e i provvedimenti che investano diritti fondamentali della persona, ma non vi sarà nessun cambiamento rispetto alla normativa vigente e la Conferenza Stato-Regioni allargata resterà invariata.

In questo caso i ‘difetti’ pendono quasi tutti dal lato della proposta Chiti, visto il permanere di una ‘terza Camera’ – la Conferenza Stato-Regioni – che continuerebbe ad occuparsi della bassa macelleria con inefficacia ormai proverbiale, mantenendo un Senato di ‘eletti’, impegnato in compiti che potrebbero essere, saggiamente e celermente, demandati al parere preventivo della Corte Costituzionale, per provvedimenti che comunque vengono vagliati nella loro costituzionalità dal Capo dello Stato.

Il Senato di Renzi, viceversa, potrebbe essere tenuto regolare le materie di competenza regionale “quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica della Repubblica o lo renda necessario la realizzazione di programmi o di riforme economico-sociali di interesse nazionale”, e può anche devolvere ad una o più Regioni la funzione legislativa, “anche su richiesta delle Regioni e per un tempo limitato”.
Fermo restante che il nuovo senato avrebbe comunque il potere di richiedere alla Camera di modificare sia le norme generali sia le leggi elettorali, i trattati europei e i provvedimenti che investano diritti fondamentali della persona, come anche quello di richiedere comunque l’intervento della Corte Costituzionale.

Dunque, come al solito, restano alcune domande aperte.

Perchè gli eminenti professori del PD insorgono contro la deriva autoritaria, se il problema vero è solo nella ‘formula elettorale’?
E perchè il Movimento Cinque Stelle appoggia la proposta Chiti, ovvero il mantenimento dello status quo, con il rischio che, cadendo il governo, si vada ad elezioni con la solita ‘carica dei 300’, indennità comprese?

Ma, soprattutto, perchè  le due o tre anime del Partito Democratico non riescono a trovare una soluzione decente al banale quesito di ‘come individuare circa 100 senatori su circa 40 milioni di elettori’?
Forse perchè la rapida evoluzione delle bozze e la disponibilità al dialogo – tipica di un metodo moderno e in real time – viene confusa con altro, come ben chiarisce l’ultraottantenne Stefano Rodotà all’Huffington Post: “Ho letto pochi testi così sgrammaticati. Non mi pare neppure emendabile. Vedo poi che cambia continuamente. Ma questa disponibilità a cambiare mi pare soprattutto un segno di debolezza culturale e di approssimazione istituzionale“.

Peccato che questo possa anche suonare, con una mentalità od un’età diverse, come ‘ci siamo tenuti in contatto e le abbiamo proposte tutte, ma sono pervenute solo critiche e silenzi’

Leggi ancheSenato SI, Conferenza Stato Regioni NO. Perchè?

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Renzi e le riforme che farà

14 Feb

I dati delle elezioni del 1992 furono l’ultimo atto della Prima Repubblica ed in essi è sugellato alla Storia il quadro – ferale ma bellamente ignorato – di una egemonia di consensi tanto ‘riformista’ quanto poco  ‘di apparato’, visto che i consensi ‘a sinistra’ videro, alla Camera, Occhetto (PDS) fermo a 6,3 milioni di voti, il PSI di Craxi a 5,3 e il PRC a 2,2 milioni, i Verdi poco oltre il milione.

Da lì prese avvio la Seconda Repubblica, erano almeno 14 milioni di voti, dopo 20 anni – nel 2013 – erano poco più di 10 milioni …

L’odierna Sinistra Ecologia e Libertà è riuscita a dilapidare un patrimonio di oltre 3 milioni di voti (PRC + Verdi nel 1992), divenuti meno di un milione nel 2013, mentre alle ultime elezioni tedesche Linke e Grunen – nonostante la batosta – hanno assommato comunque il 20% delle preferenze. Praticamente quanto oggi raccolto dal Movimento Cinque Stelle …

Quanto al Partito Democratico, oggi raggiunge circa 10 milioni di preferenze, più dei sei del 1992, ma molto meno di quanto raccogliessero PDS e PSI. In Italia, come in Germania per l’odierna SPD, quella che risulta determinante è l’incapacità di attrarre il voto moderato e di formulare strategie di politica economica.

Jean Ziegler – allorchè cadde il Muro di Berlino ed ebbe inizio la Globalizzazione – preannunciò questa crisi della ‘sinistra’, sia in ragione dell’ampio spread di diritti, tutele e benefit di cui godono i lavoratori europei (ma non nel resto del mondo) sia perchè la fine dei ‘blocchi ideologici’ avrebbe affievolito il ‘legante’ che finora aveva accomunato ceti medi e ‘dananti della terra’.

Enrico Letta poteva essere il protagonista di questo cambiamento, traghettando le istituzioni (e la Sinistra che ne ha fortemente condizionato l’attuale status) verso un sistema di governance che permetta la cosiddetta ‘alternanza’ senza escludere le minoranze di una certa entità e verso un  Progetto Italia che non pensi solo a consolidare il denaro ma anche e soprattutto a farlo circolare.

C’era da far la voce grossa in Europa – con ottimi alleati in Gran Bretagna, Francia e Strasbourg – e c’era da por mano alla ridondante questione romana (INPS, Alitalia, debiti comunali, legge sui rifiuti, Bankitalia, vendite e concessioni demaniali, eccetera), c’era da dar respiro ad un’Italia che produce e arranca, senza che vi sia almeno un termine prefissato per misure (ndr. quelle di Monti e Fornero) che non possono essere ragionevolmente durevoli, e c’era da dar speranza a quanti – troppi – non hanno il lavoro, la cura o la pensione che gli spetterebbe con le tasse che ci fanno pagare.

Enrico Letta non l’ha fatto e, in mancanza di altri parlamentari proponibili, arriva Matteo Renzi.

Per fare cosa?
L’agenda è già scritta dagli errori e dalle esitazioni di chi l’ha preceduto, ovvero dall’urgenza:

  1. risolvere il brutto pasticcio delle pensioni e del conseguente blocco del turn over e dell’innovazione
  2. alleggerire l’impianto dei contratti nazionali e della filiera negoziale, per facilitare gli sgravi fiscali, il sistema di premialità, gli accordi locali, la flessibilità sull’export
  3. riformare la legge elettorale in modo che sia garantita l’alternanza, ma anche la democraticità, ovvero le minoranze politiche di rilievo ed il federalismo
  4. riformare -per riequilibrarlo con il nuovo parlamento – il livello apicale della governance (sindacati, CSM, INPS, Bankitalia, Regioni, Provincie e Comuni)

Il passaggio politico più difficile non è il primo – come qualcuno cerca ancora di convincerci – ma l’ultimo, visto che cambiare sistema elettorale per davvero e pervenire ad un parlamento diverso per accesso e poteri significa dover mutare tutto quello che a Roma è immutabile da un secolo e passa: la Pubblica Amministrazione.

Non sarà difficile sbloccare previdenza, lavoro e investimenti, incassando consensi prima e dopo le elezioni europee. E non dovrebbe essere difficilissimo concertare una legge elettorale.

Vedermo, però, se Matteo Renzi riuscirà a riportare nei limiti sostenibili quell’antico Male che si impossessò di Roma nell’arco di soli 10-15, già negli anni di poco precedenti la Breccia di Porta Pia … ma potrebbe farcela.

Serviranno l’azzeramento delle prebende, gli scivoli pensionistici, l’innovazione tecnologica, la meritocrazia e il controllo di gestione: tutte cose che i Sindacati confederali italiani avversano come fosse il fumo negli occhi …

Dunque, a prescindere da Renzi, riuscirà l’Italia a dotarsi di un partito riformista?

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Renzi segretario: un’opportunità per il Centrodestra?

11 Dic

Durante gli Anni ’70 il Partito Comunista Italiano subì un vero e proprio tracollo nell’incamerare l’adesione delle nuove generazioni, proseguito, poi, negli Anni ’80.

I dati delle elezioni del 1992 ne furono la ferale conferma, con Occhetto (PDS)  fermo a 6,3 milioni di voti, il PSI di Craxi a 5,3 e il PRC  a 2,2 milioni. Altra riprova ne sono le date di nascita di D’Alema (1949), Bindi (1951), Veltroni (1955), Fassino (1949), Turco (1955), Gentiloni (1954).

Non uno che avesse tra i 45 e i 54 anni, ovvero appartenesse a quei giovani che 30 anni fa cercarono approcci riformisti per la soluzione dei problemi italiani e che reclamarono un cambiamento meritocratico nelle carriere, a loro precluse perchè determinate dalla politica consociativa di DC-PSI-PCI.

Proprio quei cinquantenni che SWG – in un suo sondaggio del febbraio scorso – individuava, come lo zoccolo duro dell’astensionismo, con una ‘base’ di almeno 3 milioni di ‘non voti’.

sondaggio-swg febbraio 2013 astenuti per fascia d'età

Un dato ‘pesante’ per tanti motivi.
Dal fatto che si tratti proprio di ‘quella generazione’ che va dai movimenti ‘pacifici’ del ’77 agli ultimi fuochi della Pantera all’evidenza che si tratta di quasi una persona su due sia perchè – a differenza delle altre fasce d’età – appare indipendente dal livello di istruzione.

Era davvero difficile convincere a votare Fioroni o Franceschini (1958) se parliamo di un gruppo elettorale, una generazione intera, che ricorda i Cattivi Maestri della Guerra Fredda e gli Anni d Piombo, come l’assurgere delle Mafie e della corruttela generale o gli strani affari di Marcinkus e della P2.
E’, d’altra parte, una delle promesse di Romano Prodi, lui stesso ‘tecnico’, fu quella di aprire le porte della politica a quella generazione, che, per altro, a furia di ricoprire ruoli esecutivi e amministrativi, le ossa se l’era fatte.
Mai promessa fu talmente disillusa: Bassanini e Berlinguer nel poco tempo che ebbero incontrarono una miriade di difficoltà proprio ‘a sinistra’, nel partito e nei sindacati. Delle più o meno equivalenti promesse di Berlusconi e di cosa ne sia stato, nulla di più eloquente di un centrodestra parlamentare privo di ricambio e frammentato.

Meglio far scorrere acqua sotto i ponti – così agevolando vent’anni di Berlusconismo – ed attendere che fosse pronta una nuova generazione da proporre ai ‘nuovi italiani’.

Matteo Renzi è del 1975, la sua segreteria ha di media meno di 40 anni d’età. Praticamente i figli dei Big che vanno a sosituire.

“Luca Lotti all’organizzazione, Stefano Bonaccini (Enti locali), Davide Faraone al (welfare), Francesco Nicodemo (comunicazione), Maria Elena Boschi (riforme) e Alessia Morani (giustizia). Filippo Taddei della John Hopkins University è un esponente del fronte di Pippo Civati e con un ruolo di peso, quello di responsabile Economia del partito. Dall’aera di Walter Veltroni alla segreteria dem arrivano Marianna Madia (Lavoro) e Federica Mogherini (Europa). C’è Debora Serracchiani (infrastrutture), ‘scoperta’ da Franceschini quando era segretario del Pd, da tempo poi sostenitrice di Renzi. Chiara Braga (ambiente) e Pina Picierno (legalità e sud) di provenienza ‘franceschiniana’. Lorenzo Guerini è portavoce della segreteria”. (Il Fatto Quotidiano)

Complimenti, il Partito Democratico ha fatto il turn over senza dover assorbire la generazione degli attuali 45-54enni.

Il sondaggio di SWG ‘leggeva’  il doppio degli astenuti tra gli over44 rispetto a quanti più giovani e nessun sondaggio è stato fatto per capire se siano più ‘conservatori dello status quo’ i nostri giovani under40 in carriera od i cinquantenni esclusi da sempre dalla governance del paese.

Va da se che i margini di raccolta dei loro voti (39% astenuti) da parte di un centrodestra ‘all’inglese’ aumentano a dismisura, come diventano appetibili quelle di incrociare il consenso dei loro figli, che nel prossimo decennio raggiungeranno la maggiore età.
Senza contare la reazione – prevedibile – degli over-55 che potrebbero sempre meno votare un partito in cui non vedono riflesse le proprie convinzioni o rappresentate le proprie esigenze, astenendosi o votando altro.

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Riformare il catasto … a Roma?

29 Feb

Il governo conferma, nell’Atto di indirizzo firmato dal premier Mario Monti, la volontà di riformare – fiscalmente e non solo – il settore immobiliare e il sistema estimativo del catasto per il “riequilibrio del sistema impositivo” ed il “graduale spostamento dell’asse del prelievo dalle imposte dirette a quelle indirette”.

Una bella idea? Forse, ma, …

Apparentemente, l’idea di mettere ordine al settore immobiliare non è errata, anzi. Il problema, però, è che possa essere troppo “ambiziosa”, ovvero che si finisca per avallare e legittimare deformazioni del mercato impressionanti.
Come esempio potremmo considerare Roma Nord, dove decine di migliaia di persone ha comprato appartementi nel nulla ad un prezzo pressochè doppio rispetto a tante abitazioni preesistenti, di pari livello e con parcheggi, viciniori a scuole, supermercati, farmacie e stazioni della metro o capolinea dei bus, che, viceversa, hanno visto crollare del 30% il proprio valore.

Come la mettiamo con il valore catastale? Qualcuno è disposto a rivalutare al ribasso l’enorme periferia capitolina, edificata dai palazzinari di turno e pressochè “nel nulla”?

E, parlando di catasto e di Roma, teniamo conto anche che gran parte del “popolo romano” vive ancora “entro le mura” in edifici spesso splendidi, non potrà di sicuro pagare le tasse ed i tributi per edifici fortemente rivalutati.

Come sarà impensabile che abitazioni di (extra)lusso possano andare in fitto o comodato d’uso per quattro spiccioli ad un assegnatario o restare con lo sfratto bloccato da decenni “per esigenze abitative”. Ed altrettanto andrà valutato per l’enorme messe di villette e palazzetti abusivi e poi condonati, che oggi rappresentano ormai un bene di lusso, specie se sono solo a pochi  chilometri dal Colosseo, e comunque hanno un certo valore, se sono a pochi passi da un ospedale, una sede consolare, un centro studi universitario.

Tutta gente che dovrà andare ad abitare altrove, sempre più in periferia, dove dovranno essere costruite nuove case, nonostante la popolazione non sia affatto in aumento, con i relativi servizi ed il solito degrado.

Sarebbe auspicabile che Mario Monti garantisca l’impossibilità di “cambi di finale” – ci sono i precedenti delle pensioni e degli F35, oltre che delle liberalizzazioni – e dia al Paese ed al Presidente Napolitano, la cui firma avalla tutte le leggi, opportune garanzie che tra Governo proponente e Parlamento emendante  non ci troviamo di fronte ai prodomi di un nuovo bagno di cemento per la nostra povera Italia ed al definitivo smantellamento del contesto sociale metropolitano.

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Spostare il carico fiscale … verso il basso

29 Feb

Non tutti sanno che il 50% del gettito fiscale italiano è dato dalle tasse che 4-5 milioni di contribuenti pagano. Un 10% circa di italiani, quelli che dichiarano redditi superiori agli 80-100.000 Euro, sostiene circa metà del carico fiscale.

Essendo a conoscenza di questo dato, non resta che chiedersi cosa possa intendere il professor Mario Monti, persona insigne per la quale “parla il curriculum”, con l’espressione “sposteremo il carico fiscale”.

Più tasse ai disoccupati, agli invalidi ed ai precari?

Dopo quello che hanno combinato con le pensioni, forse, c’è da preoccuparsi.

 

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Qui ci vuole Napolitano

28 Feb

E’ un po’ di tempo che non si sente la voce del Presidente Napolitano, l’uomo che “ci ha messo la faccia” con i cittadini, a Bologna od in Sardegna, mentre Mario Monti raccoglieva elogi stranieri ed il Governo era comodamente assiso a Roma.

Un presidente recentemente fischiato per colpe non sue, ma di altri.

A partire dai media, che quattro mesi fa seppellivano l’Italia sotto una coltre di “cattive notizie”, in parte rivelatesi troppo frettolose o pessimistiche, in altra parte palesemente “speculative”, e che oggi annunciano che i titoli italiani sono andati benissimo, mentre i dati confermati segnalano che l’Italia sta peggio e non meglio.

Mai chiedersi un perchè o un per come, mai.

Per passare ai partiti o meglio il Parlamento, che dovrebbe essere per lo meno il luogo dove appetiti e monopoli trovano una composizione di utilità generale e che – almeno per la sensazione che se ne riceve dall’esterno – sembra una sorta di bazar dove voti, prebende, incarichi ed appalti sono gli argomenti oggetto dell’interesse generale.

Dove tutto ha da cambiare purchè nulla cambi.

Arrivando alle “amate banche italiane”, che oggi rappresentano il non plus ultra della stratificazione finanziaria – di poteri e di risorse – avvenuta duranti i primi 30 anni dell’Unificazione Italiana e che vede i cosiddetti “poteri forti” – sempre toscani, romani, piemontesi, veneti – impossessarsi del prodotto degli italiani, tramite il controllo della valuta: Banca d’Italia e Lira prima, Euro e Bond di Stato oggi.

E così accade che nessuno avrebbe pensato che Unicredit si salvasse acquistando titoli di Stato italiani, ricavando un interesse del 7% vista la situazione di fibrillazione politica e mediatica italiana. Eppure, è accaduto.

E arriviamo ai Sindacati, la cui grande colpa è nel non mettere in luce – causa i soliti affarucci di bottega – quanto le “liberalizzazioni” potrebbero e dovrebbero fare nel campo dell’istruzione, della formazione, dell’editoria, dei servizi sanitari, del sistema consortile, del sistema pensionistico, eliminando prebende e privilegi, esenzioni e sprechi, sussidi e compensazioni.

Basti vedere come è andata per le pensioni e cosa hanno ricevuto in cambio di una tessera sindacale, pagata per 30 anni, i lavoratori cinquantenni.

Non è, dunque, di Giorgio Napolitano la responsabilità politica del Governo Monti, ambizioso e, talvolta, arrogante, ma delle defezioni – politiche, mediatiche, imprenditoriali, sindacali – che hanno permesso la composizione di un governo “ad alto rischio di conflitto di interessi”, il procastinarsi della manovra “Salva Italia”, arrivata con un tale ritardo da dover essere votata a forza, l’esultanza per una decretazione d’urgenza che, salvo gli F-35, non conteneva particolari misure a ricaduta “di cassa” immediata, l’esitazione dei sindacati dinanzi ad una legge abnorme come l’elevamento dell’età pensionabile, “fulmine a ciel sereno”.

Presidente, riprenda a bacchettare “gli italiani”, che il governo, ormai, non riesce a votare due liberalizzazioni due ed i partiti di legge elettorale sembra proprio che non se ne vogliano occupare.

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Un governo “chiaro ed inequivoco”

27 Feb

 Il presidente del Consiglio, Mario Monti, intervenendo in Commissione Industria al Senato, ha annunciato che l’Imu non sarà applicato alle scuole cattoliche che «svolgono la propria attività con modalità concretamente ed effettivamente non commerciali».

Una risposta «chiara e inequivoca», sottolinea il Primo Ministro italiano, che, viceversa, chiara non è e di “dubbi” ne solleva molti.

Infatti, non è possibile che un “singor professore” come Monti non sappia che, in Italia,  non esistono e non possono esistere scuole che operino con modalità/finalità prettamente commerciali: la vendita dei diplomi e delle certificazioni di studio è vietata.

Dunque, “modalità non commerciali” non significa praticamente nulla, se usiamo un linguaggio colloquiale, e non definisce assolutamente nulla, se volessimo riferirci a concetti e categorie contenuti nelle norme. L’unico concetto applicabile è che attualmente esistano scuole cattoliche gestite da società commerciali “italiane” (srl o spa che siano), cosa che “di per se” non rientra nelle esenzioni concordatarie.

Le scuole, infatti, sono statali, comunali, regionali, provinciali, clericali, serali, paritarie, paritetiche, parificate, aziendali: equità, giustizia e buon senso vorrebbero che tutte fossero sottoposte alle stesse regole ed alla stessa tassazione, ricevendo gli stessi finanziamenti.

E, per dirla tutta, se è “assurdo” che lo Stato tassi le “caritatevoli” scuole cattoliche, quanto allora è maggiormente “assurdo” che lo Stato tassi le proprie di scuole, riprendendosi con la mano sinistra almeno un quarto di quello che la destra dichiara di spendere … ?

Dicevamo dei “dubbi”, non nell’applicazione della norma che “abbiamo già capito” come andrà a finire, quanto sulla “chiarezza ed inequivocabilità” del Governo Monti, che, riguardo all’istruzione, fa seguito alle “chiare ed inequivocabli” disposizioni del ministro Profumo, che ha convocato gli Esami di Stato a mezzo circolare e che, nella nota relativa alle scuole chiuse per neve”, parla di giorni di scuola eventualmente riducibili, quando la norma di riferimento precisa che trattasi di “monte ore annuale” …

Una “inequivocabile chiarezza”, visto che, quasi in contemporanea, Elsa Fornero rispondeva, a chi evidenziava i bassi stipendi degli italiani, con un “aumentate la produttività”, mentre è notorio che nel Settentrione la produttività è pari o superiore alla Germania, il Centroitalia è “di per se” improduttivo, il Meridione, oltre a “pagare il pizzo” e le tasse, vede la propria produzione ortofrutticola soffocata dalle liberalizzazioni UE pro Marocco e Tunisia, volute dalla Merkel e appoggiate da Monti.

Nessun equivoco, ahimè: l’unica cosa che avevano bene in testa, i “professori” era di salvare le banche italiane colpendo le pensioni degli attuali cinquantenni, come l’unica che vorrebbero, per salvare le imprese italiane, è colpire l’occupazione degli attuali cinquantenni – gli ultimi con un “posto fisso” – senza, però, dar loro gli ammortizzatori sociali che gli spetterebbero, dopo aver pagato i contributi per 30 anni e passa.

Per il resto, di questo “governo d’inverno” rileviamo solo idee confuse, inattuabili, “ambiziose”, se non pericolose come la parola “recessione”, mentre il Parlamento “di questo governo” – sennò erano già tutti a casa – non ha ancora approvato una norma qualunque che serva a ridurre l’elefantiaco costo dell’apparato pubblico, a partire da partiti, sindacati, ordini professionali, sistema delle dirigenze, finanziamenti all’editoria, previdenza, sistema sanitario.

Chiaro ed inequivocabile: l’acqua è poca e la papera non riesce a galleggiare.

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Cento giorni per Monti

24 Feb

Il tempo scorre sempre in avanti e, di questo passo, siamo arrivati al centesimo giorno di governo da parte di Mario Monti ed il suo Esecutivo: è tempo di un rendiconto.

Innanzitutto, va annotato che l’ISTAT ci ha rivelato – ex post – che, al momento della nomina di Monti, il governo Berlusconi aveva recuperato l’1% del debito pubblico, che spread, titoli e mercati sono andati malissimo anche dopo l’annuncio delle misure “Salva Italia”, che questo Consiglio dei Ministri si è rivelato un esecutivo tecnico sostenuto da una maggioranza di governo senza un programma annunciato o definito.

Male, molto male.

Poi, ci sono le misure adottate, poche, nei fatti, e pessime, nei risultati.

Infatti, di tutto quello di cui si fa annuncio o si espone in Parlamento, è legge “eseguita ed applicata” solo pochi provvedimenti, tra cui ne spicca uno solo di qualche rilievo: l’innalzamento dell’età pensionabile e l’azzeramento dei diritti dei lavoratori malati e precoci.

E, andando a vedere cosa è accaduto dopo le vendite di titoli di Stato “a tutti i costi” mentre stretta fiscale e previdenziale crescevano, il risultato è recessione, insicurezza sociale, sfiducia nei mercati e nelle banche.

Ecco i risultati di uno spread calato solo perchè abbiamo accettato di (s)vendere a tassi di interesse esagerati, invece di ricorrere ad una patrimoniale.

Intanto, le misere liberalizzazioni previste si sono arenate in Parlamento, proprio mentre Corrado Passera annuncia “un decreto al mese” e mentre Elsa Fornero chiede un accordo sindacale senza avere (o voler) nulla da offrire.

Dulcis in fundo, a 4 mesi dalla caduta di Berlusconi, niente legge elettorale, niente tagli alla politica, niente lotta agli sprechi, poca Antimafia, zero antiTrust, zero Sud, troppi cacciabombardieri e, per ora, solo annunci.

My compliments, Mr. Monti.

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Salario minimo, quanto costa?

21 Feb

Proviamo ad immaginare di voler quantificare i costi di un atto di dignità nazionale, ovvero garantire un salario minimo a chi, pur cercandolo, non trova lavoro e chi non lo cerca perchè invalido o perchè resta a casa a sostenere la propria famiglia.

Giusto per avere un’idea di quante siano queste persone, mettiamo in conto di dover considerare:

  • 2.033.653 casalinghe/i italiani (dati INAIL 2009)
  • ~ 1 milione di NEET minori di 21 anni (dati ISTAT 2010 >2.000.000 NEET dai 15 ai 24 anni)
  • 2.243.000 disoccupati (dati ISTAT 2011)
  • 420.000 cassaintegrati (dati Inps e stima UIL 2011 > 60,8 milioni ore)
  • 2.137.078 invalidi inabili al lavoro con assegno medio di sostentamento di 449,57 euro (rapporto MEF 2008)

In totale parliamo di poco meno di 8 milioni di italiani.

Prevedendo un salario minimo di 10.000 Euro l’anno di media – giusto per fare un conto facile – si parte da una base di 80 miliardi di euro annui.

Tanti, tantissimi, ma, in realtà, molto meno, a partire dal fatto che il 25% circa (20 miliardi) rientrerebbero pressochè subito come fiscalità.

Ad ogni modo, premesso che una bella somma arriva dal Fondo Sociale Europeo, il primo miliardo di “economie” deriva direttamente, come minor spesa, dai “sostentamenti” degli inabili al lavoro. Poi, ci sono i circa 6 miliardi che, secondo la stampa nazionale, spendiamo attualmente per i cassaintegrati ed altrettanti (almeno si spera) che l’INPS sta già spendendo in indennità di disoccupazione (dati Ocse nel 2007).

A proposito di dati Ocse, nel 2007 la spesa pubblica in Italia per la disoccupazione ammontava allo 0,4% del pil ( 1.351 miliardi di euro), mentre in Francia e Germania la spesa e’ dell’1,4% sul pil, in Belgio raggiunge il 3,1%,in Spagna il 2,2%, in Danimarca e Austria è all’1% e in Olanda arriva al’1,9%.
Dunque, nel 2007, l’Italia avrebbe dovuto spendere almeno 15 miliardi di euro (anzichè circa sei), sempre ammesso che le condizioni del paese siano paragonabili a quelle della Mitteleuropa …

Ritornando al nostro quesito – quantificare i costi del “salario minimo” – abbiamo visto come da circa 80 miliardi di euro (per 10.000 euro pro capite), siamo arrivati a 67 miliardi di euro di spesa “ulteriore”.

Ma non solo …
Questi soldi verranno spesi e l’espansione commerciale – specie se la smettessimo con gli enormi ipermercati – e produttiva – specie se mettessimo un freno al gioco elettronico – darebbe immediatamente frutto, ovvero posti di lavoro e resa fiscale. Almeno 2 miliardi di euro in gettito fiscale, più le economie date dalla maggiore occupazione.

Un’occupazione che andrebbe ad alleggerire ulteriormente “l’ulteriore onere” se considerassimo di abbinare formazione, riqualificazione, rieducazione, bonifiche, ripristini, manutenzione ordinaria … minore microcriminalità e meno povertà diffusa, meno razzismo grazie alla maggior tutela, minor spesa sanitaria per invalidi che vivono meglio … minori spese di carburante per i pattugliamenti. Per non parlare delle casalinghe “libere” di affrancarsi da un “padrone”, alle donne occupate in nero per 6-800 euro al mese, a tanti “bamboccioni” (NB si chiamano NEET) che non avrebbero più scuse per recarsi a scuola od al lavoro, e, “dulcis in fundo”, la potenziale incisività di un salario minimo in terre di mafia.

A quante centinaia di miliardi di euro equivarrebbe tutto questo? E quale rating verrebbe assegnato al sistema Italia, se un tal genere di intervento avesse successo anche solo per la metà?

E, d’altra parte, come non consinderare che – dopo l’ultraliberismo dei Chicago Boys – un po’ di Keynesismo, lo dicono tutti, è necessario? Se così fosse, non c’è altro che prender atto che lo Stato, la comunità, deve spendere, sostenere, investire e che sono altre le spese desute, inutili e famigerate. A partire dalle “auto blu”, ad esempio.

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Dimenticavo … i NEET sono i giovani dai 15 e i 29 anni che non sono iscritti a scuola né all’università, che non lavorano e che nemmeno seguono corsi di formazione o aggiornamento professionale. “Not in Education, Employment or Training”.

Partiti in chemioterapia?

20 Feb

Luigi Crespi, oggi, “bevendo un caffè e scrutando il futuro“, tenta di trovare una causa sul perchè Mario Monti “convince”, ovvero da cosa dipenda il consenso che conserva nonostante tagli e tasse con cui ha fatto a pezzi gli italiani.

La “metafora terribile, ma di grande efficacia” che ne viene fuori è che Monti gode della stessa stima di cui gode il professore che ti sottopone alla chemioterapia capace di salvarti la vita“.

Una definizione “azzeccatissima” che descrive la situazione ben oltre il quadro superficiale d’insieme.

Ebbene si, c’è un malato di cancro, ma l’Italia – lo studiamo anche alle elementari – col cancro ci è nata e sopravvive “benissimo” da 150 anni. Sappiamo anche che il “cancro” è causato dalla presenza di un “corpo estraneo”, il Vaticano, e dalla mancata crescita del Meridione, come se una parte del “corpo” non venisse quasi irrorata di sangue pulito.

Eppure, nell’agenda Monti queste “cure” non ci sono, neanche in annuncio. Come non c’è la riforma della Pubblica Amministrazione o l’Antimafia. Quale sarà allora il malato di cancro che ri reca dal “dottor Monti” per la chemioterapia?

I partiti, i poteri forti, il clero, gli “avvantaggiati e chi altrimenti?

La conferma in un dato solo ed eclatante: il debito privato degli italiani è sostanzialmente basso, nonostante un carico fiscale esagerato ed un welfare iniquo ed irrilevante. Non è certo il singolo cittadino che ha da temere, in forma diretta, immediata, dalle speculazioni borsistiche e dal PIL che traballa.

Alla frutta sono, finanziariamente parlando, tutti coloro che attingono le loro fortune dalla spesa pubblica, a cominciare dai partiti, dalla RAI e dai giornali, dalle università e dagli enti pubblici.
Sono loro che hanno bisogno di una chemio che spazzi via il tumore, sono loro che accetterebbero di tutto pur di rimanere in sella. Noi, i cittadini, abbiamo altre priorità.

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