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L’attacco alle pensioni che dura da 25 anni

15 Ott

giuliano_polettiUna persona nata nel 1960 potrebbe da un lato aver già cumulato 40 anni di diritti previdenziali ed, allo stesso tempo, dovrà attendere il compimento di 66 anni e sette mesi, cioè altri DIECI ANNI, per poter fruire della pensione.

Questa persona si è già trovata a dover permanere al lavoro più di quanto le fosse stato precedentemente assicurato nel 1992 (Amato), nel 1995 (Dini), nel 2004 (Maroni), nel 2011 (Fornero). Ogni volta promettendo che sarebbe stata quella risolutiva.

Oggi, in Italia, in una repubblica “fondata sul lavoro”, con la Riforma Poletti – Renzi non ci si pensiona in base agli anni di contribuzione, cioè di prestazione lavorativa: tutti via a 66 anni e 7 mesi a prescindere da quanto si sia lavorato o di come vada la salute.

Dopo gli esodati di Elsa Fornero lasciati senza protezione dalla disoccupazione forzata, è nei fatti  che il Partito Democratico (con il silenzio assenso dei Cinque Stelle e della Destra) NON intende adempiere all’articolo 38 della Costituzione Italiana nel provvedere ad assicurare mezzi adeguati in caso di vecchiaia o di invalidità.
Anzi, addirittura, li sottrae, invitando chi per l’ennesima volta e con ben 41 anni di lavoro sulle spalle vede allontanarsi il giusto riposo a sottoscrivere indebitamenti capestro (APE) per 20 anni pur di andare via.

Riepilogando, abbiamo una generazione che gode di pensioni discrete od ottime pur avendone contribuita minima parte, ne abbiamo un’altra che – contribuendo poco – non cumulerà una rendita sufficiente e … un’altra ancora che dovrà lavorare il doppio per percepire la metà, onde garantire le prime e le seconde. Tra questi gli invalidi gravi con ben 41 anni di contribuzione previdenziale.

Evidentemente, in una repubblica fondata sul lavoro e sulle pari opportunità, esistono generazioni che pagano (e lavorano) per tutti e si pretende che gli invalidi gravi abbiano la stessa capacità lavorativa e la stessa aspettativa in vita di chi in salute.

Resta da chiedersi – e potrebbero iniziare a farlo almeno le associazioni dei malati – quanto la Costituzione Italiana permetta tutto questo.

Demata

Europa: basta compiti a casa!

7 Mar

Si avvicinano le elezioni europee ed i partiti scaldano i motori per una campagna che in molti paesi si prefigura rovente, come per l’Italia, dove nel candidarsi alle Europee dovranno essere date molte risposte agli elettori riguardo le ‘politiche europee’ dalla nascita dell’Euro ad oggi.

I grandi media continuano a porre la questione (obsoleta e retrograda) ‘Euro si Euro no’ o quella ‘Sforare il tetto al 3% o non sforarlo’, mentre sul tavolo iniziano ad esseere poste questioni molto più imbarazzanti e, soprattutto, fondate.

La prima questione è che l’Italia è un paese affidabile se c’è da tirare la cinghia.
Come titolava Sole24Ore a dicembre 2013 (link), “il debito pubblico è il «peccato originale» dell’Italia? Ma i dati dicono che cresce meno di tutti i Paesi euro”. I dati Eurostat dimostrano che, dal 2007 al 2012, il debito italiano è cresciuto solo del 27%, mentre la Germania è al 34% e la Francia al 54%, con il PIL, però, che in Italia è calato del 8,65% (a prezzi costanti), mentre quello tedesco è cresciuto dell’4,25% e quello francese  dello 0,67%.

debito-pubblico-eurozona Sole24Ore

I dati di Sole24Ore dimostrano che il motivo per cui il debito/Pil è tornato a salire in Italia è che il PIL è crollato sotto l’onda d’urto della Crisi e del Rigore.
Dunque, l’inaffidabilità italiana deriva non dal popolo italiano e dalla sua capacità di sopportare tagli o di essere lungimirante, ma dalla Politica, trasformista as usual, dalla Giustizia che opera con esiti imprevedibili e dilatati nel tempo, dall’Editoria che non assolve al suo ruolo di Quarto Potere nel far luce e chiarezza alla pubblica opinione, dalla Burocrazia che sembra operare con l’unico scopo dell’autoconservazione.

E qui viene la seconda questione, la vicenda dello spread, che si dimostra sempre più una storia di turbative d’asta e lobbing bancario, e le misure adottate dal Governo Monti, in particolare se parliamo della Riforma Fornero delle pensioni rinviate ad libitum e dal Fiscal Compact inserito nella Costituzione italiana, ma non in quella tedesca o francese.

Riguardo il Fiscal Compact c’è poco da dire: pone le decisioni del nostro Parlamento nelle mani della pianificazione finanziaria approvata in sede UE, mentre la Germania e la Francia non lo sono. Andrebbe immediatamente revocato, se si vuole avere un minimo di ‘forza contrattuale’ a Brussels.

Per le pensioni e l’occupazione, come sosteneva proprio oggi Massimiliano Fedriga nella trasmissione Omnibus (La7) – ottenendo un certo assenso dai politici degli altri partiti presenti – la Riforma Fornero va abrogata perchè impedisce il turn over generazionale e raddoppia il costo del lavoro, mantenendo ultrasessantenni al lavoro mentre i giovani sono inoccupati, il un paese dove il PIL è costituito per il 60% da consumi.

Come creare prodotto interno e occupazione se il mondo del lavoro è ingessato e se molti lavoratori sono anziani e rendono (giustamente) di meno, ma guadagnando (giustamente) di più? Come accelerare la crescita, se questi costi ‘generazionali’ sono scaricati su aziende e servizi, piuttosto che destinarli alla previdenza? Come innovare e rinnovare?
In Germania, l’età media dei lavoratori è calata negli ultimi anni di diversi punti …

E, con l’avvicinarsi delle elezioni, in Italia dovremo trovare risposte sull’Europa stessa se vorremo portare gli elettori alle urne.
Certo l’avere una moneta europea era inevitabile nel momento in cui gli Stati si interlacciano come ‘aggregati continentali’, ma lo sarebbe anche avere un sistema di istruzione, di giustizia, di difesa, di previdenza, di risparmio (Eurobond) unificato.
Invece, ci ritroviamo con un Euro che coincide grosso modo con il Deutsche Mark, mentre gli eserciti vanno per conto loro (vedi attacco alla Libia), la ‘fusion culturale e professionale’ senza un percorso formativo comune è fallita, la giustizia opera nei diversi paesi con – addirittura – diverse nozioni di proprietà privata e di giusto intendimento, la previdenza (e la Sanità) continuano ad impedire la residenza in un altro Stato se si è sottoposti a cure continuative.
Il tutto mentre il numero di europei figli  di cittadini di diversa nazionalità è in forte crescita, come lo è il numero di persone che hanno maturato contribuzioni previdenziali e assistenziali in diversi stati.

A cosa serve l’Unione Europea così com’è, salvo il trading e la valuta? E se tale è, perchè non ‘a due velocità’?
Era questa l’Europa di cui parlavano gli italiani, i francesi e i tedeschi usciti dalla carneficina di due guerre mondiali e di regimi totalitari?

Perchè, tra l’altro, votare un Parlamento UE che non ha voce in capitolo, mentre tutto viene deciso dalle Commissioni UE e dai ministri delle Finanze dei vari Stati?

Qualcuno, mentre litigano tra loro as usual, dovrà pur spiegarcelo …

originale postato su demata