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25 aprile: la Liberazione, gli Alleati, i partigiani e … la grande rapina dell’oro di Dongo

24 Apr

Domani in Italia si festeggia la Liberazione dal Nazifascismo. Fu scelta questa data, perché fu il 25 aprile 1945 che l’esecutivo del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia, alle 8 del mattino via radio, proclamò ufficialmente l’insurrezione, la presa di tutti i poteri da parte del CLNAI e la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti.

In realtà, gran parte dell’Italia era già ‘libera’: l’11 agosto 1943 la Sicilia era stata conquistata dagli Alleati con l’appoggio dei picciotti di Lucky Luciano, il 4 settembre 1943 a Napoli erano iniziate le rivolte culminate nelle Quattro Giornate del 27-30 settembre, mentre Calabria, Puglia e Basilicata furono sostanzialmente evacuate dai Nazisti prima dell’Armistizio e mentre buona parte delle Venezie finivano sotto il comando diretto della Wehrmacht.
Alla fine dell’ottobre 1943, i territori delle Due Sicilie erano liberi – spesso motu propriu – mentre Roma e i territori del preesistente Stato della Chiesa si apprestavano a divenire ‘zona di guerra’ (Linea Gotica) a protezione delle città di Bologna, Milano e Torino dove il Fascismo aveva visto le proprie origini e dove si continuava a produrre per la macchina bellica tedesca.

Italy 1943 1944 map Italia Mappa

Non fu un caso che l’insurrezione generale non fu proclamata dal Comitato di Liberazione Nazionale neanche un anno dopo circa, quando tra il 4 e il 5 giugno 1944 gli Alleati conquistarono Roma, superando le ultime difese tedesche.
E neanche che l’ordine ad insorgere e la condanna a morte per i gerarchi dovettero attendere la presa di Bologna da parte del 2° Corpo Polacco dell’VIII Armata, al comando del generale Anders e della 91a e 34a divisione USA, avvenuta il 21 aprile, e della insurrezione spontanea di Genova del 23 e 24 aprile.
Si stima che solo dopo la liberazione di Roma, cioè nell’estate del 1944,  si arrivò, nei movimenti di resistenza sulle montagne della Toscana e dell’Emilia-Romagna, a circa 70-.000 partigiani attivi  mentre gli Alleati aggredivano la Linea Gotica.

Perchè l’ordine di insurrezione generale venne dato solo a ‘cose fatte’, solo quando Milano era ormai circondata da esorbitanti forze alleate?

Innanzitutto, perchè nelle regioni della ‘rivoluzione fascista’ (Lombardia, Piemonte ed Emilia-Romagna) le formazioni partigiane ammontarono inizialmente ad un numero molto limitato di effettivi: Lombardia (9.000), Veneto (12.000), Emilia (12.000). Quale fosse il livello di adesione ed organizzazione del CLN è ben chiarito da Giorgio Bocca: alla metà di settembre 1943 in Italia settentrionale c’erano circa 1.000 uomini, di cui 500 in Piemonte, mentre nell’Italia centrale erano presenti circa 500 combattenti, raggruppati nei settori montuosi di Marche e Abruzzo.
Molto attiva fu invece la Marina, con i reparti Mariassalto, effettuando varie azioni di sabotaggio dietro le linee. Da notare che il primo reparto ad entrare a Venezia, impedendo alcuni atti di sabotaggio tedesco, fu proprio un reparto di Nuotatori Paracadutisti di Mariassalto, mentre il gruppo di combattimento “Folgore” partecipò alle operazioni terrestri della campagna d’Italia nel corso del 1945.

miracolo_anna_2Come è evidente che i partigiani non erano considerati affidabili dagli Alleati,  quando il generale Alexander, comandante supremo dell’esercito alleato in Italia, il 13 novembre 1944 dall’emittente “Italia combatte”, ordinò ai ‘patrioti’ di “cessare la loro attività precedente e le operazioni organizzate su larga scala”.
In buona parte, parliamo dei circa 60.000 patrioti che si erano ‘distinti’ in soli tre mesi di operazioni, da giugno all’autunno, mentre gli Alleati – combattendo dure battaglie come ad Ancona e Casola Valsenio – sfondavano la Linea Gustav e poi Gotica.
La scarsa affidabilità di queste ‘milizie’ fu confermata dagli eccidi verificatisi ad Italia ormai liberata, ovvero nel 1945, anche tra i partigiani stessi, come a Porzus dove furono trucidati diciassette partigiani (tra cui una donna) della Brigata Osoppo  da parte di un  gruppo di partigiani comunisti. I ‘fascisti’ che morirono linciati o per esecuzioni sommarie furono migliaia e, anche se la verità storica fa fatica ad emergere, sono state accertate almeno le stragi di Torino, di Oleggio, di Mignagola, di Oderzo.
Il film-scandalo di Spike Lee, Miracolo a Sant’Anna, ha fornito una ricostruzione sceneggiata, ma abbastanza fedele, di come andarono tante e troppe cose.

E se questi erano i problemi dati da qualunque milizia di patrioti, ma anche di sbandati e di criminali comuni, vale la pena di ricordare la storia del così detto ‘oro di Dongo’, un tesoro che secondo gli americani  valeva 610 miliardi di lire e comprendeva, tra l’altro, 42 chili di lingotti, 66 chili di gioielli d’oro, duemila sterline d’oro, 21mila marenghi d’oro, 35 chili di argenteria, persino due damigiane colme di “fedi” d’ oro donate alla Patria.

Parliamo documenti e dei beni, in gran parte di proprietà dello Stato italiano, che avevano con sé Benito Mussolini e i gerarchi fascisti in fuga verso la Svizzera, quando, il 27 aprile del 1945 a Dongo, furono catturati dai partigiani.
Dei documenti che Mussolini aveva raccolto in un apposito camion blindato – sui quali contava per difendersi un giorno, davanti al tribunale che lo avrebbe giudicato – non si seppe mai più nulla, ma sull’oro, anch’esso sparito, le diverse versioni sono tutte convergenti.

L’oro dei fascisti era stato portato quella stessa mattina del 27 aprile ’45 dentro l’acciaieria e fuso nel piccolo forno lontano da occhi indiscreti. Trasformato in migliaia di piccoli lingotti, facilmente occultabili e trasportabili, fu distribuito agli operai, agli abitanti affidabili e amici, ai partigiani anche a quelli venuti da Milano su ordine del Comitato nazionale di liberazione. Per questo il tesoro non fu mai trovato. Semplicemente, perchè in poche ore non esisteva più come tale.”  (Alessandro Sallusti – Essere Liberi – 2004)

“E’ facile immaginare, nella confusione di quei momenti e con tanti che entravano e uscivano e mettevano le mani per rendersi conto delle belle cose che portavano con se’ i gerarchi, quanto sia sparito. Di certo si sa che Mussolini aveva il fondo riservato della Repubblica sociale italiana, affidato al prefetto Gatti, consistente in oltre un miliardo in banconote italiane ed estere e in una quantita’ imprecisata di lingotti e monete d’ oro. C’ erano poi i valori personali dei componenti la colonna, quelli dei tedeschi di Fallmeyer, quelli di tali capitano Kummel e tenente Hess (trentadue milioni), quelli dei ministeri della Rsi, oltre a pacchi di documenti.
Sul tavolo del municipio di Dongo si trovavano sicuramente 1.045.880.000 lire, 169mila franchi svizzeri, 2700 sterline di carta, 63mila dollari, 4.043 monete d’ oro, 102.880 chili d’ oro e poi argenteria, collane, braccialetti, pellicce e (dice l’ inventario) “due barche nuove”, quasi che i fuggiaschi avessero preventivato di potersene servire per scappare attraverso il lago. C’ era poi un camioncino a cui Mussolini teneva moltissimo. Trasportava il suo archivio personale e, presumibilmente, le sue personali sostanze (non aveva appena venduto il giorno innanzi la sede del “Popolo d’ Italia)”.
“In un rapporto segreto del questore di Como, Grassi, al presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, e’ detto chiaramente che il grosso del tesoro di Dongo e dell’ oro dei gerarchi era finito al Partito comunista, ma che era pericoloso parlarne “… tanto piu’ col permanere nel governo, nei posti piu’ delicati, di esponenti di quel partito che, ove si facesse piena luce non soltanto sull’ oro del Duce, ma su tutta l’ attivita’ sotterranea a esso connessa, verrebbe irrimediabilmente colpito con conseguenti reazioni che oggi e’ assai difficile prevedere”. (Silvio Bertoldi – Corsera – 1993)

Difficile anche capire come mai una colonna corazzata e munita persino di artiglieri antiarea si sia lasciata fermare senza opporre alcuna resistenza dal uno sparuto gruppo di partigiani male armati, con un tale carico di beni e a così poca distanza dal confine svizzero.

autoblinda Mussolini Dongo

“Il 17 gennaio 1949, la rivista americana Life pubblica un’inchiesta del giornalista John Kobler dal titolo: «The great Dongo’s robbery». Kobler è uno che di tesori e manipolazioni se ne intende: ha fatto parte infatti del’Oss, il servizio segreto statunitense durante la campagna d’Italia. La sua tesi è che il tesoro sia finito nelle casse del Pci e utilizzato per sostenere le due campagne elettorali del 1946 e del 1948, per acquistare il palazzo di via delle Botteghe Oscure e per finanziare le forze militari clandestine e l’apparato di sezioni e cellule in tutta Italia.
Anni dopo Massimo Caprara, segretario di Palmiro Togliatti, testimonierà che quei beni razziati sulla strada tra Musso e Dongo sono finiti nelle casse del Partito comunista. ( Renzo Martinelli – Il Giornale -2007)

E, tra le tante, c’è la testimonianza di Renato Morandi, classe 1923, all’epoca dei fatti comandante partigiano della Brigata Garibaldi nel comasco, che racconta come il Capitano Neri, capo di stato maggiore della 52^ brigata partigiana di Como, che si occupò inizialmente di censire tutto l’oro di Dongo e che tentò di consegnarlo alle autorità, ritenendolo di proprietà dello stato italiano, «il 4 maggio del 1945  va a trovare il segretario del partito comunista di Como, chiedendo ragione della fine dell’oro di Dongo. Dei valori sequestrati erano stati stilati da lui stesso tre elenchi, ma nulla di quell’enormità era finito all’erario, cioè allo Stato. Neri venne ucciso dopo quella visita». (Varese Oggi – 2003)

“In realtà, i comunisti hanno incamerato soltanto una piccola parte di quell’immenso forziere semovente bloccato dai partigiani lungo le sponde del Lario. Non perché si siano ritratti di fronte a quella che i giornali americani, al tempo, definirono come «the great Dongo’s robbery» , il grande furto. Semplicemente, i comunisti, i quali controllavano le formazioni partigiane che arrestarono il Duce e i suoi fedelissimi, non fecero in tempo a impedire l’emorragia miliardaria che, in poche ore, aveva dissanguato l’intera colonna.
Quando, ormai quindici anni fa, chiesi al professor Gianfranco Bianchi dove, a suo avviso, fosse finito l’oro di Dongo, il grande storico, che è stato anche mio maestro, replicò con la sua consueta vivacità: «Se lo sono preso gli abitanti del lago!». Le cose stanno effettivamente così: la popolazione locale depredò letteralmente i fascisti e i tedeschi che, in cambio di protezione per sé o per i propri famigliari, non esitarono a regalare valigie piene di banconote. Durante il fermo della colonna, molti gerarchi avevano anche provvisoriamente affidato carichi di preziosi alla gente del posto, depositandoli nelle loro abitazioni nella speranza di passare poi a ritirarli. Non immaginavano certo che sarebbero stati fucilati di lì a poco. Anche dal municipio di Dongo, dove poi si svolse la contabilizzazione del tesoro sequestrato, sparirono somme ingenti, sottratte da partigiani o da loro amici.” (L’oro di Dongo – La Grande Storia – Rai3)

Un  documento agghiacciante, quello di Rai3.

E, mentre a Dongo e non solo era questa la fine che facevano le ricchezze d’Italia e degli italiani, “erano i giorni della «peste» di Napoli. … Eravamo puliti, lavati, ben nutriti, Jack ed io, in mezzo alla terribile folla napoletana squallida, sporca, affamata, vestita di stracci, che torme di soldati degli eserciti liberatori, composti di tutte le razze della terra, urtavano e ingiuriavano in tutte le lingue e in tutti i dialetti del mondo”, racconta Curzio Malaparte in La Pelle.

Sarà per questo che l’insurrezione venne proclamata il 25 aprile ‘a cose fatte’ e che ancora oggi i nostri libri di scuola dimenticano che Roma, Bologna, Milano furono prese dagli Alleati, che Torino e Genova insorsero mentre i tedeschi già smobilitavano, che solo Napoli – tra le grandi città industriali – insorse spontaneamente, stremata da centinaia di bombardamenti alleati sulla popolazione civile?

Certamente è anche per questo che l’Italia  festeggia la Liberazione … resta da chiedersi come sarebbe andata se a ‘liberarci’ invece degli Alleati, ci fossero stati i partigiani. Anzi … siamo sicuri che da Firenze a salire sarebbe accaduto quel che accadde, incluso l’orrido spettacolo del cadavere di Claretta Petacci appeso in piazza a Milano, senza gli Alleati che avanzavano, vittoriosi e vincenti, distribuendo cioccolato, sigarette e calze?

25 aprile, quello che non vi hanno mai detto

Liberazione, una festa da riscrivere

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25 aprile, quello che non vi hanno mai detto

25 Apr

L’unico posto dove gli Italiani hanno cacciato via i Tedeschi, non i Nazisti, da soli, spontaneamente e senza aiuto, è stato a Napoli. Nella città ci sono lapidi per centinaia di morti, appiccicate alle mura di palazzi che danno sui luoghi degli scontri. E non sono pochi come dice la Storia, basterebbe andarli a contare.   Una “insurrezione popolare” di cui a Napoli sono orgogliosi tutti, dato che è grande il  vanto di aver battuto ‘l’esercito invincibile” armati di sassi ed poco più. Questo è il senso e l’orgoglio della Liberazione dall’occupazione straniera. Intanto, l’Italia dimentica gli scugnizzi morti e sovrappone un mito partigiano che, andando a fare i conti, grandi cose non fece.

La “Liberazione” non è solo la Festa della Resistenza Partigiana. Hanno i loro meriti anche i mafiosissimi “picciotti” di Lucky Luciano che facilitarono lo sbarco, i martiri baresi del bombardamento al porto e le centinaia di morti napoletani, insorti “per campare”. Ricordiamo anche quel centinaio di soldati fattisi inutilmente massacrare dai Tedeschi a Porta San Paolo di Roma, per difendere la Capitale, mentre chi li aveva comandati lì fuggiva.
La “Liberazione” non è solo la Festa della Resistenza Partigiana, è una Festa Italiana. Perchè, se non ci fosse stata, oggi avremmo una Sicilia che aggiunge una stella alla bandiera USA, Napoli porto franco e 6-7 macroregioni come capitato alla Germania.

E Liberazione è anche vergogna. Vergogna per il massacro di Torino, per le foibe, per le vendette emiliane, per il processo sommario a Mussolini, per l’esecuzione della Petacci, per “La Pelle” di Malaparte, per i soldati prigionieri, che ritornarono dall’Etiopia solo nel 1948 e dalla Russia mai.
Liberazione è anche la festa degli Italiani coraggiosi che non fuggirono in montagna e rimasero per manipolare silenziosamente liste, ritardare inavvertitamente o boicottare scientemente invii ed ordini, … darsi malati nel giorno cruciale. Italiani che “non fecero il proprio dovere, non obbedirono agli ordini”, come invece successivamente avrebbero dichiarato sotto processo i carnefici tedeschi ed i collaborazionisti francesi.

La lotta per la Liberazione italiana iniziò subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 ad opera delle truppe italiane fedeli al Re con la battaglia di Cefalonia ed il massacro della Divisione Acqui,  le battaglie di Rodi e Lero per iniziativa di ufficiali come Inigo Campioni e Luigi Mascherpa, la Campagna di Liberazione della Corsica,  la difesa di Porta San Paolo a Roma, il Fronte Militare Clandestino della Resistenza, FCMR, e la rete di informatori organizzata dal colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, poi catturato e ucciso.

Tutto questo il mito partigiano ha sempre omesso di precisarlo: i primi a resistere (ed a rimetterci le penne) furono i soldati italiani, le ultime furono le città del Settentrione.

Collateralmente all’iniziativa delle Forze Armate fedeli al Re, fin dalla sera dell’8 settembre, i socialisti Ivanoe Bonomi, Mauro Scoccimarro e Pietro Nenni con i liberali Alessandro Casati ed Ugo La Malfa (Partito d’Azione) ed il cattolico Alcide De Gasperi costituirono il primo “Comitato di Liberazione Nazionale” (CLN).

Mentre la nascente ‘classe politica italiana’ iniziava a muovere i primi passi con la lentezza e la frammentazione che diventeranno poi proverbiali, a Napoli, fin dal 4 settembre (addirittura quattro giorni prima dell’Armistizio) c’era una situazione insorgente, culminata con la rivolta civile  e la liberazione della città. L’ira del popolo partenopeo contro le imposizioni naziste scatenò  combattimenti ‘porta a porta’ talmente violenti che durarono solo tre giorni, con oltre 500 morti e migliaia di feriti tra la popolazione e con i Nazisti per la prima volta in fuga.

Si stima che in Italia nel periodo intercorso tra l’8 settembre 1943 e l’aprile 1945 i Nazifascisti compirono più di 400 stragi  (uccisioni con un minimo di 8 vittime), per un totale di circa 15.000 caduti. Va precisato che gran parte di queste stragi furono rappresaglie condotte nei termini del Codice Militare di Guerra e dei trattati internazionali, ma anche che alcuni tra gli autori non furono mai perseguiti per crimini di guerra perchè molti fascicoli d’accusa rimasero per decenni a marcire in alcuni armadi ‘riservati’, come scopertosi anni fa.

Nei cortei tutto questo non passa, morti e sentimenti dimenticati. Dov’è il ricordo del Comandante delle 4 Giornate di Napoli, un ufficiale che volle mantenere l’anomimato? Perchè Milano, Torino, Genova, Bologna, Roma non insorsero come accadde a Napoli?

Quale fosse il livello di adesione ed organizzazione del CLN è ben chiarito da Giorgio Bocca: alla metà di settembre in Italia settentrionale, circa 1.000 uomini, di cui 500 in Piemonte, mentre nell’Italia centrale erano presenti circa 500 combattenti, raggruppati nei settori montuosi di Marche e Abruzzo. Solo il 20 settembre 1943 – a Milano, mentre Napoli si era liberata da due settimane – venne costituito il comitato militare del PCI che in ottobre si trasformò in comando generale delle Brigate d’assalto Garibaldi, sotto la direzione di Longo e Secchia.

Come anche, è documentato che, durante l’inverno del 1944, molte formazioni si sciolsero o di dispersero ed, in gruppi o individualmente, molti combattenti abbandonarono le armi o si consegnarono, riducendo il numero di quelli ancora in azione a soli 20-30.000 uomini (G. Bocca). Diversamente, la quasi totalità dei soldati italiani catturati dopo l’8 settembre, oltre 600.000, rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò e furono internati e sottoposti ad un duro trattamento di privazioni e violenze.

Perchè non troviamo, tra le memorie dell’epoca, l’opera svolta da Lucky Luciano per lo sbarco in Sicilia – fatto ormai storicizzato in USA – che fu il primo passo di una convivenza tra establishment statunitense e la mafia italiana?
O la controversa ed emblematica vicenda della Marina Italiana, lasciata senza ordini, tutta sintetizzata nella storia della X MAS (e Mariassalto) e nel ruolo svolto nella RSI dal Principe vaticano Julio Valerio Borghese e dell’ammiraglio Aimone D’Aosta, cadetto sabaudo, mentre nasceva un così detto Regno del Sud, durato circa un anno, guidato da un altro Savoia, il re fuggiasco, e diretto da quel Maresciallo Badoglio, distintosi a Caporetto perchè i suoi messaggi in chiaro, trasmessi via radio, indicanti ai reparti le nuove posizioni del comando, venivano sistematicamente intercettati con conseguenti bombardamenti di precisione sulle nostre truppe?

Perchè gli operai del Settentrione continuarono a far funzionare le loro fabbriche ed a produrre materiale bellico per i nazifscisti? Quanti di quegli operai sfilarono per anni ed anni con delle bandiere rosse bene in vista, mentre anni prima si erano presentati al lavoro con tanto di tesserino ‘nero’ del partito? Perchè a Gorizia (11 e 26 settembre 1943), a battersi contro la Wehrmacht, c’erano solo 1500 uomini, in gran parte operai dei Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone ed un consistente gruppo di partigiani sloveni, già operativi da tempo?

Quanti sanno che il massacro delle Foibe iniziò subito dopo l’Armistizio  e che solo nel primo mese vennero barbaramenente uccise almeno 400-600 persone? O dei sedicenti partigiani torinesi che aprirono il fuoco sulla colonna di militari della RSI che con le proprie famiglie lasciava la città con salvacondotto? O di alcune formazioni delle Brigate Garibaldi che si ‘distinsero’ per i rastrellamenti e le esecuzioni sommarie di fascisti in Romagna, con una lunga serie di accuse e processi controversi, che coinvolsero il senatore Arrigo Boldrini (PCI)?
E che dire della bruttissima storia dell’oro dello Stato Italiano, che Mussolini cercava di trasferire in Svizzera, intercettato dai partigiani a Dongo e su cui sono fiorite leggende ed indagini, tutte aleatorie dato che gli eventuali testimoni (i fascisti catturati tra cui Mussolini e Clara Petacci) furono sommariamente giustiziati?

Perchè il Vaticano, al quale i Concordati hanno sempre lasciato una propria giurisdizione territoriale su Roma, non intervenne quando 16 ottobre del 1943, alle 5.15 del mattino, le SS invasero le strade del Portico d’Ottavia e rastrellarono 1024 ebrei? E perchè non ricordare che tra i combattenti più attivi  ci furono i 5.000 ebrei italiani, arruolatisi nell’esercito inglese e mandati in prima linea sul versante adriatico?

La “Liberazione” non è (solo) la Festa della Resistenza Partigiana, è una festa della libera memoria italiana.

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Liberazione, una festa da riscrivere

24 Apr

La lotta per la Liberazione italiana iniziò subito dopo l’armistizio dell’8 settembre ad opera delle truppe italiane fedeli al Re con la battaglia di Cefalonia ed il massacro della Divisione Acqui,  le battaglie di Rodi e Lero per iniziativa di ufficiali come Inigo Campioni e Luigi Mascherpa, la Campagna di Liberazione della Corsica,  la difesa di Porta San Paolo a Roma, il Fronte Militare Clandestino della Resistenza, FCMR, e la rete di informatori organizzata dal colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, poi catturato e ucciso.

Collateralmente all’iniziativa delle Forze Armate fedeli al Re, fin dalla sera dell’8 settembre, i socialisti Ivanoe Bonomi, Mauro Scoccimarro e Pietro Nenni con i liberali Alessandro Casati ed Ugo La Malfa (Partito d’Azione) ed il cattolico Alcide De Gasperi costituirono il primo “Comitato di Liberazione Nazionale” (CLN). e nel giro di una settimana una rete di “comitati” atava sorgendo nelle principali città italiane.

Intanto, a Napoli, fin dal 4 settembre (ovvero quattro giorni prima dell’Armistizio) c’era una situazione insorgente, culminata con la rivolta civile  e la liberazione della città. I violenti combattimenti durarono solo tre giorni con oltre 500 morti e migliaia di feriti tra la popolazione.

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Quale fosse il livello di adesione ed organizzazione del CLN è ben chiarito da Giorgio Bocca: alla metà di settembre in Italia settentrionale, circa 1.000 uomini, di cui 500 in Piemonte, mentre nell’Italia centrale erano presenti circa 500 combattenti, raggruppati nei settori montuosi di Marche e Abruzzo.

Tutto qui e solo il 20 settembre 1943, a Milano, venne costituito il comitato militare del PCI che in ottobre si trasformò in comando generale delle Brigate d’assalto Garibaldi, sotto la direzione di Longo e Secchia.

Come anche, è documentato che, durante l’inverno del 1944, molte formazioni si sciolsero o di dispersero ed, in gruppi o individualmente, molti combattenti abbandonarono le armi o si consegnarono, riducendo il numero di quelli ancora in azione a soli 20-30.000 uomini (G. Bocca).

Diversamente, la quasi totalità dei soldati italiani catturati dopo l’8 settembre, oltre 600.000, rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò e furono internati e sottoposti ad un duro trattamento di privazioni e violenze.

Le formazioni partigiane, specialmente le Brigate Garibaldi, come racconta Giorgio Bocca, non furono mai impegnate (a differenza dei napoletani e dei soldati fedeli al Re) in battaglie di una certa entità, ad eccezione della difesa di Montefiorino, ed i combattenti furono circa 100.000, con le formazioni più numerose in Piemonte (30.000). Nelle regioni che avevano alimentato la “Rivoluzione Fascista”,  le formazioni partigiane ammontarono ad un numero molto limitato di effettivi: Lombardia (9.000), Veneto (12.000), Emilia (12.000). Tra l’altro, gli scontri più impegnativi con i nazifascisti videro sempre la partecipazione di tanti ex-prigionieri sovietici o slavi (oltre 5.000), poi inquadrati nel “Battaglione Stalin”.

Non a caso, il numero di civili non combattenti uccisi dai nazifascisti (10.000) fu di numero comparabile a quello dei partigiani morti in combattimento o, soprattutto, fucilati dopo essersi arresi.

Così andando le cose, andò a finire che, mentre Napoli s’era liberata in 3 giorni, l’Italia centrosettentrionale dovette attendere un anno e mezzo per mettere in fuga l’invasore.

Si stima che in Italia nel periodo intercorso tra l’8 settembre 1943 e l’aprile 1945 i Nazifascisti compirono più di 400 stragi  (uccisioni con un minimo di 8 vittime), per un totale di circa 15.000 caduti. Va precisato che gran parte di queste stragi furono rappresaglie condotte nei termini del Codice Militare di Guerra e dei trattati internazionali ed, infatti, gli autori non furono mai perseguiti per crimini di guerra.

Sul fronte partigiano, le stragi, le razzie e le efferratezze non sono mai state del tutto quantificate ed acclarate. Sta di fatto che i “fascisti” morti per crimini di guerra commessi dai partigiani (specie in Emilia Romagna e Lombardia) furono migliaia. Basti ricordare le foibe,  le stragi di Torino, di Oleggio, di Mignagola, di Oderzo oppure le tante “epurazioni” avvenute internamente alle Brigate Garibaldi e l’accanimento mostrato verso le donne dei fascisti presi.

Spike Lee, regista afroamericano, ha cercato di raccontare questa (brutta) “verità” nel film “Il miracolo di Sant’Anna”, ma la cosa sembra scivolare via sulla pelle degli italiani, nonostante che lo studio della storia sia nel nostro paese una “materia” importante a scuola.

E, così andando le cose, domani 25 aprile festeggeremo la Liberazione in nome della Resistenza partigiana, dimenticando “da che parte” accadde il maggior numero di crimini di guerra e che gli “insorti della prima ora” (ovvero gran parte di chi ci rimise la vita) lo fecero per il Re, per l’Italia, per odio contro i tedeschi, per fedeltà alla divisa e  … per campare.

Con buona pace per la verità storica …

Durante i violenti combattimenti di Napoli, nessun crimine di guerra venne commesso dagli insorgenti e, caso unico nella Storia della II Guerra Mondiale, i tedeschi accettarono di ritirarsi con l’onore delle armi. Anche le Brigate “Giustizia e Libertà” comandate da Ferruccio Parri non sembra si siano macchiate di efferratezze.

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Roma violenta: maxirissa in tribunale

22 Nov

Questa volta la donna violentata era rumena, sedicenne, e gli sturpatori sono italiani; il fatto accaduto nei dintorni di Roma, a Torvajanica nel 2010.

Non c’erano stati clamori di stampa nè comitati civici indignati, come accade quando gli autori del crimine sono rumeni e le vittime italiane, ma la giustizia faceva il proprio corso.

Si individuavano i responsabili, tre maggiorenni, ed, in poco più di un anno, si arrivava a sentenza.

Otto anni e mezzo per ognuno dei tre “bruti”, questa la pena,  per altro prevedibile, visto che si parla di sequestro e violenze contro una minorenne, caricata a forza in auto, imprigionata in un luogo e violata in gruppo.

Una pena giusta, a differenza di altre di cui si sente, purtroppo, raccontare, quando sono le donne a soccombere.

In altri tempi, i responsabili del grave fatto sarebbero stati messi all’indice per il “disonore” che avevano causato. Oggi, invece, accade che i familiari di due dei tre condannati, una ventina di persone, abbiano reagito con violenza alla lettura della condanna, trasformando in un’enorme rissa l’aula del tribunale di Velletri, dove si svolgeva il processo.

Da una parte polizia, carabinieri e funzionari della questura, dall’altra la tribe familiare scatenata:  si sono registrati diversi agenti feriti e medicati al pronto soccorso e 20 arresti, con l’accusa di sequestro di persona, danneggiamento, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale.

Italiani, brava gente …

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Fedeli alla patria

25 Apr

L’anno scorso scrivevo che il 25 Aprile è una Festa di tutti gli Italiani.

Quali?

  • i mafiosissimi “picciotti” di Lucky Luciano che facilitarono lo sbarco,
  • i martiri baresi del bombardamento al porto
  • le centinaia di morti “qualunque” delle 4 Giornate dei napoletani, insorti “per campare”,
  • quel centinaio di soldati fattisi inutilmente massacrare dai Tedeschi a Porta San Paolo di Roma, per difendere la Capitale,
  • i tanti soldati massacrati perchè fedeli al Re,
  • le famiglie dei nostri militari massacrati a Torino, mentre lasciavano la città con tanto di salvacondotto,
  • i morti di inedia delle foibe comuniste e quelli linciati nelle vendette emiliane,
  • le puttane della “Pelle” di Curzio Malaparte ed i monaci di Montecassino,
  • i soldati prigionieri, che ritornarono dall’Etiopia solo nel 1948 e dalla Russia mai.

La “Liberazione” non è solo la Festa della Resistenza Partigiana, non è una Festa dell’antifascismo e basta.

E’ una Festa Italiana, senza colori, che ci piaccia o no.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .  .. .  . .. . . . . . . . ..   .

Viceversa, non mi sembra assolutamente una festa nè una liberazione l’assoluzione di persone che hanno pronunciato, in occasione del G8 di Genova, queste frasi:

  • «Le manifestazioni del 19 e 21 saranno tranquille, il 20 succederà il
  • panico, il 20 succede un casino della madonna… scontri… mazzate»
  • «la città è grande, ci sono mille vie e ognuno è libero di manifestare come crede»
  • «noi dobbiamo fare la guerra civile!»

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Arrigo Boldrini, comunista

25 Gen

Ieri sera è caduto il Governo proprio mentre i media annunciavano che “il leader del Pd ha annullato a ora di pranzo la partecipazione alle esequie del capo partigiano Boldrini, «costretto dall’evoluzione della crisi».

D’Alema, invece, è andato ed ha tenuto a sottolineare che lui sarebbe andato a dare «questo saluto in qualsiasi momento» e c’era anche Fassino, e non solo, ai funerali di Arrigo Boldrini, detto il Comandante Bulow.

Chi era Boldrini, un uomo i cui funerali “fanno la differenza” a Sinistra? E siamo sicuri che cittadini di chiari sentimenti democratici possano andare orgogliosi di questo Comandante di milizie partigiane?

Una lettura superficiale ci presenta un eroe di guerra, anche se Bulow è un’esagerazione, dato che Boldrini partecipò ad un solo combattimento ‘vero e proprio’, cioè in cui vennero impiegati carri ed artiglieria, come del resto tutte le milizie partigiane. Solo gli insorti di Napoli ingaggiarono combattimenti con gravi perdite, ottenendo una vittoria schiacciante.
Andando a fondo, però, emergono fatti particolarmente inquietanti sull’operato dei partigiani comunisti: giunti a Codevigo a fine aprile del ’45 al seguito degli angloamericani, i partigiani della XXVIII Brigata Garibaldi (comandata da Arrigo “Bulow” Boldrini) rastrellarono centinaia di fascisti, che vennero poi seviziati e massacrati a gruppi lungo le rive del Brenta e del Bacchiglione.

La stragrande maggioranza degli uccisi erano operai e braccianti agricoli ravennati colpevoli unicamente di aver aderito alla RSI , che si trovavano  agli arresti domiciliari, con l’unico obbligo di recarsi quotidianamente alla caserma dei carabinieri e al comando del CLN per apporre la loro firma di presenza.

Il parroco del paese, don Umberto Zavattiero racconta: «Il 30 aprile, previo giudizio sommario fu uccisa la maestra Corinna Doardo. Poi furono uccisi con la stessa procedura dai partigiani inquadrati nella divisione “Cremona” altri quattro di Codevigo, tre della brigata nera e uno della milizia: Gino Minorello, Primo Manfrin, Fiore Broccadello, Gerardo Manoli.

Vi furono circa 130 morti. Venivano seppelliti dagli stessi partigiani di qua e di là per i campi, come le zucche. Altri cadaveri provenienti da altri paesi furono  visti passare per il fiume e andare al mare. Furono uccisi diversi anche a Castelcaro e vennero seppelliti a Brenta d’Abbà. Meritano un elogio gli uomini che con tanto sacrificio si prestarono per dissotterrare i morti e portarli al cimitero per ivi tumularli».

Nella seconda metà degli Anni ’50, Arrigo Boldrini fu denunciato dai parenti delle vittime di Codevigo e prosciolto per intervenuta amnistia. In seguito, Arrigo Boldrini venne eletto parlamentare del PCI, presidente dell’Associazione nazionale partigiani e gli venne conferita dagli inglesi la medaglia d’oro al valor militare.

Molti anni dopo gli assassini commessi dalla Brigata, Gianfranco Stella – che aveva mosso le principali accuse contro la brigata partigiana – dovette sostenere un processo intentatogli dallo stesso Boldrini per vilipendio alle forze armate e diffamazione dei suoi subalterni.

In due gradi di giudizio Stella fu stato assolto dall’accusa di vilipendio e la sentenza definisce il libro “un’opera storica supportata da prove”.

Qui di seguito diamo i nomi di alcuni dei Caduti nello spaventoso eccidio. I corpi di 114 fucilati giacciono dal maggio 1962 nell’Ossario eretto all’interno del cimitero di Codevigo per interessamento dei reduci repubblicani e con il concorso del “Commissario generale Onoranze ai Caduti in guerra” e del Comune di Codevigo:

  • Alessandroni Goffredo, anni 30, residente a Ravenna, impiegato
  • Allegri Alessandro, anni 20, Bagnocavallo, agricoltore
  • Allegri Teodoro, di Giuseppe, anni 51, Bagnocavallo, impiegato
  • Allegri Teodoro, di Innocente, anni 48, camionista
  • Badessi Jader, anni 38, Ravenna, tipografo
  • Bagnoli Armando, anni 41, Ravenna
  • Baraldi Osvaldo, anni 40, Concordia sulla Secchia (Modena)
  • Baruzzi Carlo, anni 42, Cottignola, muratore
  • Baruzzi Giambattista, …?…
  • Baruzzi Giuseppe, anni 30, Faenza  inbile al lavoro
  • Bertuzzi Cesare, …?…
  • Bezzi Giuseppe, anni 41, Ravenna
  • Biancoli Gioacchino, anni 47, Ravenna
  • Boresi Raffaele, anni 50, Ravenna, bracciante agricolo
  • Broccadello Edoardo, detto “Fiore”, anni 32, Codevigo, guardiano idraulico
  • Bubola Ludovico, anni 31, Codevigo, agricoltore
  • Cacchi Icilio, anni 46, Ravenna
  • Cacchi Sergio, anni 25, Ravenna, impiegato
  • Calderoni Luigi, anni 50, Ravenna
  • Canuti Ugo, anni 40, Faenza, capomastro
  • Cappellato Antonietta, anni 41, Codevigo, impiegata
  • Cappellato Giovanni, anni 35, Codevigo, esercente
  • Casadio in Solaroli Maria, …?…
  • Casadio Walter, anni 32, Ravenna
  • Cavassi Pietro, anni 35, Bagnocavallo, bracciante
  • Cavina Domenica ch. Pierina, anni 31, S. Stefano di Ravenna
  • Cavini Otello, …?…
  • Cavini Salvatore, …?…
  • Civenni Ugo, anni 39, Ravenna, bracciante
  • Conti Sante, anni 20, Terni
  • Contri Silvio, anni 32, Codevigo
  • Cottignoli Luigi Carlo, anni 36, Ravenna
  • Crivellaro Ernesto, anni 32, Correzzola (Padova)
  • D’Anzi Giorgio, anni 19, Ravenna
  • D’Anzi Odone, anni 22, Ravenna
  • Deletti Giuseppe, S. Leo (Pesaro)
  • Del Greco Umberto, anni 43, Firenze
  • Doardo Corinna, anni 39, di Tognana (Padova), insegnante elementare
  • Fabbri Terzo, anni 40, Ravenna, bracciante
  • Farnè Enrico, anni 32, Bologna, operaio
  • Fenati Domenico, anni 44, Ravenna
  • Ferranti Mario, anni 32, Bussolengo (Verona)
  • Fiumana Ernesta, anni 19, Ravenna, operaia
  • Focaccia Vincenzo, anni 42, Ravenna
  • Focaccia Leonida, Ravenna
  • Fontana Farinacci, anni 18, Codevigo, studente
  • Forti Massimo, anni 47, Carpi
  • Gavelli Vincenzo, anni 35, Faenza, lattoniere
  • Giunchi Elviro, anni 53, Ravenna
  • Golfarelli Guerrino, anni 27, Villa d’Albero
  • Greco Giuseppe, anni 54, Ravenna
  • Greco Rinaldo, anni 50, Ravenna
  • Guidetti Eugenio, anni 57, Porto Corsini (Ravenna)
  • Lami Giuseppe, …?…
  • Lanzoni Federico, anni 53, Ravenna
  • Lombardi Samuele, anni 22, Cireggio d’Omegna (Novara)
  • Lorenzoni Giulio, …?…
  • Lunardi Giacomo, anni 32, Piove di Sacco (Padova), contadino
  • Maneo Angelo, anni 27, Piove di Sacco (Padova)
  • Manfrin Primo, anni 30, Codevigo, sarto
  • Manoli Gerardo, anni 55, Codevigo, agricoltore
  • Marescotti Agostino, anni 42, Alfonsine (Ravenna)
  • Maroncelli Marino, anni 46, Ravenna, operaio
  • Masetti Loris Pasqualino, anni 29, Mesola (Ferrara)
  • Mazzetti Agostino, anni 42, Ravenna
  • Merendi Francesco, anni 45, Ravenna
  • Merendi Giovanni, anni 40, Ravenna
  • Milandri Sergio, anni 28, Ravenna
  • Minorelli Gino, anni 23, Codevigo, organista
  • Orsini Nello, anni 43, Ravenna
  • Pasi Francesco, anni 45, Ravenna
  • Picello Giuseppe, …?…
  • Polato Tarcisio, anni 31, Piove di Sacco (Padova), agricoltore
  • Pozzi Amleto, anni 35, Ravenna, impiegato
  • Pretolani Antonio, anni 38, Ravenna
  • Ranzato Giuseppe, Pontelongo (Padova)
  • Righi Crescentino, anni 36, Urbania (Pesaro)
  • Rossi Angelo, anni 45, Ravenna, facchino
  • Ricci Antonio, anni 35, Ravenna, tipografo
  • Saviotti Amedeo, anni 31, Ravenna, muratore
  • Scarabello Anacleto, …?…
  • Scarabello Ernesto, …?…
  • Spazzoli Ferdinando, anni 43, Ravenna
  • Tampellini Alfredo, anni 52, Ravenna, bracciante
  • Tedioli Saturno, anni 42, Brisighella (Ravenna)
  • Tedaldi Primo, …?…, di Giacomo, anni 32, Piove di Sacco (Padova), contadino
  • Toni Attilio, anni 42, Ravenna, bracciante
  • Toni Emilio, anni 53, Ravenna, bracciante
  • Valenti Aldo, anni 23, Ravenna, operaio
  • Valenti Sesto, Ravenna
  • Vestri Valeriano, anni 31, Ravenna, bracciante
  • Virgili Carlo Emilio, anni 36, Ravenna, insegnante
  • Villa Alfredo, anni 30, Ravenna
  • Villa Nazario, anni 20, Ravenna
  • Villa Vincenzo, anni 22, Ravenna
  • Zampighi Luigi, anni 46, Ravenna
  • Zara Claudio, anni 27, Ravenna

La Liberazione ed il “nuovo” che avanza

25 Apr

Da La Repubblica del 25 aprile 2007:
Milano – Intorno alle quattordici su un palazzo è comparso uno striscione di solidarietà agli arrestati del 12 febbraio del centro sociale Gramigna di Padova. Lo striscione, che è stato tolto quasi subito, sarà portato in manifestazione dai padovani insieme ad altri con scritte come “25 aprile la Resistenza continua. Ora e sempre antifascisti partigiani”. In un volantino si legge la ragione della presenza del Centro sociale Gramigna alla manifestazione milanese del 25 aprile: “Partecipiamo numerosi e determinati alla manifestazione nazionale del 25 aprile a Milano per urlare che la lotta partigiana e i suoi insegnamenti sono oggi più vivi che mai. Gli arresti del 12 febbraio portano la firma dei Ds e di tutto il governo Prodi, portati a termine dalle loro squadracce, ovvero Digos, polizia e magistratura. Il 12 febbraio sono stati colpiti partigiani attivi e riconosciuti nei luoghi di lavoro”.

Se questo è il nuovo preferisco cose vecchie.

L’unico posto dove gli Italiani hanno cacciato via i Tedeschi, non i Nazisti, da soli, spontaneamente e senza aiuto, è stato a Napoli. Nella città ci sono lapidi per centinaia di morti, appiccicate alle mura di palazzi che danno sui luoghi degli scontri. E non sono pochi come dice la Storia, basterebbe andarli a contare.    A dire il vero non erano neanche comunisti. Forse neanche troppo italiani: napoletani … tutto qui.
Al punto che di questa “insurrezione popolare” a Napoli ne sono orgogliosi quasi tutti, pure a Destra sotto sotto fa piacere il vanto di aver battuto ‘l’esercito invincibile”. Questo è il senso e l’orgoglio della Liberazione dall’occupazione straniera. Intanto, l’Italia dimentica gli scugnizzi morti e sovrappone un mito partigiano che, andando a fare i conti, grandi cose non fece.

Intendo dire che la “Liberazione” non è solo la Festa della Resistenza Partigiana. Hanno i loro meriti anche i mafiosissimi “picciotti” di Lucky Luciano che facilitarono lo sbarco, i martiri baresi del bombardamento al porto e le centinaia di morti napoletani, insorti “per campare”. Ricordiamo anche quel centinaio di soldati fattisi inutilmente massacrare dai Tedeschi a Porta San Paolo di Roma, per difendere la Capitale, mentre chi li aveva comandati lì fuggiva.
La “Liberazione” non è solo la Festa della Resistenza Partigiana, è una Festa Italiana. Perchè, se non ci fosse stata, oggi avremmo una Sicilia che aggiunge una stella alla bandiera USA, Napoli porto franco e 6-7 macroregioni come capitato alla Germania … (ed a pensarci forse era anche meglio …)

E Liberazione è anche vergogna. Vergogna per il massacro di Torino, per le foibe, per le vendette emiliane, per il processo sommario a Mussolini, per l’esecuzione della Petacci, per “La Pelle” di Malaparte, per i soldati prigionieri, che ritornarono dall’Etiopia solo nel 1948 e dalla Russia mai.
E’ la festa degli Italiani che rischiarono la pelle per nascondere un amico ebreo o disertore, di tutti quelli che nella Amministrazione manipolarono silenziosamente liste, ritardarono inavvertitamente invii ed ordini, … si dettero malati … non fecero il proprio dovere, come invece successivamente avrebbero dichiarato sotto processo i carnefici tedeschi ed i collaborazionisti francesi.

Nei cortei tutto questo non passa, morti e sentimenti dimenticati. Dove sono i Comandanti Taviani e Parri ? 

Dov’è il Comandante delle 4 Giornate di Napoli che volle mantenere l’anomimato. Altro che subComandanti barricati sull’Appennino e le Alpi, altro che “compagno Gigino” e “compagna Titina” …

… ma “forse” siamo già in campagna elettorale. Anzi, il 25 d’aprile sembra proprio d’essere, oggi per 60 anni, in un giorno in cui la Storia viene distorta: le Brigate Garibaldi erano meno di un terzo delle formazioni partigiane e raramente parteciparono ad azioni di un certo rilievo.

Altra storia, ma non erano rossi nè comunisti, fu per i picciotti e gli scugnizzi, come per i combattenti Parri e Taviani.

originale postato su demata