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Fallimento Renzi: rating al ribasso, troppo fisco, troppi tagli, troppe spese

22 Ott

Halloween si avvicina, l’elezione del nuovo Presidente USA pure ed anche il Dia del Los Muertos sarà festeggiato a breve. Intanto, il 30 ottobre – il giorno dei conti da portare in UE – è alle porte. A seguire il 2017 con le sue centinaia di miliardi in BOT e BTP da saldare e ricollocare.

E non dobbiamo meravigliarci se l’agenzia di rating Fitch ha benevolmente confermato la sua valutazione del debito italiano ‘BBB+’, seppur rivedendo al ribasso l’outlook da ‘stabile’ a negativo: non ci siamo ritrovati in ‘C+’ – cioè in stato di dichiarato fallimento – solo grazie ad Obama che appoggia Matteo Renzi e lancia indagini su Moody’s, sperando che vinca Hillary e che arrivi qualche ‘aiutino’ proprio mentre stiamo contrattando BTP e BOT di cui sopra … sennò – poco male – si fa una ‘bella’ patrimoniale agostana …

A condizionare la revisione – comunque e doverosamente – al ribasso, sono le bugie / gli errori del Governo Renzi e l’incapacita a riformare la struttura amministrativa e finanziaria dello Stato italiano, con un calo del Pil nel 2016, che crescerà solo dello 0,8% con il debito pubblico, che aumenterà fino /oltre il 133,3% nel 2017.

Inoltre, il Belpaese è arrivato al 64,8% di prelievo fiscale annuale sul profitto delle imprese (contro una media europea del 40,6%) e queste perdono ben 269 ore all’anno per adempimenti fiscali, a fronte di una media europea di 173 ore e mondiale di 261 ore.

Se di tasse e di prebende si finisce male, questo accade anche perchè, di taglio in taglio, l’Inps annuncia che le pensioni liquidate nei primi 9 mesi sono scese del 26,5% rispetto allo stesso periodo del 2015 e lo stesso presidente Boeri contesta il ministro del Lavoro Poletti sulla “scelta politica di aiutare bassi redditi” e le persone che “sono già in pensione”.
Intanto, la Sanità è talmente agli sgoccioli da dover introdurre di fretta e furia un incremento dell’accisa tabacchi per poter almeno pagare i vaccini, la copertura per le malattie rare e i sussidi agli invalidi gravissimi … dato che i denari stanziati servivano per nuove assunzioni senza però pensionare medici iper-retribuiti che si sono laureati quando farmacologia, genetica, gestione clinica e diagnostica erano all’Età della Pietra rispetto ad oggi.

Il tutto con Equitalia che è stata ‘soppressa’ annunciando miliardi di economie (ma come non era lucrativa? ma come le cartelle non erano gonfiate?), ma subito ci affrettiamo a garantire posto e lauto stipendio agli oltre settemila che resterebbero senza lavoro. Ma … anche ci ritroviamo le scuole ed i musei come al solito a combattere con i posti vacanti.
E, con tutte le riforme istituzionali fatte, non ce ne è una che permetta allo Stato di commissariare per un po’ di anni Roma Capitale e/o qualche Regione dissestata …

Queste sono le capacità espresse da Matteo Renzi e dal suo Governo. Il pasticcio dell’Italicum e i copia-taglia-incolla della Riforma Costituzionale da referendare sono solo la punta dell’iceberg.

Chi li stesse appoggiando – per tornaconto personale o per una speranza mal riposta – farebbe bene a rivolgere altrove il proprio opportunismo od i propri ideali ‘as soon as possible’.

Demata

Le Ragioni del NO in poche parole

1 Ott

In due parole, tanti costituzionalisti, magistrati ed esperti del settore sono contrari alla riforma costituzionale del Governo Renzi perchè prevede che:

  1. la futura Camera dei Deputati “disciplinerà” l’attività parlamentare delle opposizioni tramite uno Statuto non meglio precisato, mentre la stessa norma prevede che i “membri del Governo devono essere sentiti ogni volta che lo richiedono”, con il rischio che il dibattito parlamentare si trasformi in un comizio;
  2. il Senato diventerà un’assemblea interregionale priva di poteri sul Governo, mentre la riforma elettorale permette al partito vincitore delle elezioni di quasi raddoppiare i seggi grazie al premio di maggioranza;
  3. il Presidente della Repubblica potrà essere eletto dai 3/5 dei presenti in Aula, invece che in base alla maggioranza degli aventi diritto tutti, cioè un numero qualificato e diversificato di parlamentari,   con il risultato che in futuro sarà il Governo a decidere tutto.

Tutto qui?
Beh, sono dispositivi simili quelli che, nel corso della Storia e non solo in Italia, hanno permesso a demagoghi, speculatori se non dittatori – puntualmente corrotti o corruttibili – di prendere il controllo di uno Stato.
Il Futuro non è scritto, meglio esser cauti.

Demata

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Referendum: Renzi-Zagrebelsky 1 – 2

1 Ott

L’attesissimo confronto televisivo tra Matteo Renzi – in difesa della sua riforma costituzionale ed elettorale – e Gustavo Zagrebelsky – a nome dell’ampio fronte per il NO referendario si è concluso con una vittoria ai punti, ma vittoria del noto professore delal Corte Costituzionale.

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Zagrebelsky, nonostante la poca abitudine al dibattito televisivo – è riuscito a far comprendere diverse cose:

  1. che la riforma costituzionale ed elettorale di Renzi – nella migliore delle ipotesi – è un’opera incompiuta e che non può essere il parlamento futuro – a frittata fatta – a completarla
  2. che – specie per l’elezione del presidente – c’è il rischio che i soliti giochetti del sottobosco politico italiano possano introdurre una deriva presidenzialista
  3. che il rischio di un uomo solo al comando grazie allo strapotere alla Camera è un pericolo concreto di cui Matteo Renzi e la sua maggioranza incostituzionale è un limpido esempio.

Quel che si è compreso di Matteo Renzi – ma probabilmente tanti non l’hanno ben focalizzato – è molto triste:

  1. che vive con la generazione che lo precede un rapporto quasi adolescenziale, con il suo continuo rivolgersi a Zagrebelsky come ‘professore’ ‘ma, professore’ eccetera, quasi fosse uno scolaretto discolo e bizzarro
  2. che neanche lui – a parte i numeri che spara – ha ben chiaro il quadro delle riforme che poi dovranno interagire tra di loro e venire interpretate dalla diverse Corti e Camere
  3. che il ‘qui comando io’ ed il ‘chi se ne frega’ sono due aspetti caratteriali e comportamentali che lo contradistinguono, visto come ha trattato e provocato il suo avversario, fin troppo compito ed educato.

Renzi sapeva bene di non avere chanche dinanzi ad un costituzionalista esperto con le sue riforme costituzionali insolute ed ha giocato le carte dell’attacco ‘ad personam’, ben spiegato da Schopenhauer nella “Arte di avere ragione” e dotazione standard di ogni politico che si rispetti.

Zagrebelsky non è riuscito a farsi ben comprendere dai più, ma è riuscito a far capire che siamo di fontte ad una riforma dei ‘copia ed incolla’ ed a costringere Renzi ad usare le sue armi peggiori (ignoranza ed arroganza).

Chi voleva farsi un’idea di cosa significhi lo strapotere di un populista ha avuto modo di farsela.

Darei Zagrebelsky vincente ai punti, ma io sono tifoso … mi raccomando, votate NO.

Demata

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Pro e contro della riforma pensionistica (in sintesi)

28 Set

La Repubblica riporta che “il verbale del governo” prevede di consentire:

  1. persone con disabilità = accesso alla pensione con 41 anni di contributi
  2. lavoratori precoci (con 12 mesi di contributi prima dei 19 anni di età) = eliminare le penalizzazioni sul trattamento pensionistico in caso di pensione anticipata prima dei 62 anni
  3. lavori gravosi (da definire con i sindacati) = accesso alla pensione con 41 anni di contributi
  4. lavori usuranti = anticipo pensionistico di 12 o 18 mesi rispetto alle attuali norme
  5. pensioni inferiori ai 1000 euro = quattordicesima
  6. pensioni anticipate (Ape) = tagli alle pensioni superiori ai 1500 euro fino al 25% sull’importo dei successivi vent’anni

In parole povere:

  1. bene per i disabili, ma sarebbe stato più equo fissare il limite a 35 anni contributivi
  2. bene per i lavoratori precoci, ma solo a condizione che valgano anche le ricongiuzioni – salatamente pagate – che adesso sono escluse dal computo
  3. male per i lavori gravosi = sarebbe stato più umano fissare il limite a 35 anni contributivi
  4. peggio per i lavori usuranti, = sarebbe stato più umano fissare il limite a 30 anni contributivi
  5. bene le pensioni più basse = è praticamente quanto serve a garantire l’alimentazione di una persona per due settimane / un mese
  6. malissimo le pensioni anticipate = chi mai vorrà lasciare il lavoro perdendo fino al 25% di un buon reddito – conquistato nell’arco di una vita – per anticipare di un anno o due?

C’è, dunque, da vigilare, perchè, tra il dire e il fare, la furbaggine dei nostri attuali governanti potrebbe -alla fine – risolversi con un fico secco, salvo i ‘pacchi alimentari’ per le semi-minime (3,3 milioni di italiani) e l’ennesima mattanza del ceto medio (tra i nati 1952-1963) … visto che “saranno previste misure ad hoc per le uscite dovute a crisi aziendali  con oneri a carico delle imprese”.

Fico secco utilissimo a raccattare voti tra i ‘poverelli’ come al solito ed a rinviare di altri due o tre anni il blocco delle pensioni attuato da Monti, Fornero e il Pd che li sosteneva nel silenzio assoluto dei sindacati.

Demata

 

 

1952-1963, la generazione che paga per tutti

22 Set

sisifo21Sono uno dei nati tra il 1952 e il 1963, a partire dai 17 anni di età verso contributi sul mio fondo pensione e, arrivato a 58 anni, mi ritrovo con oltre 40 anni di età contributiva, ma anche con un po’ di malattie croniche, di cui una congenita – riconosciuta solo nel 2009 – che mi obbliga da sette anni ed ogni settimana ad infondere in ospedale un farmaco salva vita.

Per ottenere un’invalidità superiore al 74% e la gravità ho impiegato cinque anni e ci sono riuscito solo citando in giudizio l’Inps.
Per dimostrare che i fattori d’aggravio certificatimi da esperti internazionali erano incompatibili con il mio lavoro ed essere protetto /ricollocato, ho impiegato sei anni, una dozzina di accessi in pronto soccorso e non so quante urgenze mediche, più due visite del medico competente di cui una durata otto mesi.

Intanto il tempo passava e i governi:

  • prima hanno innalzato l’età contributiva del 17% portandola da 35 anni a 42 e vari mesi,
  • poi hanno eroso i 5 anni di scivolo pensionistico per le malattie congenite, di cui avrei goduto se dichiarato invalido grave entro il 2011 …
  • infine, da anni Inps e ministero competente si astengono dal dare seguito a quesiti e accessi agli atti volti a conoscere la mia situazione previdenziale.

Infatti, molti anni prima (tra il 1992 e il 1995) due governi avevano trasformato i nostri fondi pensione in un sistema previdenziale universale, ma non è che qualcuno venne a chiederci il permesso, non almeno secondo quanto prevede l’art. 39 della Costituzione.

Aggiungiamo che – vinta la battaglia con il medico competente – la ripresa del lavoro in soli quattro mesi mi è già costata due pronti soccorsi e un notevole incremento di farmaci e … che io avevo chiesto il prepensionamento in base ad un decreto dello stesso Mario Monti (sic!).

Adesso, proprio mentre i nati tra il 1952 e il 1963 – cioè io – vanno ad approssimarsi ai fatidici 42 anni e vari mesi contributivi, il governo del Nazareno vuole incrementarci l’età pensionabile, rendendola obbligatoria a 65 anni dopo aver impennato quella contributiva ed ostacolato in ogni modo gli invalidi.

Morale della favola, una bella fetta di nati tra il 1952 e il 1963 (tra cui io) si ritroverà – da invalido grave – a lavorare per 45-47 anni, onde sostenere le pensioni di chi (70enne o 40enne) non ha od avrà lavorato neanche 30 anni in tutto.

Sullo sfondo l’inspiegabile silenzio dei sindacati (lo ha ammesso persino Mario Monti) dinanzi ad interventi draconiani sui Fondi Pensione di uno specifico gruppo anagrafico, già in larga parte contribuiti e già rinviati di un quinquennio, persino agli invalidi gravi.

A quando un ministro del lavoro e delle politiche sociali, che abbia come scopo verso i lavoratori di “prevedere ed assicurare mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”?

Visto che si parla tanto di Costituzione, quand’è che prendiamo atto c’è qualcosa di incostituzionale nel Fiscal Compact, almeno per quanto riguarda l’applicazione che ne danno Monti – Padoan e Fornero – Poletti?

E quando constateremo che l’Inps non ha più nulla a che vedere con il mandato costituzionale per cui nacque, nè con la previdenza universale e tanto meno con i fondi pensione, se non è prevista la possibilità di prepensionarsi per chi ha lavorato 30-35 anni e soffre di patologie croniche od oncologiche?

Qui non parliamo di ‘stato sociale’ o di ‘beneficenza’, ma di contributi effettivamente versati e non riscuotibili (con i relativi montanti previsti) neanche dopo 30 anni. E’ legale una roba così?

Demata

Referendum e rinascita politica nazionale

10 Set

A breve si terrà il referendum sulla riforma del Senato e di altri punti della Costituzione e, nonostante il fronte degli oppositori sia piuttosto ampio e qualificato – da Forza Italia alla CGIL, dalla Destra ai Cinque Stelle – praticamente se ne sa poco o nulla.

Al punto che i sondaggi prevedono una vittoria dei SI, risicata ma vittoria. Perchè?

sondaggio-referendum

Innanzitutto, c’è la ‘memoria ancestrale’ di cui è dotata ogni nazione e questa è ben consapevole che a colpi di maggioranze parlamentari si son fatti disastri (Mattarellum, Porcellum e oggi Italicum, Titolo V, Fiscal Compact), ma ricorda anche che nell’andare ad una Costituente ci sarebbero articoli ben più ostici della Costituzione da affrontare, come per i rapporti con lo Stato del Vaticano, per le pari opportunità, per la libera scelta di scuole, sanità e assicurazioni, per il ruolo dei Sindacati, per la normativa su deleghe, testamenti, concessioni, fiscalità locale eccetera.

Dunque, il timore ‘collettivo’ è che, fermando l’Italicum, si cada dalla padella alla brace, ergo nell’instabilità e nella recessione. Timore ingiustificato, se non fosse per i nostri media e la nostra politica che da tre anni ‘dimenticano’ di dire che l’Italia ha rating BBB-, cioè è in stato fallimentare, è che, secondo le agenzie apposite, la causa di tutto questo è nella faziosità della politica, nella farragine giudiziaria e nell’inefficienza della pubblica amministrazione.

In secondo luogo, i sostenitori del NO – sia per quanto riguarda i Liberali, sia per la Sinistra come per le Destre e i Cinque Stelle – non sembrano in grado  nè di comporsi in un qualche comitato unitario nè di formulare una mezza dozzina di slogan ‘condivisi’ che spieghino con semplicità le loro ragioni.
Così accade che – nonostante i vari promotori rappresentino gran parte dell’elettorato, astenuti inclusi – la vittoria potrebbe andare ai SI.

Enorme errore non delineare – ed anticipare all’elettorato – quali saranno gli scenari del dopo-referendum in caso di vittoria dei NO (o comunque di loro ampio consenso): è come chiedere di puntare al buio.
Dimissioni di Matteo Renzi? Votare con il Mattarellum (che ha i suoi difetti)? Governo tecnico per la legge elettorale, come nella transizione tra prima e seconda Repubblica? La legislatura prosegue con il rientro di Enrico Letta, ma si avvia l’Assemblea Costituente?

A latere, c’è il vero vulnus della questione: dove sono i Liberali, dove i Socialdemocratici e dove i Cristianosociali?
Quello che vediamo è solo il Partito della Nazione a difesa dei piccoli interessi di bottega della profonda provincia italiana. Non c’è altra spiegazione, se con larga parte della popolazione che risiede in Lombardia ed in aree metropolitane, l’attuale governo è per la ma ggior parte composto da personaggi quali Renzi (Rignano sull’Arno), Alfano (Agrigento), Boschi (Montevarchi), Giannini (Lucca), Orlando (La Spezia), Del Rio (Reggio Emilia), Poletti (Imola), Franceschini (Ferrara),  Galletti (Bologna), Costa (Cuneo), Martina (Calcinate). Gentiloni, Padoan, Calenda, Lorenzin sono di Roma (città notoriamente sui generis); Pinotti è nata a Genova. Stop.

Questi i danni del Mattarellum e, poi, del Porcellum – ritornando ai referendum costituzionali – che vollero imporre agli italiani quel sistema bipolare tanto in voga negli  anni del Neoliberismo internazionale e dei populismi italici della premiata ditta Berlusconi & D’Alema.
Sappiamo come è andata con il Bipolarismo e con il Neoliberismo: male.

Se crediamo nelle Riforme, non ci resta che ripartire dalla diaspora dei Liberali, Socialdemocratici e Cristianosociali.
Dopo – solo dopo – aver ricoagulato le menti e i cuori dissolti nel bipolarismo della Seconda Repubblica, non sarà difficile pervenire ad un’Assemblea Costituente e ad una rinnovata classe politica in grado di portare concordia nel Paese – e non fazione – per affrontare le difficoltà necessarie a cogliere i successi che da tanto tempo la nostra Nazione attende.

Se questo è un dato per lo scenario politico-elettorale prossimo venturo, riguardo il referendum vediamo che l’elettorato si sta dimostrando ‘maturo’, cioè ben sospettoso del Parlamento ‘blindato’ che ha votato a favore, ma – comunque – cauto nell’attendere di capire quale saranno le ripercussioni del NO.
In breve, l’elettorato attende sempre che il fronte referendario per il NO si costituisca in modo unitario, dia tre semplici quanto eloquenti ragioni tre” per votare NO e, soprattutto, speighi come intende proseguire dopo.

“Sarebbe ora che la smettessimo, … di guardare indietro, celebrando i nostri padri fondatori e cominciassimo a guardare in avanti, cioè pensando a un “riformismo liberale” (chiamiamolo così per comodità) cioè a quello che è necessario fare per adeguare istituzioni, mercato ecc. a un mondo che è profondamente, totalmente cambiato rispetto a quello del 1776 di Adamo Smith, ma anche rispetto a quello della prima metà di questo secolo, cioè di Hayek, Mises e tanti altri.” (Per un riformismo liberale – Piero Ostellino – 1999)

Demata

Nizza, Turchia, Louisiana: la Socialdemocrazia è al capolinea?

18 Lug

Alla fine, in Turchia, il golpe l’ha fatto Erdogan destituendo, sospendendo, arrestando quasi tremila magistrati, circa settemila funzionari di polizia e un centinaio tra generali ed ammiragli.
Per non parlare dei referendum per l’introduzione di norme ‘islamiche’ nella costituzione, bloccati dal Parlamento, che adesso proporrà e vincerà facilmente.

Il tutto – come urlavano i suoi sostenitori – in nome “del leader, dell’Islam e della democrazia” ed accusando del fallito golpe il religioso musulmano Fethullah Gülen, noto sostenitore della necessità della “coesistenza pacifica” e del dialogo tra le civiltà su scala internazionale e promotore di una versione moderata dell’Islam, ispirata ad una interpretazione liberale e democratica della religione, incontrando leader religiosi ebrei ed il Papa.

Tre mesi fa, il commissario dei diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks, alla fine della visita di nove giorni in Turchia, dichiarava di nutrire «seri dubbi sulla legalità dei coprifuoco di interi quartieri e città del sud est» e che per la distruzione di vaste zone e lo sfollamento di migliaia di persone «le autorità turche hanno il dovere di condurre inchieste effettivee risarcire senza indugio la popolazione locale che chiaramente ha sofferto enormi danni». Inoltre, con Erdogan al potere si è verificato «l’aumento esponenziale nel numero di processi per insulto al Presidente» e «danni irreparabili alla libertà di stampa e al pluralismo», come anche la Turchia detiene il record per numero di richieste di oscuramento di indirizzi Twitter.
Il rapporto annuale degli Stati Uniti sui diritti civili afferma che la Turchia ha usato le leggi di sicurezza nazionale per «reprimere l’attività della società civile» e, in partcolare, che «il governo ha usato le leggi antiterrorismo, così come una legge contro gli insulti al presidente, per asfissiare il confronto politico legittimo e il giornalismo investigativo».

Pochi si sarebbero aspettati che, due giorni fa, mentre avvenivano il golpe ed il controgolpe, Barak Obama sbattesse immediatamente la porta in faccia ai militari con un “tutte le parti in Turchia devono sostenere il governo eletto democraticamente” o che Matteo Renzi provasse “sollievo” per una situazione che “lascia spazio al prevalere della stabilità e delle istituzioni democratiche”.

E chi avrebbe immaginato che a Nizza la Francia del ‘muscoloso’ Hollande avrebbe schierato forse un centinaio, forse meno di poliziotti su un chilometro e passa di Promenade. O che il capo dei servizi segreti francesi inizi a parlare di ‘guerra civile’ dopo che per decenni la socialdemocrazia francese s’era vantata del proprio welfare, nonostante le famigerate banlieues?

O in USA dove  ormai siamo all’insorgere di attacchi terroristici ‘neri’ contro i poliziotti ‘bianchi’, dopo che Barak Obama ha centralizzato la difesa delle minoranze etniche non sugli ispanici, bensì sui luoghi comuni tra ‘bianchi e neri’. Senza parlare del ritiro dall’Irak, dello smantellamento affrettato di Guantanamo, della messa al bando di Assad a favore dei terroristi siriani, dei tre anni di inazione militare che avevano permesso allo Stato Islamico di crearsi ed espandersi.

Intanto, prensiamo atto che – secondo la dottrina social-Democrat attuale – la Turchia è indispensabile per gestire profughi e rifugiati, che un maggiore controllo sui cittadini è necessario alla sicurezza sociale o … che la stabilità (e le le banche) è il valore primario subito seguito dalla … carriera.

Demata

L’Italicum spiegato in due parole

11 Lug

L’Italicum – secondo le proiezini Demopolis di maggio scorso – prevede che il partito vincitore delle elezioni ottenga circa 10 seggi alla Camera per ogni punto percentuale conquistato, mentre agli altri partiti ne spettano solo cinque.

In poche parole, non appena terminatasi la conta generale dei voti per stabilire quale partito o coalizione abbia vinto ‘chi vince e chi perde’, l’Italicum dimezza i parlamentari dei ‘vinti’ e raddoppia quelli dei ‘vincitori’.

Lo scopo è quello di garantire una blindatura totale del Governo per cinque lunghi anni senza neanche un Senato che abbia più il potere di dare o togliere la fiducia al governo.

Il Senato, inoltre, non potrà bocciare le leggi approvate dalla Camera, ma solo formulare proposte di emendamento che saranno prevedibilmente respinte dalla maggioranza assoluta degli onorevoli, visto  il ‘raddoppio’ dei seggi per chi ha vinto le elezioni.

Potrà sembrare incredibile, ma questa è la legge approvata e vigente su cui andremo a votare a breve.

Demata

Segnali di vita politica nella Capitale

7 Giu

Il dato che emerge dalle Amministrative è quello di una Sinistra e di un PD in grande crisi, mentre la Destra – dopo la notte più buia – da segnali di vita nuovi. Esattamente il contrario di quanto sentiamo o leggiamo, ma, nei numeri, Roma è così e la casistica, come vedremo, appare generalizzabile.

Tanto per citare uno dei ‘numeri’, partiamo dal 2006 quando Veltroni prevalse su Alemanno con il PD (ndr. all’epoca si chiamava Ulivo + liste del ‘sindaco) che incassava circa 580mila voti, come avvenuto nel 2008 con Rutelli. Nel 2013, il PD (e la lista Marino) raccoglieva circa 340.000 voti (e la coalizione quasi 500mila), il PD di Giachetti forse ne ha raggiunti 260mila e tutta la coalizione più Fassina arriva a forse 400mila voti a fronte degli oltre 900mila di Veltroni nel 2006 o di Rutelli nel 1997.

Viceversa, Meloni a Roma raccoglie quasi tanti voti quanti ne raccolse Alleanza Nazionale nel 1997, ma la fascia generazionale è molto più bassa, e con Marchini (che l’ha solo indebolita) raccolgono oltre 360mila voti, cioè quanti ne ottenne Alemanno nel 2013, e due terzi di quelli del 2006 in cui vinse le elezioni.
Visto il successo personale di Parisi a Milano, possiamo prevedere che la ‘nuova destra’ potrà affermarsi a condizione di mostrare ‘volti diversi’ (rispetto ai vari Storace, La Russa, Alemanno) attestandosi su posizioni liberal-sociali piuttosto che post fasciste o neoliberiste.

Quello che viene meno nel Centrodestra è il ‘centro’ (che salvo la ‘pattuglia liberale’) è ormai territorio incontrastato dei ceti medio-alti post cattocomunisti, specie quanti pervenuti nelle città da ‘fuori sede’ ce li ritroviamo oggi nelle posizioni apicali, vuoi per l’esodo massivo di cervelli vuoi perchè in grado di essere ‘sostenuti’ e ‘foraggiati’ dalle famiglie di provenienza. I Democratici (PD ed NCD) sono solo una diversa affermazione locale degli stessi ceti: in alcune provincie i primi, in altre i secondi. Ovvio che – finchè non perverranno a fusione – perderanno voti e terranno in stallo le principali riforme …

Ci sono anche Fassina (e Salvini), oltre ai Cinque Stelle, ed è presto detto.

Il risultato di Raggi (410mila voti) dei Cinque Stelle è probabilmente il livello di massima espansione possibile del movimento: un partito che non dialoga con gli altri e che superasse il 40% sarebbe inderogabilmente ‘fascista’, dato che andrebbe a riprodursi esattamente la problematica ‘aventiniana’ dell’ascesa di Mussolini.
Ma da dove arrivano quei voti?

Certamente non sono gli ex elettori di Forza Italia e, dunque, non arrivano da destra (forse al settentrione, ma non nel centrosud). Guarda caso i voti conquistati dei Cinque Stelle a Roma sono più o meno quanti s’è persa la Sinistra con il PD in testa … e sono proprio quelli di coloro che – dal 1948 ad oggi – son sempre stati diffidenti verso le ‘regole’ pur di ricorrere al ‘fai da te’.
Il lupo perde il pelo ma non il vizio, tanti auguri a chi – di volta in volta – raccoglie questo genere di consensi. E lo stesso vale per Fassina e compagni vari: non esiste l’opzione “di lotta e di governo”, stop.

Finiamo con Salvini che s’è fatto il giro delle sette chiese come dicono a Roma, ma tanto poco ha concluso. Tra l’altro, farsi fotografare con Trump o farsi benedire da Le Pen serve a poco se, poi, al leader e alla base manca una ‘visione nazionale’. Probabilmente la Lega terrà ancora nelle sue enclavi, ma – fuori da esse – è probabilmente più un danno che un beneficio per gli alleati. Sarà da vedere cosa accadrà tra gli elettori settentrionali (e ancor più tra gli altri) se e quando la Meloni ed il suo staff porteranno proposte meno romanocentriche e più attente all’innovazione e all’efficienza della P.A.

In conclusione, analizzando i fatti come fossero una ‘grande architettura’, lo spostamento dell’elettorato di sinistra su un partito-movimento ‘nuovo’ sembra essere a buon punto ma chissà dove porterà, la riaggregazione dei ceti medio-alti al ‘centro’ vede in Renzi e Alfano due campioni esemplari degli interessi di campanile e di casta, la destra ha trovato una leader ed una ‘visione’ (liberal-sociale) per avviare un percorso diverso dall’autoritarismo fascista e dal populismo  berlusconiano.

Demata

Costi e benefici di un referendum flop

18 Apr

I numeri del referendum contro il rinnovo ‘automatico’ delle attuali concessioni per la trivellazione sono molto chiari:

  1. solo 13 milioni di italiani hanno votato a favore dell’abrogazione proposta, mentre ben 38 milioni di elettori non l’hanno fatto
  2. 300 milioni di euro sono stati spesi per consultare i cittadini, ma oltre 30 milioni di persone (due terzi dell’elettorato) ha ritenuto il quesito non rilevante, astenendosi.

Dunque,

  1. gran parte dell’elettorato ha retto bene all’onda d’urto della campagna ‘Pro SI’ che – tra SMS, Whatsapp e Facebook – ha diffuso capillarmente (ai limiti dello Spam) messaggi ed immagini che poco avevano a che vedere con il reale quesito referendario – inerente le concessioni, ricordiamolo – e non, viceversa, le distanze dalle spiagge o dai parchi eccetera eccetera.
  2. i diversi appelli all’astensione non hanno violato alcun ‘dovere’, visto che la Carta di Nizza ratificata dall’Italia prevede la possibilità di obiettare per motivi di coscienza e l’obbligo ad una informazione pluralista e corretta che non sono stati precisamente  garantiti
  3. la stragrande maggioranza degli italiani ha detto NO al ‘fronte di tutte le opposizioni’ (Cinque Stelle + Lega + Sinistra) che ha sostenuto il referendum e, dunque, salvo talk show e redazioni ‘amiche’, dovrebbe esseere piuttosto arduo e tanto politically un-correct sostenere se non pretendere “un cambio di strategia energetica nazionale“ … peggio ancora se si volesse parlare di ‘vittoria’, dato che – dovunque – un terzo degli elettori vota – comunque – contro il governo …
  4. l’utilizzo strumentale di un referendum sull’ambiente per questioni interne alla Sinistra al fine di destabilizzare il Governo (e per esigenze di visibilità dei partiti minori) porta, viceversa, in luce quanto poco certe Regioni governate dal Partito Democratico (in primis la Puglia di Emiliano e il Lazio di Zingaretti) abbiano fatto in materia di ambiente e salute, dai depuratori alle cure mediche, passando per infiniti scandali e finendo all’Irperf maggiorata e/o il debito montante.

La prima domanda di oggi è semplice: quanti depuratori avremmo edificato ex novo con 300 milioni di euro, se il nuovo depuratore di Alba Adriatica costerà 7 milioni e mezzo e con altri 680mila euro provvederanno anche all’adeguamento delle reti fognanti?
Oppure, quanti posti letto in più terremmo aperti con 300 milioni di euro, se in Basilicata il costo medio annuo dei posti letto è di 196.300 euro?

La seconda domanda, temo, non ha risposte: visto che in nome del bilancio (e degli sprechi) neghiamo pensioni e sussidi ad invalidi e anziani, come alle madri o ai disoccupati, e visto che da oggi abbiamo 300 milioni in meno c’è la possibilità che il Consiglio Regionale della Puglia discuta riguardo la responsabilità politica di questo costoso flop promosso dal loro Governatore?
Oppure, visto che 14 milioni di italiani sono di sicuro preoccupati per l’Ambiente (e gli altri 38 milioni pure), possiamo attenderci immediate e fattive iniziative delle Regioni riguardo acqua, fogne e rifiuti?

Demata