Tag Archives: regione

Malati? No, meglio consumatori

1 Ago

“Secondo l’Aiba, l’Associazione italiana dei broker di assicurazioni e riassicurazioni, il costo dei risarcimenti per malasanità oscilla tra 850 e 1400 milioni di euro”.
Un miliardo di euro l’anno di danni causati e risarciti o risarcibili per danni alla salute causati da medici o dalla gestione sanitaria sono davvero un’enormità.
“Risarcimenti che “pesano” una media di 25-40 mila euro ciascuno” e che, facendo due conti della serva, riguardano almeno 20.000 malati che sono stati danneggiati anzichè curati.

Eppure, “secondo un’indagine della Commissione parlamentare d’inchiesta sugli errori in campo sanitario, è difficile che un professionista debba affrontare una condanna penale: il 98,8% dei procedimenti per casi di lesione colposa e il 99,1% di quelli per omicidio colposo si concludono con l’archiviazione, mentre su 357 procedimenti le condanne sono state solo due.”
Se le condanne penali rappresentano lo 0,5% dei casi denunciati, possiamo immaginare, dunque, che i risarciti dalle compagnie assicurative – per un miliardo di euro anni di media, ricordiamolo – siano solo la parte più vistosa del problema

Un ‘dato’ indirettamente confermato da Francesca Moccia, responsabile del Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva  che ammette che “noi scoraggiamo le cause inutili, che fanno perdere tempo e denaro, con un sistema di giustizia lento come il nostro. Puntiamo invece a sostenere i cittadini nelle azioni di autotutela e mettendo in mora le strutture sanitarie inadempienti oppure segnaliamo le violazioni dei diritti dei malati come, ad esempio, nel caso di infezioni contratte in ospedale”, che, viceversa, esigerebbero risarcimento del danno.

Una conferma che ci viene data anche da quegli “otto chirurghi su 10 ammettono infatti di evitare interventi, andando oltre la normale prudenza, per paura di una causa, secondo un indagine dell’Ordine dei medici di Roma e dell’Università Federico II di Napoli” … così negando o ritardando ‘de facto’ l’accesso alle cure ai malati che necessitavano di quell’intervento?

Tutte le frasi tra virgolette sono tratte da un recente articolo di La Repubblica Dossier.

La soluzione suggerita dal noto quotidiano romano?

Farsi aiutare dal Tribunale del Malato e dalle numerose associazioni che difendono i diritti dei pazienti … proprio quella di cui sopra che “scoraggia le cause inutili”, invece di pretendere un sistema di controlli, giudizi e sanzioni degno di un paese europeo, come anche “segnala le violazioni dei diritti”, invece di offrire supporto e patrocinio legale ai malati danneggiati.

La Repubblica non si smentisce mai …

Piuttosto, se invece di esser considerati malati – e per giunta anche molto pazienti – accettassimo la mercificazione vigente e generalizzata ed iniziassimo a considerarci consumatori?
Siamo sicuri che ci tratterebbero ancora così?

originale postato su demata

Neonato muore, ancora Malasanità

25 Lug

Nel 2009, la Commissione Parlamentare sui casi di malasanità, esaminò 329 casi in cui si era registrata la morte del paziente, di cui 223 legati a presunti errori medici e 106 a inefficienze di vario tipo. Nel 2004, secondo i dati Ania, l’associazione che rappresenta le imprese assicuratrici, le cause pendenti nei confronti dei medici per presunti errori erano fra le 15 mila e le 12 mila l’anno – con una richiesta di risarcimento danni annua media di 2,4 miliardi di euro – e si stima che circa 4.000 sanitari vengano alla fine condannati.

E’, però, davvero inquietante il quadro del reparto di Neonatologia del San Giovanni Addolorata di Roma che emerge dalla relazione degli ispettori del ministero della Salute, inviati lunedì 23 dal ministro Renato Balduzzi, in relazione alla morte del neonato Marcus De Vega.

La causa mortis potrebbe essere stata quella di «uno scambio tra il catetere enterale e quello parenterale», dato che quando il neonato viene pesato bisogna staccare e riattaccare dal suo addome due tubicini a causa delle incubatrici che sono di vecchia concezione.

Un reparto di neonatologia con incubatrici obsolete e che non avrebbe dovuto esistere? Forse …

Peggio è che nella relazione si conclama:

  1. la «inadeguata organizzazione e gestione»;
  2. «il numero limitato del personale»,
  3. «l’assenza di procedure e protocolli diagnostico-terapeutici»,
  4. la «inadeguatezza della redazione del diario clinico e conseguente difficoltà a chiarire i processi decisionali».

Se le incubatrici ‘obsolete’ ed il limitato numero di personale sono delle responsailità aziendali ed esclusivamente aziendali, ciò non vale per il resto.
Organizzazione, gestione, procedure, protocolli, diari clinici sono di competenza dei medici ed il fatto che fossero inadeguati od assenti  equivale a dire che non esiste nè regola nè trasparenza, figuriamoci il rapporto terapuetico da condividere con il paziente. E se questo accade in neonatologia, che è un reparto ‘delicato’, possiamo solo dubitare di cosa ne sia di regole, procedure e trasparenza negli altri reparti.

Alcune considerazioni.

Questo è l’approdo a cui la Polverini ed i poteri forti romani ci hanno portati, con l’ossessivo mantenimento dello status quo e di un sistema clientelare di gestione dei pazienti. L’evidenza dei fatti? Mentre tutto ‘crolla’, il Policlinico Universitario di Tor Vergata è un campus d’eccellenza, come anche i servizi lì offerti.

Questo è lo stato della Sanità romana, dopo la legionella al Policlinico Umberto I, la tubercolosi al Gemelli ed i crac finanziari degli ospedali cattolici. Tanti individualismi – a volte pletorici spesso velleitari – ed addio organizzazione, gestione, procedure, protocolli, diari clinici.

Visto che hanno ampiamente raggiunto l’azienità contributiva, non esiste altra via di risanamento che pensionare la generazione di medici che ha creato questo orrrore. Allo stesso modo, considerato che i casi di malasanità erano 30.000 nel 2010 e che oltre 300.000 malati cronici rinunciano alle cure a causa del ‘sistema’, dovremmo iniziare a diffidare delle tante associazioni ‘dei malati’, almeno di quelle che, con una cancrena del genere, di denunce non ne fanno.

Last but not least, cosa aspetta l’Ordine dei Medici a sospendere gli indagati, in attesa che la loro posizione venga chiarita? In medicina prima del presupposto di innocenza viene il ‘non ledere’ …

originale postato su demata

Gemelli, l’abisso dei licenziamenti?

13 Lug

Più di un mese fa, ribalzava sulle cronache la notizia, dopo il San Raffaele di Milano, di crash finanziario dell’Istituto Dermatologico dell’Immacolata – San Carlo di Nancy e del Policlinico Gemelli, ambedue ospedali ‘cattolici’ romani. Difficile parlare di fallimento, ma che le situazioni fossero molto critiche era chiaro a tutti.

Il tutto accadeva proprio mentre anche l’IFO Regina Elena – San Gallicano – un ospedale nato da un appalto particolarmente scandaloso – veniva travolto dall compromettente acquisto, a prezzi esorbitanti, di alcune proprietà del San Raffaele con fondi stanziati dall’allora ministro della Salute Ferruccio Fazio, già dirigente dell’ospedale di Don Verzè.

Al di là di ogni più che opportuna riflessione sull’etica ed il modus operandi degli ospedali cattolici, ad un mese di distanza qualche nodo viene al pettine.

Infatti, come riporta OKRoma, ma non la stampa e le televisioni nazionali, “spunta anche l’ombra della mafia nell’inchiesta che sta coinvolgendo e travolgendo l’Istituto Dermopatico dell’Immacolata e l’ospedale San Carlo di Nancy, entrambi sull’orlo del fallimento per un buco nel bilancio di circa 600 milioni di euro. Giuseppe Incarnato, direttore generale del polo sanitario dallo scorso 4 aprile, ha confessato agli inquirenti di aver ricevuto minacce di morte da esponenti della ‘ndrangheta, probabilmente per aver tagliato i vecchi fornitori e cancellato gli sprechi nei due ospedali gestiti dalla Congregazione dei figli dell’Immacolata Concezione.”

Viceversa, al Policlinico Gemelli la situazione è complessa ‘di per se’ e non a causa di loschi affari.

Infatti, il ‘Policlinico Gemelli’ non è solo un ospedale ‘pubblico’, non è solo una facoltà di medicina, non è solo una clinica convenzionata, non è solo una struttura alberghiera, non è vendibile così com’è, non è sostenibile così com’è.

Inoltre, la nascita della Clinica Columbus come centro ‘d’elite’ ha provocato, come diretta conseguenza, un progressivo depauperamento delle eccellenze nel Policlinico Gemelli, per altro affidato ad un ristretto gruppo di professori ultrasessantenni dell’Università Cattolica che, come al solito, non hanno finora facilitato nè il ricambio nè l’innovazione.

Naturalmente, nessuno ha voglia di (ri)portare il sistema di eccellenze della Columbus nel Policlinico, riqualificando l’ospedale e la facoltà medica, e così accade che il Gemelli non trovi altro da fare che decurtare il proprio personale di circa 500 unità – così sembrerebbe – ma con dei criteri decisamente sorprendenti.

Infatti, ai docenti senior già pensionabili da anni si è proposto, in qualche caso, il pensionamento volontario, ma senza grandi esiti. Super professionisti spesso ‘datati’ che guadagnano tre-quattro volte un infermiere ed almeno il doppio di un medico quarantenne con un’esperienza ventennale e, non di rado, internazionale.

Dunque, accadrà che andranno via un bel po’ di infermieri e portantini (tra i 100 ed i 150?), ma la grande fetta sarà composta dai tecnici e dai giovani medici (88 secondo quanto riporta Il Messaggero).

Incredibile, vero?  Chiunque pensionerebbe 20 medici ‘alquanto datati’ per mantenere al lavoro 45 giovani ed eccellenti professionisti.

Purtroppo, nella città dei Papi ottuagenari, ‘dismettere un costoso e datato professionista’ equivale a pronunciare la peggiore eresia e ne sappiamo qualcosa tutti con la riforma pensionistica di Elsa Fornero, evidentemente contagiata all’istante, visto che prima di arrivare nella Capitale scriveva il contrario di ciò che ha legiferato.

Resta da capire cosa ne sarà del Policlinico Gemelli e della Facoltà di Medicina, dopo un intervento gestionale così penalizzante verso le nuove leve ed i pazienti. Certo è che, senza un intervento diretto dell’Università Cattolica di Milano e/o delle gerarchie ecclesiastiche, è ben difficile che il ‘gioiello’ di Padre Agostino Gemelli possa ritornare all’eccellenza di una volta.

originale postato su demata

Spending review? No, manovra correttiva agostana …

3 Lug

Mario Monti rassicura i partiti: ‘è una spending review, non una manovra correttiva’. Eppure, se si trattasse di questo parleremmo di oltre 200 miliardi di Euro, come ha precisato pochi giorni fa proprio uno dei superconsulenti voluti da Mario Monti.
Qui parliamo – molto più prosaicamente – di un taglio delle spese di personale e di fornitura per ‘raccogliere’ quei 5,3 miliardi di euro che servono con urgenza, dato che i conti del decreto Salvaitalia si sono rivelati fin troppo ottimistici: i ‘professori’ avevano sottovalutato gli effetti negativi della ‘mancanza di speranza’, ovvero recessione, stagnazione, evasione fiscale, speculazione finanziaria.

Una ‘realtà’ che sembra non essere percepita nè dai media nè dal Partito Democratico, attestato dietro Bersani e D’Alema, che sembrano non aver imparato la ‘lezione della Seconda Repubblica’, ovvero che essere il maggior partito o la ‘fazione’ più coesa non comporta ‘ipso facto’ che si sia in condizione di governare e che, senza un pensiero economico, un programma economico, anche il maggior conglomerato di voti è in balia delle ‘correnti’. L’arroganza con cui è stato ‘censurato’ il buon Fassina ne è un eccezionale esempio e ci conferma che il ‘metodo’ non è cambiato da 50 anni a questa parte.

Uno scenario che si racchiude in quattro dichiarazioni, ben rappresentative ed inequivocabili.

«Se per decenni si indulge ad assecondare un superficiale ‘tiriamo a campare’ oppure si indulge nell’iniettare nei cittadini la sensazione che tanto il Paese può, per le sue risorse, non affrontare problemi seri che le altre nazioni affrontano, forse deve venire il momento in cui, anche a scapito di una temporanea perdita di speranza, bisogna affrontare i problemi seri» – Mario Monti a Palazzo Madama per la presentazione del libro del ministro per la Cooperazione Internazionale e l’Integrazione, Andrea Riccardi.

«È evidente che se il governo pensa di procedere al taglio degli organici e alla riduzione dei servizi getta benzina su una situazione molto difficile» – Susanna Camusso, segretario della Confederazione Generale Italiana dei Lavoratori.

«Mentre Sagunto brucia, a Roma si succedono riunioni di congiurati per decidere come buttare giù il governo prima dell’estate e provocare così le elezioni anticipate a ottobre.La voglia di far saltare tutto, si sa, serpeggia da tempo in entrambi i maggiori partiti. Ma se nel Pd Bersani ha l’autorità per zittire un Fassina, nel Pdl pare che Alfano non ne abbia abbastanza per mettere a tacere una folta schiera di sediziosi, ex ministri berlusconiani ed ex colonnelli finiani» – Massimo Polito, editoriale del Corriere della Sera del 16 giugno 2012.

«A questa maggioranza dico da parte di tutti i giovani che avete rotto i coglioni!» – Franco Barbato (IdV), mentre stava illustrando un proprio emendamento alla spending review nell’dall’Aula di Montecitorio.

Intanto, l’unico ministro che sembra aver firmato la proposta di tagli delle piante organiche del 20% per i dirigenti e del 10% per gli altri dipendenti è l’Ammiraglio Giampaolo Di Paola, il cui ministero, la Difesa, ha già decurtato di un quinto il proprio personale, con un piano decennale di prepensionamenti e mobilità che ridurrà di circa 30.000 unità il numero dei dipendenti militari e civili.

Dunque, non sono solo il popolo bue, l’antipolitica che avanza od i congiurati romani a complottare contro il governo di Mario Monti. A quanto pare sono gli stessi ministri a non credere in questo spending review, “anzi, più di un ministero ha chiesto di lasciare quella regola fuori dai propri uffici” ci ricorda il Corriere della Sera.

E, d’altra parte, chi mai potrebbe crederci, se prendiamo atto che Monti ed i suoi superconsulenti vorrebbero fare a luglio ed agosto quello che non hanno fatto in sette mesi di ‘governo tecnico’ e non s’è fatto in 18 anni di Seconda Repubblica.

originale postato su demata

Tagli alla Sanità: niente trucchi

2 Lug

Arriva, finalmente, un primo, timido colpo d’accetta alla mala pianta della Sanità italiana. Un Sistema, quello Sanitario Nazionale, che ‘vantava’, nel 2004, ben 95.000 morti per cause gestionali (leggasi ‘malasanità’) e che vede, oggi e domani, un ‘bel’ 30% dei malati rari rinuciare alle cure (almeno 300.000 persone) a causa degli ostacoli che gli vengono frapposti.

I tagli ‘alla Salute’, dunque sono effimeri – 8 miliardi di euro di economie nel triennio su 116 di spesa complessiva – dato che il timore generale è che il SSN gestito dalle Regioni tagli ancor più i servizi già limitati per i malati, piuttosto che ridurre prebende, sprechi ed appalti.

Infatti,  le economie richieste dalla spendig rewiev non tocano gli oltre 200 miliardi che potrebbero essere ricavati dal ripristino di una certa correttezza nei bilanci, dela necessaria oculatezza nei preventivi,  della opportuna deotonlogia medica non solo verso i malati ma anche i colleghi. Non è un caso che le associazioni dei malati parlino di ‘incapacità di ascolto del malato’ ed il Wall Street Journal indichi il nepotism come il male che impedisce all’Italia di recuperare efficienza e competitività.

Otto miliardi d euro su centosedici in tre anni sono meno del 5% della spesa sanitaria ed equivalgono ad un aggiustamento – in basso – di circa 1,5% annuo. Tecnicamente non li si dovrebbe chamare neanche ‘tagli’ bensì ‘ottimizzazioni’.
Ottimizzazioni che dovrebbero toccare esclusivamente tre settori: forniture, servizi esternalizzati, premialità del personale.

Ottimizzazioni che, in quanto tali, non dovrebbero ‘colpire’ i malati, riducendone i servizi o le accessibilità ed incrementandone la contribuzione (ticket), ma, purtroppo, accadrà il contrario.

Quello che c’è da aspettarsi da questa ‘ottimizzazione’ del Sistema Sanitario Nazionale è un futuro piuttosto cupo, se parliamo del Lazio e delle altre regioni centromeridionali.
Infatti, si parte dalle famose ‘cattedrali nel deserto’ degli Anni ’60 e ’70, ovvero da quei siti ospedalieri dislocati in aree poco popolate del paese, per arrivare alle ‘assunzioni facili’ degli Ann’ ’80 e ’90, con situazioni dove il personale è ‘da sempre’ in esubero, ma inamovibile e privilegiato, ed agli ‘appalti d’oro’ dell’ultimo quindicennio, quando il Decentramento si trasformò in un flusso inesauribile di commesse, trasferimenti, enti strumentali, servizi esternalizzati.

Accadrà, dunque, che le Regioni più indebitate e che meno hanno migliorato od adeguato il proprio Sistema Sanitario saranno costrette – pur di non scomodare le ‘lobbies di riferimento’ – a scaricare le ‘giuste’ economie sui malati, trasformandole in ‘odiosi’ tagli. Le elezioni politiche ed amministrative sono alle porte per scadenza naturale dei mandati.

Certo, i nostri media potrebbero dare il loro contributo, confrontando costi e servizi da una regione all’altra o pubblicando le tante lettere che ricevono, ma nperchè dovrebbero farlo se finora non l’hanno fatto?

Fatto sta che, se dovesse arrivare un altro salasso per gli italiani al posto della necessaria ‘ottimizzazione’, non sarà solo il Wall Street Journal a prendere atto che in Italia esiste un problema ‘etnico’: il nepotismo.

originale postato su demata

Emergenza Malasanità Lazio

31 Mag

Dalle notizie che circolano da alcuni mesi, sembra davvero che i centri di cura cattolici non godano di una buona gestione finanziaria e siano l’epicentro di una geronto-oligarchia.
Infatti, se a Milano il San Raffaele è fallito, la situazione romana degli ospedali cattolici è abissale e, se si parla dei centri di cura pubblici, la situazione è ancor peggiore.

Riguardo il settore ‘cattolico’, l’IDI – San Carlo di Nancy di Roma avrebbe un deficit di 300 milioni del tutto insanabile, il Policlinico Gemelli dell’Università Cattolica si sta rivelando un vaso di Pandora con almeno mezzo miliardo di esposizione finanziaria, l’IFO Regina Elena – San Gallicano è coinvolto nello scandalo del San Raffaele, il San Camillo – Forlanini ha la media di un medico per posto letto (fonte Fp Cgil Roma Ovest), i lavoratori del Santa Lucia attendo da mesi gli stipendi.

Passando agli ospedali pubblici, un medico del Policlinico Umberto I ha recentemente denunciato che “la dignità dei cittadini viene quotidianamente violata in quanto spesso non è possibile assicurare loro le più elementari condizioni di riservatezza legate al loro sesso ed anche le norme di igiene vengono rispettate con grande difficoltà. Alcune volte sono le stesse manovre di rianimazione ad essere ostacolate”.
Il CTO di Garbatella è “mezzo vuoto, con interi reparti buoni solo per ricoverare fantasmi” secondo Esterino Montino, capogruppo Pd alla Regione Lazio.
L’Ospedale Oftalmico sembra sia un cimitero di attrezzature non utilizzate e, dal 1 giugno 2011, l’attività delle quattro sale operatorie nuovissime è stata drasticamente ridotta riducendo di oltre 600 interventi l’attività rispetto al 2010.
Al Santo Spirito, pur essendoci tutte le dotazioni ed attrezzature, la carenza di ginecologi non permette di arrivare ai 1.500 parti all’anno (oggi se ne eseguono circa 1000).

A questo aggiungiamo che diversi municipi, anche se con centinaia di migliaia di residenti, sono del tutto privi di pronto soccorsi e ospedali generali e che la maggior parte dei siti di cura è collocato in luoghi raggiungibili solo con l’automobile o con più mezzi pubblici.

Situazioni quotidiane che sfociano, se è presente un politico od un giornalista in ‘casi eclatanti’ e che finiscono nel nulla se a lagnarli è il solito paziente ‘ossessivo’, visto che non v’è traccia di reclami, esposti e denunce. Eppure, siamo ben oltre il livello di guardia, come al San Camillo dove si è verificato lo scandalo dei pazienti curati a terra, al Policlinico Umberto I quello dei pazienti bloccati da giorni sui lettini del pronto soccorso, al Policlinico Gemelli quello della tubercolosi neonatale e della vigilanza sanitaria sui lavoratori. Oppure al Sandro Pertini, dove, in relazione alla morte di Stefano Cucchi, i medici e agli infermieri sono sotto processo per falso ideologico, abuso d’ufficio, abbandono di persona incapace, rifiuto in atti d’ufficio, favoreggiamento, omissione di referto.

Caso mai la cronaca o i dati finanziari non bastassero a dimostrare il totale dissesto in cui la Regione Lazio ha portato la già carente e sprecona Sanità romana, arriva il Tribunale dei diritti del malato a documentare che nei 27 Pronto Soccorso del Lazio l’attesa per un ricovero varia da 24 ore a 4 giorni.
I dati nazionali ci raccontano che, molto probabilmente, nel Lazio ci sono circa 40.000 malati rari che rinunciano alle cure a causa degli ostacoli interposti dal ‘sistema’, ovvero burocrati e medici.

Una mattanza di malati e denari che è esplosa con l’immobilismo della Polverini verso gli apparati ospedalieri e la classe medica romani, ovvero gli unici responsabili di questo disastro.
Una tragedia collettiva che lede profondamente i diritti costituzionali dei cittadini, oltre ad attentare alla vita dei malati, che trova origine anche nelle improvvide politiche del governatore Marrazzo, visto che in 10 anni si sono tagliati oltre 10.000 posti letto senza alcuna logica, che i centri di eccellenza da anni stanno scemando, che gli ospedali e gli ambulatori sono talmente mal gestiti che o sono ridotti ad astanterie o sono semideserti.

Una classe politica romana che non ha voluto rinunciare al consenso della lobby sanitaria, potentissima in città, e che non ha saputo trasferire personale e servizi dove servono, garantire accesso e tutele ai malati, informazione e trasparenza ai cittadini.

Di tutto questo, la stampa nazionale non ne parla. Probabilmente, lo impedisce la piaggeria degli editori e dei comitati di redazione verso clero e medici.
Eppure, oltre al dissesto miliardario che incombe sulla Regione Lazio e sulle casse italiane, c’è l’evidenza che nella Capitale italiana i malati hanno una vita davvero difficile e perigliosa, non a causa del propri male, ma in conseguenza di un sistema sanitario da pazzi ed una classe medica che non dimostra l’etica cui sarebbe per giuramento tenuta.

Che almeno si abbia la dignità, politici e direttori di testata, di non raccontare ai cittadini, non almeno a quelli malati, di risanamento o di sacrifici, di ‘salva Italia’ ed di altre belle ‘chiacchiere’, se con una Sanità capitolina ‘così’ nessuno (Stato, Ordine dei Medici, media, onlus dei malati, magistratura, revisori dei conti) interviene a tutela della vita umana e dell’Erario.

Difficile parlare, nel Lazio, di Costituzione e di diritti ad un malato, ma nenche il Presidente Napolitano sembra essersene accorto. Tanto, per riempire il crac della sanità romana ci penseranno i cittadini italiani … grazie a nuove tasse e cosa mai?

Leggi anche ‘Sanità: basta sprechi sulla pelle dei malati
Leggi anche ‘Policlinico Gemelli, l’ombra del fallimento?

originale postato su demata

Policlinico Gemelli, l’ombra del fallimento?

30 Mag

Da diversi mesi, dopo quello del San Raffaele di Milano, si attende il fallimento dell’Istituto Dermatologico dell’Immacolata – San Carlo di Nancy e del Policlinico Gemelli di Roma, ambedue ospedali ‘cattolici’ romani.Non è detto che accadranno, probabilmente no, ma la situazione è molto critica.

Il tutto mentre anche l’IFO Regina Elena – San Gallicano – un ospedale nato da un appalto particolarmente scandaloso – è travolto dallo scandaloso acquisto, a prezzi esorbitanti, di alcune proprietà del San Raffaele con fondi stanziati dall’allora ministro della Salute Ferruccio Fazio, già dirigente dell’ospedale di Don Verzè.

Fondi che dovevano arrivare ai malati e che sono spariti nel crac della sanità cattolica. Un caso che, al di là degli esiti penali, occupa un intero paragrafo della relazione presentata dalla società di consulenza Deloitte, incaricata dalla nuova amministrazione di far luce sui conti del San Raffaele.

Venendo al Policlinico Gemelli di Roma ed ai convulsi tentativi di salvataggio in corso, iniziamo col dire che da diversi mesi  le news riportano che vanta un credito di 500 milioni di euro verso la Regione Lazio e che rischia di essere venduto al miglior offerente come il San Raffaele.

In realtà, le cose non stanno esattamente così.
Una parte dei crediti vantati sono semplici partite di giro in cui la Regione Lazio è tramite per i pazienti pervenuti da altre regioni, che a volte saldano con ritardi epocali.
Inoltre, i lavoratori del Gemelli, da settimane in assemblea permanente, denunciano che «pur avendo la Regione corrisposto il pattuito l’amministrazione non garantisce gli stipendi».

Infine, la constatazione che il personale universitario, ovvero ‘i medici’, almeno in parte va in carico al Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca e non alla spesa per la sanità della Regione Lazio. Medici ‘ma anche’ studenti gettonati e professori universitari, che, lavorando per un ente privato, non sono tenuti a pubblicare curricula e redditi dichiarati.

Non a caso il presidente della Regione Polverini ha tenuto a precisare che “c’è l’impegno mio come commissario e dei due subcommissari che mi affiancano, di cui uno si occupa proprio dei policlinici universitari, che sono importanti ma che determinano complessità.”

Infatti, il ‘Gemelli’, pur essendo nella quasi totalità sede distaccata della Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, rappresenta diverse entità e interessi differenti, se non divergenti, nel caso di una crisi finanziaria,:

  1. la Facoltà di Medicina, che è parte del sistema universitario ed opera in una città ricca di opportunità e di concorrenza come Roma,
  2. il Policlinico Gemelli, incardinato nel sistema di gestione e finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale,
  3. il Complesso Integrato Columbus, che opera in regime di compartecipazione alla spesa da parte del malato ed è in parte di proprietà dell’Istituto delle Suore Missionarie del Sacro Cuore di Gesù,
  4. la Residenza sanitaria di ospitalità protetta, ovvero una struttura alberghiera di 43 camere, tutte con balcone e  dotate di climatizzazione, ubicata all’interno dell’area della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore .

Già a vederla così si capisce subito che la gestione finanziaria presenta dei rischi intrinsechi, specialmente se la qualità viene meno a causa del solito non-ricambio generazionale e se la modernizzazione della società permette ai malati di accedere a servizi tramite la Rete.

Anche perchè l’Università Cattolica del Sacro Cuore nel suo insieme è 535esima nel ranking mondiale delle ‘World Univesities’, mentre La Sapienza è al 128esimo e Tor Vergata al 371esimo …

Non a caso, il primo elemento critico risiede nella lunga permanenza degli attuali professori senior, la loro incapacità di rigenerare i ‘centri di eccellenza’ che il ‘primo’ Policlinico Gemelli aveva aggregato e l’utilizzo massivo di medici neolaureati specializzandi. E non a caso il messaggio che la Regione Lazio ha inviato ai lavoratori, nel rassicurarli, precisava che «abbiamo ricevuto la vostra richiesta di un tavolo, ma prima la trattativa va fatta in sede aziendale».

Una capacità di attrazione del paziente ed una lievitazione di ‘determinati’ costi che è mutata nel tempo anche a causa della concorrenza interna della Columbus, proprio per le eccellenze ed il comfort del malato, ed in conseguenza dell’utilizzo massivo di medici neolaureati specializzandi in reparto, che non può offrire al malato le competenze e le garanzie che si aspetta da un ospedale di tale fama.

Anche i flussi finanziari derivanti dai ‘viaggi della speranza’ si sono attenuati e, per giunta, i malati  arrivano spesso da Regioni che saldano il credito dopo molti anni.

Ecco perchè non si riesce a venirne fuori dall’enigma ‘Policlinico Gemelli’: non è solo un ospedale ‘pubblico’, non è solo una facoltà di medicina, non è solo una clinica convenzionata, non è solo una struttura alberghiera, non è vendibile così com’è, non è sostenibile così com’è.

Un altro grosso, imbarazzante e costoso ‘pasticcio’ che ci viene lasciato dalla finanza ‘creativa’ clericale degli anni ’80 (la Columbus è del 1986).

Un’ennesima matassa da sbrogliare derivante dalla poca e cattiva integrazione delle riforme sulla dirigenza pubblica ed equiparata, sui sistemi di bilancio delle unità gestionalmente autonome, sul sistema di accesso e scelta delle cure da parte dei malati.

Cosa aggiungere in un paese dove, nel 2004, erano 95.000 i morti per ‘malasanità’ e dove almeno 370.000 malati cronici rinunciano alle cure per gli ostacoli ed i rifiuti che incontrano?

Non c’è da meravigliarsi se venga meno anche la sanità attenta ‘al rispetto della vita ed alla sollecitudine per il prossimo”.

Certo è che le cose non potranno trovare una soluzione se non sarà prima la dirigenza del Gemelli a fare i suoi passi, separando la lana dalla seta, e se non sussisteranno i presupposti perchè l’eccellenza ritorni nei reparti, se la gestione universitaria continuerà a sovrapporsi aquella sanitaria, se Gemelli e Columbus non opereranno in competizione.

In caso contrario, questo dissesto stravolgerà per anni i bilanci della Regione Lazio, unitamente a quelli dell’IDI, che avrebbe un deficit di 300 milioni, e dell’IFO, che bisognerà vedere come verrà fuori dallo scandalo del San Raffaele.

Questa storia dimostra l’incapacità di risanamento della Regione Lazio, che, oltre ai giusti tagli, avrebbe almeno dovuto cercare di migliorare qualcosa, riportare la qualità, aumentare l’affidabilità dei sanitari e la scelta dei pazienti, incrementare l’accessibilità e l’eccellenza.

Quanto al Gemelli, sarebbe bastata più lungimiranza nella governance e più controllo di gestione per non cadere nel baratro delle competenze condivise e dei pagamenti contestati, mentre l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, con sede distaccata a Roma, non dovrebbe potersi esimere dal far fronte a questa situazione, almeno secondo la morale che studia e rappresenta.

Anche perchè, mentre i malati attenderebbero ‘solo’ la qualità di una volta, i lavoratori e le loro famiglie aspettano certezze, allo stesso modo dei fornitori.

Aggiornamento 13 luglio, leggi Gemelli, l’abisso dei licenziamenti?

Leggi anche ‘Sanità: basta sprechi sulla pelle dei malati

originale postato su demata

Malattie rare, un caso diffuso di malasanità

30 Mag

Secondo un recente report del Comitato Nazionale di Bioetica le malattie rare comportano situazioni molto gravose per il milione di italiani che ne è affetta, non tanto per le patologie in se, per altro spesso gravi e croniche, quanto per l’assoluta fatiscenza del nostro Sistema Sanitario Nazionale ed il disinteresse profondo dei politici e funzionari preposti.

Secondo il report, infatti, le problematiche individuali e familiari dei malati riguardano principalmente:

  1. la difficoltà, o l’impossibilità, di accedere alla diagnosi corretta – dovuta alla mancata individuazione di un centro clinico di riferimento specializzato nella patologia in questione – con il conseguente aggravio psicologico e peggioramento dello stato di salute del paziente;
  2. il ritardo nella diagnosi che incide negativamente sulla prognosi;
  3. l’isolamento e la mancanza di conoscenze scientifiche e di informazioni sia sulla malattia, sia sulle leggi e i diritti esistenti;
  4. la mancanza di assistenza medica adeguata e di terapie riabilitative e psicologiche necessarie, tenuto conto della natura cronico-invalidante di gran parte delle malattie rare e dello sconvolgimento e destabilizzazione che l’esperienza della patologia comporta per il paziente e la famiglia;
  5. la difficoltà d’accesso al trattamento e alle cure, che riguarda sia la reperibilità-disponibilità di farmaci innovativi, ad alto o altissimo costo, specifici per una data malattia rara e già in commercio in Europa, sia, quando non vi sono terapie eziologiche specifiche, l’accesso ad altri possibili trattamenti;
  6. le forti diseguaglianze esistenti, a livello regionale e locale, nell’accesso alla diagnosi, alle terapie innovative e, più in generale, alle cure sanitarie e ai servizi sociali;
  7. i costi elevati dei trattamenti, complessivamente considerati, e la mancanza di misure di sostegno rispondenti ai bisogni di assistenza quotidiana e continuativa determinati dalla patologia, il cui carico ricade quasi interamente sul nucleo familiare, causandone l’impoverimento e spesso l’allontanamento dal mondo del lavoro;
  8. le condizioni precarie, di frequente percepite come gravi o gravissime, delle persone affette, anche dopo avere ottenuto la diagnosi;
  9. le conseguenze sociali pesanti per il paziente (stigmatizzazione, isolamento nella scuola e nelle attività lavorative, difficoltà di costruirsi una rete di relazioni sociali).

Con tutti i soldi che spendiamo e con tutti gli invalidi che abbiamo, questo ‘bollettino degli orrori’ avrebbe dovuto riguardare, da anni, la Corte dei Conti e l’Ordine dei Medici, oltre che la società civile tutta.

Nulla di tutto questo.
Il ‘Dossier in tema di malattie rare del 2008-2010 (a cura di Cittadinanzattiva, Tribunale per i diritti del malato, Coordinamento nazionale associazioni malati cronici), segnala:

  1. le difficoltà nel godere effettivamente dei benefici previsti dalla legge
  2. le forti differenze che si riscontrano tra regione e regione,
  3. più del 40% dei pazienti non ha spesso accesso ai farmaci indispensabili o ai farmaci per la cura delle complicanze.

Secondo Il Sole 24 ore “Focus sanità” del 11-17 Novembre 2008, l’inadeguatezza sanitaria e il mancato accesso ai diritti, ovvero ‘costi e disagi, determinerebbero la rinuncia alle cure da parte di 1 paziente su 4 a cui andrebbe aggiunto un 37% che desiste per gli ostacoli burocratici’, che evidentemente vengono posti dai diversi ospedali e ASL. 

Altri studi hanno rilevato che:

  1. il 57,9% dei pazienti è costretto a sostenere personalmente le spese della terapia con una spesa annua che va da un minimo di 800 euro a un massimo di 7.000 (studio del 2008 del Tribunale dei diritti del malato);
  2. per molti genitori far fronte ai bisogni assistenziali significa peggiorare la propria condizione lavorativa, se non interromperla (Studio pilota ISFOL13)
  3. tra le famiglie partecipanti allo studio molte versano in condizioni reddituali assai basse e quasi il 20% è stato costretto a ricorrere a prestiti finanziari, per far fronte alla gestione della malattia.

E’, dunque, un eufemismo parlare di Malasanità, quando si ha a che fare con un malato raro, dovremmo parlare di martiri.

Le domande che nascono spontanee dinanzi a questo girone infernale dei ‘rare disease’ italiani sono quelle di repertorio, allorchè si parli di medici e di medicina in Italia:

  1. le università rilasciano medici e specialisti preparati, soprattutto in conto che le malattie rare sono oltre seimila e che spesso riguardano il metabolismo?
  2. cosa fa l’Ordine dei Medici che dovrebbe vigilare almeno sulla deontologia dei medici e dove finisce l’enorme massa di reclami che pur dovranno esser stati presentati?
  3. cosa fanno i Revisori dei Conti delle ASL e delle Regioni, allorchè i bilanci non tengono conto del numero e tipo di malati presenti nel territorio e non sono rivolti a garantire innanzitutto le prestanzioni essenziali o ‘salva vita’?
  4. cosa hanno fatto finora al Ministero della Salute come al MEF se, a 11 anni dall’introduzione della normativa sulle malattie rare, i dati devono fornirceli le associazioni dei malati?

Alle domande ‘di repertorio’ va ad aggiungersene altre due, rivolte alla nostra classe medica:

  1. come può l’Ordine dei Medici non pretendere un repulisti degli incapaci e giustizia per i malati, se 370.000 dei malati rari (il 37% di quelli noti) rinuncia alle cure, per altro dovutegli gratuitamente?
  2. quale è il grado di conoscenza delle malattie rare, delle procedure sanitarie e delle leggi a riguardo, da parte sia dei medici in servizio sia soprattutto di quelli che si sono laureati in questo decennio e sono ‘figli del disastro’?

Inutile chiedersi quanti soldi abbiamo buttato in questi dieci anni ed in quali tasche siano finiti.

Leggi anche ‘Sanità: basta sprechi sulla pelle dei malati

originale postato su demata

La leggenda della spending review

4 Mag

Difficile scrivere qualcosa di serio in giornate in cui cronaca, informazione e governance decidono di darsi all’intrattenimento ed al varietà. Stiamo parlando della spending review.

Innanzitutto, con “revisione della spesa”, si intende quel processo diretto a migliorare l’efficienza e l’efficacia nella gestione della spesa pubblica che annualmente la Gran Bretagna attua da tempo. Come riporta l’apposito sito istituzionale britannico, “The National Archives” (of spending review), la “revisione di spesa” fissa un piano triennale di spesa della Pubblica Amministrazione, definendo i “miglioramenti chiave” che la comunità si aspetta da queste risorse. (Spending Reviews set firm and fixed three-year Departmental Expenditure Limits and, through Public Service Agreements (PSA), define the key improvements that the public can expect from these resources).

Niente tagli, semplicemente un sistema di pianificazione triennale con aggiustamenti annuali, che si rende possibile, anche e soprattutto, perchè la Camera dei Lord e la Corona britannica non vengono eletti, interrompendo eventualmente il ciclo gestionale o rendendosi esposte (nel cambio elettorale) a pressioni demagogiche o speculative.

Di cosa stia parlando Mario Monti è davvero tutto da capire, di cosa parli la stampa ancor peggio.

Venendo al super-tecnico Enrico Bondi, la faccenda si fa ancor più “esilarante” a partire dal fatto che, con tutti i professori ed i “tecnici” di cui questo governo si è dotato (utilizzandoli molto poco a dire il vero), è necessario un esterno per fare la prima cosa che Monti-Passera-Fornero avrebbero dovuto fare per guidare il paese: la spending review e cosa altro?
Il bello è che, dopo 20 anni di “dogma” – per cui di finanza ed economia potevano occuparsene solo economisti, matematici e statistici (ndr. i risultati si son visti) – adesso ci vuole un chimico (tal’è Enrico Bondi) per sistemare le cose, visto che sono gli ultimi (tra i laureati italici) ad avere una concezione interlacciata dei sistemi, una competenza merceologica e, soprattutto, la capacità di fornire stime affidabili con sveltezza.

Dulcis in fundo (al peggio non c’è mai fine) l’appello ai cittadini a segnalare sprechi.

Quante decine o centinaia di migliaia di segnalazioni arriveranno? Quanti operatori serviranno solo per catalogarle e smistarle? Quale è il modello (se è stato previsto) con cui aggregare il datawarehouse delle segnalazioni?

E quanto tempo servirà per un minimo di accertamenti “sul posto”? E chi mai eseguirà gli accertamenti?
Quante di queste segnalazioni saranno doverosamente trasmesse alla Magistratura, visto che nella Pubblica Amministrazione italiana vige ancora l’obbligo di denuncia, in caso di legittimo dubbio riguardo reati?

Una favola, insomma.
Beh, in tal caso, a Mario Monti preferisco Collodi: fu decisamente più aderente alla realtà italiana.

originale postato su demata

L’agenda politica di maggio

2 Mag

Arriva il mese di maggio, quello maggiormente funesto, insieme all’autunno, per governi iniqui e regimi infausti. Niente paura, siamo in Italia, l’andamento è lento.

Giorni fa, si accennava alle “provincie” ed al nulla di fatto delle Regioni, nella non riposta speranza che Mario Monti si attenesse a tempi, leggi e promesse. Ed infatti, salvo una BCE (ovvero Mario Draghi?) che suggerisce di “accorpare” anzichè eradere, nulla s’è detto o s’è sentito.

Intanto, l’agenda c’è, l’ha fissata Monti stesso per decreto, ed è scaduta.

Non a caso, a fissare il viatico dei 30 giorni futuri, arrivano segnali di insofferenza dal Senato, dove una leggina “salva pensioni d’annata” è caduta su un emendamento della (nuova)Lega con 124 voti a favore, 94 contrari, 12 le astensioni.

Esiste, almeno al Senato, una “maggioranza” diversa dall’attuale non disponibile (in parte) a votare le mattanze sociali della Fornero o gli F-35 di Finmeccanica, ma propensa a legiferare in favore di minori prebende per la Casta e minore spesa pubblica?

Sarebbe interessante saperlo e, forse, lo sapremo a breve, con quello che c’è da votare in Parlamento.

Una “congiuntura interessante”, perchè un cambio di passo di Mario Monti – con rimpasto di governo, visto che stragiura da mesi che “i conti sono a posto” – rappresenterebbe un’ottima via d’uscita per Mario Monti, Giorgio Napolitano ed i partiti per restare saldi in sella mentre si avvia la tornata elettorale del 2013, per licenziare qualche ministro “ingombrante” e, soprattutto per noi, metter mano a quello che spread, default e speculatori hanno interrotto: la nascita della III Repubblica.

Del resto, i tempi sono pronti.

Tra qualche giorno conosceremo gli esiti delle elezioni locali e gli pseudomaghi di partito consulteranno le loro sfere di cristallo e detteranno alleanze e strategie.

Tra un mese circa esploderà (è il caso di dirlo) il “panico” da IMU, che verrà incassato anche da enti che la legge ha già cassato, pur senza attuare. E dopo un po’, con la chiusura delle scuola, le grandi città inizieranno ad esser piene di gente disoccupata e ragazzini senza meta, mentre le località turistiche dovranno aspettarsi i minimi storici.

Entro luglio bisognerà capire come uscire dallo “spremiagrumi fiscale impazzito” che Prodi, Visco, Padoa Schioppa, Tremonti e Monti hanno creato in questi 20 anni, portando la leva fiscale sul “cittadino onesto” ben oltre il 60% del PIL da lui prodotto.

Da settembre, forse prima, saremo in campagna elettorale per le politiche e bisognerà trovare soldi da spendere per rattoppi e ripristini, se i partiti vogliono le urne piene.

Dulcis in fundo, l’idea – cara ad una certa Roma – di riaggregare intorno Pierferdinado Casini la vecchia Democrazia Cristiana ed i comitati d’affari d’altri tempi, sembra inabissarsi dopo le esternazioni del leader dell’UDC ed il proseguire delle sue frequentazioni con Totò Cuffaro, detenuto per mafia a Regina Coeli. Dopo il fondo il “de profundis” con l’ennesima caduta del Partito Democratico che votava a favore delle “pensioni d’oro”, mentre il PdL sosteneva l’emendamento di Lega e IdV.

Mario Monti non sembra un uomo da “cambio di passo”, come non sembra anteporre l’italianità a tutto tondo, quella “popolare” come quella “laica”, agli ambienti bocconiani e “protagonisti” dai quali proviene.

Ma, d’altra parte, sono già sei mesi sei che l’Italia non ha un ministro dell’economia a tempo pieno, quello del welfare sembra quasi che levi ai poveri per dare ai ricchi, agli esteri “vorremmo vincerne una”, alla giustizia serve sempre, da 20 anni almeno, una legge per snellire, semplificare, accelerare le procedure giudiziarie, dateci un ministro delle infrastrutture che faccia costruire o manutentare qualcosa.

Mai dire mai, però. Il trasformismo è un’arte italiana.

originale postato su demata