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Referendum e rinascita politica nazionale

10 Set

A breve si terrà il referendum sulla riforma del Senato e di altri punti della Costituzione e, nonostante il fronte degli oppositori sia piuttosto ampio e qualificato – da Forza Italia alla CGIL, dalla Destra ai Cinque Stelle – praticamente se ne sa poco o nulla.

Al punto che i sondaggi prevedono una vittoria dei SI, risicata ma vittoria. Perchè?

sondaggio-referendum

Innanzitutto, c’è la ‘memoria ancestrale’ di cui è dotata ogni nazione e questa è ben consapevole che a colpi di maggioranze parlamentari si son fatti disastri (Mattarellum, Porcellum e oggi Italicum, Titolo V, Fiscal Compact), ma ricorda anche che nell’andare ad una Costituente ci sarebbero articoli ben più ostici della Costituzione da affrontare, come per i rapporti con lo Stato del Vaticano, per le pari opportunità, per la libera scelta di scuole, sanità e assicurazioni, per il ruolo dei Sindacati, per la normativa su deleghe, testamenti, concessioni, fiscalità locale eccetera.

Dunque, il timore ‘collettivo’ è che, fermando l’Italicum, si cada dalla padella alla brace, ergo nell’instabilità e nella recessione. Timore ingiustificato, se non fosse per i nostri media e la nostra politica che da tre anni ‘dimenticano’ di dire che l’Italia ha rating BBB-, cioè è in stato fallimentare, è che, secondo le agenzie apposite, la causa di tutto questo è nella faziosità della politica, nella farragine giudiziaria e nell’inefficienza della pubblica amministrazione.

In secondo luogo, i sostenitori del NO – sia per quanto riguarda i Liberali, sia per la Sinistra come per le Destre e i Cinque Stelle – non sembrano in grado  nè di comporsi in un qualche comitato unitario nè di formulare una mezza dozzina di slogan ‘condivisi’ che spieghino con semplicità le loro ragioni.
Così accade che – nonostante i vari promotori rappresentino gran parte dell’elettorato, astenuti inclusi – la vittoria potrebbe andare ai SI.

Enorme errore non delineare – ed anticipare all’elettorato – quali saranno gli scenari del dopo-referendum in caso di vittoria dei NO (o comunque di loro ampio consenso): è come chiedere di puntare al buio.
Dimissioni di Matteo Renzi? Votare con il Mattarellum (che ha i suoi difetti)? Governo tecnico per la legge elettorale, come nella transizione tra prima e seconda Repubblica? La legislatura prosegue con il rientro di Enrico Letta, ma si avvia l’Assemblea Costituente?

A latere, c’è il vero vulnus della questione: dove sono i Liberali, dove i Socialdemocratici e dove i Cristianosociali?
Quello che vediamo è solo il Partito della Nazione a difesa dei piccoli interessi di bottega della profonda provincia italiana. Non c’è altra spiegazione, se con larga parte della popolazione che risiede in Lombardia ed in aree metropolitane, l’attuale governo è per la ma ggior parte composto da personaggi quali Renzi (Rignano sull’Arno), Alfano (Agrigento), Boschi (Montevarchi), Giannini (Lucca), Orlando (La Spezia), Del Rio (Reggio Emilia), Poletti (Imola), Franceschini (Ferrara),  Galletti (Bologna), Costa (Cuneo), Martina (Calcinate). Gentiloni, Padoan, Calenda, Lorenzin sono di Roma (città notoriamente sui generis); Pinotti è nata a Genova. Stop.

Questi i danni del Mattarellum e, poi, del Porcellum – ritornando ai referendum costituzionali – che vollero imporre agli italiani quel sistema bipolare tanto in voga negli  anni del Neoliberismo internazionale e dei populismi italici della premiata ditta Berlusconi & D’Alema.
Sappiamo come è andata con il Bipolarismo e con il Neoliberismo: male.

Se crediamo nelle Riforme, non ci resta che ripartire dalla diaspora dei Liberali, Socialdemocratici e Cristianosociali.
Dopo – solo dopo – aver ricoagulato le menti e i cuori dissolti nel bipolarismo della Seconda Repubblica, non sarà difficile pervenire ad un’Assemblea Costituente e ad una rinnovata classe politica in grado di portare concordia nel Paese – e non fazione – per affrontare le difficoltà necessarie a cogliere i successi che da tanto tempo la nostra Nazione attende.

Se questo è un dato per lo scenario politico-elettorale prossimo venturo, riguardo il referendum vediamo che l’elettorato si sta dimostrando ‘maturo’, cioè ben sospettoso del Parlamento ‘blindato’ che ha votato a favore, ma – comunque – cauto nell’attendere di capire quale saranno le ripercussioni del NO.
In breve, l’elettorato attende sempre che il fronte referendario per il NO si costituisca in modo unitario, dia tre semplici quanto eloquenti ragioni tre” per votare NO e, soprattutto, speighi come intende proseguire dopo.

“Sarebbe ora che la smettessimo, … di guardare indietro, celebrando i nostri padri fondatori e cominciassimo a guardare in avanti, cioè pensando a un “riformismo liberale” (chiamiamolo così per comodità) cioè a quello che è necessario fare per adeguare istituzioni, mercato ecc. a un mondo che è profondamente, totalmente cambiato rispetto a quello del 1776 di Adamo Smith, ma anche rispetto a quello della prima metà di questo secolo, cioè di Hayek, Mises e tanti altri.” (Per un riformismo liberale – Piero Ostellino – 1999)

Demata

L’Italicum spiegato in due parole

11 Lug

L’Italicum – secondo le proiezini Demopolis di maggio scorso – prevede che il partito vincitore delle elezioni ottenga circa 10 seggi alla Camera per ogni punto percentuale conquistato, mentre agli altri partiti ne spettano solo cinque.

In poche parole, non appena terminatasi la conta generale dei voti per stabilire quale partito o coalizione abbia vinto ‘chi vince e chi perde’, l’Italicum dimezza i parlamentari dei ‘vinti’ e raddoppia quelli dei ‘vincitori’.

Lo scopo è quello di garantire una blindatura totale del Governo per cinque lunghi anni senza neanche un Senato che abbia più il potere di dare o togliere la fiducia al governo.

Il Senato, inoltre, non potrà bocciare le leggi approvate dalla Camera, ma solo formulare proposte di emendamento che saranno prevedibilmente respinte dalla maggioranza assoluta degli onorevoli, visto  il ‘raddoppio’ dei seggi per chi ha vinto le elezioni.

Potrà sembrare incredibile, ma questa è la legge approvata e vigente su cui andremo a votare a breve.

Demata

Costi e benefici di un referendum flop

18 Apr

I numeri del referendum contro il rinnovo ‘automatico’ delle attuali concessioni per la trivellazione sono molto chiari:

  1. solo 13 milioni di italiani hanno votato a favore dell’abrogazione proposta, mentre ben 38 milioni di elettori non l’hanno fatto
  2. 300 milioni di euro sono stati spesi per consultare i cittadini, ma oltre 30 milioni di persone (due terzi dell’elettorato) ha ritenuto il quesito non rilevante, astenendosi.

Dunque,

  1. gran parte dell’elettorato ha retto bene all’onda d’urto della campagna ‘Pro SI’ che – tra SMS, Whatsapp e Facebook – ha diffuso capillarmente (ai limiti dello Spam) messaggi ed immagini che poco avevano a che vedere con il reale quesito referendario – inerente le concessioni, ricordiamolo – e non, viceversa, le distanze dalle spiagge o dai parchi eccetera eccetera.
  2. i diversi appelli all’astensione non hanno violato alcun ‘dovere’, visto che la Carta di Nizza ratificata dall’Italia prevede la possibilità di obiettare per motivi di coscienza e l’obbligo ad una informazione pluralista e corretta che non sono stati precisamente  garantiti
  3. la stragrande maggioranza degli italiani ha detto NO al ‘fronte di tutte le opposizioni’ (Cinque Stelle + Lega + Sinistra) che ha sostenuto il referendum e, dunque, salvo talk show e redazioni ‘amiche’, dovrebbe esseere piuttosto arduo e tanto politically un-correct sostenere se non pretendere “un cambio di strategia energetica nazionale“ … peggio ancora se si volesse parlare di ‘vittoria’, dato che – dovunque – un terzo degli elettori vota – comunque – contro il governo …
  4. l’utilizzo strumentale di un referendum sull’ambiente per questioni interne alla Sinistra al fine di destabilizzare il Governo (e per esigenze di visibilità dei partiti minori) porta, viceversa, in luce quanto poco certe Regioni governate dal Partito Democratico (in primis la Puglia di Emiliano e il Lazio di Zingaretti) abbiano fatto in materia di ambiente e salute, dai depuratori alle cure mediche, passando per infiniti scandali e finendo all’Irperf maggiorata e/o il debito montante.

La prima domanda di oggi è semplice: quanti depuratori avremmo edificato ex novo con 300 milioni di euro, se il nuovo depuratore di Alba Adriatica costerà 7 milioni e mezzo e con altri 680mila euro provvederanno anche all’adeguamento delle reti fognanti?
Oppure, quanti posti letto in più terremmo aperti con 300 milioni di euro, se in Basilicata il costo medio annuo dei posti letto è di 196.300 euro?

La seconda domanda, temo, non ha risposte: visto che in nome del bilancio (e degli sprechi) neghiamo pensioni e sussidi ad invalidi e anziani, come alle madri o ai disoccupati, e visto che da oggi abbiamo 300 milioni in meno c’è la possibilità che il Consiglio Regionale della Puglia discuta riguardo la responsabilità politica di questo costoso flop promosso dal loro Governatore?
Oppure, visto che 14 milioni di italiani sono di sicuro preoccupati per l’Ambiente (e gli altri 38 milioni pure), possiamo attenderci immediate e fattive iniziative delle Regioni riguardo acqua, fogne e rifiuti?

Demata

La bufala di #trivellatuasorella

15 Mar

Il Corriere della Sera oggi ci informa che “l’hashtag #trivellatuasorella creato da una società di comunicazione pugliese per sostenere le ragioni del sì al referendum sulle stop alle trivellazioni sottomarine del 17 aprile è finito subito nel mirino delle critiche.”

#trivellatuasorella corsera
Beh, secondo gli autori – i ‘creativi’ di beShaped – l’abominevole slogan di propaganda al voto  è a FAVORE DEL NO al referendum e alle trivelle.
Non ‘pro trivelle’. Ebbene si.

E’ proprio la loro pagina Facebook a spiegarci che pensavano che “se vuoi stuprare il nostro mare, cui siamo legati per cultura, tradizione, amore viscerale, perché allora non fai la stessa cosa a tua sorella, intesa come una persona alla quale sei intimamente legato, alla quale non faresti mai del male? Questo era il senso per noi dell’operazione.”

#trivellatuasorella 1

E fatto un “mea culpa”, tutto qui, precisano che- secondo loro, ma non secondo tanti – “a scavare più a fondo, non trovereste certamente in nessuno di noi sentimenti minimamente votati al sessismo o altro del genere” …

Queste le logiche di alcuni sostenitori del bando alle trivelle, del NO al referendum. Elettorato che vai … slogan che trovi …

Intanto, prendiamo atto che – in prossimità di un voto referendario – gli elettori sono potenzialmente disinformati, salvo rettifiche adeguate, e … ricordiamo che, in Italia, a tutela del libero esercizio del voto, è previsto che “chiunque in occasione di votazioni di Stato usa … inganno … per indurre un cittadino … ad astenersi o non dal voto od a votare o non per un determinato candidato o simbolo, è punito con la prigionia di terzo grado e con l’interdizione di quarto grado dai diritti politici”.

Demata

Riforma costituzionale: referendum in ottobre?

12 Gen

L’approvazione della riforma costituzionale alla Camera arriva nel giorno del compleanno di Matteo Renzi giusto a confermare quanto il culto della leadership e il cerchio magico siano le componenti basilari della politica del III Millennio.

Così tra qualche mese gli italiani saranno chiamati ad un referendum confermativo che richiede un quorum per essere valido.
Dunque, prepariamoci a sei mesi di televisione in cui ci spiegheranno che votando a favore si cancella la democrazia parlamentare, che votando contro si mantiene il Paese nello stallo perpetuo, che non votando proprio … si esprime il proprio dissenso verso questa politica e questo governo a prescindere dal risultato.

Facile intuire dove possa convergere il consenso non teleguidato degli italiania a meno che Matteo Renzi non riesca a portare a termine prima dell’estate la ristrutturazione dell’Inps, avviando un nuovo sistema pensionistico e di welfare, rilanciando l’occupazione.

Perchè gli italiani dovrebbero preoccuparsi di cosa accade in Parlamento, se il Parlamento ancora non interviene su una voragine che sta lì dal lontano 2010?

Demata

Grecia: vincono gli insolventi, ma i creditori sono i lavoratori e i pensionati d’Europa

6 Lug

La Grecia ‘prima dell’euro’ era un paese povero e sottosviluppato, che sopravviveva grazie ai transiti mercantili ed ai flussi turistici. Una nazione che emetteva la dracma ad un cambio ‘ufficiale’ e poi lasciava che venisse scambiata ovunque a 20 volte in meno. Un paese talmente privo di sviluppo culturale ed industriale che i suoi figli migliori dovevano studiare all’estero, se volevano diventare biologi  od ingegneri provetti.

Con l’avvento dell’Europa (ed il benessere che portò) la Grecia non fece altro che spendere e spandere in privilegi, corruzione e ‘sociale’, finendo per ritrovarsi con Atene – la capitale – a raccogliere quasi metà della popolazione, ma senza avere le potenzialità industriali per sostenere un tale addensamento (ndr. come ad esempio Roma).
Finchè, nel 2009, salta fuori che addirittura lo Stato greco aveva truccato i conti pubblici, onde succhiare risorse ai creditori.

Da allora la Grecia ricatta l’Europa, minacciando l’insolvenza (ndr. default), che colpirebbe duramente i creditori, e ricatta i propri cittadini, dato che per pagare gli interessi s’è tagliato e venduto di tutto, ma non s’è fatta una riforma.

Chi sostiene Tsipras dimentica, infatti, che:

  • 2010 la Grecia taglia la spesa pubblica di 30 miliardi e promette riforme, ricevendo un credito di 110 miliardi di euro
  • 2011 non avendo mantenuto le promesse di riforma, deve promettere di tagliare ulteriori 6 miliardi e garantire un rientro di  ulteriori 28 miliardi di euro entro il 2015. Intanto, essendo l’economia prevalentemente clientelare, il PIL crolla e la disoccupazione esplode
  • 2012 permamendo l’inerzia dei greci, arrivano nuovi aiuti per evitare il default: 130 miliardi e la riduzione del valore nominale del 50% dei titoli di Stato, con un allungamento della scadenza (ndr spalmatura)
  • 2013 il PIL è passato in pochi anni da oltre 350 miliardi o poco più di 200 miliardi di euro, mentre il debito pubblico è ben maggiore di quello descritto nei conti ‘truccati’, pari a 320 miliardi di euro, ovvero il 175,1% del PIL
  • 2014 l’economia riparte, ma dopo i tagli non arrivano le riforme. Intanto, il Pireo somiglia sempre più ad una filiale commerciale di Shangai e dei flussi turistici di una volta non v’è più traccia
  • 2015 i greci eleggono Tsipras che promette una politica ‘forte’ verso l’Europa e il FMI, riavviando il ricatto dell’insolvenza e dell’uscita dall’Eurozona.

Grazie alla preannunciata insolvenza (febbraio scorso), la Grecia si trova costretta a finanziarsi con la sola liquidita’ di emergenza della BCE (Ela). Ad aprile, durante la riunione apposita dell’Eurogruppo, il ministro dell’economia greco Varoufakis viene accusato di essere “un dilettante e un perditempo”.
A maggio – quattro mesi dopo le minacce di insolvenza e la prevedibile restrizione di liquidità, Eurostat certifica che il Paese è nuovamente in recessione, mentre i creditori chiedono tagli pari ad almeno tre miliardi entro l’anno.
A fine giugno, Tsipras e Varoufakis non saldano la rata di 16 miliardi, di cui avevano ottenuto la dilazione, e annunciano un referendum per la permanenza della Grecia nell’Eurozona, con il risultato di interrompere il flussi di liquidità.

Per comprendere come mai i greci non se la prendano con i propri politicanti o, meglio, emigrino in massa, è utile sapere che tutto questo accade in un paese dove l’informazione e i media hanno una ‘chiara’ fama (ndr. 69esimi nella classifica Reuters) e che il maggior sostegno arrivi  dall’Italia, pari ‘merito’ al 69° posto in classifica …

Infatti, mica ci raccontano che i creditori siamo noi, i lavoratori e i pensionati degli stati europei più svantaggiati.

Il debito greco non fa capo ad entità finanziarie astratte (o rapaci): è al 60% della Ue attraverso i suoi fondi Efsf – Esm, il 12% è del Fmi, l’8% è detenuto dalla Bce, 11% sono bond e il 4% sono bills (prestiti cedibili a breve termine), il 5% sono altri prestiti.

I lavoratori e i pensionati europei sono informati che Tsipras (e Syriza, il partito di sinistra greco) chiedono di ‘scalare’ quasi 200 miliardi di euro dal Fondo europeo di stabilità finanziaria (Efsf) e dal Meccanismo europeo di stabilità (Esm), oltre che dalla BCE?

Le nostre agenzie ed i nostri talk show – con tutto il novero di noti opinionisti, sindacalisti, politici ed economisti – spiegano che sostenere Tsipras equivarrebbe a svalutare l’euro di un buon 5%, oltre che sottrarre miliardi su miliardi al welfare e alla ripresa italiani?

Demata

L’Europa va alle elezioni mentre le nazioni chiedono più autonomia

24 Mar

Il referendum sull’indipendenza del Veneto, organizzato dai movimenti autonomisti e appena svoltosi, avrebbe visto la partecipazione del 70% degli elettori veneti con un esito “plebiscitario”: 89% di “sì”.
I dati non sono verificabili, ma  li conferma un sondaggio di Demos, condotto tra il 20 e il 21 marzo, in cui poco meno dell’80% si dice favorevole o quanto meno ‘interessato’ all’indipendenza veneta.

In Italia, l’iniziativa è stata ignorata dai media, come sottolinea Ilvo Diamanti su La Repubblica, ma gli osservatori stranieri non l’hanno fatto: c’è “l’esempio” della Crimea, ma ci sono anche le tensioni scoto-gallesi, i baschi e i catalani, i fiamminghi eccetera. E ci sono la Sicilia e la Campania … ovvero le Due Sicilie, dove l’esito di un referendum autonomista ben organizzato sarebbe del tutto imprevedibile.

Europa di Tacito

Intanto, in Francia, le spinte verso uno Stato etico e ‘nazionale’ stanno portando ad una crescita – prima sensibile e oggi dilagante – della ‘vecchia’ destra gaullista e nazionalista, rigeneratasi nelle banlieues e nelle città meridionali sotto le insegne del Fronte Nazionale di le Pen. Paradossalmente, sono loro oggi i maquìs (ndr. partigiani) che resistono all’invasore tedesco … e ai collaborazionisti di Hollande.

Di qui l’ipotesi che l’idea di un’Europa ‘sacro romano impero germanico-napoleonico’ possa essere del tutto desueta e che certi padri fondatori abbiano preso una grossa bufala.

Europa 1811

Fosse solo perchè a dar voce a tutte le spinte autonomistiche o nazionalistiche (ndr. che poi è la stessa cosa) ci ritroviamo quasi esattamente con la cartina del 1400 dopo Cristo …

Europa 1400

Da un lato, c’è l’Europa angioino/aragonese e/o bizantina (Catalogna, Due Sicilie,  Grecia e Balcani) in parte sovrapponibile a quella bizantina (che includeva anche Maghreb, Libano, Turchia e Siria, Bulgaria e Romania) che non trova aspettative e opportunità di crescita nell’attuale Unione Europea. Dall’altro, un’area Germanica che va sempre di più affermandosi, aggregando la Pannonia, l’Illira e il Norico (Venezie, Croazia, Slovenia), la Batavia (Fiandre) e la Grande Polonia (che includerebbe Moldavia, Slovacchia e mezza Ucraina, guarda caso). Dall’altro ancora ci sono i popoli ‘nordici’ (Svezia, Danimarca, Norvegia, Gran Bretagna, le città del Baltico e qualche porto olandese) che in gran parte rifiutano l’Euro e il Fondo Sociale Europeo.

Ovviamente, buona parte di nostri ‘guru’ – i soloni ultraottantenni e i loro fedeli discepoli ultrasessantacinquenni – di tutto questo non sembrano accorgersene e i ‘piani alti’ continuano a spingere l’acceleratore verso qualcosa che non c’è, ma deve assolutamente esserci: gli Stati Uniti d’Europa.

Stati uniti che, a ben vedere, non ci sono in Cina, che è un’unica repubblica ‘popolare’ montata sul preesistente impero, e non ci sarebbero in America, se fosse stato per Thomas Jefferson e Benjamin Franklin (federalisti) come per i confederati – per l’appunto – del Sud e gli ‘annessi’ del Texas, Luisiana e California, senza parlare delle Hawaii, di Portorico, di Panama, di Guantanamo e di Grenada.
Ma, se è per questo, gli old boys delle cerchie che contano non si sono neancche ancora accorti che la Germania – de facto – ha un potenziale e una ‘estensione’ paragonabili o superiori a quello che aveva nel 1936. Gli errori di Obama in Siria e in Crimea ne sono la lampante riprova.

Come non è un caso che, alle soglie delle elezioni europee, non c’è partito che osi avviare una qualche campagna elettorale, figurarsi a sventolare la bandierina azzurra con le stelline in cerchio.

Europa 2014

L’Europa potrà sopravvivere a se stessa solo se si farà macroregione e federazione, con un sistema di bilancio unificato, un costo del denaro modulato ed un sistema lavoro-welfare integrato.

Altrimenti, gli europei si ricorderanno che una patria è meglio di una banca …

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Droga, decine di migliaia di detenzioni incostituzionali

13 Feb

Il 21 febbraio 2006 veniva introdotta la Legge Fini-Giovanardi,  che prevedeva l’inasprimento delle sanzioni relative a condotte di produzione e detenzione illecita  – anche solo a scopo personale – nonchè di uso di sostanze stupefacenti  e introduceva la contestuale abolizione di ogni distinzione tra droghe leggere, quali la cannabis, e droghe pesanti, quali eroina o cocaina.

Da allora sono trascorsi ben sette anni, durante i quali le patrie galere hanno accolto decine di migliaia di detenuti all’anno perchè in possesso di modiche quantità di droga.

“Nel 2012 gli ingressi per semplice detenzione sono stati oltre 19mila, mentre quelli colpiti dal ben più grave articolo 74 si sono limitati a 250.” (La Repubblica) “Solo 761 detenuti sul totale sono in galera per reati gravi quali l’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti.” (L’Espresso)

Ieri,  la Corte costituzionale, ha dichiarato l’illegittimità dell’articolo 73 (detenzione di sostanze stupefacenti) per violazione dell’art. 77, secondo comma, della Costituzione.

Oggi, prendiamo atto che nei 2.5oo giorni trascorsi da quel febbraio 2006 sono stati indagate, sanzionate, condannate, detenute incostituzionalmente (ndr. illegalmente?) – nelle notorie condizioni disumane – decine e decine di migliaia di persone, incluso un bel tot di adoloscenti con lo spinello e di ultrasessantenni della beat-pop generation, tra cui qualcuno che in carcere c’è morto.

E domani, forse, scopriremo che lo Stato (ndr. cioè noi con le nostre tasse) dovrà pagare i danni ai diretti interessati, se vorranno e potranno far ricorso, dopo aver speso – questo è certo – un’ira di dio in carceri e sanzioni UE, distogliendo le forze dell’ordine da altri compiti e vedendo incrementare – anche grazie ad un proibizionismo ‘old style’ – il consumo di droghe e, specialmente, di cocaina.

Inutilmente ed incostituzionalmente.

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Lega Nord o Ku Klux Klan?

8 Ago

“Per Matteo Salvini il ministero dell’Integrazione guidato da Cecile Kyenge è “un ente inutile, costoso, una fabbrica dell’ipocrisia”. Il suo pensiero lo aveva già espresso anche in altre occasioni, ma ora la novità è condivide la sua posizione sul profilo Facebook per raccogliere il gradimento dei suoi amici di social network. Sul suo profilo il vice-segretario della Lega Nord lancia l’idea: secondo voi la Lega trova 500 mila cittadini pronti a firmare un referendum che abolisca questo ministero?” (fonte La Repubblica)

Cecile Kyenge smorza i toni e rilancia: “Sarebbe più utile utilizzare i soldi che si spenderebbero per un referendum per mettere, invece, in campo politiche e interventi per una integrazione che riguardi non solo i migranti ma tutti i cittadini.

Eppure, caro ministro, non sarebbero forse soldi sprecati. Anzi.
Un referendum ‘contro l’integrazione’ avrebbe sia il vantaggio di smuovere le assopite coscienze di tanti italiani sia l’utilità di far uscire allo scoperto chi, dopo i meridionali, vorrebbe dis-integrare anche gli stranieri ormai italianizzati.

padania contro immigrati

Scriveva il Financial Times, in occasione della scandalosa ‘battuta’ sugli oranghi dell’ex vice Presidente del Senato e padre del Porcellum, Roberto Calderoli, che “il resto dell’Europa non può dormire sugli allori. L’austerity è un terreno fertile per i populismi.

Il governo autoritario di Viktor Orbán in Ungheria è molto vicino ai fascisti antisemiti di Jobbik. In Grecia c’è l’estrema destra di Alba Dorata e in Finlandia ha i suoi “True Finns”. In Francia, il National Front è ormai attestato contro il centrodestra e il centrosinistra. Si sperava che London 2012 Olympics cementassero l’idea della Britannia come nazione aperta e, adesso, Mr Cameron ammassa voti con politiche che considerano gli immigrati scrocconi e succhia-welfare.

Quello che serve all’Italia è una rivoluzione. E potrebbe partire dalla defenestrazione – con pubblica umiliazione – di Mr. Calderoli.”

L’idea che si stanno facendo di noi in una vignetta dal FT

Per la Lega, dunque, i tempi sono maturi e deve decidere se diventare il Ku Klux Klan italiano od accettare l’opportunità politica di un centrodestra che ‘ancora’ la sostiene ed evolversi in un contesto politico multietnico.

RIcordiamo tutti che alla Festa di Pontida 2009, “il deputato ed europarlamentare della Lega Matteo Salvini si intrattiene con un gruppo di persone e dà il la a un ritornello: «Senti che puzza, scappano anche i cani. Sono arrivati i napoletani…». Il video che riprende la scena finisce su YouTube e la polemica politica si accende con esponenti del Pdl che invitano il leghista alle scuse e il Pd che ne chiede le dimissioni. … Che arrivano a fine giornata. Ma solo per una «singolare coincidenza», assicura Salvini. Scadeva proprio oggi, infatti, il termine per optare per il seggio all’Europarlamento.” (fonte La Stampa)

Dunque, la questione non è solo della brava Cecile Kyenge, ormai bersaglio continuo neanche si fosse sul set di Mississipi Burning, ma del popolo italiano tutto, se nel 2013 abbiamo ancora gente che ‘non affitta a meridionali’, arrivino da Roma o da a Capetown fa lo stesso.

E non resta che chiederci come sia possibile che Matteo Salvini sia candidabile (o eleggibile, vedano lor signori) in rappresentanza del popolo italiano, di cui ne fanno per larga e larghissima parte i meridionali e tutti coloro che abbiano ottenuto la nostra cittadinanza.

La Lega intende assicurarsi la palma di essere il neonato Ku Klux Klan d’Europa? E quanti ‘veri italiani’ accetterebbero un immigrato come genero o un ‘diverso/a’ come parente?

Che Maroni, Zaia e Cota facciano una scelta. La brava gente è stufa del razzismo bieco e delle battute da osteria.

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Lavoratori pubblici (di sinistra) online

16 Giu

L’onorevole del Pdl Stracquadanio attacca: “Bisogna punire gli statali che vanno sul web”.

Era ora, bisogna dirlo, anche se lo scopo dello spin doctor berlusconiano è decisamente di parte.
“Il blocco sociale dei quattro milioni di dipendenti pubblici è più forte di noi: certo che la sinistra vince sul web, non fanno un cazzo. Se proprio lavorano, alle due del pomeriggio sono fuori”. (La Repubblica)

D’altra parte è sotto gli occhi di tutti come è andata la campagna referendaria: oscurata sui media ma massiva su internet.
Chiunque avesse un account Facebook, durante il mese scorso è stato inondato di propaganda per il SI e guai a commentare non entusiasticamente l’abrogazione di tutto su tutto.

Chi erano questi epigoni della partecipazione democratica? Dipendenti pubblici e docenti.
E se i primi sono sospetti di aver usato il tempo pagato con le nostre tasse per dedicarsi a faccende personali (ci sono IP e orari …), per i docenti la faccenda è decisamente più complessa.

Infatti, negli altri paesi, se un docente ha rapporti amicali con gli allievi, viene licenziato.
Dalle nostre parti,  si tollera … con il risultato che non pochi usano il Social Network per fare propaganda politica tra i propri studenti.
La riprova, caso mai ce ne fosse bisogno, è nel dato che la maggior parte degli scioperi studenteschi “spontanei” sono in coincidenza  di quelli dichiarati dal personale della scuola “contro il governo”.

Ma è davvero consentito? E, soprattutto, che razza di deontologia hanno i nostri prof e i nostri dirigenti scolastici?