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Napolitano, la Lega e la grottesca secessione padana

1 Ott

Napolitano interviene a difesa dell’unità nazionale con un secco “Non esiste un popolo padano. Secessione? Grottesco”, in inglese “very pictoresque”.
Il premier Berlusconi, invece di associarsi al Presidente della Repubblica, se ne lagna perchè “così il Colle ci destabilizza”, che è un po’ come ammettere che il patto con la Lega si regge sulla promessa di facilitargli la “secessione”.
Poco da ribattere o ribadire dinanzi ad una tale sacrosanta ovvietà, ma, ad insistere, ci riesce Calderoli con un esitante “Ma c’è diritto ad autodeterminazione”, dimenticando che proprio lui e Bossi, ministri per la semplificazione e per le rifome, dovevano provvedere al Federalismo con Bossi.

Ma Giorgio Napolitano non si è fermato alla secessione: “Nuova legge elettorale. Si è rotto il rapporto di fiducia elettore-eletto”, che suona come “da un momento all’altro sarò costretto a sciogliere le Camere restituendo la sovranità al popolo”.
Anche in questo caso Silvio Berlusconi getta la maschera: “Attacco pesantissimo. Non riusciranno a farci rompere con gli alleati”, come se il problema di credibilità fosse nei giochi di corridoio e non, viceversa, nei 10 anni di stallo legislativo ed infrastrutturale, di cui ben sette hanno visto al potere Berlusconi, Tremonti e Bossi.
Insiste Matteo Salvini, della Lega Nord, ricordando che “il Lombardo-Veneto ha una storia più antica di quella della Repubblica Italiana, basta aprire un libro di scuola media». Salvini ha poi richiamato l’esempio del Belgio, «dove le Fiandre mantengono i valloni assistiti e dove presto ci sarà una separazione democratica”.

Intanto, la proposta di referendum per abrogare il Porcellum ha ricevuto l’adesione di un milione di italiani (e non si capisce perchè Prodi se ne assuma indirattamente il merito).
Con il ritorno al Mattarellum ed i collegi uninominali, volge al termine anche l’abbraccio fatale di Silvio Berlusconi con la Lega per l’indipendenza della Padania, aka Lega Nord.
Il premier non sembra darsene conto o ragione tanto è forte ed interconnesso il suo rapporto con la schiera di padani (ministri e peones venuti a Roma senz’arte nè parte) che scomparirebbero con lui dalla scena politica, dato che mai sarebbero arrivati al livello in cui sono oggi senza di lui e senza la sua potente macchina elettorale.

Eppure, il messaggio del Presidente Napolitano è chiaro: bisogna andare al voto quanto prima, la popolazione è sfiduciata, le imprese pure e non riesce neanche a nominare il nuovo Governatore della Banca d’Italia, che era in agenda da mesi.
Potremmo andarci con o senza la collaborazione di Silvio Berlusconi, tutto dipende da lui: se lasciare tutto e recarsi di corsa al suo “buen retiro” oppure farsi esautorare e rischiare che qualche magistrato riesca ad arrestarlo mentre esce dal paese.

Ormai, siamo al grottesco …

Questa è la situazione e spero solo che Berlusconi voglia almeno evitarsi ed evitarci ulteriori vergone.
Sarebbe, poi, molto “patriottico”, se volesse esser proprio lui, in un momento di ravvedimento, a rispedire a casa il codazzo di mezze figure che l’ha seguito nel viatico del potere.

originale postato su demata

Governo al mare, italiani a casa

22 Giu

Oggi, alla Camera, il discorso di Silvio Berlusconi tentava di dare nuova vita ad una compagine e ad un partito, il PdL, travolti dagli scandali e dalle inchieste, oltre che dall’illegittimità od impopolarità delle proprie leggi e dall’inefficacia dell’azione legislativa nel por rimedio ai problemi del paese.

A seguire, gli interventi dei diversi gruppi parlamentari, che erano unisoni nel denunciare le promesse tradite al Sud, la drammatica situazione di lavoratori e aziende, le inerzie e le prebende di un sistema affaristico e carrieristico, le agenzie di rating e l’Unione Europea alle porte.

Intanto, in Piazza Montecitorio si affollavano, “indignati”, i precari del sistema di istruzione nazionale, che con una laurea in tasca ed una famiglia a casa non si sa bene che lavoro dovrebbero mettersi a fare.

Arriva l’estate e saranno in tanti quelli che resteranno a casa perchè “vivono di solo stipendio” o perchè “la sanità è regionalizzata”.

Viene spontaneo chiedersi cosa sia meglio: governo al mare ed italiani a casa oppure governo a casa ed italiani al mare?

Un’Italia a fari spenti

22 Giu

Non esiste alcuna alternativa a questo governo ed a questa maggioranza, perchè, in caso di caduta, l’Italia si troverebbe i creditori alle porte e dovrebbe varare misure di arretramento dell’attuale livello dei servizi pubblici di scuola e sanità.
Questo è nella sostanza il pensiero di Silvio Berlusconi, nel discorso alla Camera.

Una catasfrofe causata dalla spendacciona gestione prodiana, ma, anche e soprattutto dall’incapacità dei governi della Seconda Repubblica nel mantener fede agli impegni finanziari presi verso il paese di anno in anno.
Un disastro causato, secondo analisi diverse ma ampiamente condivise, dalla scelelrata riforma del Titolo V della Costituzione, che introduceva il Federalismo senza far prima fronte agli squilibri di un territorio nazionale, che fu strutturato dai Savoia e da Mussolini in funzione di logiche rivelatesi, per l’appunto, disastrose.
Una riforma, quella del Titolo V, che, per altro, ridefiniva i poteri della politica, in termini territoriali, ma non ristrutturava nè i ruoli ne le gerarchie interne delle principali istituzioni affini alla politica: sindacato e magistratura.
Uno sperpero globalizzato, se pensiamo all’impennata del numero di cariche, dirigenze, sedi di rappresentanza, auto blu, consulenze, esternalizzazioni e chi più ne ha più ne metta.

Se non verrà messa fine a questa emorragia di denaro e di management, non basterà la riforma fiscale, preannunciata da Tremonti e confermata, in questi minuti, da Berlusconi.

Una riforma fiscale che, nota bene, potrebbe somigliare ad una patrimoniale se l’obiettivo è quello di alleggerire i ceti bassi o le aziende e di caricare “chi ha il gippone”, per usare un’espressione di Tremonti.
Un sistema tutto da capire, se verrà affiancato da un incremento delel tasse e tributi locali, già esosi nelle regioni più disastrate.
Senza contare che l’ipotesi di incrementare le funzioni ministeriali con sedi al Nord non può altro che portare nel tempo ad un ulteriore incremento della spesa, essendo un elemento che innalza il livello di complessità strutturale del sistema.
Infine, la spesa pubblica, che Berlusconi promette di non tagliare quando afferma che il “pubblico impiego non si tocca”, come “non si toccano” scuola e sanità. Considerato che sono in larga parte spese di personale, che potrebbero essere notevolmente alleggerite con un coraggioso prepensionamento e riducendo il costo della governance, ovvero il numero di politici e direttori.

Il problema, dunque, non è finanziario, ha ragione Tremonti a dire che l’Italia ha ancora una sua solidità.
La questione è squisitamente politica, o meglio partitica, ovvero se i partiti, attualmente rappresentati in parlamento e non, sono in grado di ristrutturarsi riducendo drasticamente il numero degli eletti, degli addetti, degli apparati.
Se ciò avverrà, potremo mantenere gli impegni presi con l’Unione Europea per il 2014, risalendo la china grazie alle minori spese, alla riforma dei sistemi assicurativo e sanitario, ad un maggiore gettito fiscale.

L’alternativa?
Nessuna.

Il Piano del Tesoro e gli altarini padani …

16 Giu

Tremonti propone dei tagli alle pensioni più alte e l’aumento dei contributi per i cocopro.
Sacconi e la Lega non sono convinti dell’idea perchè “avrebbe un forte impatto al nord”.

Ecco un’ennesima prova di come il Settentrione ostacoli il risanamento dell’Italia e la ripresa del Sud, pur di continuare a coltivare orticelli propri.

Un’economia, quella padana, che si basa sullo sfruttamento di lavoratori temporanei, sull’accontonamento di pensioni “storiche” e, dunque, oggi privilegiate, sui sussidi delle “quote latte” fuorilegge ed il monopolio dei DOC, sulle coop che cooperative non sono, sul controllo del settore logistico, sul lavoro degli immigrati (meridionali e stranieri) e …

… sulle ampie collusioni mafiose che la magistratura sempre più spesso documenta.

Vinitaly, si potrebbe fare di più

8 Apr

Con la rassegna annuale del vino, Vinitaly di Verona, arrivano i primi dati sulla situazione di un settore che rappresenta la maggior voce attiva del comparto agroalimentare nazionale con un lusinhiero +11%.
Non tantissimo, se parliamo di quasi 4 miliardi di euro, ovvero meno dello 0,1% del PIL italiano, ma comunque un raggio di sole in un sistema agroalimentare straziato dal sistema clientelare dei sussidi e dal lavoro nero dei migranti.

REGIONI D.O.C. e D.O.C.G. I.G.T. Da tavola Totale %
ITALIA 14.794.424 12.598.401 19.723.822 47.116.647
NORD 8.294.786 7.314.564 4.272.189 19.881.539 42,20%
CENTRO 3.498.829 2.029.518 1.914.141 7.442.488 15,80%
SUD 3.000.809 3.254.319 13.537.492 19.792.620 42,01%
REGIONI D.O.C. e D.O.C.G. I.G.T. Da tavola Totale %
ITALIA 14794424 12598401 19723822 47116647
NORD 8294786 7314564 4272189 19881539 42,20%
CENTRO 3498829 2029518 1914141 7442488 15,80%
MEZZOGIORNO 3000809 3254319 13537492 19792620 42,01%

 

Le cattive notizie sono diverse.
Nel complesso esportiamo 22 milioni di ettolitri, equivalenti a poco meno di 3 miliardi di bottiglie da 75cl. Il volume di mercato, indotto incluso, è di oltre 13 miliardi di euro con ben 1,2 milioni di addetti.

Questo significa diverse cose:

  • almeno 500mila bottiglie di vetro in circolazione in un paese che non brilla nè per le politiche ambientali nè per quelle energetiche
  • una milionata di lavoratori che “vive” con una decina di miliardi, che fanno solo 10mila euro annui a testa di media
  • un consumo interno di alcolici che, considerato che c’è tanta gente che non beve vino, per tanti altri si attesta ben oltre la bottiglia al giorno.

Aggiungiamo che, oggi, solo 700mila ettari sono coltivati a vigna, rispetto alla milionata del passato recente, e che le aziende iniziano a raggiungere dimensioni mediamente superiori ai 3 ettari.
Un dato apparentemente positivo, visto che la produttività è aumentata, che, però, pone seri imperativi sulla riforma dello status di consorzi e cooperative, visto che ormai sono strutturati come e più delle normali aziende, ma godono di consistenti agevolazioni fiscali e fideiussorie.

La buona notizia è che le esportazioni enologiche verso Brasile, India, Cina e Russia hanno, nel 2010, compensato le perdite del 2009, causate dalla contrazione del mercato italiano, ed è ragionevole credere che ormai assorbano quasi un quarto della nostra produzione.

Ma anche in questo caso, un’Italia declinante e tardiva tralasciare che con soli 700mila ettari tagliati in un rivolo di parcelle rurali non potremo mai essere competitivi con le grandi estensioni australiane, argentine o californiane.

A proposito, perchè fare Vinitaly a Verona, mentre i terreni su cui espandere produzione e produttività sono al Sud, dove Puglia e Sicilia, attualmente alla pari con il Veneto e l’Emilia Romagna nella produzione, tanto potrebbero migliorare nella qualità e redditività?

Non è nel Veneto che possiamo espandere il settore vinicolo, ma proprio questo potrebbe essere il motivo per cui il Governatore Zaia, ex ministro per le politiche agricole, si tiene ben stretto Vinitaly ed i vini DOC di casa sua.

A quando i reclami di Vendola e Lombardo?

Parmalat? Si ritorna all’IRI …

3 Apr

Per ora siamo al decreto: la Cassa depositi e prestiti (di proprietà del MEF al 70%) potrà intervenire per finanziare aziende in difficoltà, se sono ritenute strategiche per fatturato, per importanza oppure per le eventuali ricadute sul sistema-nazione.

Il pretesto? Il tentativo francese di entrare in Parmalat, dato che in Italia “non passa lo straniero” … neanche se arriva con in capitali a risanare un’azienda florida che, nelle nostre mani, fallisce senza una vera o chiara ragione.

Grazie a Tremonti e la Lega, ritorna l’assistenzialismo industriale che la Storia ha già condannato per mille motivi diversi e sul quale la parola fine fu messo dall’entrata nell’EUro e dalla Seconda Repubblica.
I danni che verranno sono già noti: consociativismo, clientelismo, corruzione, concussione, desviluppo, declino.

Meglio questo che dover riportare produzione e flussi finanziari al Sud, diranno la Lega ed i poteri forti. Meglio che trovarsi con i fedeli lavoratori del Settentrione disoccupati ed imbufaliti, diranno i sindacati, mentre quelli del Sud manco sono sindacalizzati.
Meglio questo che abbandonare i furbetti del quartierino e compagni di merende vari, se ci voltiamo verso sinistra.
E meglio ancora non immaginare cosa possano pensarne le Mafie, che sono anche figlie di quell’assistenzialismo e di quel clientelismo romano.

Intanto, qualcuno potrebbe spiegarci come sia possibile che l’agroalimentare italiano, pilastro del made in Italy, sia così poco produttivo, andando periodicamente in crisi, e perchè i prezzi al consumo siano così alti a fronte di basse rendite per gli agricoltori.
Sarebbe bello capire perchè, in un mondo che compra pasta, salse, formaggi, vini, olio italiani, noi ci ritroviamo a dover sussidiare i contadini, con milioni di cittadini ai banchi alimentari, con la mezzadria ancora la bando ed i giovani a fare in precari nelle fabbriche e negli uffici.

Il bello è che il decreto, che impegna dall’immediato il Ministero dell’Economie e delle Finanze, è un provvedimento transitorio.
Nei prossimi mesi, dovrà essere convertito in legge, cosa non improbabile visto di cosa si tratta, e vagliato in sede europea dove, come per tanti altri provvedimenti di Giulio Tremonti, risulterà ovviamente come un aiuto dello Stato ad un’impresa, ovvero cosa vietata dalla legislazione comunitaria.

In poche parole, per Parmalat come per Termini Imerese, potrebbe accadere di puntellare con i nostri soldi delle situazioni molto precarie e tutte da chiarire, per poi dover ritirare il capitale pubblico versato con tutti i peggiorativi del caso.

Senza aver formulato alcuna exit strategy dalla crisi “che non c’è”, dopo aver illuso tanta povera gente con provvedimenti estemporanei e con un peso internazionale ormai ai numeri negativi, cosa sarà dell’Italia, dei suoi cittadini e della sua produttività?