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Diritto alla salute: l’Italia deregola l’inquinamento?

10 Lug

Non tutti si sono accorti che il Governo Letta ha inserito nel “Decreto del Fare” una modifica del Testo Unico sull’Ambiente D.lgs. 152/2006, che prevede come, “nei casi in cui le acque di falda determinano una situazione di rischio sanitario, oltre all’eliminazione della fonte di contaminazione ove possibile ed economicamente sostenibile, devono essere adottate misure di attenuazione della diffusione della contaminazione”.

Eliminazione della fonte di contaminazione, solo “ove possibile ed economicamente sostenibile”? Solo misure di “attenuazione della diffusione della contaminazione”? E se l’attenuazione non bastasse, come sembrano necessitare alcune località campane, cosa si fa? Si procede allo sgombero dei residenti che siano in “una situazione di rischio sanitario”, come a tal punto di dovere?

Una testo normativo, dunque, che afferma la prevalenza degli interessi economici sul diritto alla salute, garantito dalla Costituzione e tutelato dalle istituzioni, e ad un ambiente salubre, in contrasto con diversi principi affermati dall’Unione europea in sede di propria normativa. Vale la pena di sottolineare che persino in Danimarca accade, ormai, che la classe politica sia accusata di inerzia ed inettitudine verso i sempre maggiori problemi ambientali e le ricadute sulla salute delle persone (Rapporto Sundhed).

Il punto è che in Italia la situazione per la salute pubblica in diversi territori è particolarmente critica, come denunciato dalle autorità sanitarie e come accluso ad atti processuali, al Nord come al Sud.

Una situazione che Donato Greco, epidemiologo e consulente dell’Istituto Superiore della Sanità, – pur contrario ad allarmismi a proposito del Rapporto Balduzzi sulla situazione epidemiologica in Campania – non esita a definire “ciclo degenerato”, parlando non di ‘meridionali incivili’ bensì di “responsabilità politiche del passato”.
Infatti, nella sola Campania – secondo il rapporto Ecomafia 2010 di Legambiente – sono oltre 5.200 i siti potenzialmente inquinati, soltanto 13 siti hanno ottenuto la certificazione di avvenuta bonifica e si stima che nell’intera fascia di territorio fra Napoli e Caserta solo il 15% dei siti sia stato liberato dai rifiuti e dai loro resti. Secondo  l’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Campania (ARPAC) sono almeno 461 quelli con un alto livello di inquinamento.

L’Unità del 10 dicembre 2012 raccontava come gli “scarti industriali tossici dell’Acna di Cengio finivano nelle discariche del napoletano e nella falda acquifera, inquinando acque usate per irrigare e per bere, grazie a un’azienda, la Ecologia 89, costituita appositamente dallo storico boss dei «Gomorra» Francesco Bidognetti e da altre persone contigue al clan dei Casalesi di Casal di Principe.”
Lo Studio SENTIERI dell’Istituto Superiore di Sanità ha dimostrato l’enorme impatto sanitario con migliaia di morti in più rispetto al campione di controllo nei 37 siti monitorati, per patologie causate dalle sostanze e dai materiali sversati dai clan camorristici per due decenni, con un via vai lungo la penisola di rifiuti pericolosissimi, senza colpo ferire.
Una situazione che ha avuto origine da una legge sui danni ambientali che consente la prescrizione a cinque anni ed, evidentemente, anche da criteri nazionali di controllo  inefficaci, vista l’assenza di indicatori che evidenziassero, fin da principio, la facilità ed i bassi costi con cui tante aziende del settentrione smaltivano di tutto di più in Campania.

Siti inquinati in Campania

Storia passata, ormai archiviata dai Palazzi di giustizia, spesso prescritta, ma in alcune località della Campania la situazione è gravissima, con allarme internazionale per la salute delle persone, e, passando al resto delle regioni meridionali, basta un click su Google per trovare decine di link alle news locali, che raccontano di tanti e troppi smaltimenti ‘fai da te’, come accaduto per i comuni della ‘valle del fiume Oliva’, di Cadelbosco, Gualtieri e Amantea, Bagnolo, Rende e  Rapino, Melfi e Novellara, eccetera.

Una norma, quella introdotta nel “Decreto del Fare”, particolarmente scandalosa, perchè in Campania – visto il tasso di malati di tumore e di altre patologie causate dall’inquinamento – dovrebbe essere lo Stato ad intervenire, perchè non ha adeguatamente vigilato a suo tempo, perchè, oggi, una parte dei luoghi inquinati sono sotto sequestro e, soprattutto, perchè i Comuni preposti non hanno risorse e territorio per intervenire per portare a conclusione un’emergenza in cui, ricordiamolo, è nata e cresciuta ormai un’intera generazione di bambini e di giovani aldulti.

Infatti, è accaduto che un enorme massa di rifiuti ‘classified’ si spostasse per anni e anni ‘dal Nord passando da Roma per arrivare in una delimitata area della Campania’, nonostante il «97 per cento del territorio della provincia di Napoli sotto vincolo», come scriveva, nel 2011, il presidente della Provincia di Napoli, Luigi Cesaro, a Gianni Letta, chiedendo poteri speciali per l’ennesima emergenza rifiuti.
Come è lo Stato che dovrebbe tutelare cittadini, famiglie, bambini, rimuovendo gli agenti inquinanti che sono collocati in aree sotto sequestro amministrativo.

Un inquinamento del sottosuolo, in alcune zone della Campania, che raggiungerà  il suo culmine nel 2064 quando le oltre 65.000 tonnellate di percolato contamineranno irrimediabilmente le falde acquifere sottostanti uno dei territori più fertili del Mondo, dove vivono circa due milioni di persone.

Un diritto alla salute che si prospetta salatissimo per le casse dello Stato se la missione della Protezione civile incaricata di chiudere la contabilità di 17 anni di emergenza si è vista presentare, due anni fa, un conto da 3,5 miliardi di auro da quasi un migliaio di creditori, tra cui in prima fila Fibe e Fisia, le imprese del gruppo Impregilo che pretendono 2 miliardi e 400mila euro, dei quali 1,5 solo per il danno d’immagine.

E’, dunque, difficile comprendere come possa uno Stato di diritto, incardinato nell’Unione Europea, legiferare di provvedere “all’eliminazione della fonte di contaminazione (solo) ove possibile ed economicamente sostenibile” e di poter adottare “misure di (sola) attenuazione della diffusione della contaminazione” in Terra di Lavoro.

Difficile da comprendere, ma non impossibile se, poi, l’Italia è anche il paese del ‘trasporto su gomma’, in cui non ha avuto nessun riflesso nè che l’Agenzia europea dell’ambiente (Aea) aveva proposto pedaggi stradali per i veicoli pesanti “inclusivi” dei costi/gli effetti sulla salute causati dall’inquinamento nè, soprattutto, che, dal 2011, la direttiva Eurovignette prescrive agli Stati membri dell’Ue di integrare i costi sanitari da smog per gli oneri darivanti dal traffico ‘industriale’ sulle strade di grandi dimensioni e sulle autostrade.
Secondo l’Aea, l’inquinamento atmosferico causa 3 milioni di giornate di malattia e 350 mila morti premature in Europa e, secondo gli autori del rapporto, il ‘danno’ economico in termini di salute e impatto ambientale, derivante dai soli autocarri in Europa, è quasi il 50% del totale derivante dall’inquinamento dell’aria di tutti i veicoli, imbarcazioni e velivoli. tutti i trasporti, nell’ordine dei 45 miliardi di euro annui.
I residenti di tante città letteralmente attaversate o abbarbicate da/ad autostrade sono avvisati, come lo sono gli amministratori delle loro Regioni e dei loro sistemi sanitari.

Un diritto alla salute costituzionalmente garantito, che se – in barba a qualunque elementare diritto derivante dalla cittadinanza o anche dalla mera sudditanza – non venisse tutelato, almeno nel caso campano, diventerebbe l’ennesima conferma delle tesi che, nel 1861, si trattò di annessione coloniale, specialmente dopo che i dati ‘storici’ ci raccontano come il Meridione venne deindustrializzato, agli inizi degli anni ’90, proprio mentre aveva superato il livello di produzione del Settentrione ed aveva, evidentemente, un potenziale che, oggi, farebbe comodo all’Italia tutta.
Non una pulizia etnica come quella messa in atto dagli Yankee a danno degli Indiani, diffondendo coperte infettate di vaiolo, ma la questione degli scarti industriali del Settentrione – ILVA di Taranto inclusa – porterà lacrime e lutto per troppo tempo per poter essere abbandonata al corso degli eventi.

Una questione non del tutto desueta,  se nel circuito europeo delle autonomie locali rimbalza la rivendicazione dei Meridionalisti Democratici, che ricordano ai “parlamentari eletti nel Sud” come la norma in questione “intacchi ulteriormente la salute dei loro elettori, mentre tutela le imprese del Nord che sono responsabili, secondo recenti rivelazioni di magistrati e rappresentanti delle forze dell’ordine, dello sversamento di rifiuti tossici che hanno causato l’inquinamento territoriale delle falde acquifere di ampie zone della Campania, Puglie e Calabria”.

Una questione – quella dell’inquinamento e della salute pubblica – in cui campani e meridionali sono accomunati ai settentrionali ed ai romani, visto che quella che crolla oggi è anche l’economia ‘drogata’ dai bassi costi di smaltimento, dalla troppa facilità operativa e dai rapporti con le Ecomafie, ma anche un sistema dei trasporti su gomma che funge da volano occupazionale e che produce ‘qualcosa’ che non solo viene respirato, ma finisce anche nei materiali che ci circondano, nelle falde acquifere e sulla nostra tavola.

A proposito, nella spesa pubblica degli stati europei, oltre a spendere meno di noi in generale, riescono anche a metterci le risorse per evitare, controllare e sanare i rischi per la salute dei cittadini derivanti dall’inquinamento dell’ambiente …

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Il Presidente fa quello che può …

1 Ott

In rete e su Facebook, imperversano i commenti e le proposte su cosa dovrebbe fare il nostro Presidente Giorgio Napolitano, dalla legge anti-corruzione, a quella elettorale, al ruolo di Mario Monti, alla legittimità di alcune norme varate dalla ministra Elsa Fornero e da lui avallate, la trattativa Stato-mafia, eccetera eccetera eccetera e chi più ne ha più ne metta.

Penso che ognuno di noi non possa far altro che quello che è nella sua natura, entro i propri limiti e secondo i propri talenti. Ciò a maggior ragione se si tratta di un politico ottuagenario, che, seppur tenutosi al passo dei tempi, difficilmente può smentire logiche, stili e metodi d’altri tempi, che l’hanno caratterizzato e, come nel caso di Giorgio Napolitano o di altri VIP, l’hanno reso vincente per una vita.

Toccherebbe al Parlamento eleggere un Presidente della Repubblica men che settantenne ed, al possibile, ancora in età lavorativa.

Per caratterizzare ‘logiche, stili e metodi’ il nostro Presidente Giorgio Napolitano le cronache ci propongono un incipit abbastanza clamoroso, ‘very impressive’, pubblicato da L’Unità nel 1956, quando aveva 31 anni ed iniziava ad essere il politico ‘a tutto tondo’ ce conosciamo.

Come si può, ad esempio, non polemizzare aspramente col compagno Giolitti quando egli afferma che oltre che in Polonia anche in Ungheria hanno difeso il partito non quelli che hanno taciuto ma quelli che hanno criticato?

E’ assurdo oggi continuare a negare che all’interno del partito ungherese – in contrapposto agli errori gravi del gruppo dirigente, errori che noi abbiamo denunciato come causa prima dei drammatici avvenimenti verificatisi in quel paese – non ci si è limitati a sviluppare la critica, ma si è scatenata una lotta disgregatrice, di fazioni, giungendo a fare appello alle masse contro il partito. E’ assurdo oggi continuare a negare che questa azione disgregatrice sia stata, in uno con gli errori del gruppo dirigente, la causa della tragedia ungherese.

Il compagno Giolitti ha detto di essersi convinto che il processo di distensione non è irreversibile, pur continuando a ritenere, come riteniamo tutti noi, che la distensione e la coesistenza debbano rimanere il nostro obiettivo, l’obiettivo della nostra lotta.

Ma poi ci ha detto che l’intervento sovietico poteva giustificarsi solo in funzione della politica dei blocchi contrapposti, quasi lasciandoci intendere – e qui sarebbe stato meglio che, senza cadere lui nella doppiezza che ha di continuo rimproverato agli altri, si fosse più chiaramente pronunciato – che l’intervento sovietico si giustifica solo dal punto di vista delle esigenze militari e strategiche dell’Unione Sovietica; senza vedere come nel quadro della aggravata situazione internazionale, del pericolo del ritorno alla guerra fredda non solo ma dello scatenamento di una guerra calda, l’intervento sovietico in Ungheria, evitando che nel cuore d’Europa si creasse un focolaio di provocazioni e permettendo all’Urss di intervenire con decisione e con forza per fermare la aggressione imperialista nel Medio Oriente abbia contribuito, oltre che ad impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, abbia contribuito in misura decisiva, non già a difendere solo gli interessi militari e strategici dell’Urss ma a salvare la pace nel mondo.

Un testo ‘very impressive’, dunque, ma non solo per i contenuti di cui Giorgio Napolitano ha fatto personale ammenda nel 2006 sulla tomba dell’eroe ungherese Nagy – ahimè dopo ben 50 anni dai fatti – precisando, come riportato nell’intervista del direttore della Gazeta Wyborcza, Adam Michkin, che “innanzitutto fu una tragedia, anche per il Pci, un errore grave e clamoroso del gruppo dirigente, a partire da Togliatti. Poi, anche prima che si ammettesse l’errore, si comprese la lezione: per cui, quando nel 1968 (Togliatti era già deceduto da 4 anni) ebbe luogo l’intervento armato dell’Urss e degli altri paesi del blocco sovietico in Cecoslovacchia, il Pci ufficialmente si schierò contro quell’intervento”.

Un testo ‘very impressive’ non solo per chi vede gli ‘uomini d’apparato’ come il fumo negli occhi, ma anche per chi bada ai dettagli per intepretare l’animo e la logica umani, dato si tratta di ben 2.100 caratteri (una intera cartella dattilografica) con solo quattro punti. L’unico interrogativo, l’unica ‘ipotesi’, è in realtà una figura retorica, piuttosto che essere finalizzato ad introdurre ad un reale quesito o dibattito – ovvero informazione e costituzione di una pubblica opinione – su una questione gravissima come l’invasione sovietica dell’Ungheria.

Beato a chi vive di certezze.

Un testo che si conferma ‘very impressive’ per quanto accadde l’11 aprile del 1975,  quando il Comitato centrale del Pci – di cui facevano parte D’Alema e Napolitano – votò una risoluzione per esaltare «l’eroica resistenza dei popoli cambogiano e vietnamita» e invitare tutti i comunisti a «sviluppare un grande movimento di solidarietà e di appoggio ai combattenti». Peccato che, in Cambogia, i ‘combattenti’ erano i Khmer Rossi di Pol Pot, che, nell’arco di quindici anni circa, massacrarono brutalmente almeno un milione di oppositori politici.

Una ‘impressività’ che avrà il suo giusto verdetto dai posteri – a fronte dei dati sanitari attuali che raccontano un disastro ambientale ed etnico, che ancora oggi prosegue e che resterà ad imperitura memoria – per il sostegno dato al Governatore della Campania e Commissario straordinario all’emergenza rifiuti, mentre la Campania era un enorme rogo di rifiuti – e reclamassero ormai anche l’UE e la WHO – e nonostante che Bassolino fosse ormai oggetto di inchieste, denunce e processi (poi pervenuti a condanne e prescrizioni, oltre che decaduti spesso per vizi formali).

Cosa dire di più oltre il constatare che, se il Centrodestra italiano, durante tutta la Seconda Repubblica, è stato condizionato dal Berlusconismo, il Centrosinistra non è stato da meno, dato che i gli obiettivi erano (e son rimasti) la ‘conciliazione’ con i Cattolici – ovvero il Compromesso Storico di berlingueriana e fallimentare memoria – e la ‘vocazione maggioritaria, cioè la creazione di una forza politica monopolista, come il PCUS in Russia od il Partito dei Lavoratori in Norvegia.

Chiarito che gli obiettivi di fazione hanno prevalso sull’interesse generale per troppi e troppi anni – oltre che l’età anagrafica del Presidente è anch’essa, ormai, un elemento di significativa ed attesa innovazione – ricordiamo che la norma conferisce al Presidente della Repubblica un ruolo ‘quasi notarile’ con prerogative limitate e che Giorgio Napolitano, dimostrando comunque un grande senso delle istituzioni nei frangenti attuali, non è un ‘dilettante’ (come noi comuni cittadini frequentatori di salotti e bar dello sport) e ‘fa quello che può come lo sa fare’, visto, tra l’altro, che l’attuale legge elettorale ha reso le legislature più deboli ed i poteri presidenziali ancor meno espliciti.

Andrebbe chiarito anche che il senso delle istituzioni è una cosa leggermente diversa dal senso dello Stato, specialmente se sono proprio le istituzioni (ed i suoi uomini) quello che lo Stato deve riformare con antica urgenza. E specialmente se qualcuno fosse convinto che tra le istituzioni vi siano anche i partiti, che viceversa non sono altro, ormai, che delle organizzazioni finalizzate alla raccolta del consenso.

Un consenso ormai incomputabile, visto che ormai siamo ad ottobre 2012 , di partiti e colaizioni non ve ne è l’ombra ed il ‘popolo’ ed i ‘servizi pubblici’ (anche questo è Stato) non reggono più un obsoleto temporeggiare che si traduce in disoccupazione, degrado e carestia.

Ma le istituzioni vanno comunque rispettate fino a diversa riformulazione: il Caos porta solo lacrime e sangue senza alcun costrutto.

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Un Giorno della Memoria anche per il Sud

27 Gen

Il Giorno della Memoria, a Sud, è un giorno “speciale”, vuoi perchè i Nazisti li cacciammo senza l’aiuto degli Alleati e senza scappare in montagna, vuoi perchè quelle facce smunte dietro i reticolati ce ne ricordano altre.

Anche noi Meridionali abbiamo una memoria e, trascorso il Centocinquantenario ed i suoi fasti, sarebbe il caso di indire un giorno “a nefasta memoria”.

Per ricordare le centinaia di migliaia di morti,  caduti nei campi di concentramento sabaudi, mitragliati come briganti, seppelliti sotto le macerie di un villaggio raso al suolo per rappresaglia, fucilati sul posto per non essersi inginocchiati al passaggio delle truppe del Nord.

Per non dimenticare  l’enorme bottino in oro e rendite, indispensabile alla nascita dell’industrialesimo padano, che venne asportato non al re Borbone, ma alla gente comune, tramite gli espropri, i saccheggi, l’introduzione della cartamoneta.

Per ricordare l’immediato raccordo tra potere “straniero” e criminalità locale, ampiamente documentato sia per quanto riguarda il Napoletano sia per quanto relativo il Palermitano, che portò al crollo dell’economia meridionale ed all’instaurarsi di Mafia e Camorra.

Per non dimenticare la rinuncia ad una qualsiasi politica mediterranea, in cambio della benevolenza delle allora nascenti corporation, e della cancellazione del trasporto via mare, al fine di creare un asse commerciale Roma-Bologna, indispensabile per portare un po’ di ricchezza nel Centro Italia roccioso ed impervio.

Per prendere semplicemente atto – visitando Napoli, Palermo, Otranto, Cosenza, eccetera – che il Meridione era ricchissimo ed efficiente fino a 150 anni fa e che “inspiegabilmente”, da un giorno all’altro, è diventato il contrario di quello che è stato per almeno duemila anni …

Anche il Meridione dovrebbe avere il suo “Giorno della Memoria”.
Ma non ce l’ha.

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