Tag Archives: Pubblica amministrazione

Roma: dalla storia dei Papi le soluzioni di domani

3 Ago

La situazione in cui si trova oggi Roma Capitale e lo Stato Italiano ha un preciso corrispettivo storico, che gli economisti cattolici, in prima fila Mario Monti, dovrebbero conoscere a menadito.

sisto-v“Con Sisto V al soglio pontificio per le finanze vaticane è una ventata di aria nuova. … Emblematica è la vendita dell’Ufficio di Tesoriere della Camera Apostolica. … Sisto V lo assegna lla famiglia Giustiniani per 50.000 scudi, ma dopo un anno nomina cardinale il Principe Giustiniani e si riprende la carica, rivendendola alla famiglia Pepoli per 72.000 scudi. E ancora, pochi mesi dopo, nomina cardinale il Pepoli e costituisce con metà delle entrate di quell’ufficio, 0vveero 5000 scudi l’anno, un nuovo monte cchee riesce a vendere per 50.000 scudi. In definitiva arriva ad incassare, in poco più di un anno e mezzo, 172.000 scudi” da un ufficio ” venduto ultimamente a (soli) a 15.000 scudi”. (Claudio Rendina – 2009)

Sisto V inoltre sottopone “a dazio tutti i commestibili, grano, olio, vino, carne, erbaggi, pesce, talchè le rendite dello Stato allorquando egli ascese al soglio assommavano a 1.746.814 scudi, lui morto, erano salite a 2.576.814, sulla fame, sulla miseria, sulla desolazione del popolo” (Raffaello Giovagnoli – 1879)

“E’ un fatto comunque che a fronte di questo contesto di  statalizzazione dei depositi chee si verificano i fallimenti di numerosi banchieri … ma quella riserva pontificia dura poco.
Forzieri a parte, il successore di Sisto V, Clemente VIII, si ritrova con un debito di 12 milioni di scudi … durante i 13 anni del suo pontificato le entrate precipitano da 500.000 scudi a 345.000;  onsiderando che la spesa annua resta sui 450.000 scudi, il defiit annuo si aggirerà mediamente su i 100.000 scudi. Paolo V continua a far fronte alle necessità dello Stato con i Monti, ma il debito a fine pontificato arriverà a 18 milioni di scudi. Sotto Urbano VIII è il dissesto finanziario, con debiti che arivano a 35 milioni.” (Claudio Rendina – 2009)

Solo Innocenzo XI, dopo quasi settant’anni, tenterà una inversione di rotta, abbassando gli interessi dei Monti dal 7 al 4,5%, abolendo le franchigie doganali e i donativi a famigli, riducendo gli stipendi della Curia e portando le spese a 2.580.000 scudi a fronte di 2.409.000 per le spese con un deficit sotto il 7%.
innocenzo xii

Dopo di lui, ripresero i precedenti costumi e, trascorsi altri 14 anni, fu Innocenzo XII a dover accertare, all’insediamento, che gli interessi annui sul debito equivalevano ad oltre metà dei 2.225.000 scudi di entrate, paralizzando così l’economia e la circolazione di danaro.

E fu proprio Innocenzo XII (il napolitano Antonio Pignatelli Carafa) a risanare in 20 anni il regno dei Papi.

Infatti:

  • proibì la concessione di proprietà, incarichi o rendite a qualsiasi parente
  • soppresse molte cariche inutili o duplicate, ma arricchite da laute prebende
  • introdusse alla sua corte uno stile di vita più sobrio e più economico
  • compose il dissidio cinquantennale con il Regno di Francia in materia di benefici ecclesiastici (regalia)
  • varò un piano di ampliamento dei porti di Civitavecchia e Nettuno, al fine di migliorare e promuovere il commercio
  • destinò il palazzo del Laterano ad ospizio per donne inabili al lavoro e fece costruire l’ospizio di San Michele a Ripa Grande per gli  uomini
  • lo stesso palazzo di Montecitorio fu fatto edificare per ospitare i poveri, ma poi fu utilizzato per la Curia, i tribunali, il Governatorato di Roma, la polizia

Alla morte di Innocenzo  XII, Roma era talmente potente, dal punto di vista finanziario, che il suo successore, Clemente XI da Urbino, potè realizzare importanti opere nei territori dei suoi clientes e far pervenire a Filippo V, nuovo Sovrano di Spagna, notevoli sostentamenti, tutti provenienti dai beni della Chiesa, scatenando de facto la guerra di successione spagnola.
Questo rinnovato atteggiamento vaticano (che si evolveva da nepotistico a clientelare) ebbe come conseguenza la perdita di autorità della figura del Pontefice nei rapporti tra gli Stati Italiani (in particolare quelli meridionali, che iniziarono a esigere le tasse anche dal clero) e all’interno stesso dello Stato della Chiesa.

Dalla storia vaticana a quella italiana il passo è breve e i vizi del passato sono divenuti quelli del presente, se Regno e Repubblica andarono ad inglobarsi, il primo ed uniformarsi, la seconda, con una “cultura di governo pregressa”.
Finite le ‘regalie’ dei Patti di Yalta, ecco la Seconda Repubblica con il suo epilogo montiano, che è davvero molto somigliante al pontificato di Sisto V.
Le soluzioni? Quelle di Innocenzo XII: meno spese per rendite di posizione, meno tasse, più welfare, più infrastrutture, più politica internazionale.

Dunque, se la ‘lezione’ di Innocenzo XII funziona, Matteo Renzi (*ed Ignazio Marino) potrebbero:

  1. smagrire la Pubblica Amministrazione e digitalizzarla, creando economie (*idem)
  2. intervenire sulle pensioni d’oro e sui patrimoni, aumentando le risorse per le pensioni di gran parte dei cittadini, finanziando correttamente l’INPS e riducendo debito e deficit (*intervenire sul patrimonio immobiliare romano adeguando catasto e affitti pubblici)
  3. semplificare i procedimenti, sostenere le infrastrutture e ridurre le tasse, per rilanciare investimenti, lavoro e commercio (*idem)
  4. sostenere la presenza e l’immagine internazionale dell’Italia partecipando a missioni ‘di pace’ (*delocalizzare le infrastrutture amministrative romane, creando lo spazio per l’upgrade turistico-culturale)

Esattamente quello che NON vogliono i suoi ‘compagni’ di partito o ‘alleati’ di maggioranza, i media che lo ‘sostengono’, i sindacati che ‘mugugnano’, i Cinque Stelle che gli si oppongono.

Ma Roma è sempre la stessa ed ogni male ha la sua cura.

originale postato su demata

Debito pubblico, ancora peggio del 2010

13 Dic

Secondo quanto reso noto dalla Banca d’Italia a ottobre 2013 il debito pubblico italiano ha raggiunto quota 2.085.321 milioni di euro, rispetto ai 2.016.042 milioni di ottobre 2012. Un aumento che Bankitalia in agosto scorso imputava principalmente al crescente fabbisogno delle amministrazioni pubbliche (57,8 miliardi).
Nel primo trimestre 2013, inoltre, l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche é stato pari al 7,3% del Pil. Nello stesso trimestre del 2012 era stato pari al 6,6%. (fonte Il Sole 24 Ore)

Intanto, nonostante tutte le tasse che paghiamo, nei primi dieci mesi del 2013, il gettito gennaio-ottobre 2013 si è attestato a 307,8 (dati Bankitalia) miliardi, mentre nel  periodo gennaio-ottobre 2012 le entrate tributarie si erano attestate a 322,8 (dati MEF) miliardi di euro, rispetto (dati MEF) ai 310,5 dell’Anno Horribilis – il 2011 – ed i 253.5 (dati MEF) milioni di euro del 2010.

Ad ottobre del 2010, allorchè iniziava la Crisi, il debito pubblico era di 1.867,4 (dati Bankitalia) miliardi di euro a fronte di un PIL di 1.548,8 (dati ISTAT) miliardi di euro, che oggi calato a soli 1506,9 (dati FMI) miliardi di euro in valuta corrente.

Dunque, in questi tre anni, nonostante l’Austerity imposta da Mario Monti il debito pubblico italiano è aumentato di 217,9 miliardi di euro (+ 11,5%), le entrate fiscali sono calate di almeno due punti in percentuale, nonostante la pressione fiscale effettiva (dati Confcommercio)  è stata calcolata equivalente al 54-55% del Pil emerso sia nel 2012 sia nel 2013, mentre nel 2010 era al 44,3%.

Proprio ieri la BCE avvisava che l’Italia non e’ riuscira’ a centrare gli obiettivi stabiliti a suo tempo di un rapporto deficit/Pil al 2,9% per il 2013 a causa “principalmente a un peggioramento delle condizioni economiche”, mentre il risanamento strutturale varato “e’ inferiore allo sforzo richiesto”.  Il rapporto BCE preavvisa che che l’Italia difficilamente potrà raggiungere per il 2014 un rapporto disavanzo/Pil entro quell’1,8 per cento fissato nell’aggiornamento del programma di stabilità.
Anzi, vista la serie storica di questi ultimi tre anni, il rapporto disavanzo/Pil potremmo tranquillamente (si fa per dire) ritrovarcelo al doppio del limite concordato, cioè intorno al 3,2%.

Male, malissimo. Peggio.

E dire che, stando al Regional Economic Outlook 2010, il Fondo Monetario Mondiale prevedeva che “il Pil (Prodotto interno lordo) italiano crescerà sia nel 2010 sia nel 2011 dell’1%, con il deficit che quest’anno si attesterà al 5,1% per poi scendere al 4,3% il prossimo.” (fonte Il Sole 24 Ore)

In poche parole ci troviamo con una pressione fiscale abnorme, un PIL che arranca contro ogni previsione ed una spesa pubblica insostenibile, visto che con le autonomie e deregolazioni in realtà abbiamo quasi raddoppiato spese e tempi di lavorazione della pubblica amministrazione, demandando la lotta agli sprechi e alla corruzione a future e improbabili sentenze, visto lo smantellamento dei ispettorati interni alle PA.

Più che di ribellismo, iniziarei a parlare – riguardo M5S o i così detti Forconi – di una popolazione che non sa più a che santo rivolgersi, mentre anche dai sondaggi di La Repubblica viene fuori uno spaccato italiano che quasi sembra non accorgersi della gravità della situazione, non sanabile da una mera legge elettorale o da un tot di cultura in più, dopo il collasso dei pensionamenti e dei turn over, mentre i servizi pubblici ci costano sempre di più.

Qui ormai siamo a questioni di ‘massa effettivamente circolante’ di denaro e di gente stremata perchè senza lavoro o perchè obbligata, anziana e malata, al lavoro oppure perchè sempre in bilico di perderlo. I giovani? Che attendano o emigrino, as usual.

Almeno lor signori ammettessero che si sono ‘incartati’ e, in nome della stabilità, sgombrassero il campo …

originale postato su demata

Ritardati pagamenti: il Governo si muove

22 Mag

Sarà che si avvicinano le elezioni, sarà che c’è poco denaro circolante, Mario Monti, finalmente, ha annunciato una mossa che, se andrà in porto, porta un duro colpo a corrotti, inadeguati e speculatori.

Siamo parlando dei ritardati pagamenti della Pubblica Amministrazione e del recepimento della Direttiva Europea apposita, in scadenza a marzo del 2013.

Una ‘manovra’ che metterà in pagamento, ovvero in liquidità, quasi 30 miliardi, secondo le stime, che a loro volta, si spera, andranno non solo ai ‘grandi creditori di Stato’, ma anche alle aziende ormai in difficoltà e lavoratori allo stremo. Un dubbio legittimo visto che i crediti per le grandi infrastrutture andrebbero direttamente a rimpinguare le casse delle banche (ad esempio l’Intesasapaolo, ‘cara’ a Fornero e Passera, come per il Ponte sullo Stretto di Messina) .

Anche se così andasse e per quest’anno la gran parte dei pagamenti beneficiassero le grandi lobby, alla lunga l’effetto di queste norme potrebbe rivelarsi particolarmente benefico per una discreta quantità di motivi:

  1. minor spesa per interessi da parte delal Pubblica Amministrazione;
  2. minori carichi di lavoro per il sistema giudiziario
  3. minore discrezionalità da parte dei pubblici funzionari
  4. maggiori obblighi per gli amministratori pubblici in sede di bilancio
  5. minori somme stazionanti nei conti correnti, ovvero presso le banche
  6. minori speculazioni nel settore del recupero crediti
  7. maggiore stabilità delle aziende fornitrici
  8. maggiori tutele per i dipendenti delle aziende fornitrici

La puntualità dei pagamenti è, anche, un elemento primario di attrazione per i capitali esteri.

Vedremo se lobbies e partiti daranno un segnale di celerità nell’approvazione di queste norme contro i ritardati pagamenti della Pubblica Amministrazione.

E vedremo anche se Mario Monti avrà voglia di affermare la propria onestà intellettuale non solo ripristinando i ‘pagamenti a 60 giorni’, ma vorrà anche entrare nel merito del Patto di Stabilità, che congela risorse locali già esistenti e che non è, ormai, nè realistico nè affidabile nè utile, con tutti i cambiamenti demografici, produttivi ed economici avvenuti nell’ultimo quinquennio.

originale postato su demata

La svendita delle case pubbliche a Roma

13 Gen

Alberto Lupi, un blogger aggregato su Il Cannocchiale e su Tocqueville, racconta la “vicenda dell’appartamento al Colosseo del ministro della PA Filippo Patroni Griffi”.

E’ una vicenda che merita di essere commentata e la riporto qui in breve.

Tutto “inizia nel 1986 con un equo canone” per arrivare, nel 2003, all’acquisto “nell’ambito di Scip 1 come casa di pregio”, visto che si trova in un pregevole immobile nella centralissima via Monte Oppio, “109 metri quadrati con vista sul Colosseo e il Foro romano”.

Ebbene si, centonove lussuosi e centralissimi metri quadri venduti al prezzo per il quale, all’epoca, ci si comprava un appartamentino di 50 metri quadrati a Monterotondo, che non è centrale e non è a Roma.

La sproporzione appare evidente.

Un prezzo bassissimo, straordinariamente fuori mercato, anche a causa dello sconto del 40% ottenuto dopo un “ricorso per lo stato di degrado dell’immobile, che effettivamente necessitava di interventi di restauro.”

Chi curava il ricorso al TAR per derubricare il pregio dell’immobile “per motivi sismici”?
Carlo Castriota Scanderberg Malinconico, il sottosegretario all’editoria del governo Monti, dimessosi per uno scandalo legato alla sua frequentazione con personaggi indagati nell’ambito dell’indagine Grandi Opere.

Cosa rende la vicenda così “piccante”, dato che siamo in un paese avezzo agli scandali e che si tratta di un fenomeno piuttosto diffuso a Roma, come raccontano le tante vicende immobiliari capitoline dei tanti politici e/o sindacalisti  di cui hanno parlato spesso i giornali locali e nazionali?

Filippo Patroni Griffi è un uomo di “provata moralità”, almeno secondo i canoni comuni: Presidente di sezione del Consiglio di Stato, ha ricoperto a lungo l’incarico tecnico di Capo dell’Ufficio legislativo del Ministero della funzione pubblica. E’ stato inoltre nominato Segretario generale dell’Autorità del Garante per la protezione dei dati personali. Dal 15 dicembre 2009, è stato nominato membro della Commissione indipendente per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche.

Correttamente, Alberto Lupi, si chiede se “è questa è la gente che ha tolto la pensionabilità alla classe 1952” e non solo ci sarebbe da aggiungere: qui si parla del futuro. Dei ragazzi che quest’anno conseguiranno un diploma od una laurea, ad esempio …

Più estesamente dovremmo iniziare a chiederci quale sia la legittimità del governo Monti o, più propriamente, quali siano il programma, nel caso di un governo politico, od i limiti e termini, se si parlasse, come sembra nei fatti, di un governo tecnico.

Non di Mario Monti, cui Giorgio Napolitano ha affidato un incarico che è stato recepito dalle Camere, ma almeno definire, nelle competenti sedi istituzionali, di quali siano i termini, i limiti posti alla sua squadra di “autorevoli” sconosciuti, non eletta e non parte di un Parlamento che, attenzione, non formula un programma di governo e neanche di riforma della “politica”, come richiesto da Presidente e Premier.

Tornando allo scandalo in cui è coinvolto Patroni Griffi, di cui si spera il miglior esito per il suo onore  e peril destino di noi italiani, il procuratore aggiunto di Roma, Alberto Caperna, ha aperto un’indagine conoscitiva, tramite la Guardia di Finanza, sulla casa acquistata dall’Inps dal ministro.

Perchè non avviare un’indagine su tutte le unità abitative dismesse, che dal 2000 ad oggi sono state acquistate da privati?

originale postato su demata

Linea Amica? Il solito Brunetta …

7 Nov

Il Ministro Brunetta ci informa del grande successo di “Linea Amica”, il “più grande network europeo di relazioni con il pubblico” (parole del ministro), presentato il 29 gennaio 2009.

I servizi svolti specificamente da Linea Amica sono: informazioni sui concorsi Ripam, un numero verde e una casella di posta dedicata per chiarimenti e assistenza sul CAD (Codice dell’Amministrazione Digitale) e la PEC (Posta Elettronica Certificata), oltre ad un servizio di informazione e supporto multilingue ai cittadini stranieri e italiani sui temi dell’immigrazione.

Il successo sarebbe dovuto al record, raggiunto nella settimana dal 22 al 28 ottobre, durante il quale il network ha raggiunto 1.290.500 contatti, conteggiando, però, anche quelli dei risponditori automatici, che ci dicono di richiamare.
I contatti “assistiti da operatore” sono 1.153.000 e gli uffici coinvolti sono 1.149 URP, spesso preesistenti, o centri di risposta “al cliente” … mica “utenti” o “cittadini”.

Non si comprende, però, se questo milione di contatti sia su base annua, mensile o settimanale. Se fossero annuali, parliamo di una ventina di contatti al giorno di media per ufficio che non è certamente un goal, specialmente se ad “idearlo” è stato un ministro.

Probabilmente, sono contatti settimanali, il che implica una spesa notevole, alla quale deve essere corrisposto un rendimento effettivo.

Infatti, l’effettiva “resa” del costoso servizio ideato da Brunetta, è tutta in un numero: le richieste arrivate a “Linea Amica” hanno riguardato per l’84% informazioni generiche sulla Pubblica Amministrazione. Nulla di specifico o di particolarmente nuovo.

Come non lo è il fatto che il contact center di Linea Amica abbia raccolto circa il 5% dei contatti, che in buona parte è andato proprio agli uffici dove ordinariamente sarebbe andato: ad Enti previdenziali (26,2%), Regioni e strutture sanitarie (29,7%), Comuni, Province e strutture locali (22,8%).

Inutile, forse, aggiungere che, riguardo le istanze emergenti e/o sommerse, cui un network dovrebbe dar soluzione, solo il 12% dei contatti riguardavano problemi da risolvere (10,7%), assistenza in materia di disabilità (un misero 0,9%), segnalazioni di inefficienze della Pubblica Amministrazione (0,4%).

Ed il resto?

originale postato su demata

Imprese: un manifesto per la crescita incompleto

30 Set

Le associazioni imprenditoriali ABI (Associazione Bancaria Italiana), ANIA (Associazione nazionale Imprese Assicurative), COOP (Alleanza delle Cooperative Italiane), Confindustria, Imprese Italia hanno firmato e pubblicato una proposta politica, intitolata “Progetto delle imprese per l’Italia”.

Il documento esordisce con un “da troppo tempo il 95% dei contribuenti dichiara redditi inferiori a 50.000 euro”, come se questo non dipendesse anche dai benefit fiscali tutti a favore delle imprese, dagli stipendi dei lavoratori dipendenti oscenamente bassi, dall’assenza di percorsi redistributivi da parte delle cooperative.
Un punto di vista sui redditi degli italiani che appare piuttosto “singolare”, specialmente se consideriamo che la struttura stessa delle aziende cooperative ostacola le progressioni di carriere e stipendiali.
Una “stranezza”, che passa in second’ordine, se ricordiamo che le Coop possono usare gli utili per giocare in Borsa, anzichè ridurre i prezzi al consumo nei propri supermercati.

Ad ogni modo, questi sono i cinque pacchetti di proposte presentate dalle imprese italiane.

La prima proposta al mondo della politica e del sindacato, riguarda l’innalzamento dell’età pensionabile e l’abolizione delle pensioni d’annata.
Se l’intervento sulle pensioni d’annata è atteso dagli italiani fin dalla fine della Prima Repubblica, sul secondo, l’età pensionabile, va ricordato il pessimo trattamento, in termini di sussidio, riservato ai nostri invalidi. Quante persone, tra i 50 ed i 64 anni, dovranno continuare a lavorare, in attesa della pensione, pur essendo seriamente malati con maggiori costi per il sistema del lavoro, per la sanità pubblica e per la loro salute?

La seconda proposta  avanzata dal “Progetto delle imprese per l’Italia”, è di riordinare il sistema fiscale, semplificandolo e rafforzando la lotta agli abusi degli evasori e della pubblica amministrazione, ma anche riducendo IRES e IRAP e, soprattutto, ponendo a soli 500 Euro (un bancomat) il limite di denaro contante utilizzabile per le transazioni.
Se il riordino, la semplificazione e la lotta agli abusi sono le benvenute, non può dirsi lo stesso per sgravi, aiuti e vincoli bancari, che sono alcuni dei “motori” dell’inefficace e contorto sistema italiano.

La terza richiesta degli imprenditori consiste in un piano immediato di cessioni del patrimonio pubblico, mobiliare e immobiliare.
Ottima idea, ma sono anni che se ne parla: finora ha prevalso la Casta politica e sindacale, a cui si aggiungono i privilegiati dipendenti che occupano lussuosi e/o costosi edifici.

Al quarto posto, le liberalizzazioni, per le quali sono anni che i diversi governi stentano ad implementare le norme.
Se liberalizzare trasporti e servizi pubblici locali è una gran bella idea, come lo è l’ipotesi di riformare e rafforzare gli ordini professionali per deregolare il mercato, è difficile immaginare, in questa italia dove una causa di lavoro o quella per un rimborso durano anni ed anni, come si possa arrivare a “consentire a uffici diversi o a livelli di governo superiori di sostituirsi alle amministrazioni inerti e portare a termine i procedimenti amministrativi”. Ed, infatti, il documento, riguardo le liberalizzazioni, chiede di “accelerare i tempi della giustizia civile”.

Si parla, poi, degli investimenti pubblici e infrastrutture, con “l’utilizzo della spending review per contenere la spesa corrente e tutelare la spesa per investimenti, garantendone la stabilità nel tempo”, e “concentrare le risorse sulle grandi priorità infrastrutturali, d’interesse europeo e nazionale.
Grandi investimenti? Spending Review? Deve essere uno scherzo, con tutto quello che c’è da fare in un paese con strade ed autostrade scalcagnate, piani regolatori assurdi, edifici scolastici degradati e mal rattoppati, uffici tecnici “da paura”, politici locali tuttologi.

Un documento piuttosto deludente, se visto con gli occhi dell’italiano medio, che non trova soluzioni per il proprio reddito (inferiore a 50.000 euro), per la propria salute e la propria vecchiaia (assediate comunque dalla casta, sprecona e inefficiente, dei pubblici dipendenti), per i propri figli e le opportunità che gli sono dovute (scuole, università, formazione-lavoro, sussidi, agevolazioni, meritocrazia).
Come se, per rilanciare l’italia, bastasse mettere a posto quattro flussi finanziari (fisco, Ecommerce, infrastrutture, pensioni) …

originale postato su demata

Un’Italia che non cambia

20 Gen

Sono stupito da come i media, la finanza e la politica stanno reagendo alla situazione di progressivo deterioramento della nazione italiana.

Uso il termine “nazione”, perchè in uno Stato di diritto nessuno dovrebbe avere dubbi sul fatto che un consenso elettorale pregresso non può impedire nè l’accertamento e la giudicabilità di eventuali reati nè la decadenza dalla carica, se si è continuamente soggetto di pubblico scandalo.
Come si sia arrivati a questo, come ogni italiano colto sa, è una vicenda lunga almeno 150 anni. Paghiamo oggi la colpa di non aver mai rinunciato al Trasformismo, i cui attori finanziari esistono ancora oggi, nè risolto la Questione romana e l’anticlericalismo che ne discende, nè attuata la politica mediterranea che aveva rafforzato i precedenti regni ed imperi, nè affermato pienamente lo stato di diritto, che è conditio sine qua non della coesione sociale.

Nell’attuale, non dovremmo meravigliarci se la gente è attonita: diffida profondamente del nuovo che arriverà dopo Silvio Berlusconi.

Solo uno sprovveduto crederebbe di poter risistemare il paese senza mandare a casa lo stuolo di alti dirigenti pubblici che hanno fatto carriera in questa Italia, devastata, sprecona ed indigesta, che loro (e chi mai se no?) hanno prodotto ed in cui noi tutti siamo finiti.

La percezione corrente è che nessuno dei “poteri futuri” ha l’intenzione di fare questo, poiché si crede di poter riformare il paese con gli stessi boiardi che, durante gli ultimi 10 anni, hanno sbagliato e fallato conti, che hanno relazionato a vuoto risultati immaginari, che hanno sempre ostacolato la politica migliore ed assecondato la peggiore, che hanno prodotto lo spreco e lo sfascio in cui viviamo.

Perchè noi tutti (cioè anche voi stessi) dovremmo aver fiducia dei “nuovi”, se questi, a loro volta, hanno fiducia negli scherani della Seconda Repubblica e credono di poter guidare un TIR con il volante che sterza dove vuole, le gomme gonfiate a casaccio, il carico eccessivo e sbilanciato, i freni fallati ed i fari a giorni alterni?
Che garanzie può dare ai cittadini (ed agli investitori)  un qualsiasi governo che confida nella corretta esecuzione delle sue leggi  da parte del raccomandato di turno e, poi, gli affida pure i rendiconti, con il solo risultato di accorgersi della situazione solo mesi ed anni dopo?

Abbiamo migliaia di direttori generali, ci costano un ira di dio, c’è lo spoil system, l’Italia va a pezzi e non solo ricevono incentivi e premialità per aver raggiunto gli obiettivi ma decidiamo pure di tenerceli quando arriverà il governo del “nuovo” per continuare a fare da guastatori?

Non è l’unico segnale che andrebbe dato all’opinione pubblica, ma l’avvicendamento dei vertici della PA  è essenziale per il paese come quello del personale politico e come l’ammodernamento di qualsiasi procedura, regolamento, sistema di valutazione, giudizio eccetera.