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ATAC, una (falsa) comunicazione agli utenti

12 Feb

A Roma è comparso, in diversi punti della città, un “singolare” avviso dell’ATAC, l’Azienda Auto Trasporti Capitolina.

Il falso, di questo si tratta, consiste in una “Comunicazione agli utenti del servizio pubblico” informa la cittadinanza che: “Atac Spa è lieta di annunciare che dal mese di giugno 2012 entrerà in vigore l’aumento di 50 centesimi di euro del prezzo del titolo di viaggio per i servizi di trasporto autobus, Met.Ro e Trambus”.
“La decisione adottata dal Cda, diretto dall’amministratore delegato Carlo Tosti, riflette in pieno la mission dell’azienda che, nel rispetto dei principi del libero mercato e delle relazioni di parentela e intrallazzo tra rappresentanti politici e vertici dell’azienda stessa, pone al centro la propria linea strategica l’obiettivo di raggiungere ingenti guadagni e ricchi stipendi per manager e direttori, da garantire scrupolosamente attraverso i sacrifici economici dei fruitori dei mezzi pubblici di trasporto.

Ad implementare e rafforzare il piamo industriale, fondato sulla condotta di sacrificio per utenti e lavoratori da una parte e favoreggiamento di privilegi personali dall’altra, Atac spa comunica inoltre il licenziamento di 125 lavoratori interinali, ai quali nei prossimi mesi se ne aggiungeranno altre centinaia”.

Atac Spa e il Comune di Roma, al servizio di chi specula, sfrutta e si arricchisce sui tuoi sacrifici e sacrificando chi lavora, ringraziano sentitamente per l’attenzione, con la speranza che le decisioni adottate vengano accettate nel silenzio e nella rassegnazione generale”.

Questo quanto pubblicato, sempre nella mattinata di oggi, da Help Consumatori.
Pur non condividendolo il manifesto, bisogna sottolineare che esso denuncia da una parte i problemi di una gestione non corretta né trasparente dell’azienda, cosa che è emersa dalle notizie di cronaca ed è sotto gli occhi di tutti … Invito a riflettere, innanzitutto, sull’aumento di 50 cent, cioè del 50%, del prezzo del biglietto. In questo momento, si tratta di un aumento molto pesante che colpisce i cittadini romani. Anche perché se si calcolasse l’aumento sulla base di 10 anni, con un’inflazione al 2%, si dovrebbe applicare un aumento del 20% e non del 50″.

E, se questo è il quanto, riguardo i bus dell’Atac spa, figuriamoci cosa ci troveremmo dinanzi se parlassimo di Acea (acqua ed energia) o, peggio ancora, di AMA (rifiuti e discariche).

E, non a caso, nessuno parla di Malagrotta, la “nota” e principale discarica della provincia di Roma, ormai  stracolma …

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Roma declassata da S&P’s

31 Gen

Standard & Poor’s non ha declassato solo l’Italia, come aveva già fatto per gli USA, ma anche diverse regioni e comuni italiani che operano sui mercati finanziari.

Forse, l’agenzia di rating ha le sue finalità “politiche”, ma, anche se fosse, è piuttosto improbabile che queste “interferenze” arrivino a manipolare il rating di realtà locali, relativamente esigue e certamente particolari, rispetto ai grandi flussi dell’economia mondiale.

Tra le regioni declassate da S&P’s, troviamo Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Liguria, Marche, Umbria accomunate con Campania e Sicilia.

Se il declassamento venisse confermato da studi di settore, dovremmo preder atto sia dei pregiudizi, comunemente avversi al Sud, sia dei luoghi comuni imperanti, sulla buona gestione dei settentrionali e/o delle sinistre.

Interrogativi che diventano impellenti sa, leggendo la lista ci troviamo i comuni di Genova, Firenze, Roma e Bologna, oltre alla provincia di Roma.
Stiamo parlando del “core”, del “nocciolo duro” delle gestioni “rosse”, visto che il deficit romano è stato già ascritto, dalla contabilità di Stato e dalla Storia, non a Gianni Alemanno ma a Walter Veltroni e visto che alla Provincia di Roma c’è Zingaretti, astro nascente del Partito Democratico.

Il declassamento pone, inoltre diversi quesiti che richiederebbero un’urgente risposta da parte del governo.
Quanto si sono esposti, nel corso di un decennio, questi enti locali in investimenti e fondi mobiliari? E quanto continuano a detenere come quote “passive” nelle ex-municipalizzate?

Quanta esposizione finanziaria esiste per sostenere il welfare? E quanta ne verrebbe di ulteriore se gli enti locali quantificassero le manutenzioni di competenza e le ascrivessero pienamente a bilancio?

Quanto l’assenza di interesse verso la cittadinanza “neutra”, che ha sempre caratterizzato il Partito Democratico, contribuisce, in un’epoca di trasformazione della politica, alla “necessità” di spese insostenibili per un’attività “reazionaria”di aggregazione  del consenso fine a se stesse, impropriamente chiamata, di volta in volta, “welfare”, “rappresentanza”, “cultura”, “emergenze”, “comunicazione pubblica”?

Un problema che investe tutti i partiti, ma che evidentemente è maggiormente pressante in alcune realtà …

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