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I numeri del lavoro dei docenti in Europa

22 Ott

Molti sono convinti che “i docenti italiani hanno un carico settimanale di ore di lezione in classe superiore alla media europea sia nella scuola primaria (22 contro 19,6) che nella secondaria superiore (18 contro 16,3) e praticamente identico nella scuola media  (18 contro 18,1)”. (fonte Libertiamo)

Un’informazione che, secondo il MIUR, si basa su dati inoppugnabili, che risultano abbastanza incredibili per chi ha lavorato come docente all’estero e/o conosce docenti stranieri.

Italia: ricordiamo che un docente delle scuole superiori è obbligato a prestare 18 ore settimanali per 33 settimane di lezione e una 40ina ore di riunioni annue di attività funzionali all’insegnamento; in totale sono 634 ore annue ricomprese negli stipendi, per il resto solo i volontari e con compensi accessori, previsti anche per i recuperi didattici e per gli esami di Stato.

E vediamo cosa raccontano, in lingua madre, i docenti di qualche altro paese.

Germania: I docenti delle scuole, – come riportato in diversi studi negli ultimi anni, compresi quelli di ministri delle finanze ed anche tenendo conto delle vacanze scolastiche, lavorano annualmente più di 1.800 ore. In una settimana di scuola questo comporta una media di 45-55 ore. Inoltre, i tempi di “puro insegnamento” riguardano solo circa la metà di tutto il lavoro degli insegnanti. L’altra metà è composta da: preparare le lezioni, correggere, incontro con i colleghi, i genitori, gli studenti e non scolastici rappresentanti, conferenze, gite degli studenti.
Le vacanze in senso tradizionale sono solo per gli insegnanti le vacanze estive. Inoltre, molti insegnanti hanno anche il servizio militare/civile durante le vacanze nelle scuole, o essi stessi sono coinvolti nella prima settimana e le ultime due settimane di vacanza estiva con il completamento e pianificazione del lavoro. Tipici esempi di alta intensità di lavoro i periodi di vacanza di Pasqua e di Pentecoste: in queste settimane molti insegnanti indaffarati per le verifiche dei recuperi (ndr. rettifiche testualmente) che seguono gli esami di fine corso, che constano spesso di 20 pagine per singolo studente.”
(Kraus Von Josef, Präsident des Deutschen Lehrerverbandes, link)

Regno Unito: “Il numero di giorni di lavoro annui che i docenti full time di ogni scuola devono garantire è di 195. Almeno il 10% del lavoro è dedicato al planning ed alla preparazione/verifica. Ai supplenti vengono richieste supplenze raramente.
Il numero di ore in cui gli insegnanti a tempo pieno possono svolgere attività d’insegnamento od altre attività professionali (esterne) ha il limite assoluto di 1265.” (National Union of Teachers, link)

Francia: “Nelle scuole pubbliche, gli insegnanti forniscono in media all’anno 779 ore di corsi di educazione primaria, ore 701 di corsi nel primo ciclo di istruzione secondaria e 656 ore di corsi nel secondo turno delle istruzione secondaria.” (Organisation for Economic Co-operation and Development, link) Aggiungiamo che in Francia tanti studi di settore denunciano il basso impegno orario dei loro insegnanti.

Dunque, è davvero un mistero sapere come siano stati aggregati i dati italiani che raccontano di ‘carichi settimanali’ dei docenti italiani ‘superiori’ a quelli di tanti altri docenti.

Di seguito i dati dell’OECD per una vasta gamma di nazioni nel mondo.

Buona riflessione.

 originale postato su demata

L’iniquo diktat di Bersani sulla scuola

22 Ott

Nelle scuole c’è agitazione per la proposta del governo, contenuta della legge di Stabilità, di estendere l’orario di didattica frontale dei docenti da 18 a 24 ore,  con incremento delle ferie estive, ma senza aumenti di stipendio. A dire il vero, c’è agitazione solo nelle scuole medie e superiori, dato che le maestre delle elementari e delle materne, già lavorano per 24-25 ore settimanali, più un discreto carico di progetti, incontri con le famiglie e riunioni.

Due mondi in un solo comparto: i professori che riscattano 3-5 anni di studi universitari, lavorano 18 ore settimanali più 40 ore annue di riunioni, percepiscono stipendi superiori di diverse centinaia di euro, sono in discreta parte maschi, anzichè ‘solo donne’ come nelle scuole elementari, dove fanno un lavoro più complesso, più esteso nel tempo, con maggiori responsabilità e rapporti con l’utenza e … si guadagna molto di meno. Esemplare il caso dei docenti tecnico-pratici degli istituti tecnici che sono diplomati come le maestre e che guadagnano di media circa 200 euro al mese in più, lavorando 18 ore anzichè 24.

Parliamo di circa 400.000 lavoratori, la decima parte di una pubblica amministrazione – che sta subendo e sopportando tagli, sacrifici ed economie – e di un risparmio di circa 700 milioni di euro in supplenze nel triennio, con circa 30.000 giovani in meno che entreranno nella macchina stritolatutto del precariato.

Parliamo anche di troppi licei che spendono per supplenze, inspiegabilmente, più risorse pro capite di una scuola elementare piena zeppa di lavoratrici madri con figli di età inferiore ai 10 anni.  Di contratti di lavoro e mansionari che consentono ai docenti di rifiutare la supplenza interna anche se vi sono classi e classi senza vigilanza, di un sistema di graduatorie interne che garantisce alcuni e mobilizza perpetuamente altri. Di un sistema di controllo che invia revisori con un diplomino in tasca a verificare bilanci milionari badando solo (o quasi) che il totale dei debiti sia pari o inferiore al totale delle entrate, o meglio dei crediti. Di un’autonomia scolastica sempre più al lumicino.

Una norma, quella dell’elevamento dell’orario didattico de professori, inutile se esistesse anche un banale monte ore di ‘straordinari’, come per qualunque altro lavoro in modo da garantire il servizio.
Una norma che poteva essere contrattata, invece che anticiparla con uno sciopero, e che ormai andrebbe approvata, riconoscendo qualcosa di più a livello contrattuale, visto che c’è necessità che tutta la pubblica amministrazione faccia il massimo del massimo, come in un dopoguerra.

Una legge che spaventa dato che ora si tocca la categoria benemerita dei professori  edomeni potrebbero esserlo anche le attrettanto benemerite categorie dei giornalisti, dei dirigenti ed amministratori pubblici retribuiti, dei medici e degli universitari.

Suona, dunque, davvero strano che il ‘responsabile’ Pierligi Bersani affermi: «Voglio dirlo con chiarezza, noi non saremo in grado di votare così come sono le norme sulla scuola».

I motivi per non votare la Legge di Stabilità, caso mai, sono altri, come le norme a carico dei malati e dei disabili oppure quelle sulla detraibilità dei mutui o la vergognosa IVA che, a differenza dell’IRPERF, colpisce più i poveri che i ricchi e flette i consumi.

I motivi per parlare di istruzione e formazione sono altri, come la categoria dei docenti e lavoratori esternalizzati da province e regioni a carico del ‘diritto allo studio’, come i costi di risanamento delle precaria edilizia scolastica (l’inverno arriva …) che ammonteranno ad una decina di miliardi, innovazione inclusa, come l’enorme quantità di debiti che il MIUR mantiene verso le scuole (residui attivi) che potrebbe aver superato i 3 miliardi di euro, mentre si prevede un ulteriore e pesante definanziamento nei possimi tre anni.

I motivi per stare dalla parte dei professori sono tutti scritti nei tanti decreti e circolari dle MIUR, tra cui quello che impone ‘di fatto’ di attribuire, contro ogni meritocrazia ed equità, la sufficienza in condotta a tutti gli alunni che non abbiano commesso reati piuttosto gravi, come minacce e/o ingiurie e/o percosse, ovvero reati spesso perseguibili solo su querela di parte, per i quali  la vittima – un compagno di classe od un docente – solitamente  rinuncia,.

Il segretario del Partito Democratico, Pierluigi Bersani, pensa che esiste il pericolo di «dare un colpo ulteriore alla qualità dell’offerta formativa. Voglio credere che ciò sarà ben compreso dal governo» e, nel giro di 24 ore, il sottosegretario Marco Doria, uno scrittore di successo, prontamente annuncia che “troveremo una soluzione diversa per la legge di stabilità”.

Ancora tagli al funzionamento delle scuole, che seguono a carenze di finanziamenti ed esitazioni normative che arrivano da lontano.

Ad esempio, dal ‘suo’ governo Prodi e dall’iniziativa del ‘suo’ collega, il ministro Fioroni, che accentrò i finanziamenti delle scuole in un solo ufficio di Viale Trastevere, o dall’esperienza del precedente, l’eclettico Berlinguer, che dopo aver esteso l’età d’obbligo scolastico, si vide lesinare le risorse e non potè riformare a fondo gli indirizzi di studio e le cattedre dei docenti.

Scuole che ormai sono allo stremo, come gli Enti Locali che dovrebbero provvedere alle loro manutenzioni, mentre il ministero, anno per anno, apporta continue modifiche alla rete scolastica. Una scuola superiore che, a ben vedere, è poco o punto cambiata, nei programmi e nelle risorse, rispetto a quella che frequentammo in tanti 40-50 anni fa.

Se un diktat al governo Monti andava lanciato ‘da sinistra’, quello affermato da Bersani, in favore dei professori, non è quello che intacca le maggiori iniquità e non è quello che influisca positivamente sui ceti medio-bassi o non abbienti, come non rassicura malati e giovani.

La Casta è sempre la casta e non si tocca.
E speriamo che la mela avvelenata delle risorse in favore dei professori non andrà a vertere anche sull’INPS o la Sanità, ovvero pensionati, disoccupati e malati.

Una domanda per Pierluigi Bersani: viene prima il diritto costituzionale allo studio ed alle pari opportunità di bambini, ragazzi, famiglie e disabili oppure ha più peso di un limitato gruppo di persone, i professori delle medie e superiori, che equivalgono al 4% della popolazione?

Quanti altri voti perderà il Partito Democratico schierandosi ‘come al solito’ dalla parte della Casta del pubblico impiego, dopo non aver versato una prece per disoccupati, cassaintegrati, malati, pensionandi, giovani precari e donne?

Leggi anche I (veri) numeri del lavoro dei docenti in Europa

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Comune di Bologna: uno schema finanziario collaudato

17 Mag

Virginio Merola (Partito Democratico) è il sindaco di Bologna, un comune che è il maggiore azionista di Hera S.p.A. con una quota di azioni pari al 14,76 % e, tramite questa, controlla (100%)  HERA COMM, la quale si occupa di vendita di gas ed energia elettrica ed a sua volta detiene il 50,01% di HERA COMM MEDITERRANEA la quale si occupa di produzione, acquisto, trasporto e vendita di energia, mentre il restante 49,99% è detenuto dalla società S.C.R. s.r.l. con capitale coperto da segreto fiduciario e scelta senza gara ad evidenza pubblica. Il Gruppo Hera è il secondo operatore italiano nella gestione del ciclo idrico integrato, ovvero dalla raccolta alla depurazione delle acque reflue fino alla distribuzione di acqua potabile, ed è anche il principale operatore nazionale nel settore ambiente per quantità di rifiuti raccolti e trattati.

Tra l’altro, come formalmente dichiarato a bilancio comunale, “la raccolta differenziata è particolarmente bassa nel Comune di Bologna (36%),  rispetto agli standard richiesti in sede comunitaria (65% entro il 2012).”

Un Comune, quello di Bologna, che alla chiusura del consuntivo 2011 metteva a bilancio ben 12.5 milioni di euro di avanzo economico di parte corrente pari. Risorse che non il sindaco della città ed il consiglio comunale non intendono destinare alla spesa corrente, riducendo tributi e invrementando i sussidi, e che verranno destinati “cura della qualita’ urbana della città” pur di non protestare contro il Patto di stabilità.

Un bel conflitto di interessi, di questi tempi, visto che la crisi dovrebbe indurre il Primo Cittadino a non innalzare il costo delle forniture acqua-gas-luce, se si volesse essere attenti ai cittadini, e non viceversa innalzarlo, come accade, dato che si pensa solo alla cassa ed alla spesa.

Utile aggiungere che il Comune di Bologna controlla anche Interporto Bologna  S.p.A. (35,1%), con ricavi, nel 2007, superiori ai 22 milioni di Euro, e che dagli utili, che questa società  si propone di ottenere, dipende sostanzialmente il prezzo al banco di qualunque prodotto transiti da lì.

Un bel balzello sulle spalle degli altri italiani che permette al Comune di Bologna di mantenere “fiori all’occhiello” a spese di altri.

Un Comune che annuncia (esultante?) che “tra i principali risultati ottenuti con le più recenti modifiche normative, vi sono l’esclusione dall’IMU degli immobili comunali e la possibilità di assimilare alla prima abitazione quelli non comunali (di proprietà Acer) destinati a Erp o Ers, così come quelli dei soci di cooperative a proprietà indivisa” , oltre che forti riduzioni per le imprese.

Mica alleviare i cittadini, visto che si tratta di “un Comune quasi totalmente autonomo da un punto di vista tributario e finanziario”, bensì finanziare la Casta e la folle spesa pubblica, per sostenere la quale il Sindaco e la Giunta bolognesi hanno già introdotto, per i servizi educativi nel corso del 2012, alcune significative innovazioni nell’utilizzo dell’ISEE (Indicatore di situazione economica equivalente) e che ulteriori modifiche saranno introdotte “al fine di conseguire maggiore equità e selettività nelle modalità di accesso e contribuzione ai servizi”.

Ma non solo, visto che la Giunta di Virginio Merola, con i tempi che corrono è riuscita a deliberare, per il 2012, · risorse aggiuntive per 1,6 milioni di euro “per estendere la rete e potenziare la manutenzione degli impianti di rilevazione automatica delle infrazioni al codice della strada”, mezzo milione di Euro per il bike-sharing ed un altro mezzo milione per “potenziare le azioni di recupero dell’evasione”. Importante aggiungere, riguardo ll’utilità di queste spese, che l’Emilia Romagna nel solo 2010 ha speso quasi 2 milioni di euro per il bike sharing, che è la regione con il più basso rischio di evasione fiscale e che il numero di feriti negli incidenti stradali a Bologna è relativamente costante dal 1995.
Tra l’altro, essendo il debito comunale nell’ordine dei 300 milioni, secondo alcune stime, davvero non si comprende come possano i revisori dei conti tollerare interessi passivi a fronte di somme eccedenti od accantonate.

Ritornando ad Hera spa, sia il Fatto Quotidiano sia la Voce di Romagna, raccontano una “strana” vicenda iniziata dieci anni fa, quando la società SCR – quella coperta da “segreto fiduciario” e indicata dal Fatto Quotidiano come vicina alla famiglia Cosentino tramite una fiduciaria – compra per tre miliardi e 715 milioni di lire (1,9 milioni di euro) l’area industriale della ex Ceramiche Pozzi di Sparanise (CE), un prezzo a dir poco stracciato, dato che il sito non aveva  i permessi per ospitare impianti energetici o per il trattamento rifiuti.  Nel 2001, l’area viene rilevata da AMI spa (azienda controllata dal Comune di Imola) proprio poco prima che il Comune di Sparanise cambi la destinazione d’uso dei terreni, consentendo la costruzione di una centrale a turbogas da 800 megawatt, e prima che la stessa AMI spa si fonda con altre ditte emiliano-romagnole, diventando Hera. Un’area che già nel 2003 Hera aveva provveduto a vendere a Calenia Energia, a sua volta ricomprata, nel settembre 2004, dalla  “stessa” Hera e dalla “quella” Scr collegata all’onorevole Nicola Cosentino per il 15%  e per il restante  85% del capitale dalla svizzera Egl.
Nel 2008 Hera Comm Med, società commerciale di Hera (nel cui cda siede Giovanni Cosentino, fratello di Nicola), cui è intanto è passato il controllo del 15 % della centrale, dichiara ricavi per 40 milioni di euro ed utili per 6 milioni e mezzo, dei quali  non vi è traccia nei dividendi e nei bilanci delle giunte romagnole e della multiservizi bolognese (fonte Voce di Romagna).

Non deve dunque meravigliare se il sindaco bolognase Virginio Merola segua con trepido interesse le vicende campane sia riguardo i rifiuti sia riguardo il caso Equitalia e sulle proteste scoppiate in tutto il paese, chiedendo «una grande manifestazione contro l’evasione fiscale», aggiungendo  «non come a Napoli dove contro Equitalia sono scesi in piazza cittadini e camorra».

Ciò che dovrebbe meravigliare è che nessuno ancora si sia accorto di come l’Emilia Romagna e le sue giunte rosse e bianche vantino un “successo gestionale” che si fonda su indebitamenti sine die, gestioni separate o parallele come quelle delle ex-municipalizzate, speculazioni su aree meno sviluppate del paese amministrate da “giunte amiche”, pressione fiscale ossessiva o poco trasparente.

Non meraviglia neanche che, ancora oggi, proprio negli impianti di Imola vadano a finire migliaia e migliaia di tonnellate di rifiuti campani e che a lucrare sulla “monnezza di Napoli” ci siano emiliani e romagnoli.

Come non meraviglia che, non Bersani e non Vendola, ma Giovanni Favia, consigliere comunale bolognese del Movimento Cinque Stelle (link), sostenuto dal Partito del Sud campano (vedi link) abbia presentato un ordine del giorno dove si chiede al Sindaco di Bologna di “adoperarsi affinchè persone delle quali non può essere garantita l’onestà e l’estraneità al mondo della camorra, non siedano all’interno di società partecipate dal comune”.

Utile sapere, però, che Virginio Merola è bolognese d’adozione, essendo nato a Santa Maria Capua Vetere, comune casertano limitrofo proprio a Sparanise, dove è nata anche la moglie dell’ex ministro alle telecomunicazioni, Mario Landolfi (PDL), rinviato a giudizio per presunti favori alla camorra, e dove dal 16 al 26 gennaio scorso è stato cercato come “sparito” l’ex sindaco, Salvatore Piccolo, un avvocato che aveva difeso gli interessi del boss Giuseppe Papa, poi “riapparso” adducendo «questioni strettamente personali».

… e che, come riportato dal giornalista Massimiliano Amato nel libro “Il casalese”, edito da “Cento Autori”, la centrale di Sparanise (una “creatura” di Giovanni Cosentino, fratello del deputato Nicola) sancisce l’inizio di un “consociativismo” negli affari tra imprenditori collegati alla camorra e politici, che travalica qualsiasi possibile distinzione tra sinistra e destra.

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Tagli ai Comuni, lacrime di coccodrillo

15 Set

Arrivano i tagli ai Comuni e scoppia la protesta dei Sindaci, ma non quella dei loro cittadini. E’ evidente che i cittadini abbiano seri dubbi sulla efficacia dele spese comunali e sull’efficienza dei servizi offerti.

E’ un dato sintomatico che dovrebbe far riflettere personaggi di rilievo come Gianni Alemanno e Piero Fassino, che di politica nazionale e di finanza pubblica dovrebbero intendersene.

D’altra parte, al di là della retorica leghista, che a tutt’oggi deve ancora cimentarsi con la governance di una città medio-grande, se una falla c’è in Italia, dalla quale passano sprechi su sprechi sono proprio i Comuni.

Sussidi e servizi sociali, progetti esternalizzati, manutenzione stradale, sicurezza sul territorio, decoro urbano, sostegno al commercio, piano regolatore, edilizia sociale: sembra l’elenco dei buchi neri dell’economia italiana.

I nostri sindaci dovrebbero rendersi conto che è grazie ai Comuni, se siamo un paese dove, ormai, abbiamo sussidiati di terza generazione, strade impercorribili, commercianti vessati, artigiani al lumicino, degrado e criminalità, flussi migratori incontrollati.

E’ utile evidenziare che, al secondo condono edilizio “di massa”, in un paese normale avrebbero arrestato tutti i sindaci che avessero permesso, negli anni, quello scempio.

E’ una questione culturale, ovvero se il Sindaco si occupa della cosa pubblica o delle istanze del territorio: nel primo caso è utile a tutti nel secondo solo a se stesso ed a chi lui vuole ascoltare.