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Iva e Imu: le bugie con le gambe corte

14 Giu

Il fronte dell’Iva potrebbe essere la caporetto del Governo Letta, se si avvererà l’aumento, a partire dal primo luglio, riguardo il quale il ministro per lo Sviluppo Economico, Flavio Zanonato, è perentorio: “fra 16 giorni, senza che il governo faccia nulla, visto che è stato un provvedimento già deciso dal precedente esecutivo, noi avremo l’Iva aumentata di un punto dal 21 al 22%.”

Una situazione confermata anche dal ministro per l’Economia, Fabrizio Saccomanni: “Siamo consapevoli degli effetti negativi che un aumento può provocare, anche se il reperimento delle coperture alternative potrebbe essere non meno gravoso.”

Una situazione analoga anche sull’Imu. “Si tratta di un’imposta che se dovesse essere eliminata comporterebbe un onere di finanziamento di 4 miliardi l’anno che, se si aggiungono ai 4 miliardi per l’Iva, fanno ipotizzare la necessità di interventi di tipo compensativo di estrema severità che al momento attuale non sono rinvenibili”.

Cosa accadrà alle famiglie ed alle piccole imprese, prese tra Scilla e Cariddi, Iva e Imu, è presto detto: meno consumi, più debiti.
E cosa resterà da fare, se non andare al voto dopo un brevissimo governo tecnico, per modificare il Porcellum seguendo le “prescrizioni” della Corte Costituzionale, che ha espresso ampi dubbi di costituzionalità sulla legge con cui abbiamo votato per otto anni e tre elezioni?
Perchè il Partito Democratico ha demandato ‘a diciotto mesi’ la riforma della legge elettorale, invece di adempiere subito, come chiedeva, viceversa,  il capogruppo del Pdl alla Camera, Renato Brunetta? E perchè il Centrodestra rifugge dal ritorno alle preferenze in scheda elettorale, mentre si rifugia in un obsoleto ‘progetto Forza Italia’?

Intanto, le bugie hanno le gambe corte e, dopo i fatti turchi, mancano solo l’Italia e la Spagna alla conta dei paesi del Mediterraneo precipitati nel caos.

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Il PD trionfa … nel deserto

11 Giu

Ve lo immaginate voi l’inesperto Ignazio Marino ad amministrare l’Urbe e la sua Suburbia con una maggioranza bulgara – e di estrema sinistra – in Campidoglio, mentre due romani su tre borbottano, diffidano e reclamano, con promesse impossibili da mantenere e un debito da record, consolidato fin dalla gestione Veltroni?

Oppure, che accadrà a Catania,  dove Enzo Bianco si accinge a diventarne sindaco per la quarta volta in sei consigliature e senza neanche le primarie ‘democratiche’ per sceglierlo, raccogliendo meno del 20% dei consensi effettivi, in una Sicilia dove l’astensionismo è arrivato al 66%.

Od a Treviso e Brescia, dove i neosindaci del Partito Democratico dovranno gestire una coalizione che va dalle liste civiche ‘moderate’ alla sinistra estrema, mentre tra astenuti e oppositori, anche lì, possiamo contare due cittadini su tre.

I giornali titolano, intanto, il Partito Democratico vince nelle città e trionfa a Roma. Peccato che nella Capitale il 51% degli elettori si sia astenuto e che il ‘trionfo’ consista in un misero 30,8% della base elettorale.

In realtà, infatti, non è il PD a vincere, bensì l’Ulivo, ovvero ritorna in auge l’idea di una coalizione antiberlusconiana, oggi ‘antidestra, che in altri tempi si sarebbe chiamata ‘fronte popolare’ e che da sempre è pervenuta ad una sola conclusione: conflitti irrisolvibili interni alla maggioranza, nuove tasse e nuove spese, incremento delle tensioni sociali.

Ed è altrettanto vero che, al momento, un elettore su due sarebbe disponibile a votare un ‘nuovo’ partito, purchè dotato di un programma credibile, del personale esperto ed un editore che voglia sostenerlo.

Molto probabile che, andando per queste vie, il Partito Democratico si ritrovi a dover fare i conti con una dura realtà: i pro ed i contro di poter contare su uno zoccolo duro, che a ben vedere è sempre più eroso.

Infatti, il 30,8% effettivo di Marino è molto lontano dal quasi 40% effettivo raccolto da Veltroni meno di dieci anni fa a Roma, senza che siano particolarmente cambiati i dati demografici od economici della città.
Certamente, ha influito l’invecchiamento del proprio elettorato e la diminuzione del numero di anziani, fedelissimi elettori dell’ex-PCI, come hanno pesato i gravi errori delle giunte ‘rosse’, se ha votato solo il 40% a Tor Bella Monaca, tra case popolari e famiglie under50.
Ma è anche vero che il ricambio generazionale è scarso e limitato – sia in termini di età anagrafica sia di mentalità – se a Siena è un funzionario del Monte dei Paschi a diventare sindaco e se a Viterbo è l’ex Presidente della Coldiretti provinciale e Presidente del Consorzio Agrario.

Il Partito Democratico ha preso “tutti i capoluoghi”, “trionfa a Roma”, si esalta per il “cappotto”, ha vinto questa tornata di elezioni amministrative, ma è il popolo italiano – quello ‘sovrano’- che ha perso anche queste elezioni. Un dato ormai certo, se in Italia siamo arrivati al 51% degli astenuti (con punte del 66%), mentre la legge elettorale (Porcellum) è incostituzionale ed, in barba al ballottaggio, ai Comuni si vota con coalizioni blindate e di cartello.
Una dura sconfitta per il PdL, ma anche una vittoria di Pirro, sia per il tipo di coalizione vincente, sia per il rifiuto di una larga parte degli elettori, sia per i deficit enormi che si dovranno affrontare – almeno fino alle elezioni tedesche ed al semestre italiano in UE – dopo aver promesso, in poche parole, la fine della Crisi ed il ritorno del Bengodi …

Intanto, dalla sponda opposta, l’esperto Fabrizio Cicchitto invoca «un salto di qualità nella costruzione di un partito che sappia tenere assieme una leadership carismatica e un partito forte, democratico, capace di discutere e scegliere, anche attraverso consultazioni interne, i suoi dirigenti», prima che sia troppo tardi.

Almeno un elettore su due sarebbe disponibile a votare un ‘nuovo’ partito, purchè dotato di un programma credibile, di personale esperto e di un editore che voglia sostenerlo.
Il conto alla rovescia è iniziato?

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Bassa affluenza, governo a termine

10 Giu

Nell’intervista concessa ieri dal Presidente Giorgio Napolitano ad Eugenio Scalfari di La Repubblica emergono tutti i non sense dell’attuale situazione italiana e le cause profonde del crollo dei consensi e dell’afflusso alle urne.

Innanzitutto, l’ammissione che quello attuale è un governo di “sopravvivenza istituzionale” che è un po’ come dire che è rimasta solo la facciata, specialmente se è il Capo dello Stato a chiarirlo.
Un governo con le gomme bucate, se per Giorgio Napolitano bisogna farlo vivere “per un’esigenza minima di stabilità” e, poi, “ognuno riprenderà la sua strada”.
Eppure, fu proprio il Presidente della Repubblica a dare mandato a Gianni Letta di formare un governo di programma, che, per altro, è sostenuto da una maggioranza ampissima.

Inoltre, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ritiene che la priorità per il Paese è di “creare le condizioni, anche con una certa discrezione, per una intesa per una nuova legge elettorale, indipendentemente dai correttivi urgenti che possa suggerire la Corte costituzionale“, precisando di non essere “intenzionato a rivivere l’incubo di quei mesi durante i quali nella commissione Affari costituzionali del Senato si è pestata l’acqua nel mortaio e non si è stati capaci di partorire nessuna riforma elettorale avendo tutti i partiti giurato che bisognava farla”.

In parole povere, sembra una conferma ‘autorevole’ che il Parlamento, creato da un sistema elettorale incostituzionale, non sia del tutto legittimato e, conseguentemente, il governo.

Napolitano da ragione a Beppe Grillo?
Forse no, non nei modi di sicuro, ma il richiamo alle responsabilità epocali di tutte le compagini politiche è chiaro: le riforme per il Paese “devono essere nella maggior misura possibile concordate, fermo restando che poi un’alleanza politica è sempre un’alleanza a termine, in modo particolare quando è un’alleanza eccezionale come lo è quella attuale”.

fotomontaggio pubblicato dal blog di Beppe Grillo

Se, dunque, è falsa la notizia “di un termine posto dal Presidente della Repubblica alla durata dell’attuale governo“, Giorgio Napolitano ribadisce di nuovo, dopo l’intervista a Barbara Spinelli, tutto il proprio dissenso e la propria divergenza rispetto ad una situazione di stallo generale sempre più anomala.

”Mi si permetta di dire che a circa 40 giorni, vedo serpeggiare la preoccupazione che questa alleanza possa durare troppo, anzi, per l’eternità: francamente sono un po’ sbalordito”.

E, dopo lo scarso afflusso alle urne delle amministrative, come non prendere atto che tra post democristiani e post comunisti non si raccoglie, ormai, più del 30-40% dei consensi e che il resto degli italiani è in attesa di proposte politiche diverse? Qual’è il messaggio che arriva dai cittadini se Alemanno o Marino ‘fa lo stesso’ per oltre un milione di romani?
E, viste le liste del Porcellum e gli eletti al Parlamento, come non pensare che è un’anomalia dichiarata che nel PD un terzo dei deputati sia un ‘politico di professione’ e che un parlamentare su dieci arrivi dal settore sanitario, quello dei buchi neri delle Regioni e dei circa 90.000 casi annui di malasanità? Oppure che i parlamentari (ed i candidati) esperti nella governance – provenienti dalla pubblica amministrazione, dalla magistratura e dalla carriera militare – siano davvero pochissimi, a differenza delle altre democrazie?

E quale etica, quale New Deal, quale senso di appartenenza nazionale può esserci se – ancora oggi, dopo secoli di disastri – che il messaggio evangelico ‘ama il prossimo tuo come te stesso’ si traduca – nella gestione del consenso e nelle alleanze – in un ben più prosaico e discutibile ‘volemose bene’, mentre, oprmai, ‘non c’è più trippa per gatti’?

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Pensioni – Fornero, pessime idee

26 Nov

Che il Governo Monti non abbia i numeri per durare è un dubbio che inizia a serpeggiare tra gli osservatori.

Sono già troppe le “buche” che questo governo ha mostrato di non saper evitare, dal protrarsi delle scelte per i ruoli di governo minori, ma “politici”, alla quasi assenza di esposizione mediatica, ovvero di attenzione al consenso popolare.
Per non parlare delle età e delle professioni rappresentate nel governo, che mostrano una squadra vecchia e lontanissima dal mondo del lavoro e delle imprese medio-piccole, per non parlare della gente: un esecutivo che mai è stato esecutivo.

Crepe già vistose, di cui torneremo a parlare, che la proposta del ministro Fornero sulle pensioni non fa altro che confermare, deludendo profondamente le aspettative di chi aveva sperato in una vera riformatrice.

Infatti, non era difficile comprendere cosa chiedono a viva voce gli italiani: stop pensioni d’annata e privilegi, meno anziani al lavoro più spazio ai giovani, sistema contributivo per tutti.

Basterebbe, per far sentire garantiti i lavoratori italiani, legiferare che nessuna pensione possa superare lo stipendio iniziale dell’ultima/migliore professione svolta. Facile come bere un bicchier d’acqua.

Cosa offre il ministro? Più anziani al lavoro, meno spazio ai giovani, sistema contributivo solo per chi è ancora al lavoro.

In due parole, potrebbe esserci uno scarto anche del 15%  sulla pensione tra un lavoratore pensionatosi lo scorso anno ed uno che sta andando via oggi con la stessa entità contributiva.

Rieccoci con le pensioni d’annata …

L’incredibile è che la motivazione di un intervento così iniquo sia dato dal fatto che, come annuncia lo stesso ministro Fornero su La Repubblica, i “principi, che sembrano banali, sono stati spesso largamente disattesi, nel periodo preriforma, ma anche successivamente, sia con la riforma Amato (1992), sia con la riforma Dini (1995), in modo particolare con la scelta di tutelare i “diritti acquisiti” dei lavoratori meno giovani, scaricando invece sulle nuove generazioni l’onere dell’aggiustamento. E hanno continuato a essere disattesi nel periodo successivo, a ogni nuovo intervento sulla transizione.”

Ma non finisce qui: non è solo un problema di equità.

Infatti, il neoministro del Welfare sarebbe anche dell’idea di “non si può prescindere dall’abolizione delle ingiustificate posizioni di privilegio che perdurano per molte categorie difficilmente annoverabili tra i bisognosi, come i liberi professionisti con le loro casse.
E dire che eravamo tutti d’accordo, tempo fa, che nell’additare il duopolio INPS-INPDAP come l’elemento sistemico che ha messo in ginocchio il sistema pensionistico italiano, oltre a creare una commistione pericolosa tra previdenza, assistenza e politica.

Dunque, la ricetta del governo Monti per le pensioni è sostanzialmente quella di colpire “i lavoratori nati tra il 1950 e il 1962”, di fare cassa tramite l’assorbimento delle poche forme assicurative “privatistiche” esistenti.

Magari, il prossimo passo, dopo aver accorpato tutte le pensioni nell’INPS-INPDAP, sarà di trasformarli in aziende di Stato e metterli sul mercato …

Ecco il “progetto Monti” per noi più giovani di loro: niente equità, ma, soprattutto, tanto statalismo, a cui potrebbe far seguito  un’enorme cessione del sistema previdenziale, visto che siamo nelle mani di banche e sindacati.

Un’idea involutiva, visto che se i giovani in Italia avessero un sistema sbloccato, potrebbero iniziare a lavorare e versare contributi prima dei 25 anni, risolvendo il problema all’origine, e visto che, con un sistema assicurativo libero, ogni lavoratore può negoziare individualmente il proprio pensionamento.

L’avevo detto io che se non era pan cotto era pan bagnato …

(leggi anche Pensioni, quelle d’annata non si toccano e Pensioni, quel che propone Confindustria)

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Pensioni: quelle d’annata non si toccano …

24 Nov

La riforma delle pensioni «è già stata largamente fatta ma necessita di tempi più accelerati», Elsa Fornero ministro del Welfare.

Una «azione improntata a sobrietà», in nome dell’equità dice il neoministro, che «implicherà che i sacrifici imposti siano equlibrari in funzione della capacità di sopportazione dei singoli».

Non è quello che ci aspettavamo: restano intatte le pensioni d’annata e quelle d’anzianità che, non essendo su base contributiva, gravano “inspiegabilmente” sugli attuali e futuri lavoratori.

Questo è tutto quello che le generazioni nate tra il 1925 ed il 1950 hanno riservato a noi che siamo nati dopo di loro.
E’ iniziata quando avevamo ancora 15 anni, cambia poco se fossero gli Anni Settanta, Ottanta o Novanta e, dopo 20-30 anni, continua ad andare così.

Una letale e brutale corsa senza traguardo e senza vincitori: una generazione in esubero da “smaltire”.

Predatori, che ci hanno portato alla rovina arraffando tutto quello che c’era, durante il Boom economico, e che intendono continuare a farlo finchè ci sarà sangue e linfa da succhiare.

Le loro pensioni non si toccano, le nostre si.

E questa il ministro Fornero la chiama “equità”?

(Leggi anche Pensioni – Fornero, pessime idee e Pensioni, quel che propone Confindustria)

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Il rischio recessione

24 Nov

Queste le ultime dichiarazioni di Mario Monti.

Ho illustrato il programma in corso di articolazione del governo, e ho insistito nell’interesse che l’Italia ha di perseguire in modo rigoroso gli obiettivi di consolidamento della finanza pubblica, entro termini serrati, confermando l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 e in modo sostenibile.

La sostenibilità implica anche una crescita economica non inflazionistica, non alimentata dal disavanzo. Questo significa riforme strutturali.

“L’Italia ha un rilevante avanzo primario, ma deve fare sforzi particolari. Non è in discussione l’obiettivo del pareggio di bilancio, esiste un problema più generale di cosa accade se si entra in una fase recessiva.”

Fase recessiva? Eh già …

Da tempo questo blog ha richiamato l’attenzione sulla necessità di sostenere un’inflazione contenuta, a causa dell’elevato interesse sul debito, e di evitare spinte inflattive forti, derivanti da fattori speculativi,  a fronte della prevedibilissima flessione dei consumi causata da patrimoniali, nuove imposte dirette ed indirette, tassi di interesse accresciuti, incertezza riguardo lavoro, salute e pensioni.

Il rischio recessione, grazie al salasso che ci colpirà a breve, è notevole e tutto ci serve fuorchè un ulteriore downgrade dei prezzi degli immobili od ulteriore caos e tagli sui servizi pubblici.

Non è una partita tecnica però, bensì politica, visto che i piani regolatori toccano ai Comuni,  i piani di gestione sanitari alle Regioni ed il welfare e la formazione a tutti e due. Comuni e Regioni, cassate le Provincie si spera, che potrebbero, dati i precedenti, dissolvere in un mare di sprechi, cemento e prebende ciò che è congelato dal Patto di Stabilità e non solo, impoverendoci ulteriormente.

Le rassicurazioni per il governo Monti non devono arrivare solo dall’Europa, ma soprattutto dai partiti nostrani, che oltre le “amene” chiacchierate a Porta a Porta non vanno, quasi che il problema non fossero anche e principalmente loro.

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Rajoy promette “lacrime e sangue” e vince

21 Nov

La Destra spagnola, con il centrista Rajoy in testa, vince promettendo “lacrime e sangue”. Intanto, i mercati crollano.

Questo il dato che va a completare il mosaico del “panic” europeo.

Sono quasi due anni che l’Europa, e con lei il mondo, ha dovuto fronteggiare gli effetti della crisi finanziaria che andavano a portare a nuovo esito i diversi “difetti di produzione” presenti nelle democrazie che si affaciano sul Mediteraneo.
E’, dunque, ora che naviganti ed osservatori siano in grado di leggere bussole e sestanti, onde pervenire ad un esito soddisfacente per i cittadini europei.

La prima a cadere, ricordiamolo, fu la Grecia, sostanzialmente un “non stato”, se andassimo a rintracciarla sulle carte storiche, nato più per diseuropeizzare la Turchia e per fronteggiare l’espansionismo sabaudo, con buona pace dei nazionalisti greci.
Una nazione che può sostenersi solo in base a quanto l’Europa ha intenzione o possibilità di dare, sia turismo, siano sussidi, siano prestiti.

Poi, venne il turno dei due altri PIIGS, Spagna e Portogallo, dove, parliamo di Madrid, il governo Zapatero, esempio fulgido per la Sinistra italiana, venne preso del tutto alla sprovvista dagli eventi e proprio dove sono nati, guarda caso, gli Indignados nel nome della meritocrazia e contro la cooptazione, oltre che contro il Partito Socialista locale.
Due paesi dove, dopo le dittature militari cinquantenarie, aveva attecchito un modello socialdemocratico e consociativo, durato con qualche discontinuità fino ai nostri giorni.

Si arriva all’Italia, con tutto quello che sappiamo e con tutte le attese di vivibilità, di semplicità e di equità, che Mario Monti dovrà soddisfare. Esigenze, internazionali ed italiche, che, a dire il vero, non si sa ancora come saranno accolte dall’attuale Governo Italiano e, soprattutto, da parlamento, sindacati, clero e cittadini.
Utile aggiungere che l’Italia non è riuscita a superare le dialettiche (e le dicotomie) preunitarie e del Ventennio, mantenendo una infrastruttura di Stato e parastato immutabile ed additiva, negando “a prescindere” il concetto di “piena delega”.

Fatto sta che i mercati non reagivano positivamente alla notizia, nonostante Berlusconi si fosse fatto da parte e l’Italia avvesse, nella sostanza, accettato un “commissariamento tecnico”.
Anzi, la deriva finanziaria si è estesa, allargandosi alla Francia, terra madre dei sistemi di gestione della finanza pubblica vigenti nei paesi menzionati. Una Francia che, però, ha un debito pubblico in ordine e non dovrebbe patire un declassamento del rating.

Il tutto, mentre la Cina Popolare è diventata la prima potenza mondiale, in termini di produzione e di finanza, superando gli Stati Uniti di Obama.

E’ evidente che i mercati stano rispondendo a logiche diverse e non solo speculative. Per “mercati” intendiamo il sistema dalle cause e degli effetti finanziari e produttivi.

Da un lato, è palese che agli stati cattolci dell’UE venga chiesto di ridurre la (onni)presenza del “pubblico” e di superare un welfare fondato sul populismo e l’assistenzialismo.  Un “metodo” che ha permesso trasformismi in tutti i diversi paesi, che permette alla pubblica amministrazione tempi smisurati, che non facilita il monitoraggio ed il controllo di gestione.

Dall’altro, inizia ad essere evidente, almeno agli addetti di settore, che quello in crisi è il modello di bilancio pubblico, su basi ordinamentali, strutturato, all’origine, dalla Francia. Un sistema non compatibile, o quantomeno sovrapponibile, a quello anglosassone, vigente in tutto il resto del mondo che conta.

Infine, dobbiamo ricordare che un’Europa debole e disunita non può far fronte alla forza finanziaria delle principali banche indiane, cinesi, brasiliane. Questo ha come conseguenza l’espansione delle corporation ed indebolisce tutta la filiera produttiva e distributiva tradizionale, fatta di artigiani, piccoli produttori, aziende di nicchia.

Tre cose che sarà molto difficile da far digerire agli (indo)Europei, selezionatisi nei secoli anche per la propria attitudine a dire la propria ed a far valere i propri diritti.
Per questo i cittadini, spagnoli e non solo, chiedono “lacrime e sangue”.

Solo un’Europa “etica” e “sobria”, come quella dei suoi barbari antenati, può reggere all’infiltrazione delle corruttele, delle mafie, degli speculatori, dei pressappochisti.

Non ha nessun futuro un’Europa che dovesse continuare a dividersi in “potenti”, cooptati, privilegiati e “cittadini”. C’è chi reagisce chiedendo o promettendo “lacrime e sangue”, chi cercando di salvare la Casta e gli affari di bottega  e chi speculando per il proprio tornaconto impoverendo chi gli vive intorno, ma la sostanza è la stessa.

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