Tag Archives: Polverini

Ospedale San Giacomo di Roma: un triplo scandalo con soluzione?

7 Lug

Da dieci anni è abbandonato l’Ospedale San Giacomo in Augusta di Roma, nonostante la Regione Lazio paghi un affitto di due milioni annui, in attesa di ridiventare effettiva proprietaria nel 2033, e che poco prima di abbandonarlo fossero stati ristrutturati ben 32.000 metri quadrati della struttura.

 

ospedale san giacomo roma
La storia

L’ospedale (noto anche come Arcispedale di San Giacomo degli Incurabili), venne riedificato nel 1339 e donato alla città di Roma dal Cardinale Antonio Maria Salviati nel suo testamento del 1562 , con la clausola della restituzione agli eredi se la struttura cessasse di essere luogo di cura, confermata nel 1610 da Papa Paolo V Borghese, che ratificava “il divieto assoluto di cambiarne la finalità, vendere, affittare, permutare, dare in enfiteusi, sotto alcun diritto o alcun Stato”.

Nel 2002, la Regione Lazio sull’orlo del collasso finanziario decretava la cessione di 56 complessi, tra cui il San Giacomo, ad un prezzo pari all’incirca a due miliardi, riaffittati alle aziende venditrici (ASL e AO regionali) con contratti trentennali, con opzione di riacquisto e rispettandone la destinazione d’uso.
Un gran pasticcio, anche perchè alcune strutture erano inservibili ed altre non vennero effettivamente cedute, che alla fine si risolse con l’intervento della Corte dei Conti e la conversione della cessione in titolo di garanzia del credito, da cui non più “affitti”, bensì rate a scomputo fino al 2033 mentre la Regione Lazio continuava a far funzionare le strutture.

Nel nostro caso, sul San Giacomo vertevano due milioni annui e la Regione avviava il percorso di “trasformazione in una residenza per anziani, come in tante città del nord Italia e del nord Europa, sempre nell’ambito pubblico. Non ci saranno alberghi” (ex assessore al Bilancio Alessandra Sartore).

Bene a sapersi che le residenze sanitarie assistenziali si distinguono per legge dagli ospedali e dalle case di cura e che gli eredi del Cardinal Salviati, che donò l’edificio alla città di Roma con testamento vincolato, avessero “mandato una diffida al presidente della Regione, al ministro degli Interni, al presidente del Senato Grasso e alla Corte dei Conti” e nel 2008 anche un appello a papa Benedetto XVI “per far rispettare il testamento e i vincoli della cartolarizzazione degli ospedali laziali. Non è possibile trasformare il San Giacomo in residenze per anziani pubbliche, perché, proprio in virtù del testamento e anche delle clausole di vendita alla San. Im, deve tornare ad assere un ospedale pubblico”. (Repubblica)

Essendo una struttura enorme nel bel mezzo di Roma (Via del Corso), in un municipio poco abitato dai residenti e sede di noti complessi ospedalieri, come il San Giovanni e l’Umberto I, nonostante fossero già stati ristrutturati ben 32.000 metri quadrati, alla Regione Lazio non restò che deliberare la sua chiusura, avvenuta il 31 ottobre 2008.

Il San Giacomo oggi
Da allora, la situazione è in stallo.

Da un lato la Regione Lazio non può di certo spendere risorse per il San Giacomo, se i residenti degli altri municipi – cioè il 90% dei romani – più quelli delle varie provincie invocano ben altre esigenze ed urgenze.

Dall’altro gli eredi del Cardinal Salviati non procedono alla restituzione dell’immobile, compensando però quanto dovuto per le messe in opera fatte nel tempo dalla Regione Lazio e dalla città di Roma.

Dunque, gli scandali sono già due.
Il primo è quello della cessione con affitti onerosi del 2002 e “risoltasi” dopo l’intervento della Corte dei Conti, con la conversione in canoni di leasing.
Il secondo è che c’è una bella e dignitosa residenza sanitaria assistenziale per anziani che resta ferma per effetto di una bolla pontificia e … del Concordato.

Il pressing ‘popolare’ per sbloccare le residenze a cantieri già avanzati non vi fu, ma – comunque – “a nulla sono poi serviti gli appelli del comitato «Salviamo il San Giacomo», né le oltre 60mila firme raccolte dalla petizione per la sua riapertura” come ospedale. (Il Tempo)

Tra le varie «criticità», c’è anche quella denunciata dai Cinque Stelle dei  due cantieri nel 2013 per il rifacimento del tetto di copertura, ormai sede operativa di gabbiani e piccioni, e quella della Corte dei Conti che chiedeva di “riflettere sulla opportunità di continuare a destinare risorse finanziarie aggiuntive, rispetto a quelle già necessariamente spese a suo tempo per mettere a norma l’edificio, senza che vi sia, neppure in prospettiva, un beneficio effettivo per l’utenza”.

Riepilogando,
  • la Bolla Papale del 1610 prevede “il divieto assoluto di cambiarne la finalità … , sotto alcun diritto o alcun Stato”
  • la Regione Lazio non ha le risorse per aprire i cantieri necessari a ripristinare ed ammodernate l’ospedale preesistente, nè quelle per le assunzioni di personale, le ulteriori posizioni apicali e le forniture varie
  • gli eredi del Cardinal Salviati che per riprendere possesso della struttura e ridestinarla dovrebbero affrontare spese enormi, praticamente cederlo ad un Fondo
  • il Vaticano cautamente non si esprime sul cambio di destinazione e su quali servizi assistenziali (fisioterapici, ad esempio) siano compatibili con la ‘denominazione’ data nel 1610
  • ogni tanto la Politica locale, da Fassina (2017) a Pirozzi (2018),  si attiva per la ‘mission impossible’ della riapertura del San Giacomo, ma non per la residenza sanitaria
  • Roma Capitale nicchia sull’argomento, nonostante i Cinque Stelle in Regione Lazio siano anni che si fanno sentire e nonostante sia l’effettiva destinataria della donazione
  • intanto ci sono spese vive e tutto resta fermo.

 

La soluzione

Non molti, forse, ricordano la storia del Pio Albergo Trivulzio di Milano, per oltre due secoli casa di cura per gli anziani meno abbienti della città e la recente sentenza in Cassazione per abuso d’ufficio e turbativa d’asta nella vendita del patrimonio immobiliare da parte della ASL.
Visti i precedenti, sono comprensibili esitazioni, dubbi e … stallo, visto che il Vaticano non può consentire a cuor leggero una ‘derubricazione’ della destinazione, se poi c’è il rischio di squallide speculazioni e costi imprecisati.

Però, iniziamo col dire che un Presidio di Cure Intermedie, come a Prato, non ci starebbe affatto male e sarebbe compatibile sia con le ristrutturazioni sia con i finanziamenti accessibili per gli anziani indigenti e i malati cronici e sia con la Bolla papale.
Inoltre, perchè non l’ Attività di Presidio Integrato nel bel mezzo del Turismo e della Movida romana, come alla Stazione Centrale di Milano,  con mediatori culturali (interpreti), fornendo un poliambulatorio di cure primarie, dispensazione od erogazione assistita di farmaci, ambulatorio infermieristico, centro prevenzione dell’abuso di sostanze e/o delle malattie sessualmente trasmissibili?
Quale posto migliore di via del Corso 233 per una Guardia medica turistica a Roma, come ad Ischia d’estate ?

Andando a soluzioni più ‘romane’, una soluzione per riaprire il San Giacomo rapidamente ed a bassi costi potrebbe essere quella di portare servizi ‘fisioterapici’ e dermatologici ampiamente compatibili con la principale attività originaria dell’ospedale (cura del “malfrancioso, la sifilide) e con le ristrutturazioni già effettuate?
Questo permetterebbe di riportare in centro una parte dei servizi del San Gallicano, che offre per l’appunto servizi servizi ‘fisioterapici’ e dermatologici, ma fu trasferito nella periferia estrema, perchè l’edificio settecentesco non si prestava ad adeguati ammodernamenti.
Di conseguenza, il polo oncologico Regina Elena di Mostacciano avrebbe più spazio e risorse per espandersi con le sue varie eccellenze.

In ambedue i modi, che non si escludono a vicenda, ne verrebbe che malati cronici e anziani residenti avrebbero un riferimento per le cure ordinarie, magari con qualche posto letto, mentre i turisti avrebbero un funzionale riferimento per cure di livello ambulatoriale nel bel mezzo di Roma.

Dunque, non c’è da riaprire l’Ospedale San Giacomo, bensì da ripensarlo ed in fretta.

Le risorse per ristrutturare? Non sono troppe a confronto del bagno di sangue e della mancata crescita finora avvenuti. Relativamente poche rispetto a quanto possa generare l’afflusso di rimborsi delle prestazioni ‘assicurative’ offerte a turisti stranieri, l’espansione di un centro oncologico ed il ripristino al centro della città di una tradizione fisioterapica-dermatologica risalente al Medioevo.

A proposito, che peccato per le Olimpiadi rifiutate e le infrastrutture che Roma dovrà comunque trovare il modo di finanziare: il vero scandalo di questa storia è che – a parte l’intervento inevitabile di Marrazzo come governatore – la Politica romana si guarda bene dall’occuparsi dei guai che combina, mentre spese e ruderi restano a noi.

Demata
Annunci

Lamberto Sposini: fu colpa della Rai o della Regione Lazio?

8 Set

Era il 29 aprile del 2011 quando Lamberto Sposini venne colpito da una emorragia cerebrale poco prima dell’inizio della trasmissione “La Vita in diretta”.

Erano le 14,10 e “secondo alcune testimonianze i soccorsi sarebbero arrivati 40 minuti dopo” e la Regione Lazio confermava  che l’ambulanza arrivava “in 19 minuti” dalla chiamata, per trasportarlo all’ospedale Santo Spirito “non era attrezzato per quel tipo di intervento” e solo dopo al Policlinico Gemelli, che “poteva fornirgli tutte le cure necessarie solo dopo due ore dall’ictus”. (fonte Il Secolo XIX e Televisionando).

“Un primo medico sarebbe arrivato in pochi minuti, mentre un secondo (l’odontoiatra) ci avrebbe messo di più. Intanto un figurante del programma, da quanto si apprende, chiama il 118 spiegando che si trattava di un malore. Solo alla settima telefonata, che arriva alle 14.32 – Sposini si sente male alle 14.05 – l’operatore del 118 riesce a farsi passare il medico. Viene compresa finalmente la gravità della situazione. All’arrivo in via Teulada, uno dei soccorritori spiega che sono partiti in ritardo perché hanno dovuto procurarsi una barella, dato che la loro era stata spostata come letto al pronto soccorso. L’equipaggio porta Sposini al Santo Spirito. Ma il reparto di neurologia è chiuso dal 2010.”  (fonte Libero – Blogo e Televisionando)

Sposini si è rivolto ad un Tribunale del Lavoro contestando alla Rai di “non avere adottato una procedura o comunque ogni misura idonea a gestire l’intervento in regime di emergenza”, ma in primo grado si era visto respingere il ricorso perchè nell’immediatezza dell’evento erano sopraggiunti un primo medico e un’infermiera e “certamente presso uno studio televisivo non potevano essere presenti le sofisticate attrezzature necessarie a stabilizzare Sposini”, come anche le “numerose telefonate effettuate dal personale della Rai  evidenziano una piena consapevolezza della gravità della situazione e della necessità di un pronto e specialistico intervento». Infatti, secondo il giudice di primo grado Mariapia Magaldi, “la lamentata mancanza di tempestività è ascrivibile ai tempi attesi per l’arrivo dell’ambulanza nonostante le ripetute telefonate al 118”.

Più chiaro di così: “mancanza di tempestività, nonostante le ripetute telefonate al 118” …
Sposini ed i suoi familiari sono ricorsi in appello e l’udienza del Tribunale del Lavoro è a maggio prossimo, ma … cosa succederebbe se i loro legali fossero andati in giudizio contro la Regione Lazio?

Partiamo dal fatto che è davvero incomprensibile il fatto che Sposini non sia stato portato direttamente al Policlinico Gemelli che si trova a meno di dieci minuti di ambulanza dalla sede Rai di via Teulada. Il tutto senza considerare la questione della barella che non si trovava e delle ambulanze bloccate in centro per un evento internazionale.

Qui stiamo parlando di una persona colpita da ictus che riceve immediatamente l’assistenza di un medico che si prodiga e che acclara la gravità, ma perviene solo dopo due ore al pronto soccorso giusto.

Aggiungiamo che il 118 della Regione Lazio in questi anni ha visto impiegati che tenevano occupate le linee per autotelefonarsi  e ricaricare i cellulari, invece di rispondere alle telefonate, oppure i circa trecentomila euro pagati in soli sette mesi per l’indennità di reperibilità oppure la diffida alla concessionaria ’Ares 118 a sospendere la gara per l’affidamento ai privati del servizio di supporto alle ambulanze per una storia di subappalti che coinvolgeva persino la Croce Rossa.

Poi, c’è la follia del coordinamento delle ambulanze, con tutto un fiorire di storie atroci e leggende metropolitane, come quella che la centrale radio non funzioni e che gli operatori debbano usare i propri cellulari, con buona pace della precanalizzazione delle urgenze.
Ancora più assurdo è che le ambulanze non conducano i malati presso gli ospedali dotati dei farmaci salva vita, di cui hanno o potrebbero aver bisogno per patologie note, spesso rare, e che – di conseguenza – questi malati sono gestiti da medici che non hanno esperienza sul campo specifico e che, azzeccata la diagnosi, devono aspettare ore per somministrare il farmaco, ricordiamolo, salva vita.
Oppure quella del Municipio III che è privo persino di un pronto soccorso pur avendo più di diecimila abitanti e dove le ambulanze non ti portano all’ospedale più vicino e più attrezzato (il Sant’Andrea, a meno di 15 minuti passando per il GRA) ma altrove, affrontando la selva del traffico urbano e delle buche stradali di Roma.

Dunque, possiamo comprendere per quali motivi Lamberto Sposini abbia preferito – a Roma Capitale – non andare in giudizio contro il Servizio Sanitario Regionale e contro il Commissario ad acta che ne aveva la responsabilità, ma voglia tentare la strada del giudizio contro la Rai, nonostante le chiare motivazioni del giudice di primo grado, che precisato che “la lamentata mancanza di tempestività è ascrivibile ai tempi attesi per l’arrivo dell’ambulanza nonostante le ripetute telefonate al 118” .
E, da quello che riportavano a caldo i giornali l’addetto al primo soccorso ed i sanitari sul posto, sembrerebe che abbiano fatto il possibile secondo le norme per la sicurezza sul lavoro. Ma è giusto e sacrosanto che Lamberto Sposini abbia il suo risarcimento.

Ed è sacrosanto – soprattutto – che i cittadini della Regione Lazio ottengano risposte responsabili e soluzioni rapide su come funzionano le ambulanze e su come dovrebbero funzionare.

Demata

Mafia Capitale: fate presto

12 Giu

Oggi, si parla di ‘mafia’ ogni qual volta ci si trova dinanzi ad una cospiracy tra colletti  bianchi e delinquenza comune finalizzata ad assumere il controllo della governance di un territorio e, nei fatti, del denaro pubblico come dei servizi o del lavoro. Una mafia che non necessariamente deve essere gerarchizzata, ma che può operare anche per ‘cartelli’ che si dividono mutualmente le aree di influenza e ricorrendo a reati violenti solo in forma poco appariscente.

Il ‘picciotto con la lupara’? E’ un luogo comune, lo sappiamo bene fin dagli scandali romani di fine Ottocento, quando per le prime volte in Parlamento si iniziò a discutere di ‘mafia e politica’,  ma lo risentiamo in questi giorni come se nulla fosse.

Nell’epoca dei cartelli e delle holding criminali, quello che le diverse indagini stanno rivelando somiglia molto ad un’occupazione, da parte di diversi ‘cartelli d’affari’, della governance per il controllo dei fondi pubblici. Come anche, dopo il parziale repulisti per gli scandali del Centrodestra avvenuti ai tempi della Polverini e di Alemanno,  oggi assistiamo al coivolgimento esteso del Partito Democratico laziale e di interi settori d’apparato locali.

Ignazio Marino dovrebbe lasciare il passo ad un Commissariamento: a prescindere dalla ‘mafia’, il Comune – con tanti consiglieri e funzionari sotto indagine – non è verosimilmente in grado di gestire appalti e servizi, specie se il Sindaco ha poca esperienza amministrativa.

Nicola Zingaretti si ritrova in una situazione diversa, dato che il suo Consiglio regionale sembra essere fuori dalle indagini, ma proprio il suo Capo di Gabinetto ne è coinvolto, oltre al problema degli appalti e degli apparati come ad esempio – tra le tante inerenti la Sanità romana – dimostra la vicenda Recup avvenuta mentre proprio  lui era Commissario ad acta.

Dovrebbero dimettersi, non per colpe loro, ma perchè si possano garantire i servizi essenziali, visto che finora tutto o quasi tutto ‘era una mucca da mungere’.
Dovrebbero dimettersi, non per colpe loro, ma per dovere istituzionale, perchè ci sono  anche le vittime, non di lupara, ma ci sono e sono tante.

Ad esempio i tanti incidentati (e talvota deceduti) per la situazione delle strade  abbandonate a se stesse  (leggasi buche) per finanziare proprio quel ‘welfare’ di cui si occupavano Carminati & co. E, come loro, i malati e i bisognosi depredati degli aiuti che a loro dovevano arrivare e che mai hanno visto?
I tanti dipendenti pubblici onesti  che son stati tartassati per escluderli dalle posizioni ‘chiave’ o le famiglie di lavoratori con un affitto salato, mentre si davano sussidi e case a chi guadagnava magari il doppio, … i giovani  in fuga verso le università del nord ‘perchè qui ormai non c’è futuro’ e chi più ne ha più ne metta.

E’ difficile che questi elettori  possano continuare a dare fiducia al Partito Democratico senza un passo indietro di almeno uno dei due. E’ difficile non notare gli stessi guasti che le mafie producono tipicamente nei territori che sfruttano.

Sindaco e Governatore, come altri personaggi del Partito Democratico, non danno a vedere di aver compreso l’entità del problema e della debacle, Renzi e il partito si, specialmente dopo l’exploit degli astenuti alle ultime amministrative: il  Giubileo sarà commissariato.

Intanto, Roma è bloccata senza un futuro, nel degrado e nell’insicurezza. Fate presto …

Demata

Giornata Mondiale per le Malattie Rare e … manco ce ne siamo accorti

2 Mar

Il 28 febbraio di ogni anno ricorre la Giornata Mondiale delle Malattie Rare e la cappa di ‘assordante silenzio mediatico’ sui misfatti dell’attuale Governo è tale che l’evento sia passato pressochè inosservato.

Parlare di malati rari signifia parlare di Sanità e, a riguardo, il primo pensiero che ci sovviene corre a quel Lazio commissariato da quasi una generazione, oggi nelle mani di Nicola Zingaretti, che nella giunta annovera persino Teresa Petrangolini di Cittadinanza Attiva e che dovrebbe – dunque – rappresentarsi come fulgido esempio di trapsarenza ed efficienza.

Come vanno le cose in Italia?

Secondo un recente report del Comitato Nazionale di Bioetica le malattie rare comportano situazioni molto gravose per il milione di italiani che ne è ufficilamente affetto, a fronte di forse due milioni di persone che ancora attendono una diagnosi.

Il tutto accade non tanto per le patologie in se, per altro spesso gravi e croniche, quanto per l’assoluta fatiscenza del nostro Sistema Sanitario Nazionale e gli sprechi del nostro Sistema Sanitario Regionale, oltre al disinteresse profondo dei politici, della classe medica e dei funzionari preposti.

Secondo il report, infatti, le problematiche individuali e familiari dei malati riguardano principalmente:

  1. la difficoltà, o l’impossibilità, di accedere alla diagnosi corretta – dovuta alla mancata individuazione di un centro clinico di riferimento specializzato nella patologia in questione – con il conseguente aggravio psicologico e peggioramento dello stato di salute del paziente;
  2. il ritardo nella diagnosi che incide negativamente sulla prognosi;
  3. l’isolamento e la mancanza di conoscenze scientifiche e di informazioni sia sulla malattia, sia sulle leggi e i diritti esistenti;
  4. la mancanza di assistenza medica adeguata e di terapie riabilitative e psicologiche necessarie, tenuto conto della natura cronico-invalidante di gran parte delle malattie rare e dello sconvolgimento e destabilizzazione che l’esperienza della patologia comporta per il paziente e la famiglia;
  5. la difficoltà d’accesso al trattamento e alle cure, che riguarda sia la reperibilità-disponibilità di farmaci innovativi, ad alto o altissimo costo, specifici per una data malattia rara e già in commercio in Europa, sia, quando non vi sono terapie eziologiche specifiche, l’accesso ad altri possibili trattamenti;
  6. le forti diseguaglianze esistenti, a livello regionale e locale, nell’accesso alla diagnosi, alle terapie innovative e, più in generale, alle cure sanitarie e ai servizi sociali;
  7. i costi elevati dei trattamenti, complessivamente considerati, e la mancanza di misure di sostegno rispondenti ai bisogni di assistenza quotidiana e continuativa determinati dalla patologia, il cui carico ricade quasi interamente sul nucleo familiare, causandone l’impoverimento e spesso l’allontanamento dal mondo del lavoro;
  8. le condizioni precarie, di frequente percepite come gravi o gravissime, delle persone affette, anche dopo avere ottenuto la diagnosi;
  9. le conseguenze sociali pesanti per il paziente (stigmatizzazione, isolamento nella scuola e nelle attività lavorative, difficoltà di costruirsi una rete di relazioni sociali).

Con tutti i soldi che spendiamo e con tutti gli invalidi che abbiamo, questo ‘bollettino degli orrori’ avrebbe dovuto riguardare, da anni, la Corte dei Conti e l’Ordine dei Medici, oltre che la società civile tutta.
Tra l’altro, esisterebbe anche un ‘colpevole’ di tutta questa iattura: Rosy Bindi, presidente del Partito Democratico ed ex ministro della Salute, che ha emanato le disastrose leggi che abbiamo sulla salute mentale, sul servizio sanitario, sulla disabilità, sulle malattie rare (link).

Ma non finisce qui, è solo la punta dell’iceberg.

Infatti, il rapporto del Comitato Nazionale di Bioetica non racconta che:

  1. le malattie rare inserite nella lista delle patologie invalidanti sono solo cinque, a fronte di oltre 3.000 classificate;
  2. lo Stato Italiano ha accolto solo sulla carte le direttive dell’Organizzazione Mondiale della Salute, emesse nel 1992, riguardo lavoro e disabilità, che si fondano sulla limitazione funzionale e non sulla classificazione della malattia od il danno biologico irreversibile;
  3. gran parte dei fantomatici Centri regionali per le Malattie Rare non sono mai stati istituiti o sono stati esternalizzati su strutture private in convenzione, solitamente cattoliche;
  4. spesso anche il semplice invio di campioni biologici – dato che nella Regione non si provvede o non si coordina – è a carico del malato. Il Coordinamento è inesistente;
  5. la gestione delle eventuali altre patologie non avviene in funzione della malattia rara che è la patologia primaria;
  6. chi deve sottoporsi a terapie continue percorre ordinariamente decine e decine di chilometri per cure infermieristiche o parainfermieristiche.

Peggio ancora se andiamo a vedere la situazione delle onlus.
Una realtà estremamamente parcellizzata, spesso fidelizzata da un centro medico o di ricerca, che così ottiene donazioni e mezzi a prescindere dal dato qualitativo o di eccelelnza, ma solo in base alla visibilità che l’associazione riesce ad ottenere. Basta avere tra i malati un personaggio famoso od influente per portare alle stelle un centro mediocre e viceversa.

Inoltre, una parte di queste associazioni esistono solo sulla carta, dato che assorbono gran parte delle donazioni per funzionare ed il resto finisce ‘per la ricerca’ o per ‘il centro sanitario’ od ‘il reparto’. Salvo alcune tipologie di malattie, per le quali è previsto l’accompagno e la contribuzione pubblica, non offrono servizi diretti ai malati: si è soli in ospedale, a casa, nei taxi o nelle ambulanze.
Addirittura, alcune diffondono informazioni sanitarie scorrette, anche tra quelle ‘validate’ o pubblicizzate dal ministero e dall’Istituto Superiore di Sanità.

Abbiamo speso milioni di euro per l’informazione tramite medici, associazioni e onlus, ma saranno forse migliaia quelli spesi per, almeno, contare i malati e sapere se e perchè non sono soddisfatti.
Davvero inspiegabile perchè ciò sia accaduto, se non si vuole pensare davvero a male.

Un problema confermato dal ‘Dossier in tema di malattie rare del 2008-2010, a cura di Cittadinanzattiva, Tribunale per i diritti del malato, Coordinamento nazionale associazioni malati cronici, che segnala:

  1. le difficoltà nel godere effettivamente dei benefici previsti dalla legge
  2. le forti differenze che si riscontrano tra regione e regione,
  3. più del 40% dei pazienti non ha spesso accesso ai farmaci indispensabili o ai farmaci per la cura delle complicanze.

Un Dossier, quello di Cittadinanzattiva e del Tribunale per i diritti del Malato, che però dimentica di dirci quanti sono i casi di malasanità od il numero dei contenziosi avviati dai malati e non ci spiega perchè queste potenti associazioni non diano assistenza legale alle vittime di malasanità, nè si lagnino di leggi e tribunali, che impiegano decenni per far giustizia e riparare il danno subito dal malato.
Di Class Actions, ad anni dalla legge che le consente, neanche a sentirne parlare, mentre i casi di malasanità registrati dalle compagnie che assicurano medici e ospedali ammonterebbero a centomila annui, Figuriamoci quanti sono quelli, minimi od eclatanti, per cui v’è rassegnazione e non li si denuncia.

Secondo Il Sole 24 ore “Focus sanità” del 11-17 Novembre 2008, l’inadeguatezza sanitaria e il mancato accesso ai diritti, ovvero ‘costi e disagi, determinerebbero la rinuncia alle cure da parte di 1 paziente su 4 a cui andrebbe aggiunto un 37% che desiste per gli ostacoli burocratici’, che evidentemente vengono posti dai diversi ospedali e ASL.

Altri studi hanno rilevato che:

  1. il 57,9% dei pazienti è costretto a sostenere personalmente le spese della terapia con una spesa annua che va da un minimo di 800 euro a un massimo di 7.000 (studio del 2008 del Tribunale dei diritti del malato);
  2. per molti genitori far fronte ai bisogni assistenziali significa peggiorare la propria condizione lavorativa, se non interromperla (Studio pilota ISFOL13)
  3. tra le famiglie partecipanti allo studio molte versano in condizioni reddituali assai basse e quasi il 20% è stato costretto a ricorrere a prestiti finanziari, per far fronte alla gestione della malattia.

E’, dunque, un eufemismo parlare di Malasanità, quando si ha a che fare con un malato raro italiano. Dovremmo parlare di martiri.

Alle domande ‘di repertorio’ vanno ad aggiungersene altre due, rivolte alla nostra classe medica:

  1. come può l’Ordine dei Medici non pretendere un repulisti e far giustizia per i malati, se 370.000 dei malati rari (il 37% di quelli noti) rinuncia alle cure, per altro dovutegli gratuitamente, o se le norme in materia sono inconcludenti, inadeguate, omissive? E se non i sanitari, come può la Magistratura e l’Istituto Superiore di Sanità non intervenire?
  2. quale è il grado di conoscenza delle malattie rare, delle procedure sanitarie e delle leggi a riguardo, da parte sia dei medici in servizio sia soprattutto di quelli che si sono laureati in questo decennio e sono ‘figli del disastro’?

Quanto al resto, inutile chiedersi quanti soldi abbiamo buttato in questi dieci anni ed in quali tasche siano finiti … i dirigenti son tutti medici o giù di lì.

Leggi anche ‘Sanità: basta sprechi sulla pelle dei malati

originale postato su demata

Tremila finti invalidi. Parliamo degli altri?

23 Ago

Oggi, La Repubblica on line titola “Gdf, scoperti tremila invalidi e poveri falsi danno erariale per un miliardo e mezzo”, seguita a ruota dai principali quotidiani. In realtà, il danno erariale è stato accertato in “quasi 13 mila interventi contro truffe e sprechi di denaro pubblico”, come precisa lo stesso quotidiano.

E siamo alle solite.
Se un disabile resta bloccato ore e giorni a Piombino in attesa di un autobus che lo porti al treno per rientrare dalle ferie o se un altro blocca il traffico in Versilia perchè è ‘impossibile salire su gran parte degli autobus oppure scendere a causa delle piazzole’, la notizia va in cronaca locale, senza neanche interrogarsi su come funzionino sanità e assistenza in Toscana o, meglio, su quanti altri casi accadano senza che vi sia notiza e, soprattutto, soluzione.

In un Paese da 60 milioni di abitanti, fanno notizia i ‘tremila invalidi e poveri falsi’. Non i milioni di invalidi sotto-riconosciuti ed in balia del sistema sanitario e degli enti locali, con diritti ed accessibilità, che nelle grandi città come Roma cambiano da una strada all’altra, a seconda della ASL di appartenenza.

Malpractice Cartoons by T. McCracken mchumor.com/medicine_malpractice.html

Il ‘Dossier in tema di malattie rare del 2008-2010 (a cura di Cittadinanzattiva, Tribunale per i diritti del malato, Coordinamento nazionale associazioni malati cronici), segnalava:

  1. le difficoltà nel godere effettivamente dei benefici previsti dalla legge
  2. le forti differenze che si riscontrano tra regione e regione,
  3. più del 40% dei pazienti non ha spesso accesso ai farmaci indispensabili o ai farmaci per la cura delle complicanze.

Peggio ancora, secondo Il Sole 24 ore nel “Focus sanità” del 11-17 Novembre 2008, per quanto relativo l’inadeguatezza sanitaria e il mancato accesso ai diritti, ovvero ‘costi e disagi, che determinerebbero la rinuncia alle cure da parte di 1 paziente su 4 a cui andrebbe aggiunto un 37% che desiste per gli ostacoli burocratici’, che evidentemente vengono posti dai diversi ospedali e ASL.

Aggiungiamo la bella trovata della legge sulla disabilità (L. 68/99), che apparentemente aveva accolto – con sette anni di ritardo – le direttive del WHO che impongono di tenere conto della ricaduta funzionale e non solo del danno biologico, ma che, viceversa, le ha solo menzionate nella norma vigente.
Risultato? Si continuano a conferire punteggi in base alle patologie ed a un sistema di punti non troppo diverso dal preesistente, come se si fosse di fronte ad un tirchio ispettorato assicurativo e non dinanzi ad una benefica istituzione medica tramite la quale lo Stato garantisce l’accesso a diritti essenziali.
O della porta di servizio tramite la quale i servizi ancora in carico diretto al SSN (quelli pagati prima, di solito) sono stati esternalizzati in alcune regioni su strutture non pubbliche, cosa che riduce notevolmente le tutele dei malati, specie dopo l’introduzione delle cartelle cliniche elettroniche, e comporta non pochi disagi, visto che le norme prevedono che le certificazioni emesse siano validate/riemesse dal medico di base.

Malpractice Cartoons by T. McCracken mchumor.com/medicine_malpractice.html

Preso atto che le malattie rare (sempre e comunque croniche) sono solo cinque tra quelle in elenco, parliamo di una legge che nega diritti internazionalmente riconosciuti a chiunque non soffra delle patologie elencate nella lista. Utile aggiungere che i malati italiani delle quasi 3.000 malattie rare esistenti sono milioni.
Il ritardo ‘de facto’ nell’applicazione delle direttive WHO-1992 (in italiano OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità) su funzionalità, lavoro e disabilità, ammonta ormai a 21 anni.

O, peggio, che addirittura nei contratti di lavoro, stipulati dallo Stato (non il ‘bieco aguzzino’ privato) per i propri dipendenti di ruolo, non sono considerati i diritti (e le dovute garanzie) a tutela dei malati con prescrizione sanitaria emessa da una commissione medica collegiale, di cui fa obbligo la norma nazionale apposita (art. 42 comma c d. lgs. 88-2008).

Una situazione drammatica per non pochi cittadini non (del tutto) abili al lavoro, oltre che sofferenti nella salute, come, ad esempio, quella del Lazio, dove almeno una ASL non concede l’art. 3 comma 3 della L.104 (quello che consente tre giorni di malattia al mese, per intenderci) neanche a persone con malattie congenite che devono essere sottoposte a frequenti terapie ospedaliere o che lesina punti, tanti punti, di invalidità a persone con doppio bypass, seri problemi metabolici, malattie croniche e notoriamente gravose, eccetera …

Un sistema che – grazie al de facto mancato assorbimento delle norme OMS che distinguono tra invalidità e capacità funzionale a svolgere una certa mansione/incarico – trasforma i malati italiani in due precise categorie: ‘gravissimi’, ovvero insindacabilmente non atti al lavoro, e ‘tutti gli altri’, ai quali – salvo esenzioni ticket (ci mancherebbe altro …) spetta poco o nulla, con un’età pensionabile che si allontana sempre di più.
Un sistema che aggravia i costi del lavoro per incrementare le spese sanitaria ed assistenziale, visto che un malato cronico che lavora senza tutele, si aggrava e necessita anche di maggiori cure, oltre ad assentarsi.

Malpractice Cartoons by T. McCracken mchumor.com/medicine_malpractice.html

Qualcuno ha provato a chiedersi se costa di più un lavoratore ultracinquantenne aggravato da particolari carichi di lavoro, che, ricorrendo frequentamente a cure e controli, richiede anche una spesa sanitaria di 30-40.000 euro annui o costa di meno un lavoratore con 25-30 anni di contribuzione che diventi un part timer od un pensionato e che, però, se la cava da solo ed incide molto meno sulla spesa sanitaria?
E, soprattutto, è questa una domanda lecita in una nazione come l’Italia, dove abbiamo circa un centinaio di parlamentari che arrivano dal settore sanitario ed un altro tanto dagli apparati locali di partito?

Di questo dovrebbero scrivere e raccontare – a proposito di invalidità e lavoro – i nostri quotidiani, non (solo) dei soliti tremila furbi che si annidano in tutte le categorie umane.

originale postato su demata

Polverini, i disoccupati e la sfiga … degli italiani

8 Ago

Renata Polverini (foto da Today.it)

Renata Polverini ha ricoperto dal 1999 al 2005 l’incarico di vice Segretario Generale dell’Unione Generale del Lavoro (ex CISNAL), occupandosi, fra l’altro, delle principali vertenze unitarie degli ultimi anni, dall’Alitalia alla Fiat di Melfi, dalla ThyssenKrupp di Terni al rinnovo del contratto per il pubblico impiego.

Fu eletta Segretario Generale dell’UGL nel Congresso del febbraio 2006, il 30 marzo 2010 viene eletta Presidente della Regione Lazio. Per la sua attività sindacale ricevette la stima di Veltroni che, fin dal 2008, la voleva come candidata nel PD. (fonte Affari Italiani e L’Occidentale)

Bene, anzi male: Renata Polverini, ieri durante la riunione del Comitato dei Nove, avrebbe definito gli italiani disoccupati come degli “sfigati che aspettano i soldi”. Lo riferiva quasi in diretta, su Facebook, il deputato Salvatore Micillo di M5S, che, poco dopo, precisa di non aver sentito di persona la frase, ma che erano presenti Alessio Villarosa e Mimmo Pisano e di riportare loro affermazioni.

micillo polverini disoccupati facebook

Il ‘gravissimo episodio’ veniva confermato dallo stesso On, Mimmo Pisano in serata, intervenendo alla Camera dei Deputati a fine seduta, che raccontava anche di come Renata Polverini si fosse anche rivolta all’altro parlamentare del M5S presente, Alessio Mattia Villarosa, “dicendo «Tu hai scocciato, te ne devi andare fuori » e facendo con i gesti della mano così: « Vai, vai, vai ». Al che il nostro collega, in maniera molto signorile, si è semplicemente accomodato fuori, dicendo che se ne stava andando, e lei ha detto: « Devi chiedere il permesso ». Dopodiché, si è presa la briga e anche l’arroganza di decidere che in quel momento il Comitato dei Nove dovesse essere fatto a porte chiuse, dicendo a tutti quelli che erano presenti che non fossero stati membri di uscire fuori e di chiudere le porte.”

Dopo le ‘battute’ di Calderoli sugli oranghi, mancava Renata Polverini con le sue ‘note uscite’ (ndr ed il ‘gergo popolare’) che hanno deliziato i cittadini del Lazio per un quinquennio. Ed, a quanto pare, anche questo è il livello delle nostre sedute parlamentari e commissioni/comitati connessi.

Certo, personaggi del genere sono potenzialmente candidabili, ma la responsabilità della loro candidatura – Porcellum o non Porcellum –  che inizi a ricadere sui partiti che li rendono eleggibili.
C’è alle porte la questione ‘presentabilità dei candidati’ per le prossime elezioni e … sarebbe il caso che qualche analista facesse due conti su quanti voti portino ‘certi Big della politica’ e su quanti ne facciano perdere …

P.S. La risposta di Polverini è arrivata poco fa: «Ho dato immediatamente mandato ai miei legali a presentare una querela nei confronti dei deputati Villarosa e Micillo. Non ho utilizzato nessuna espressione di ingiurio e, in realtà, è avvenuto esattamente l’opposto di quanto dichiarano i due deputati: il M5S aveva intenzione di bloccare il provvedimento ormai in votazione e di rinviarlo alle commissioni con il chiaro intento di farlo decadere e impedendo di fatto la messa a disposizione di strumenti normativi ed economici che danno più opportunità ai disoccupati ‘sfigati’ inteso come sfortunati in gergo popolare».

Sfigati e/o disoccupati che siano, probabilmente aspettano non solo ‘i soldi’ – combustibili in sussidi e clientele come da storia patria – ma anche e soprattutto lavoro e dignità, formazione e opportunità, on. Polverini. Lei che è stata sindacalista non dovrebbe dimenticarlo …

originale postato su demata

Napoli: chi non vuole le ZTL … a Roma?

2 Mag

Nonostante a Firenze si siano rivelate linfa vitale per il turismo, il commercio e l’artigianato, sebbene a Milano si siano rivelate la bacchetta magica per il capoluogo di una regione di 10 milioni di abitanti, sono forti le polemiche sulle ZTL a Napoli.

Come al solito, quando si legge delle disgrazie di Napoli bisogna diffidare, anche perchè – grazie alla tradizione inagurata da Scarfoglio e Serao – spesso si tratta di ‘chiacchiere e distintivi’ che hanno interessi altrove.

Un’interessante lettera pubblicata da Iustitia, settimanale di informazione on line, chiarisce i termini della questione a Napoli, precisando che “da giorni e giorni su Repubblica Napoli e Corriere del Mezzogiorno si susseguono articoli contro le ZTL, zone a traffico limitato, si riportano in dettaglio le posizioni di commercianti e si intervistano persone che sono contrarie”, nonostante “due sondaggi online promossi proprio da Repubblica Napoli hanno dato una netta maggioranza a favore delle ZTL (Centro Antico e Mare). I risultati di questi sondaggi, però, non sono stati riportati negli articoli pubblicati in questi ultimi mesi.”
Allo stesso modo, “WWF, Italia Nostra, Legambiente, Marco Mascagna, Cicloverdi, Mamme antismog, Associazione Culturale Pediatri, Pediatri per un Mondo Possibile hanno inviato comunicati sulla ztl l’8 aprile, il 10 aprile e l’11 aprile. Su Repubblica Napoli e sul Corriere del Mezzogiorno non è uscito neanche un rigo.”

Secondo l’autore della lettera, il ben documentato Pio Russo Krauss dell’Associazione Marco Mascagna, “chi legge Repubblica Napoli  e Corriere del Mezzogiorno (diretto da Marco Demarco, ndr) crede che sia un dato di fatto che le ZTL hanno aumentato il traffico, hanno messo in ginocchio il commercio, hanno determinato la chiusura di negozi.”

Viceversa, il TomTom Congestion Index 2013 riporta che Napoli è migliorata di 6 posizioni nella classifica della congestione del traffico, la Confcommercio evidenzia che la crisi colpisce soprattutto Roma e Torino e poi Napoli, che la  Confesercenti-Anama non considera allarmante a Napoli la percentuale di negozi chiusi (sfitti)  nei centri storici, a differenza di Cagliari, Rovigo, Catania, Palermo, e che, secondo l’Associazione italiana Confindustria Alberghi ed Il Sole 24 Ore, Napoli è la città italiana che ha registrato l’incremento maggiore di presenze alberghiere (10,5%) tra gennaio 2012 e 2013.

Tra l’altro, Firenze ha il 50% di ZTL in più rispetto a Napoli (3 kmq) e Monaco di Baviera è riuscita alimitare il traffico in ben 44 kmq del proprio territorio.


Dunque, oltre alle eterne faide della sinistra italiana (in tal caso verso il sindaco senza partito Luigi De Magistris) è possibile, visto l’attegiamento delle testate nazionali, l’origine di tante chiacchiere potrebbe risiedere nel fatto che affermare le ZTL a Napoli, dopo Firenze e Milano, funzionano, costringerà anche Roma ad una politica seria di mobilità e di dislocazione delle centralità.
Infatti, Roma destina oggi solo 4,2 kmq alle Zone a traffico limitato, che, però, sono straaffollate ed assediate dalle autovetture di quasi milione di di residenti, dalle decine di migliaia di auto blu e di padroncini e corrieri che svolgono commissioni, l’enorme frammentazione delle sedi istituzionali e l’irrazionalità logistica del Piano regolatore che costringono milioni di romani a trascorrere nel traffico il 10% della loro giornata.

Una città, la nostra capitale, che tra le tante improduttività annovera quella turistica, visto che il Colosseo e i Musei Vaticani raggiungono i 5 milioni di visitatori ciscuno, mentre a Londra ha quattro musei sopra la soglia dei cinque milioni, il Louvre di Parigi stacca 8,5 milioni di biglietti l’anno, Disney Paris raggiunge i 15 milioni di visitatori.
Un centro storico capitolino che, essendo ambito a tanti VIP in cerca di acquisti immobiliari a prezzo ‘politico’, non può derto fare spazio a bed & breakfast, turisti in sandalo ed American Express Oro, grandi investimenti ‘industriali’ nel turismo e nel Made in Italy.
Una città, che fu raccontata da Sordi e Pasolini, dove il mercato immobiliare è talmente anomalo, al punto che, a differenza di qualunque altra città, gran parte dei romani de Roma può permettersi di vivere ancora nei quartieri dei loro nonni, ma a condizione di mantenere le antiche ripartizioni urbanistiche e d’uso degli immobili con un traffico ed una logistica disastrosi.


Una Roma, dove l’Auditorium conta un milione di ingressi l’anno quasi quanti ne conta Rainbow MagicLand, il parco a tema di Valmontone, mentre buona parte del litorale spiaggioso non è assolutamente valorizzato. Una metropoli che rinuncia a creare un passante tranviario lungofiume – come dovunque – per creare piste ciclabili semi-deserte e terrazze per l’elio terapia degne del miglior Ballard. Un sistema locale che non riesce a rendere più appetibili i negozi del centro ai turisti che ormai trovano tutto anche a Shangai od Hong kong a prezzi scontati da balzelli fiscali, tributi e pizzo.

Una follia collettiva, che, in Italia, si traduce in un calo del settore alberghiero-turistico, che “è dovuto ai «prezzi fermi ormai da 3 anni» e ad «accorte politiche tariffarie difficili da sostenere a lungo». Inevitabile un riflesso anche sul mercato dei lavoratori, con un -2,6% di occupati (-2,8% a tempo indeterminato e del -2,5% a tempo determinato)”, come spiega Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi, sul Corsera.

Una discrasia che rende, probabilmente, indigeribile che il fatto che Napoli – la città dei cugini disgraziati, caotici e vituperati (non la ‘piccola Firenze’, non la ‘maniacale’ Milano) – si (ri)doti di un’organizzazione industriale e di una qualità turistica invidiabili, lasciando la Capitale sola a ‘combattere la modernità’?

E’ questo il vero problema ZTL a Napoli, di cui i media, anche nazionali, parlano in un modo ingiusto?
E cosa intendono fare, nel dettaglio, gli attuali candidati a sindaco di Roma in fatto di accrescimento dei flussi turistici e ‘solvibilità’ della città, mobilità e trasporti, inquinamento e vivibilità?
Come intendono fare Napoli e Roma intraprendere una strada di crescita, se il loro Medioevo, il loro Barocco, il loro Rinascimento ed il loro primo industrialesimo non diventino un valore aggiunto, sfruttato industrialmente? QUanti edifici pubblici potrebbero essere riconvertiti per la ricettività alberghiera?
Cosa farcene dell’enorme numero di teatri, musei e cinema di cui sono dotate queste città, senza i flussi turistici (e pedonali) che possono essere attratti, visto che Amburgo, per continuare ad attrarre il turismo interno, ha costruito una piccola fortuna, in soli venti anni, nel settore delle Operetten Haus?

originale postato su demata