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Vincenza Sicari, olimpionica, vittima della Sanità

13 Gen

sicari_2005Vincenza Sicari, 37 anni di base a Roma, azzurra alle Olimpiadi di Pechino 2008, dal 2014 vaga tra i reparti ospedalieri di 15 città senza ottenere diagnosi e – soprattutto – cure adeguate.

Claudio Mariani, primario all’Ospedale Sacco e ordinario di Neurologia all’Università Statale di Milano, per tentare un percorso curativo, scrive al ministro della Salute suggerendo un consulto di specialisti indipendenti e di alto livello che «mettano fine al girovagare della paziente». Consulto mai effettuato.

Viceversa, a fronte di “un percorso tortuoso documentato da migliaia di pagine di cartelle cliniche” – riporta il Corriere della Sera –  “alcuni dei medici che hanno avuto in cura la Sicari puntano invece con decisione su una diagnosi psichiatrica, attribuendo a questa la paralisi.
Tre trattamenti sanitari obbligatori le sono costati la riforma dall’Esercito e la perdita del posto di lavoro.

«Darmi della malata psichiatrica — spiega Sicari — per molti è la soluzione più comoda. Una matta va internata. E mentre io mi consumo nel letto, nessuno prova invece a curarmi».
 
Ecco l’ennesima malata  per la quale, non essendo in grado neanche di organizzare un consulto, la sanità pubblica romana preferisce optare per l’insanità mentale e – salvo la Federazione italiana di atletica leggera che la affianca – non c’è un’associazione per i diritti di qualcosa che se ne faccia portabandiera. Come, del resto, accadde anche dinanzi ad un caso gravissimo come quello di Lamberto Sposini.

A quando le associazioni rivendicheranno l’esigenza di informare i medici che ‘scienza e coscienza’ non hanno NULLA a che vedere con opinioni o religioni, bensì richiedono un’ETICA fondata sul metodo, ergo su protocolli certi e terapeuti in rete?

E quando le associazioni vorranno prendere atto che salvaguardare reparti ed ospedali stutturati “per apparati” equivale a negare l’apertura degli indispensabili centri di cura per i milioni di pazienti ‘rari’ che soffrono di ‘nuove malattie’ a base metabolica e/o neurologica?

Agire come se i pazienti fossero numeri (che lo facciano enti o associazioni cambia poco) è molto peggio che curare i malati in terra come a Nola …

Demata

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Cinque Stelle: dagli ospedali nel Lazio scappa chi può

14 Feb

Secondo le elaborazioni statistiche della Task Force Sanità del Gruppo Consiliare Movimento Cinque Stelle della Regione Lazio, nella ASL RMB il 44% dei pazienti ricoverabili presso l’Ospedale Sandro Pertini ed il 38% di quelli del Policlinico di Tor Vergata rifiutano il ricovero volontariamente, mentre il primo indirizza ad altra struttura per inapacità ricettiva il 13,5% dei pazienti ed il secondo il 125% …
Inoltre, a fronte di oltre 250.000 malati cronici, solo il 26% della popolazione residente nella ASL RMB fa ricorso ai pronti soccorsi di questa Asl, il resto vanno altrove o … evitano del tutto.

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Va meglio nella ASL RMA, che copre il 10% degli accessi regionali totali, ma – comunque – accade che “circa il 43% della popolazione cronica si rivolga impropriamente al pronto soccorso. Pertanto l’assorbimento da parte dell’assistenza territoriale è migliore rispetto ad altre asl, ma comunque insufficiente per risolvere il completo e corretto programma assistenziale dedicato a queste patologie”. E dire che parliamo anche e soprattutto del Policlinico Umberto I e dell’Università La Sapienza …

Peggio, almeno secondo la vox populi, la ASL di Latina dove “dei circa 50 mila pazienti che necessitano di ricovero ben 15 mila si rifiutano spontaneamente di accedere presso i reparti ospedalieri” o la ASL di Viterbo, se “l’Ospedale di Acquapendente … annovera soltanto il 12% tra codici rossi e gialli” oppure la ASL di Rieti, dove andrebbe tutto bene, se non fosse per l’elevata mobilità passiva, ovvero che … tanti vanno altrove.

Nella Roma C capita, poi, che ognuno dei circa  100.000 malati cronici residenti (il il 50% del totale) si rivolga al Pronto soccorso almeno una volta all’anno di media, escludendo l’ortopedia. Presso l’Ospedale Sant’Eugenio il 38% dei ricoverabili rifiuta volontariamente il ricovero e nella ASL tutta “quasi il 10% dei pazienti che fanno accesso al PS rinuncia volontariamente al ricovero” e “l’11% dei ricoverabili viene mandato in altre strutture per assenza di posti letto”.

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Nella ASL RMD, solo nell’Ospedale Grassi “ben 4300 pazienti su un totale di circa 13 mila ricoverabili decide di ricorrere ad altra struttura. Tra questi circa 2500 vengono mandati via per assenza di posti letto”.

Nella RME, viceversa, “l’80% della popolazione residente ricorre ogni anno ai pronto soccorso” e “la maggior parte degli accedenti ai PS non è residente”. Inoltre, “gli ospedali accreditati quali il Gemelli, il Fatebenefratelli, il Cristo Re e l’Aurelia Hospital … tendono ad accentuare la propensione al ricovero” con “un’anomalia nell’incidenza dei pazienti potenzialmente curabili presso il territorio (valori molto al di sotto della media) e parimenti un incremento del tasso dei ricoverati rispetto alla popolazione media che si presenta al Pronto soccorso. A fronte di una media di ricoverati rispetto agli accessi pari a circa il 15%, in tali ospedali la media si avvicina al 30%, malgrado l’incidenza dei codici rossi e gialli sia comunque spesso inferiore al 10%. In tal caso si presume si debba valutare l’appropriatezza dei ricoveri.” Come anche, sempre riguardo la RME, resta un mistero perchè “gli ospedali con maggiore propensione al ricovero presentano bassissimi tassi sia legati all’incapacità ricettiva e sia legati al rifiuto volontario del ricovero, mentre ospedali come il S. Andrea con una bassa propensione al ricovero è costretto ad inviare i propri ricoverabili presso altre strutture” …

Andando alla ASL RMF, dei circa 120 mila pazienti cronici “sembra che solo una piccola quota si rivolge al pronto soccorso” e anche quanti “si rivolgono impropriamente al pronto soccorso preferiscono comunque farlo presso altre ASL”. A Bracciano il 44% dei ricoverabili rifiuta il ricovero, a Civitavecchia il 30% circa.
Idem per la RMG, dove “soltanto il 29% della popolazione residente si rivolge ai pronto soccorso di questa Asl” e dove “il rapporto dei cronici che si rivolgono impropriamente al pronto soccorso è piuttosto alto (62%)”. L’Ospedale Angelucci vede il 45% dei pazienti che rifiuta il ricovero, il S.S. Gonfalone il 40% e, come per la ASL RME, vediamo “ospedali sottodimensionati in termini di posti letto malgrado abbiano una modesta propensione al ricovero. Paradossalmente le strutture private con alta propensione al ricovero non necessitano di posti letto.”

Fanalino di coda la RMH le cui strutture pubbliche “presentano gli indicatori negativi riferiti ad attrattività e accessibilità peggiori di tutta la regione”.

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Se non fosse per qualche zona d’italia ancor più disastrata, disastrosa e declinante, Roma e il Lazio potrebbero meritarsi la ‘maglia nera’ del management sanitario.

Infatti, i Cinque Stelle – alla stregua di tanti malati cronici che si battono da anni per i propri diritti ‘vitali’ – chiedono che anche la Sanità romana preveda la “obbligatorietà di avvio del percorso terapeutico dell’assistito e della relativa presa in carico appena questo si presenta impropriamente al pronto soccorso per patologie legate alla cronicità”.
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A che serve commissariare una Regione per quasi 15 anni ininterrottamente, se questo significa soltanto estraniare la Sanità pubblica dal dibattito politico per buttarla in cavalleria? .
Intanto, una parte di quei su detti malati, ogni tanto, muore.
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Tagli alla Sanità, la verità: la Politica ha abdicato, si tagliano servizi ma non la Casta

17 Gen

La Legge di stabilità permette ai Consigli Regionali di intervenire sulla Sanità entro il 31 gennaio per determinare i nuovi piani di bilancio dei rispettivi Servizi Sanitari Regionali ed attuare le economie necessarie.

Qualcuno li chiama ‘tagli alla sanità’, ma non sa o non ricorda che 30-40 miliardi del buco nero delle pensioni ex Inpadp (dipendenti pubblici) si creò proprio per ‘anticipazioni’ al sistema sanitario sotto l’egida di Tremonti e se oggi le pensioni di tutti ed il turn over della PA sono bloccati è a causa di questo.
Una vera vergogna, dato che quelli ‘anticipati’ (e mai tornati indietro) erano i soldi versati dai lavoratori.

Ancor più vergogna, se ricordiamo la deontologia che dovrebbe caratterizzare il settore Salute e poi scopriamo di intere ASL arrestate per mafia, di enormi policlinici saccheggiati da qualche ‘mondo di mezzo’ e ora sull’orlo del fallimento, di centinaia di migliaia di risarcimenti assicurativi per responsabilità professionale eccetera.

Dunque, non parliamo di tagli, bensì di RISANAMENTO e la stampa seria dovrebbe pur raccontarlo a qualcuno, specialmente se – andando alla pagina dell’economia – leggiamo le storie non edificanti di cui sopra.
Storie di cui la Rete gronda e che non stiamo qui a raccontar tutte, tanto ne bastano un paio per capire da che parte dovrebbero andare i ‘tagli’ e dove reinvestire le ‘economie’.

Roma è l’esempio ideale: ha un’enorme disponibilità ospedaliera e specialistica, ma il Recup ti da appuntamento a sei mesi forse meno forse più, anche se poi i conti presentano una spesa ospedaliera che che sfora del 50% la media nazionale e si paga un Irperf da record. Bella anomalia, eh?

Analizzando lo scenario troviamo che interi reparti e schiere di malati sono affidati a medici che sono nati nel 1948 o giù di lì, dimenticando che si va in pensione anche per sopravvenuti limiti di età biologica e tecnologica, ma soprattutto che ci costano il doppio.

Questo il motivo per il quale il Lazio taglia posti letto e prestazioni ai malati, ma non posti di lavoro. Secondo questa logica, ma non la nostra, costerebbe di più azzerare un reparto o un ambulatorio, che ‘si ripagano mentre funzionano’, piuttosto che ridurre di uno specialista, pagato decine e decine di migliaia di euro all’anno, se non centinaia, in un reparto dove ce ne sono già sei o sette della stessa specialità.
Perchè continuare a riconfermare medici ormai ultrasessanticinquenni e pure pensionati su incarichi, funzioni e poltrone che – di norma – dovrebbero almeno essere occupate da personale in effettivo servizio, che percepisce uno stipendio anche dimezzato rispetto ai soliti ‘ex sessantottini’.
Perchè tenerci un medico di sessanticinque anni a passa, che ha difficoltà persino con la posta elettronica, quando ne potremmo avere uno di quaranta con pedegree internazionale a metà del costo, senza dover licenziare due ausiliari o chiudere un ambulatorio oppure alzare Irperf e ticket?

Detto tutto no? No, manca ancora qualcosa.

Ad esempio il Contratto di lavoro dei medici, che possono essere adibiti a mansioni diverse, ma solo “fatte salve le eventuali specializzazioni di cui è in possesso ed esercitate all’interno della Struttura sanitaria”. Una vera mattanza, se vent’anni fa assumemmo tanti cardiologi e gastrenterologi ed oggi la prevenzione e i farmaci migliori ne hanno ridotto l’esigenza, teniamo aperti lo stesso i loro reparti consumando le risorse che andrebbero ai ‘nuovi’ settori e specialità mediche e raccondando ai cittadini che la colpa è dei tagli.
Risultato? Un intero ambulatorio di gastroenterologia che in una giornata fa la metà delle gastrocolonscopie o dei test al lattosio, ad esempio, con il doppio del tempo, il triplo del personale ed il quadruplo dello spazio rispetto a un ottimo poliambulatorio privato o convenzionato. Ci può stare.

Il risultato però è che i malati (speccie i quattro milioni di ‘rari’) che non trovano allocazione in un simile girone infernale vagano da uno specialista all’altro, con esami costosi, che – incredibile ma vero – vanno a dissanguare le loro tasche e quelle dei loro corregionali, manentendo funzionanti interi reparti che senza questo vagare non avrebbero ragione di esistere.
E tutto accade mentre nel Lazio vige una delle Irperf più gravose d’Italia, mentre oltre il 40% della popolazione è anziano, con il risultato che chi oggi contribuisce vede gran parte delle risorse destinate non a se o ai propri figli, bensì ai servizi geriatrici, come accade sia per la Sanità che per il Welfare.

E poi, c’è la questione che un privato assumerebbe un medico come direttore sanitario, un manager come direttore amministrativo. Una questione di buon senso, giusto? A Roma no e non solo lì.
Una vera e propria occupazione dei vertici amministrativi, se accade che siano dei laureati in medicina (e non in economia) a coordinare management, servizi, prestazioni, forniture eccetera per milioni e milioni di euro e di persone. Una mostruosità facile da comprendere, se si sa che i dirigenti scolastici non possono accedere a qual livello di dirigenza, soprattutto perchè molti non hanno le lauree in diritto o economia e che nel Lazio si rende possibile grazie a quasi quindici anni di Commissariamento più o meno ininterrotto.

Cosa pensare se la norma ha previsto un Commissario ad acta se la politica è incapace a governare /risanare e ci ritroviamo che il Presidente della Repubblica ha nominato non un manager, non un notabile o un contabile, ma lo stesso Presidente della Regione che è finita nel commissariamento e che questo accade praticamente da 15 anni?
Prendiamo atto che dietro l’opaco scudo di un Commissarimento ‘politico’ ed ‘eterno’, tutto il Sistema Sanitario del Lazio è in mano a laureati in medicina (non politici, non manager), cosa che ci indica ‘senza se e senza ma’ quale sia l’origine del problema.

Ma al peggio non c’è limite, perchè lo stesso problema lo ritroviamo in Parlamento, dove circa il 10% degli eletti proviene dal sattore sanitario, e al Senato, dove la Commissione Igiene e Salute è composta quasi completamente da ‘tecnici’ e non ‘politici’: su 28 componenti ben 13 sono medici, altri 5 sono biologi, farmacologi o infermieri e sono 6 i dipendenti di Inps o enti locali. Solo due gli esponenti di partito e due gli economisti.
Zero esponenti dell’associazionismo (malati e/o consumatori). Zero rappresentanza per ricerca (scienza) e mondo civile (etica). Di cittadini ‘qualunque’ zero, proprio zero. Zero, persino, le onnipotenti case farmaceutiche.

Se qualcuno si chiedeva chi/cosa rappresentasse la Casta nel Parlamento eletto nel 2013, questo potrebbe essere un indizio rivelatore. Anche perchè … grazie ad una recente norma, se un medico lascia uno sbrego a un malato (colpa lieve) praticamente non gli capita nulla, mentre se lo fa un genitore al figlio o un insegnante ad un alunno son sette anni di guai.
Ma il colmo è che, andando per tribunali, con buona parte della PA che ogni tanto incappa in qualche sentenza, accade che non v’è traccia di sanitari che incappino in irregolarità amministrative pur essendo cartelle e certificati atti come tutti gli altri. Come sia possibile, dato che molti potrebbero non aver studiato una riga di diritto, resta un mistero, ma i risultati del ‘va tutto bene’ … ce li troviamo poi nelle fatture e nei ticket per i farmaci e i laboratori.

Con uno scenario così – e ci siamo soffermati solo sugli aspetti ‘strutturali’ – non ci vengano a parlare di ‘tagli alla sanità’ chiedendo al governo di sborsare altri 4 miliardi che verranno sottratti agli esodati, ai pensionandi ed ai giovani disoccupati che attendono, per salvare posizioni apicali e dirigenziali mentre si tagliano i servizi ai malati.
Iniziamo, dunque, a parlare di tagli del personale sanitario, almeno per quanto riguarda coloro che abbiano l’età di pensionamento e/o doppi incarichi, se vogliamo dare più servizi con meno spese iniziamo a fare reparti e ambulatori dove ci sono due infermieri, un medico assistente e un medico strutturato, come ovunque, e non un infermiere e tre medici, di cui due primari ed uno pensionato riconfermato … e pretendiamo che tutti sappiano usare il computer a menadito, che già per stampare un’impegnativa, a volte è un’avventura.

E basta commissariamenti ‘politici’: o la Politica ci mette la faccia oppure – se i conti non tornano – che intervegano i pubblici ministeri od i super magistrati come Cantone, come per tutto il resto della pubblica amministrazione.

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Ordinaria follia sanitaria a Roma

21 Dic

La sapevate quella della Regione Lazio che per garantire cure appropriate sposta un malato acuto – astenico, iperteso e con retinopatie – da un ospedale generale con pronto soccorso a 15 minuti da casa /lavoro ad uno monospecialistico dermatologico senza pronto soccorso talmente distante, che dovrà percorrere sotto il sole e in pieno traffico romano 80 km e passa quasi due volte alla settimana, per poi svolgere in due giorni e mezzo il lavoro di cinque?

O quell’altra – sempre del Lazio – che garantisce la continuità delle cure affidando un malato raro complesso per una malattia metabolica a due specialisti pensionandi nel giro di due anni due, di cui uno gastroenterologo e l’altro dermatologo?

E quell’altra del malato over 50 che ha scoperto solo di recente alcune malattie banali (tiroide, allergie, intolleranze) che erano diventate devastanti, dato che per anni e decenni non erano state diagnosticate? E lo sapevate che per scoprire il quanto è dovuto andare – carta di credito alla mano – presso un centro privato per ottenere dei controlli concentrati in pochi giorni, sennò forse non ci si capiva ancora nulla?

O di quell’altra ancora di qualcuno che ha un gozzo enorme e che glielo aspirano ma non fanno la biopsia del liquido anche se è in impegnativa o quella del tracciato holter da allarme rosso che te lo consegnano per posta pur essendo in carico nell’ambulatorio e manco te lo spiegano, anzi ti dimetto con la minima a 120 ? O quell’altra del signore che andando dal cardiologo – ad esempio – in intramoenia paga più di una visita privata dove gli pare?
E quella del pronto soccorso che ti da il paracetammolo invece del farmaco salva vita, anche se vai con il tesserino di codice giallo fisso?

E quell’altra, pessima, dell’ambulanza che non ti porta nè nell’ospedale dove c’è il farmaco raro che ti serve e neanche quello più vicino, ma pretende di andare dove è predeterminato, magari a 30 km, anche se non avranno come curarti e tu non avrai come tornare a casa? E questo faranno se non insisti semisvenuto dalla branda?

O quell’altra tra le tante del malato seguito da un centro nazionale con cui il presidio locale nè si mette in contatto nè segue le prescrizioni?

O, infine, di essere costretti a scegliere se lasciare il lavoro o la regione o tutti e due solo perchè nel tuo municipio (da oltre 1 milione di abitanti e delimitato da due fiumi) non c’è un ospedale e neanche un centro infusionale-trasfusionale.

Adesso, provate ad immaginare che a voi sia accaduto tutto questo e forse anche di più: benvenuti a Roma, qui niente è impossibile.

E non è solo una questione di diritti elementari – non solo alle cure ma persino alla residenza, al lavoro, alla professione – ma anche una questione strutturale di Roma.

Non è un azzardo ipotizzare che tra malati rari (6-8% della popolazione) e quant’altro vi siano decine di migliaia di romani che – a rotazione ma ogni mattina – si rechino con relativo accompagnatore in un sito di cura collocato all’altro capo della città (per non parlare di quello che confluisce dalle province dopo la chiusura di reparti e ambulatori) e di altre decine di migliaia che si muovono per un accertamento o una visita medica occasionali.
Il tutto mentre hanno una ASL o un ospedale a 10 minuti da casa, che però non offre quel servizio oppure non lo pubblicizza /coordina adeguatamente o anche, banalmente, .il Recup lo spedisce chissà dove ‘per urgenza’, dato che i siti viciniori sono sovraffollati da persone che arrivano da altri chissà dove e hanno prenotato da tempo per ‘visita di controllo’.

Nessun Comune e nessuna infrastruttura della mobilità potrebbe reggere un volume di traffico così gravoso ed estemporaneo.
Nessun welfare locale può sostenere un contesto in cui la medicina regionale non si faccia carico dei bisogni dei malati al di fuori di una mera prestazione (se ricompresa) o di un cavillo (quando capita): le malattie croniche – almeno loro – hanno bisogno di precauzione, monitoraggio, coordinamento, preposti, presidi, reti, cartelle ellettroniche eccetera.
Nessun costo del lavoro può andare in pareggio se a Milano per una visita specialistica bastano due ore e da noi quasi due giorni … anche perchè di pomeriggio (quando chi lavora è di solito più libero) ci sono le attività intramoenia e non quelle del SSN /SSR.

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Emergenza Malasanità Lazio

31 Mag

Dalle notizie che circolano da alcuni mesi, sembra davvero che i centri di cura cattolici non godano di una buona gestione finanziaria e siano l’epicentro di una geronto-oligarchia.
Infatti, se a Milano il San Raffaele è fallito, la situazione romana degli ospedali cattolici è abissale e, se si parla dei centri di cura pubblici, la situazione è ancor peggiore.

Riguardo il settore ‘cattolico’, l’IDI – San Carlo di Nancy di Roma avrebbe un deficit di 300 milioni del tutto insanabile, il Policlinico Gemelli dell’Università Cattolica si sta rivelando un vaso di Pandora con almeno mezzo miliardo di esposizione finanziaria, l’IFO Regina Elena – San Gallicano è coinvolto nello scandalo del San Raffaele, il San Camillo – Forlanini ha la media di un medico per posto letto (fonte Fp Cgil Roma Ovest), i lavoratori del Santa Lucia attendo da mesi gli stipendi.

Passando agli ospedali pubblici, un medico del Policlinico Umberto I ha recentemente denunciato che “la dignità dei cittadini viene quotidianamente violata in quanto spesso non è possibile assicurare loro le più elementari condizioni di riservatezza legate al loro sesso ed anche le norme di igiene vengono rispettate con grande difficoltà. Alcune volte sono le stesse manovre di rianimazione ad essere ostacolate”.
Il CTO di Garbatella è “mezzo vuoto, con interi reparti buoni solo per ricoverare fantasmi” secondo Esterino Montino, capogruppo Pd alla Regione Lazio.
L’Ospedale Oftalmico sembra sia un cimitero di attrezzature non utilizzate e, dal 1 giugno 2011, l’attività delle quattro sale operatorie nuovissime è stata drasticamente ridotta riducendo di oltre 600 interventi l’attività rispetto al 2010.
Al Santo Spirito, pur essendoci tutte le dotazioni ed attrezzature, la carenza di ginecologi non permette di arrivare ai 1.500 parti all’anno (oggi se ne eseguono circa 1000).

A questo aggiungiamo che diversi municipi, anche se con centinaia di migliaia di residenti, sono del tutto privi di pronto soccorsi e ospedali generali e che la maggior parte dei siti di cura è collocato in luoghi raggiungibili solo con l’automobile o con più mezzi pubblici.

Situazioni quotidiane che sfociano, se è presente un politico od un giornalista in ‘casi eclatanti’ e che finiscono nel nulla se a lagnarli è il solito paziente ‘ossessivo’, visto che non v’è traccia di reclami, esposti e denunce. Eppure, siamo ben oltre il livello di guardia, come al San Camillo dove si è verificato lo scandalo dei pazienti curati a terra, al Policlinico Umberto I quello dei pazienti bloccati da giorni sui lettini del pronto soccorso, al Policlinico Gemelli quello della tubercolosi neonatale e della vigilanza sanitaria sui lavoratori. Oppure al Sandro Pertini, dove, in relazione alla morte di Stefano Cucchi, i medici e agli infermieri sono sotto processo per falso ideologico, abuso d’ufficio, abbandono di persona incapace, rifiuto in atti d’ufficio, favoreggiamento, omissione di referto.

Caso mai la cronaca o i dati finanziari non bastassero a dimostrare il totale dissesto in cui la Regione Lazio ha portato la già carente e sprecona Sanità romana, arriva il Tribunale dei diritti del malato a documentare che nei 27 Pronto Soccorso del Lazio l’attesa per un ricovero varia da 24 ore a 4 giorni.
I dati nazionali ci raccontano che, molto probabilmente, nel Lazio ci sono circa 40.000 malati rari che rinunciano alle cure a causa degli ostacoli interposti dal ‘sistema’, ovvero burocrati e medici.

Una mattanza di malati e denari che è esplosa con l’immobilismo della Polverini verso gli apparati ospedalieri e la classe medica romani, ovvero gli unici responsabili di questo disastro.
Una tragedia collettiva che lede profondamente i diritti costituzionali dei cittadini, oltre ad attentare alla vita dei malati, che trova origine anche nelle improvvide politiche del governatore Marrazzo, visto che in 10 anni si sono tagliati oltre 10.000 posti letto senza alcuna logica, che i centri di eccellenza da anni stanno scemando, che gli ospedali e gli ambulatori sono talmente mal gestiti che o sono ridotti ad astanterie o sono semideserti.

Una classe politica romana che non ha voluto rinunciare al consenso della lobby sanitaria, potentissima in città, e che non ha saputo trasferire personale e servizi dove servono, garantire accesso e tutele ai malati, informazione e trasparenza ai cittadini.

Di tutto questo, la stampa nazionale non ne parla. Probabilmente, lo impedisce la piaggeria degli editori e dei comitati di redazione verso clero e medici.
Eppure, oltre al dissesto miliardario che incombe sulla Regione Lazio e sulle casse italiane, c’è l’evidenza che nella Capitale italiana i malati hanno una vita davvero difficile e perigliosa, non a causa del propri male, ma in conseguenza di un sistema sanitario da pazzi ed una classe medica che non dimostra l’etica cui sarebbe per giuramento tenuta.

Che almeno si abbia la dignità, politici e direttori di testata, di non raccontare ai cittadini, non almeno a quelli malati, di risanamento o di sacrifici, di ‘salva Italia’ ed di altre belle ‘chiacchiere’, se con una Sanità capitolina ‘così’ nessuno (Stato, Ordine dei Medici, media, onlus dei malati, magistratura, revisori dei conti) interviene a tutela della vita umana e dell’Erario.

Difficile parlare, nel Lazio, di Costituzione e di diritti ad un malato, ma nenche il Presidente Napolitano sembra essersene accorto. Tanto, per riempire il crac della sanità romana ci penseranno i cittadini italiani … grazie a nuove tasse e cosa mai?

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