Tag Archives: Poletti

Unità a Sinistra? Ci vuole prima una linea comune …

9 Dic

Pisapia, Doria e Zedda – su Repubblica – lanciano l’appello a politici ed elettori: “Non rischiamo l’effetto Francia, la sinistra vada unita alle elezioni, ricordiamoci come si vince”.

Bella idea, ma fatto sta che Poletti, Camusso, Boeri, Damiano, Fassina e Renzi abbiano idee molto molto diverse riguardo pensioni, esodati, disoccupati, ripresa industriale, diritti e servizi … la salute dei malati, le unioni gay … le banche … Roma Capitale … la pubblica amministrazione … eccetera eccetera.

Non a caso in Francia il Fronte Nazionale vince promettendo cose ‘semplici’: pensioni a 60 anni, protezionismo industriale, lavoro per i giovani e le donne, laicità e centralità dello Stato, ritorno delle politiche valutarie.

Senza parlare della solita spocchia che impedisce alla Sinistra di confrontarsi con chi diverge dai ‘santi tabù’ del cosmopolitismo e del consociativismo ad ogni costo, con il risultato che persino le aree metropolitane di Parigi e Lione preferiscono Sarkozy ad Hollande.

Potrebbe rivelarsi davvero una pessima idea quella di chiedere ancora una volta consenso e voti non sulla base di un programma ma solo per ‘ricacciare i fascisti nelle fogne’.

Infatti, Giuliano Pisapia, Marco Doria e Massimo Zedda sono i sindaci di Milano, Genova e Cagliari e ben sanno quali danni sociali (povertà, sicurezza, giovani, anziani, malati) si stanno radicando a causa dell’incapacità – della Sinistra in generale – ad intervenire su assistenza e previdenza a causa sia della atavica contiguità con sindacati, cooperative, onlus che della recente convergenza con apparati pubblici e finanziari.

Ad esempio … troviamo i soldi per salvare alcun note banche e li troveremo anche per rimborsare in parte gli investitori, come li troviamo per le pensioni d’oro ma … non ce ne sono per sbloccare le pensioni ‘normali’ o i salari ‘minimi’.
Oppure siam pronti a difendere l’esposizione dei simboli cattolici nei luoghi di istruzione pubblica, dove vengono educate le nuove generazioni, ma … i diritti degli omosessuali o quelli ‘alla privacy’ come i ‘conflitti di interessi’ e le ‘sliding doors’ possono attendere.

Pejus … che posizione prende ‘il Partito’ quando – ad esempio – in una Regione o in un Comune importante il Governatore o il Sindaco ‘rossi’ si ritrovano a metà consigliatura a non riuscire a garantire neanche i servizi essenziali alla Sanità o alla Sicurezza stradale?

Sarebbe il caso che la Sinistra si dia una linea.

Demata

Pensioni d’oro: i numeri dell’Inps

6 Nov

I pensionati Inps che percepiscono più di 5.000 euro lordi al mese sono solo 123.895 su un totale di 7.504.221; la metà sono ex dipendenti pubblici (53% ex-Inpdap).

La spesa su 13 mensilità è di 9.017 milioni di euro a fronte di soli 3.740 milioni per ben 848.716 persone bisognose (pensioni o assegni sociali) e di 16.662 miseri milioni annui di spesa assistenziale dell’Inps per ben  2.781.62 malati gravi (invalidi civili privi di reddito).

Altro da dire?

Demata

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Huffington Post – Il piano di Tito Boeri

Lo stato dell’arte del Partito Democratico

5 Ott

Antonio Bassolino sarà il prossimo candidato sindaco al Comune di Napoli, sembra ormai esser cosa certa. Eppure c’era lui come Governatore regionale e Commissario ad acta mentre si verificava un traffico di rifiuti tale da provocare un enorme disastro ambientale e sanitario. E, tra le tante, per vent’anni – con lui al Comune e poi alla Regione – il sito di Bagnoli è rimasto fermo pur essendo un’area postindustriale con problematiche residue di inquinamento ma con prospettive di sviluppo turistico ed occcupazionale notevoli.

A quale bacino di voti attingerà il Partito Democratico, con Bassolino candidato sindaco, sarà tutto da capire, specie tenuto conto che alle ultime amministrative i partenopei che hanno votato ‘a sinistra’ erano forse il 10% della base elettorale.

Sempre in Campania, c’è il recente mandato a Governatore regionale per Vincenzo De Luca – sostenuto da Matteo Renzi con tanto di volo presidenziale a Salerno – il quale ha una sfilza di procedimenti giudiziari, di cui alcuni prescritti ed altri con condanne di primo grado.

A Roma, c’è il sindaco Ignazio Marino di cui spesso i media devono occuparsi non per denunce e interventi anticorruzione quanto, piuttosto, per le sue assenze, l’estemporaneità di certe sue dichiarazioni e talvolta ancche delle smentite, eccetera eccetera. In Regione c’è Nicola Zingaretti e non sappiamo cosa stia facendo, vista la pressochè totale assenza di notizie sui media di come vadano le cose nel Lazio, quanto meno per sapere se qualcuno sta facendo qualcosa.

Altrettanto silenzio mediatico c’è su Torino (Fassino) e Milano (Pisapia). Eppure tra i successi della Jeep e l’Expo che sta finendo qualche info su come vadano le cose da quelle parti e cosa facciano i nostri politici ce la saremmo meritata. Peggio ancora in Puglia dove la Giunta regionale di Michele Emiliano si è costituita a fatica, dove c’è l’impellente problema di Taranto e della sanità in generale e dove almeno un assessore già si affida alla … Vergine Maria. O dalla Sicilia, dove Rosario Crocetta si contrappone a Lucia Borsellino, che è tutto dire.

A livello nazionale Matteo Renzi sembra aver esaurito le munizioni:

  • la Buona scuola ha dato lavoro alla sua base elettorale primaria (i quarantenni acculturati ed i loro genitori)
  • riguardo gli over50 ed il ricambio generazionale che attendono i ventenni, l’approdo di Tito Boeri all’Inps si sta dimostrando un flop, mentre le proposte di Poletti somigliano fin troppo a quelle della CGIL, scoprendo un fronte interno nel PD tra Coop e Sindacato
  • l’universo delle rendite da mattone e da proprietà rurali ha ottenuto il rinvio della riforma del catasto e aridaglie con l’abrogazione delle tributi sugli immobili
  • a parlare di rilancio industriale, servono sgravi e commesse per la grande industria se vogliamo ripartire ed innovare davvero, ovvero interventi sul lavoro e sulle infrastrutture (rischio idrogeologico, porti, strade, sistema sanitario, eccetera), ma le chiacchiere stanno davvero a zero.

Lo stallo in cui è andato ad infilarsi Matteo Renzi è un gran problema. Non solo c’è la questione posta da Tito Boeri sul lavoro e quella delle misure populiste sulla casa.

L’NCD di Alfano e parte del Centrodestra possono e potranno rivendicare a proprio merito praticamente tutta l’azione di governo finora sviluppatasi: giorno dopo giorno i Cinque Stelle restano incollati al PD, in termini di sondaggi e consenso, e sarà tutta da scoprire l’alleanza democratica-popolare che sarà necessaria per garantire la riconferma di Matteo Renzi.

La trappola micidiale è nella dicotomia tra il riformatore Renzi, quando deve fare il Premier, ed il segretario di partito Matteo, quando c’è da garantire un successo elettorale costi quel che costi.
Peggio ancora, se poi il Partito non gli garantisce i voti in Parlamento, chi è eletto alle amministrative va in direzione opposta e chi si professa di sinistra lo attacca di continuo con manifestazioni di piazza.

Anni fa era uso generale che il segretario di partito non potesse essere anche capo del governo, sia per evitare che la sua immagine fosse coinvolta nei fatti e misfatti di onorevoli e amministratori sia per responsabilizzare il suo partito a sostenerlo. Poi, dalla presidenza del Consiglio di Bettino Craxi, questo limes venne superato e con il Berlusconismo cancellato.
Ecco i risultati.

Demata

Perchè Merkel ha ragione?

17 Lug

Chi pensa che i contabili europei siano degl aguzzini, mentre i populisti antieuro siano gli alfieri della democrazia si sbaglia. Anzi, peggio, è in malafede.

Infatti, qualcuno crede davvero che sia giusto promettere di pagare tot fatture o cambiali a 60 giorni e poi presentarsi al 91esimo senza un denaro e chiedendo anche lo sconto? Immagino che nessuno – neanche il ragazzino che attende la paghetta o il premio per la promozione – sia lontanamente disposto ad accettare ‘promesse a geometria variabile’ …

Eppure, c’è una certa parte della politica che si comporta così, allorchè si occupa dei nostri soldi, perchè succube – causa incompetenza propria – delle burocrazie ministeriali e locali, giustificandosi con gli elettori invocando insopportabili imposizioni e tagli, che in realtà sono piani finanziari pluriennali e limiti di budget, per i quali ci si poteva predisporre per tempo.

Ad esempio, ci  sono le regioni con le loro agenzie od enti e le loro forniture, le cui ditte preferiscono cedere i crediti ben prima deila scadenza della prima rata di pagamento, pur di esser certi di incassare repidamente, lasciando  il 10-15% alle finanziarie che rilevano il credito, le quali a loro volta dovranno attendere mesi  (o anni) per il saldo, lasciando sul tavolo sconti e crediti contestati (se va male) o incassando lauti interessi (se a bene). Morale della favola, la PA paga con molti mesi di ritardo e cerca puntualmente di sottrarsi o comunque di dilazionare; chi ne fa le spese è l’Italia sia in termini di ricchezza sia in termini di efficienza dei servizi; i demagoghi fomentano il popolo applicando tagli a casaccio  e riversandone la colpa su altri.

Altro esempio, ognuno di noi versa il 9,9% del proprio reddito per l’assistenza sanitaria che, in soldoni, equivale a quasi 300 euro mensili per chi ha uno stipendio netto di 1.600-1.800 euro. Beh, con 400 dollari al mese in USA vi pagate una copertura assicurativa di prima classe, con 200 $ (quel che versa chi guadagna 1000 euro netti) andate in qualunque clinica privata, qui da noi finite in barella per ore ed ore al pronto soccorso. Peggio ancora se invece di sanità parlassimo di previdenza. Morale della favola, i nostri sindacati non ci tutelano, avallando un sistema previdenziale e sanitario iniqui e spreconi; chi ne fa le spese è l’Italia sia in termini di ricchezza sia in termini di efficienza dei servizi; i demagoghi fomentano il popolo invocando un bengodi che non c’è e procastinando le soluzioni ad un futuro che non arriva mai.

Dovremmo riflettere prima di pensare che l’Europa pretenda da noi cose impossibili: la diretta conclusione che se ne trae è la conferma definitva di una ‘storia’ che gira da 2000 anni. I popoli latini sono culturalmente più corrotti o corruttibili di quelli centro-nordeuropei’? Sarebbe meglio fornire ampie e dimostrabili smentite, mantenendo gli  impegni presi  e non buttando in politica (in cavalleria) i guai e le soluzioni, se vogliamo convincere Europa e Germania ad adottare maggiore flessibilità finanziaria. O pensiamo che Normanni e Sassoni abbiano voglia di cambiare le proprie regole (vincenti) per dar seguito ai Celti imbelli od ai Cattolici furbetti?

Demata

Pensioni: ritornano le Quote, ma il dettaglio è nelle contribuzioni figurative e nei riscatti

8 Giu

Saranno due i modelli di riferimento della riforma pensionistica che Tito Boeri potrebbe proporre a Matteo Renzi, avallando i lavori della Commissione presieduta da Damiano:

  • Quota 97, ad almeno 62 anni di età e 35 anni di versamenti all’Inps, con una penalizzazione massima del 12%
  • Quota 41, per i lavoratori precoci ad almeno 57 anni di età con almeno 41 anni di versamenti all’Inps (in pratica Quota 98)

Nell’ambito di questi modelli saranno da capire alcuni ‘dettagli’.

Innanzitutto, la Quota 41 che sembra davvero una ‘mission impossible’ da raggiungere per un lavoratore.

Infatti, per essere ‘precoci’ ed andar via prima dei 62 anni con una Quota 41 ‘secca’, bisognerebbe avere iniziato a lavorare almeno a 17 anni e mezzo di età, versando i contributi fin dal primo giorno e senza interruzioni per 41 anni consecutivi …

Dunque, a meno che non vengano considerati anche i contributi figurativi o di riscatto, stiamo parlando di poco o nulla.

C’è poi la questione degli over55 al lavoro in condizioni di salute non buone (circca il 30% del totale, dati Inps – Istat). E potrebbero restarci per molti anni ancora, se i malati gravi e/o con invalidità superiore al 74% non verrà trovato il modo per pensionarli da 57 anni in poi, come per i precoci.

Tra l’altro, basterebbe che Tito Boeri, motu propriu, modificasse la contestatissima circolare Inps del 2002 con cui venne de facto tagliato lo scivolo di cinque anni per gli invalidi gravi.

Dulcis in fundo, la Quota 97. Perchè 62 anni e 35 di contributi si e – ad esempio – 59 anni e 41 di contributi no?

Vedremo se di fatto si resterà ad una formuletta utile a mandare a casa un po’ di donne e di pubblici dipendenti (Quota 97), su cui c’è già l’accordo generale. Se, viceversa, si vuole risanare l’Inps e ringiovanire il Lavoro per davvero, sarà dai ‘dettagli’ che potremo capirlo.

La flessibilità è tutta nei dettagli, senza di loro ‘o mangi la minestra oppure salti la finestra’ …

Demata

Pensioni, le soluzioni ed il coraggio della semplicità

3 Giu

Fatte le elezioni regionali e festeggiato il 2 giugno, il Governo italiano si ritrova al capolinea di quel welfare e di quelle pensioni, che Monti, Mastrapasqua e Fornero vollero.

Un termine inderogabile per tanti e troppi motivi, ma soprattutto uno: lo stallo.
Infatti, attualmente nessuno sa dire ‘quando andranno in pensione’ i milioni di lavoratori over55, che si ritrovino con 35 o 40 anni di contributi.

Non solo una questione di iniquità, come quella delle pensioni ‘retributive’ mantengano la stessa progressività di quelle ‘contributive’.
La quaestio è che tra agevolati, esodati e rinviati ad libitum non c’è più nessuno che sia in grado di dare conti e previoni finanziarie sul sistema previdenziale italiano … è questo non va certo bene, se pensiamo che per l’Europa l’Inps non è altro che un’enorme compagnia assicuratrice, praticamente una banca.

Una Allgemeine (un)Versicherung, che – essendo in stato fallimentare – ha ben pensato di ricorrere alla prassi di trattenere i fondi versati dai ‘clienti’.

Età Pensionabile Mondo

Come se ne viene fuori? Seguendo l’esempio del resto d’Europa, che, pur fissando l’età pensionabile a 67 anni, ha anche previsto ‘qualche’ correttivo …

  • Austria: pensioni ridotte del 4,8% per ogni anno anticipato rispetto all’età pensionistica standard, con un massimo di penalizzazione del 15%
  • Francia: pensioni ridotte, in proporzione all’età e ai contributi versati, a partire dal compimento del 60esimo anno di età
  • Spagna: pensioni ridotte a partire dal compimento del 60esimo anno di età e contribuzione minima di 33 anni. Part time per chi è prossimo alla pensione
  • Germania: pensioni ridotte del 3,6% per ogni anno di anticipo alla Quota 108 (63 anni e 45 anni di contributi). Per gli invalidi oltre il 50% l’età pensionabile è ridotta a 60 anni.

In sintesi, andiamo a rilevare che:

  1. l’età pensionistica standard italiana è adeguata (67 anni) come lo è il termine contributivo (44 anni): il problema è nell’enorme conflitto di interessi esistente tra Inps e Stato italiano
  2. l’anticipo pensionistico per gli invalidi è – da noi e solo da noi – considerato uno spreco: altrove – dove le assicurazioni coprono vecchiaia, lavoro e salute – ci si accorge che è un risparmio (per Sanità e Welfare)
  3. la flessibilità – part time o anticipo pensionistico – per chi abbia superato la Quota 96 è vista come una regalia: meglio tenersi al lavoro fino al 2023 dei sessantenni ultrademotivati od iperabbarbicati?

Senza scervellarsi troppo e tenuto conto sia che la finanza europea è qualcosa di sovranazionale sia che i sindacati hanno il loro peso, basterà (basterebbe) ‘copiare’ un po’ di parametri dagli altri:

    • pensioni d’anzianità: Quota 110 (es. 67 età + 43 contributi)
    • pensioni anticipate con penalizzazione del 4% annuo: Quota 100 (es. 58 età + 42 contributi)
    • invalidi e usuranti con penalizzazione del 2% annuo: Quota 95 (es. 57 età + 38 contributi)
    • pensioni ‘retributive’ già in erogazione: collocazione fino ad esaurimento in un Fondo a controllo pubblico

I soldi ci sono, basti pensare che un milione di pensionandi con decurtazione del 40% del TFR lasciano in cassa decine e decine di miliardi … per non parlare dell’attivo che si troverebbe l’Inps se le correnti pensioni ‘retributive’ fossero collocate in un Fondo apposito.
Vedremo se Tito Boeri avrà quello che finora è mancato: il coraggio di fare qualcosa di ‘normale’.

popolazione Titolo di Studio Mondo

Forse Monti Fornero e Mastrapasqua non lo ricordano, come non lo ricordano oggi Camusso e Poletti, ma l’Europa non chiede solo l’aumento al 75% degli occcupati tra i 20 e i 64 anni d’età, cosa ben diversa da quella proclamata (e fatta) in Italia finora.
L’Unione Europea – nella ‘Strategia Europa 2020’ – richiede sia l’incremento dei laureati al 40% sia il miglioramento delle condizioni di lavoro, una più adeguata gestione dell’età e la promozione della capacità lavorativa durante l’intera vita lavorativa.

Demata

Pensioni: i conti senza l’oste

19 Mag

Quando si parla di previdenza, si deve guardare anche ai giovani e non solo agli attuali pensionati. Questo il ‘Renzi pensiero’, che sembrerà ovvio, ma così non è.

Infatti, alla conta mancano gli attuali occupati  (o disoccupati) tra i 40 ed i 65 anni d’età, come mancano gli invalidi.

Riguardo gli invalidi, l’Inps centellina riconoscimenti e pensioni in nome dei ‘falsi invalidi’, ma le cose sono ben diverse da come ci raccontano i media, se la Relazione Generale sulla Situazione Economica dell’Italia (MEF 2009) dimostrava che per l’invalidità il nostro Paese spendeva solo l’1,5% del proprio Pil (media UE 2%), con un Fondo Nazionale per le Politiche Sociali (fonte: Ministero del Lavoro) che dal 2009 al  2011 fu tagliato di oltre 200 milioni, prima ancora che Monti “salvasse l’Italia”.

In Germania – dove gli invalidi riconosciuti sono quasi il 10% della popolazione (in Italia solo il 6%) – per permettere alle persone disabili e bisognose di assistenza di condurre una vita possibilmente autonoma e autosufficiente, invece di singole prestazioni di servizi possono essere, addirittura, erogate su richiesta  prestazioni pecuniarie, regolari o straordinarie, o buoni equivalenti destinati all’organizzazione autonoma e al pagamento dei servizi necessari.

Riguardo  chi lavora o potrebbe farlo, annotiamo una realtà drammatica:

  1. buona parte non ha iniziato a provvedere prima dei 35 anni alla propria  pensione e prevedibilmente a 65 anni avrà poco più di 30 anni  contributivi, cioè nulla
  2. un’altra componente, che fa capo ai settori  tenico-professionali degli Anni ’80, sarebbe già in pensione con il massimo, se non era per Monti, Fornero  e Mastrapasqua
  3. i quarantenni oramai non sono più giovani e – a far due conti – non pochi di loro hanno già accumulato almeno una dozzina di anni di contribuzione.

La tentazione di liquidare gran parte degli over55, esodandoli con apposito salario minimo, è forte ed, a ben vedere, fonte di minore spesa pubblica nel lungo periodo. Allo stesso tempo, chiunque abbia iniziato a versare contributi previdenziali prima dei 30 anni è accomunato dalla stessa sorte, che oggi abbia 40 o 55 anni: in pensione più tardi che mai, ci sono i pensionati, i giovani e … i ‘burned’ da sostenere.

Se i soldi per le pensioni non ci saranno, già oggi è difficile spiegarlo a chi ha iniziato a contribuire da ventenne e si ritroverà, a  60 anni, bloccato al lavoro per versare i contributi degli altri.

Demata (blogger since 2007)

Scuola, infrastrutture, legge elettorale, pensioni: mutare tutto per cambiare nulla

5 Mag

E’ o non è un ‘inciucio’ approvare una riforma elettorale con soli 19 voti di vantaggio (334 su 630) in una Camera dei Deputati eletta con un premio di maggioranza incostituzionale e un voto blindato dalla fiducia al Governo o tutti a casa?

renzi boschi

E’ o non è una vergogna trovare una dozzina di miliardi per i diritti di chi è già gode di una pensione tre volte superiore al minimo, mentre persino gli invalidi gravi che dovevano andare in pensione da quest’anno si troveranno ad attendere il 2018 o forse mai?

E’ pura demagogia convocare i soliti scioperi per ‘salvare la scuola italiana’ dalla cancellazione del precariato, come dal diritto dei presidi di scegliersi i diretti collaboratori (ed essere sostituiti se si ammalano) oppure dal diritto degli alunni ad essere valutati uniformemente su tutto il territorrio nazionale?

E’ tutta ‘una chiacchiera’ quella dei conti dello Stato, se manco sappiamo quanto costerebbero sanità, pensioni e welfare ‘a regime’ o – peggio ancora – quanto costa rinnovare e manutentare le ‘infrastrutture’ lasciateci da 40 anni di saccheggio e spreco?

E’ sbagliato prendere atto che ormai siamo governati da partiti che non abbiamo eletto (Renzi senza Bersani e Letta ma con i Montiani; Alfano con i transfughi di UDC e Lega)?

E, soprattutto, è il caso di dirlo, se i media si preoccupano di cosa faranno i pensionati con il gruzzoletto che gli arriverà, mentre ignorano del tutto percchè e per cosa serva una ‘buona scuola’, dimenticando che l’Inps è ormai un ‘crollo annunciato’ e che risistemare il Belpaese significa prima ripristinarlo?

Demata (blogger since 2007)

Lavoro e pensioni: fine pena mai

1 Mag

La cattiva notizia è che la Corte Costituzionale ha annullato il blocco dell’adeguamento al costo della vita per le pensioni superiori a tre volte il minimo Inps (1.443 euro).

La ‘buona’ notizia è che adesso abbiamo un’idea certa di quanto esageratamente ci costano: il solo ‘aggiornamento Istat’ pesa sui conti pubblici di circa 1,8 miliardi per il 2012 e altri 3 miliardi per il 2013.
A contraltare, i beneficiari di pensioni e assegni sociali, integrazioni al trattamento minimo più pensioni di invalidità civile costituiscono il 65% dei pensionati totali e percepiscono un importo inferiore a 750 euro.

E’ evidente che è andato tutto storto a partire dalle proiezioni di  Amato, Dini e Maroni che ancora oggi pensionano persone con il sistema restributivo per finire alle conversioni in Euro ed al nuovo status ‘europeo’ dell’Inps di Prodi e Tremonti.

Certamente era incostituzionale negare l’aggiornamento al costo della vita, ma è un dato di fatto che l’Inps abbia sbancato ed è la Caporetto dei conti italiani.
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In questi casi si fa una sola cosa: spacchettamento. Da un lato i rami morti, i pensionati ‘retributivi’ che restano allo Stato – in un blind trust si spera – finchè campano.
Dall’altro, la costituzione di Fondi Vita (o Casse) che assorbano le pensioni ‘vive’, di chi andrà in pensione da dopodomani e ha versato buona parte col sistema ‘contributivo’.

L’alternativa è bloccare tutto il Welfare e buona parte dell’innovazione della Pubblica Amministrazione, oltre che mandare in malora diritti privati e doveri  pubblici.

La soluzione è tutta meramente politica, come lo sono le questioni sottese alle richieste sempre più pressanti di Damiano e Boeri come del Papa e del Presidente Mattarella
Poletti e Renzi tacciono, Bersani e Camusso pure.

Intanto il lavoro ed il non aver lavoro somigliano sempre più a ‘fine pena mai’.
Evviva il Primo Maggio!

Demata (blogger dal 2007)

Renzi, Mattarella e il golpe democratico

21 Apr

Giorgio Napolitano, quando era presidente, affidò l’incarico di governo a Matteo Renzi perchè era il leader del partito che aveva vinto le elezioni senza avere una maggioranza per governare, sostituendo Enrico Letta che era il leader di una colizione legittima seppur frastagliata.

Un’operazione ‘politica’ in pieno stile monarchico-costituzionale che lascerà perplessi storici e giuristi per tanto tempo, specialmente tenuto conto di quanto da ‘nascondere’ avesse il Partito Democratico due anni fa e quante vergogne ancora non conosciamo.

Matteo Renzi, preso il potere, porta con se il ‘meglio’ di quel mondo tosco-emiliano (Madia, Poletti, Del Rio), che a contraltare sta dimostrando il ‘peggio del peggio’ con le sue Coop corrotte e le carriere d’assalto dei soliti provinciali. Nessuno vede un nesso imbarazzante, nessuno ulula dimissioni, neanche per Poletti che di Coop  se ne intende, specie se – mentre si riforma il ‘suo’ Lavoro e Welfare (Jobs Act) – davvero non ha nulla da dire.

Intanto, il Leader (Matteo) in un anno e due mesi non perviene alla riforma parlamentare ed elettorale che sembrava avesse in tasca già pronta da venire, ma riesce a riformare profondamente Finanza pubblica, Lavoro, Scuola, Infrastrutture.

Ovviamente, le maggiori urgenze dei cittadini, dell’UE e persino di Papa Francesco (Giustizia, Welfare, Sanità, Enti Locali e Corruzione) sono argomenti da ‘deviare’ ed, infatti, vengono inabissate in Commissioni e Autorithy, mentre dovremmo sentir chiedere “Fate Presto!” come dinanzi a qualunque emergenza.

Oggi, con l’epurazione di tutti coloro che rappresentavano il Partito Democatico fino a pochi mesi fa (Bersani, Lanzillotta, Bindi ecc.), Matteo Renzi usa il suo potere di Leader di governo – ottenuto perchè Leader del Partito – per epurare il Partito che non è affatto contento del Leader …

Sembra di leggere la biografia di Putin o di Kim il coreano.

Intanto, le Riforme istituzionali di cui Renzi straparla si rivelano essere la ‘sfida all’OK Corral’ di una tormentosa ‘faida’ interna alle Sinistre (ndr. mica una o due soltanto …), che è esattamente quella cosa di cui l’80% degli italiani è stufa da molti anni.

Tenuto conto che il Presidente della Repubblica si è associato recentemente ai bei discorsi di Papa Francesco su giovani, disoccupati e malati, oltre che sulla corruzione, si potrebbe far presente tutti che l’invito era per Matteo Renzi e lui manco risponde?

Demata (blogging since 2007)