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Liberali: meno tasse, più diritti

30 Gen

Scriveva Sergio Patti (La notizia) – il 10 ottobre 2015, allorchè rinasceva il Partito Liberale Italiano – che “i grandi temi liberali, nonostante i proclami di ogni parte politica, restano infatti da anni in secondo piano.
I diritti civili … e l’abbattimento del debito pubblico attraverso una vendita del patrimonio dello Stato e delle attività economiche pubbliche, sono manifesti che restano lettera morta.”

Non lasciamoli lettera morta, specie se a star diventando lettera morta non sono i diritti civili, ma quelli fondamentali al decoro, alla legalità, alla sicurezza, al lavoro, all’impresa, alla copertura assicurativa, alla pubblica amministrazione.

Che i Liberali non restino lettera morta, lasciando che li si confonda con chi non condivide i principi e il metodo liberali, che si tratti di diritti civili (come dignità, legittimità, sessualità, privacy, opinione, scelta, trasparenza, eccetera) o di ‘statalismo’ (da cui burocrazia, monopolio, iperfiscalità, debito e disservizi endemici).

Demata

Il Centrodestra, l’Italia Sovrana e i ‘contenuti’

29 Gen

Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, in nome del Centrodestra, ieri ha chiamato all’appello il popolo per “Elezioni subito!” ed il popolo ha risposto riempiendo Piazza San Silvestro come da anni non si vedeva.

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“Italia Sovrana è la fine della rassegnazione, la presa di coscienza di una rivoluzione” per “mettere al governo della nazione gente che faccia gli interessi dell’Italia e degli italiani. Vogliamo mettere insieme chi condivide le nostre idee, possiamo vincere.”

Un progetto per condividere idee (e programmi) secondo Giovanni Toti, in rappresentanza di Forza Italia: “Non siamo uguali, non la pensiamo allo stesso modo” ma “ci rispecchiamo negli stessi valori”, quindi il centrodestra “deve candidarsi a guidare questo Paese” e “presentarsi alle urne con un programma chiaro.”

E, se appare ben evidente che Meloni abbia le idee chiare, è pur vero  che le ‘anime’ siano tante come confermato dagli interventi di Giancarlo Morandi, Renato Brunetta, Matteo Salvini e Giulio Tremonti.

Morandi, segretario del PLI, partito liberale storicamente ‘patriottico’ ed europeista,  dal 1991 nel CdA del Consorzio nazionale Raccolta e Riciclo (Cobat), ex vicepresidente della Giunta ed ex presidente del Consiglio della Regione Lombardia, presidente della Onlus Italian Amala che sostiene i rifugiati tibetani, che tempo fa rammentava come “il destino dell’uomo è nelle mani dell’ambiente”, quanto sia necessaria una “economia circolare”, anti-degrato ante litteram,  fondata sulla coesione sociale e sull’efficienza gestionale, indispensabili per il recupero e la valorizzazione, ad esempio, dei prodotti a fine vita..

Salvini, epigono della Lega Nord ‘dura e pura’, noto per le sue opinioni antieuropee e  antipartenopee, che si è fatto strada al grido di “Ripuliamo le città dagli immigrati“, “Se un bambino cresce con genitore gay parte con handicap”, “Islam sia fuorilegge”, che ha incentrato il proprio intervento sul ‘gender’, sui cittadini stranieri in Italia, sulle ‘cospirazioni’ internazionali, sul Male Assoluto, ma … non sui bisogni degli italiani, come riforme, lavoro, imposte, pensioni, burocrazia, giustizia, sanità, istruzione.

Tremonti, ex Patto Segni ex Forza Italia, noto per il suo appoggio passato a personaggi noti alle cronache giudiziarie come Umberto Bossi, Gianni Alemanno e Roberto Formigoni, oltre che lui stesso condannato a quattro mesi di reclusione, convertiti in una pena pecuniaria di 30mila euro e una multa di 10mila euro, per il reato di finanziamento illecito ad un parlamentare.

Brunetta, anch’egli convinto europeista, fedelissimo di Forza Italia, ma di estrazione socialista ed ex consigliere economico con i governi Craxi I, Craxi II, Amato I e Ciampi, coordinatore della commissione sul lavoro dal ministro Gianni De Michelis, ex  vicepresidente della commissione per l’industria, la ricerca e l’energia del gruppo europeo PPE-DE, ex vicepresidente del Comitato manodopera e affari sociali dell’OCSE (Parigi), fondatore ed ex presidente dell’associazione EALE (European Association of Labour Economist).

Il tutto senza dimenticare che Giorgia Meloni, nel suo intervento, ha ripetutamente menzionato il liberale Luigi Einaudi, chiedendo un’Italia Sovrana, che superi il mortificante Fiscal Compact e che in proprio affermi una Spending Review, che stia in Europa ma a testa alta,  che sviluppi una politica estera attenta anche al rispetto dei diritti dei lavoratori nei paesi partner,  che sappia formulare leggi atte a garantire agli italiani la sicurezza personale, le opportunità di lavoro e l’assistenza (quando bisognosi) ai cittadini, che impedisca la trasformazione dei migranti in occupazione a basso costo se non mera spesa pubblica, che – dunque – si doti di una Politica fatta di competenze al servizio del Popolo.

E’ fuori discussione che l’Italia e il suo popolo debbano essere sovrani, che sia inderogabile andare ad elezioni o che vengano “prima gli italiani” se si tratta di occupazione e welfare- come Giorgia Meloni afferma a furor di popolo – come anche che Politica, Burocrazia e Giustizia debbano porsi al passo dei tempi, onde fronteggiare le ‘sfide’ sociali e internazionali del III Millennio.

Soprattutto, però, per Italia Sovrana è urgente trovare la quadra tra Autonomie e Decentramento (ergo quale riforma del Titolo V della Costituzione), a meno di non voler consegnare il megafono della campagna elettorale a Matteo Salvini e perdere le Politiche (causa ampie defezioni tra i ceti più acculturati o dei meridionali) o di non affrontare il nodo Stato-Regioni su “Previdenza, Sanità, Assistenza”, perdendo le Amministrative (causa diffidenza diffusa verso i reduci del Berlusconismo).

Infatti, insieme alla ripresa del settore manifatturiero USA e delle relazioni con la Russi, i rapporti e le competenze dell’Amministrazione centrale e quella locale sono le tematiche su cui Donald Trump ha fondato la sua effettiva campagna elettorale, non quella degli slogan e dei tweet, bensì quella rivolta ai Delegati (e ai Grandi elettori) locali, quella che per i ‘piccoli’ elettori significa meno tasse, più lavoro, pensioni decenti, scuole, sanità e trasporti migliori, meno burocrazia.

L’affermazione di Italia Sovrana dipenderà molto da quanto la leadership di Giorgia Meloni riuscirà ad affermarsi e da quanto il Liberalesimo saprà cogliere che la solidarietà e la coesione sociale – come affermati anche dal Trumpismo – sono aspetti ‘identitari’ che trovano riferimenti nel pensiero di David Ricardo o di Émile Durkheim oppure di Josè Martì e tanti altri.

Demata

Solidarietà: un principio liberale

28 Gen

Il termine “liberale” viene dal latino “liberalis”, che si traduce “degno di un uomo di condizione libera o riguardante la libertà” ed anche “liberale, benevolo, magnanimo, generoso, prodigo, munifico; di aspetto nobile, onorevole, distinto, copioso, abbondante” (Dizionario Latino-Italiano Olivetti).

In termini etici, dunque, “un uomo di condizione libera” è attento sia alla propria autonomia di scelta sia all’esigenza di concordia e benessere generale, sia alla Libertà  “che porta la mente umana verso nuove conquiste” (Alexis de Tocqueville) sia alla Coesione Sociale, perchè “la società non è una semplice somma di individui” (Émile Durkheim).

In termini politici, “un uomo di condizione libera” opera le proprie scelte con metodo e lungimiranza, ergo secondo scienza e coscienza, scevro da pregiudizi ed adesioni o contrapposizioni preconcette, che ne possano limitare la Libertà.

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“Metti te stesso al posto dell’altro”. Labor: Chi si accontenta gode; Capital: Non è tutto oro quel che luce.

 

Durkheim (Della divisione del lavoro sociale – 1893) evidenzia che, nella società moderna, l’individuo – nel guadagnare sempre maggiore autonomia – si ritrova a dover maggiormente interagire (ergo, essere dipendente) dal resto della società.

La società industriale, sotto l’influenza del fattore demografico, si è trasformata, con una dinamica crescente di complessità strutturale, da un sistema a “solidarietà meccanica” (quella del clan, della tribù, del villaggio) in uno a “solidarietà organica” (quella di un Imperium, una società globale e transnazionale, in cui tutti dipendono da tutti).

Solidarietà che non è da intendersi come un vuoto “vincolo di assistenza reciproca nel bisogno che unisce tra loro persone diverse”, bensì come quel “rapporto di comunanza tra i membri di una collettività pronti a collaborare tra loro e ad assistersi a vicenda”.

Infatti, la Solidarietà, per “un uomo di condizione libera”, non è altro che la coscienza interiorizzata che gli individui hanno di convivere in un habitat produttivo e sociale comune, con le corrispettive esigenze di condivisione di valori atti a garantire la produzione e la circolazione dei beni, come di regolare le relazioni sociali e la sicurezza personale, pur nei limiti dati dalla massima tutela per la libertà – autonomia – degli individui.

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Dunque, andrebbe valutato quanto abbia inciso sulla stabilità finanziaria e sulla sicurezza degli Stati, il luogo comune, largamente diffusosi alla fine del Novecento, per cui la ‘solidarietà’ sia un atteggiamento derivante da ideologie e religioni, da capitalizzare al più possibile come “potere politico di spesa” e “consenso sociale”.

Altro sarebbe se compredessimo tutti che la Solidarietà è l’infrastruttura portante di qualunque aggregazione di ‘sodali’ e che solo quando si fa sentimento diffuso, identità e appartenenza condivisa’, rispetto della reciproca condizione possiamo immaginare una società ricca e coesa.
Se, viceversa, la Solidarietà viene ristretta a costrizione fiscale e morale, se la Solidarietà si fa ‘professionale’, pervenendo – addirittura – alla nascita di un Terzo Settore ‘produttivo e solidale’, non v’è altro che aspettarsi spesa pubblica ed imposte debordanti, insicurezza e malcontento diffusi.

Demata

La spesa pubblica spiegata facile

25 Gen

Molti di noi, specie i meno informati e i non-addetti ai lavori, potrebbero pensare che la dinamica tra Entrate dello Stato e Spesa Pubblica sia lineare, come un tubo in cui da un lato entra l’acqua e dall’alro capo esce.

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In realtà, il ‘tubo’ sarebbe  una rete complessa di tubi, rubinetti, serbatoi e contatori, ma – ragionando con semplicità – molti, non ottenendo  servizi pubblici adeguati a quanto versiamo al Fisco, si sono convinti che il tubo sia ‘marcio’, che faccia acqua da tutte le parti e, cioè, si parla di sprechi.

Il punto è che si sbagliano.

Infatti, solo il 17% degli sprechi deriva dalla corruzione, mentre l’83% degli sprechi va attribuito  a norme inadeguate od obsolete ed a personale poco ligio o non competente: il problema non è tanto il “marciume”del tubo, ma quanto sia ‘contorto’, ‘disaccoppiato’, ‘depotenziato’, obsoleto’, ‘esoso’, incompleto’, ‘fuori standard’ eccetera.

Provate ad immaginare ad un capannone di una fabbrica il cui impianto idraulico (ma potremmo parlare anche dell’elettricità o della rete dati) che ha nelle pareti tubi e tubi di materiali, dimensioni ed epoche diverse, di cui non per tutti è dato sapere se siano connessi, sconnessi o apribli e chiudibili secondo la volontà di chi sul posto, mentre qualcuno ruba anche un tot del prezioso liquido per se stesso  e per i suoi famigli.

Probabile che a fine anno ci si ritrovi con una spesa d’acqua ben superiore ad ogni previsone e che la produzione aziendale e la motivazione del personale siano stati indeboliti dalla più o meno costante erogazione.
Possibile anche che ‘un problema del tubo’ così apparentemente banale possa nell’arco degli anni inficiare l’eccellenza dei prodotti, la professionalità degli addetti, la credibilità dell’azienda.

Ma questo sarebbe il meno.

Il problema maggiore è che per far funzionare alla meno peggio questo intricato sistema di tubi, servono delle cassette di distribuzione e di compensazione.
Possiamo immaginarle come un enorme pallottoliere dove arrivano solo palline bianche o nere, da cui escono palline di tanti colori, ma … non è dato sapere quale colore prenderà la pallina bianca o nera che entra e neanche quale colore aveva ogni pallina colorata che esce.

Specialmente, se alcuni tubi pompano acqua al contrario, grazie alle  … erogazioni dilazionate anche di anni,  alle così dette anticipazioni di cassa, alle operatività per dodicesimi, i bilanci e i consuntivi che di norma sono approvati mesi e mesi dopo l’inizo o la fine dell’esercizio più tante altre ‘diavolerie’ dei Regi Decreti Contabili ideati ai tempi del Trasformismo e, poi, della Banca Romana.

O le ‘bolle d’aria’ che immettiamo nel sistema ogni volta che rinviamo, deroghiamo, modifichiamo a posteriori, integriamo. Già ci sono anche quelle …

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Infatti, la riprova è che l’unica cosa controllabile ‘all’istante’ nei conti pubblici dei singoli punti di erogazione dei servizi è se il peso delle palline in entrata è pari a quello in uscita (pareggio di bilancio).

Persino conoscere la situazione di cassa potrebbe rivelarsi alquanto complesso. Ed anche solo per acclarare la legittimità delle spese o la correttezza degli accantonamenti in dare o avere (residui attivi e passivi) è necessario analizzare l’intera operatività del servizio in questione, dato che ad ogni delibera e ad ogni trascrizione contabile (ad ogni raccordo tra più tubi) può verificarsi una deviazione.

E  – secondo l’idraulica – può anche accadere che una parte dell’acqua giri semplicemente a vuoto nei tubi senza uscire se non molto a rilento, come ad esempio accade se tra la decretazione di un finanziamento e la sua spesa rendicontata trascorrano in media dai 4 ai 6 anni.

Dunque, non è vero che stiamo parlando di tubi e neanche che ‘quello che entra deve essere pari a ciò che esce’.

Anzi, con una roba del genere potremmo persino dubitare di star applicando non la dinamica dei fluidi (idraulica volgarmente detta) e scoprire che siamo entrati nel mondo della ‘termodinamica’, in cui si deve tener conto anche delle interazioni tra le singole palline e dell’effetto domino dato dall’intrico di tubi.

Un esempio semplice? Le disgrazie di cui leggiamo sui giornali riguardo alunni disabili nelle scuole come negli ospedali … impossibili da evitare, se quel che gli serve ricade in una dozzina di capitoli di spesa “ministeriali” più una manciata di unità previsionali europee, gestita da 6-7 istituzioni o enti diveri, con corrispettivi contratti di lavoro e sistema di appalti.
Ancora più semplice – ad esempio – chiedersi se tagliando acqua da un lato non vada a finire che ne sprechiamo il doppio da un altro … come sembra che accada spesso e volentieri.

C’è solo da prendere atto che – quando parliamo di Entrate e di Spesa pubbliche – siamo dinanzi ad un sistema di per se complesso e stratificato in modo disomogeneo, che va affrontato nel suo insieme.

Senza un’infrastruttura di Spesa pubblica lineare e trasparente, che opera per ‘atti dovuti’ e per ‘standard’ sulla base di risorse certe e non derogabili, è del tutto impossibile governare le Entrate.

Dunque, non basta occuparsi solo di fisco o di imprese, come è insufficiente preoccuparsi dei diritti se poi si sa come garantirli: è necessario innanzitutto entrare nel merito di come funzionano le scuole, gli ospedali, i lavori pubblici, i servizi sociosanitari, la sicurezza, cioè sapere come funziona una nazione, come ‘funziona’ un sistema sociale, di cosa vive la gente.

P.S. Prossimamente parleremo della Coesione Sociale, quella cosa molto diversa dal Welfare, per cui tanto tempo fa abbiamo inventato lo Stato.

Demata

 

Trump e i pregiudizi degli europei

22 Gen

Essendo gli Stati Uniti ben diversi da come ce li descrivono da molti anni i nostri giornali, ritengo che il fenomeno ‘Trump’ vada osservato con molta cautela, anche e soprattutto verso i ‘pregiudizi’ che certamente affliggono anche noi della Vecchia Europa.

LA RETE

La Rete è piena di messaggi di rifiuto – se non vituperio e odio, ergo la gogna – verso Donald Trump, pur non avendo ascoltato il saluto in lingua originale e neanche conoscendo quelli che sono i riferimenti culturali della gente d’oltreoceano o senza conoscere la storia familiare dei Trump e senza preoccuparsi di sbirciare i media statunitensi per comprendere – almeno dalle foto – quale sia l’enfasi e quale il background da chi in USA ci è nato.

Ad esempio, avrebbero potuto cogliere una certa stonatura tra chi vuol far credere che sia ‘filonazista’ e ‘razzista’ proprio quel commosso Donald Trump,  sull’attenti con un saluto militare, dinanzi alla statua di Abramo Lincoln proprio a compimento della cerimonia dell’insediamento?

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E sono sempre le immagini a rendere evidente un’altra stonatura con chi ci descrive Trump come un uomo delle ‘elite cospiratrici’, se suo nonno aveva un negozio di ferramenta e non tre lauree ad Oxford, ma soprattutto se alla cerimonia c’era tanta gente della worker class con giacconi da 40 dollari, ma tra i manifestanti tanti abiti e tanti accessori alla moda e non di modico prezzo.

IL MESSAGGIO

Ma Donald Trump cosa ha detto di così ‘strano’ da sollevare le folle europee?

Di sicuro, dovrebbe essere ovvio che un Presidente in ogni Stato del mondo vada a dire ‘Dio benedica la nazione’, ‘Prima di tutto i nostri cittadini’, ‘Più occupazione’, ‘Meno tasse per chi investe’, ‘L’esercito protegga innanzitutto i confini’, ‘Proteggiamo l’attività produttiva nazionale e garantiamo salari e previdenza ai lavoratori’.

A quanto pare, c’è chi si aspettava che Donald Trump si presentasse con ‘Dio maledica l’America’, ‘America Second, China First!’, ‘Meno lavoro, più Narcos’, ‘Meno tasse per chi specula’, ‘Aumentiamo la presenza militare USA nel mondo’, ‘Spostiamo tutte le fabbriche in Messico, dove il costo (e i diritti) del lavoro sono inferiori’ …

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Stranezze della post verità e del mainstream mediatico europei. Speriamo che almeno Saviano ne prenda atto ed avvisi tutti che la Seconda Guerra Mondiale ed anche la Guerra Fredda sono finite da un pezzo: Destra e Sinistra non significano nulla, NON hanno senso, se il Fascismo e il Comunismo furono (e sono) ugualmente totalitari, iniqui e liberticidi.
Questo il senso e il cambiamento profondi dei fatti che si verificarono alla Caduta del Muro di Berlino.

I SOLITI GUFI

Dicevamo dei pregiudizi di noi europei e come non notare che parliamo di un uomo alto, biondo, sicuro di se, di successo, eloquente, assertivo, circondato da belle donne, ricco, irruento, scaltro … un vichingo?
A sentir chi arriccia il naso, il problema non è ‘invidia’ o ‘razzismo’, ma altro: il progetto di Trump è ambizioso … bisognerà vedere Congresso e Senato quanto si spenderanno per remargli contro.  Già, perchè con questo metodo … noi in Europa a parlamenti stiamo messi davvero bene.

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Ah già, come se dotarsi di un vicePresidente come Spence, che sono vent’anni che è parte dell’apparato parlamentare statunitense, non serva proprio a questo, senza dimenticare che Congresso e Senato – a differenza dell’Europa – non hanno potere sulle prerogative presidenziali, cioè l’Esercito, la Sicurezza Nazionale, i rapporti Esteri e il Bilancio Federale, cioè quello che farà Trump nei prossimi mesi.
Dunque, che i parlamentari badino ad occuparsi dell’Agricoltura, della Sanità e delle Comunità locali … che sono i temi principali per cui gli elettori li hanno votati, che i due anni che ci separano dalle Elezioni di Mid-Term passano in fretta ed, a litigare con il Presidente, poi non c’è accordo sulla spesa destinata proprio alle Comunità che gli dovranno riconfermare il mandato.

IL PROGETTO POLITICO

Ricordato che le politiche ‘protezionistiche’ per le imprese sosterranno sia l’occupazione sia il welfare statunitensi con maggiore richiesta anche di lavoratori immigrati (non dimentichiamolo), ritorniamo a Donald Trump sull’attenti dinanzi alla statua di Lincoln ed all’America che ha spesso menzionato, non solo gli Stati Uniti o il suo Popolo.

L’Imperialismo Amerikano – affermatosi dopo la II Guerra Mondiale, grazie all’enorme bottino di guerra – va a restituire ai cugini inglesi protettorati e ‘aree di influenza’ in Africa e Medio Oriente, mentre andrà a cercare una nuova Yalta con i Russi, prima, ed i Cinesi, si spera, dopo.
A qualcuno sembra essere un ‘pericolo per la pace’?

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Ritorna la Dottrina Monroe, spezzatasi – ma questo i Dem non lo dicono – con i tentativi di aggredire Cuba da parte dei fratelli Kennedy?
Alla fine dell’embargo cubano ha provveduto Obama, grazie alla diplomazia vaticana, ma adesso sarà Trump a sottoscrivere i trattati commerciali e militari, che faranno da modello – si presume – per il riassetto delle relazioni centroamericane.

Ritorna l’afflato di Abramo Lincoln contro lo schiavismo e dei Repubblicani per un’adeguata formazione e protezione dei lavoratori, da affermare non solo in USA, ma i quelle Americhe, ormai feudalizzate dai Narcos e dalle loro filiere politico-criminali, fondate sulla riduzione in schivitù, su traffici di umani e sull’avvelenamento di massa dei corpi e delle coscienze?
L’estradizione del narco messicano “El Chapo” Guzman in USA – dove vige la pena di morte – è un segno chiaro delle intenzioni degli Stati Uniti verso il narcotraffico.

A CASA NOSTRA

Discutere di Donald Trump – come di Hillary od Obama sia chiaro – senza ascoltare e ben comprendere la lingua è come commentare un film con De Niro o Clooney tradotti e doppiati male, con la distribuzione che ha pure tagliato alcune scene originali.

La vera difficoltà (ed il vero imbarazzo di politicanti e media nostrani) è che l’Unione Europea – cioè le cattoliche Italia, Francia, Spagna, Polonia, Portogallo e Germania – adesso dovranno cavarsela ‘alla pari’, dal Mar Nero a Gibilterra, senza l’aborrito ombrello militare statunitense, cioè trovando l’unità decisionale (politica), la forza negoziale (finanziaria e militare) ed un unico modus operandi (sistemi di giustizia e di welfare), che mancarono agli antichi Romani o ai Crociati franchi, ma non ai Rus e ai Sassoni.

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Intanto, a differenza della base cristiano-sociale e popolare, Papa Bergoglio si esprime con un ‘vedremo’ e ci penseranno i politologi a spiegarcelo durante il prossimo talk show che conta, come già oggi lo stanno facendo – spesso inascoltati – tanti cittadini statunitensi nostri parenti o amici. Ma – niente paura – chi oggi reclama senza aver sentito il discorso in originale … annuncerà che è un complotto … come da tradizione europea fin dal lontano 1789.

E se la pubblica opinione fosse sempre stata una post verità?

Demata

A proposito di Verhofstadt

10 Gen

Guy Maurice Marie Louise Verhofstadt si laureò in giurisprudenza nel 1975 e, subito dopo, si dedicò alla carriera politica.
Consigliere comunale a 23 anni (1976), deputato a 25 anni, presidente del Partito della Libertà e del Progresso (PVV) a quasi 30 anni. Un giovane decisamente ambizioso, cresciuto – però – nelle Fiandre ed affermatosi in Belgio, molto lontano da quella che è la realtà quotidiana di tanti europei.

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Dopo quindici anni di nomine e poltrone varie, nel 1999, Verhofstadt diventa Primo ministro di una coalizione tra liberali, ecologisti e, soprattutto, socialisti.
La cosa durò fino al 2007, con la sconfitta alle elezioni legislative e con Verhofstadt dimissionario, con il Belgio travolto dagli scandali. Tra i più famosi, quello della rete pedofila di Dutroux, dei crolli bancari di Dexia e Fortis, dei fondi neri della Marina militare belga (sic!) …

Cosa ci si poteva mai aspettare, dopo un decennio di una così innaturale alleanza tra liberali e socialisti?

Così, come tanti altri prima di lui, Guy Verhofstadt comprende che il suo percorso politico in patria si è esaurito. Eletto parlamentare europeo, nel giro di pochi mesi lo ritroviamo presidente dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa (ALDE) e fondatore del Gruppo Spinelli per il rilancio dell’integrazione europea.

Un assertivo europeista e garantista, molto critico nei confronti di Vladimir Putin, nel 2014 viene candidato dall’ALDE a Presidente della Commissione europea nelle elezioni per il rinnovo dell’Europarlamento.

Così accadde che Guy Maurice Marie Louise Verhofstadt fosse a Roma, il 4 marzo 2014, per la presentazione della Lista Alde, “Scelta Europea”, con un evidente rimando alla montiana Scelta Civica e frutto del rassemblement di 13 movimenti.

Riporta formiche.net che c’erano in tanti, tra cui “Fare, capeggiato da Michele Boldrin e Ezio Bussoletti, il Centro Democratico capitanato da Bruno Tabacci, il Partito federalista europeo rappresentato da Stefania Schipani, il Pli di Stefano De Luca e i Conservatori sociali che fanno capo all’ex Msi, Cristiana Muscardini. … Non solo il segretario del Pli, Stefano De Luca, ma anche di Valerio Zanone e di Renato Altissimo. L’endorsement dei liberali di Scelta Civica, rappresentati nel governo anche dal sottosegretario all’Economia, Enrico Zanetti … c’era Andrea Romano, ex direttore generale della montezemoliana Italia Futura. … A tenere il battesimo della presentazione della Lista Alde … è stato Romano Prodi con un video messaggio.” (fonte formiche.net)

Cosa concludere dinanzi ad una tale eterogenità, se non che l’elettorato di Monti, Prodi, Zanetti, Fare, PLI, Federalisti, Centristi laici e Conservatori sociali sia sostanzialmente lo stesso, salvo trovare il modo di superare la diaspora dei salotti liberali italiani?

Del tutto, come sappiamo e come prevedibile, non se ne face nulla, salvo un bel flop elettorale, ma nessuno si sarebbe aspettato che – pur di avere una forte visibilità in Italia – si andasse a corteggiare i populisti antieuropei e giustizialisti, dopo aver aggregato socialisti e ‘cristiano sociali’ …

Incredibilmente, il 4 gennaio 2017 la Rete iniziava a diffondere voci di un accordo in corso: “Alde e M5S condividono i valori centrali della libertà, dell’uguaglianza, della trasparenza”.

Ma il 9 gennaio successivo Guy Verhofstadt era costretto a fare marcia indietro: “Sono arrivato alla conclusione che non ci sono sufficienti garanzie di portare avanti un’agenda comune per riformare l’Europa. Non c’è abbastanza terreno comune per procedere con la richiesta del Movimento 5 Stelle di unirsi al gruppo Alde. Rimangono differenze fondamentali sulle questioni europee chiave”.

La domanda di oggi è questa: Guy Verhofstadt è ancora il capoguppo dell’ALDE, ma lo sarà ancora domani o dopodomani? Quanto l’immagine dei liberali in Italia è stata danneggiata dalle due iniziative di Verhofstadt? Dove va l’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa?

Demata

Reddito di base: una soluzione liberale

8 Gen

Arriva il gelo e chi più esposto muore.

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Subito decollano i confronti con i circa 1.000 euro al mese (30 € circa al giorno) erogati per i profughi stranieri, dimenticando le decine e decine di miliardi – prelevati dai nostri redditi e dai nostri consumi – che spendiamo per il settore socio-sanitario ‘privato’ (enti morali, aziende o società che siano) … quali sono Inps, onlus e policlinici universitari fino alla (certamente benerita) Caritas.

Eppure, dal mondo liberal sono emerse, da oltre cinquant’anni, non poche proposte di reddito di base, tra cui – ad esempio – quella di Friedrich von Hayek.

“Pochi metteranno in dubbio che soltanto questa organizzazione [dotata di poteri coercitivi: lo Stato] può occuparsi delle calamità naturali quali uragani, alluvioni, terremoti, epidemie e così via, e realizzare misure atte a prevenire o rimediare ad essi”.

Per questa ragione, appare del tutto evidente “che il governo controlli dei mezzi materiali e sia sostanzialmente libero di usarli a propria discrezione” … “vi è ancora – scrive Hayek – tutta un’altra classe di rischi rispetto ai quali è stata riconosciuta solo recentemente la necessità di azioni governative, dovuta al fatto che come risultato della dissoluzione dei legami della comunità locale e degli sviluppi di una società aperta e mobile, un numero crescente di persone non è più strettamente legato a gruppi particolari su cui contare in caso di disgrazia.
Si tratta del problema di chi, per varie ragioni, non può guadagnarsi da vivere in un’economia di mercato, quali malati, vecchi, handicappati fisici e mentali, vedove e orfani – cioè coloro che soffrono condizioni avverse, le quali possono colpire chiunque e contro cui molti non sono in grado di premunirsi da soli, ma che una società la quale abbia raggiunto un certo livello di benessere può permettersi di aiutare”.

Successivamente, James Meade – nella sua nota analisi della compatibilità degli obiettivi di piena occupazione ed equilibrio della bilancia dei pagamenti, da tenere strettamente separate all’incontrario di come facciamo noi – elabora il concetto di “dividendo sociale”, ipotizzando che, in una società dal lavoro sempre più scarso, parte dei proventi del reddito personale non avrebbero più potuto essere coperti dal reddito da lavoro, proponendo pertanto un nuovo modello socioeconomico che include tra i suoi istituti anche un dividendo sociale, e cioè un beneficio pubblico indipendente dal contributo lavorativo personale ed uguale per tutti i cittadini.

Nel 1985 La Revue Nouvelle belga pubblica un numero monografico sul tema del reddito di base dal titolo “Une reflexion sur l’allocation universelle”, proponendo l’alleggerimento della legislazione sul lavoro, l’eliminazione del limite di età pensionabile e la sostituzione di ogni altra forma di welfare con un un reddito che fosse da solo sufficiente a coprire tutte le esigenze standard di una persona single.
Incredibile a dirsi, ma proprio questo modello è considerato incostituzionale dalla sinistra e dai sindacati nostrani …

Ma, se il settore sociosanitario ‘così com’è’ rappresenta un bacino di consenso primario per il PD ed i sindacati come per i Cinque Stelle, quel che non si comprende davvero è perchè il Centrodestra e – soprattutto la Destra – dimenticano del tutto la soluzione liberista del ‘reddito di base’, in un paese in piena deriva populista, con milioni di poveri e di sottoccupati, mentre l’economia stenta ad uscire dall’inviluppo della stagnazione e dell’overflow pubblico.

Stato Minimo: alleggerimento della legislazione sul lavoro, eliminazione del limite di età pensionabile, libera assicurazione dei lavoratori, sostituzione di ogni altra forma di welfare con un un reddito di base !
 
Demata

Salviamo Roma: il Comune FUORI dalle società partecipate

6 Gen

Tutti sanno che il parere dei revisori è ‘prescrittivo’, come lo è il Piano di Rientro, ecco cosa Roma doveva, deve e dovrà rispettare ed attuare nel proprio programma di bilancio e … cosa avrebbero dovuto promettere ai propri elettori i vari candidati a sindaco …

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  • Riduzione del 10% delle spese per la dirigenza e contrazione di 2,6% della quota non fissa del monte salari nelle spese di personale
  • solo il 40% delle economie derivanti dal blocco del turn over può concorrere a nuove assunzioni; il restante 60% delle economie va acquisito come ‘risparmio’
  • revisione di tutti i contratti di affitto adeguandoli ai valori dell’Osservatorio del Mercato Immobiliare
  • rimozione dei debiti fuori bilancio nell’ambito della razionalizzazione di beni e servizi
  • risparmio di spesa del 30-40% derivante dalla revisione dei contratti di acquisto di energia elettrica per l’illuminazione pubblica – attualmente eccedenti la tariffa unica nazionale (sic!) – e interventi sugli impianti per il risparmio energetico
  • contenimento del 7% sulle spese di gestione delle mense scolastiche perchè eccedenti i valori Consip e riduzione degli oneri di spesa correnti per 10 milioni di euro, onde garantire l’incremento dei servizi di asilo nido
  • obbligo di spesa più che raddoppiata (da 20 a 47 milioni) per la manutenzione stradale, a tutela della sicurezza dei cittadini
  • risparmio di almeno il 30% sulle spese di assistenza sistemistica (informatica) attualmente “circa 8 volte quella desumibile dagli indicatori standard”
  • sostanziali risparmi nell’assistenza anziani – causati dalla segmentazione e dal mancato ricorso a procedure competitive di acquisto – da destinarsi al potenziamento del servizio stesso
  • revisione di tutti i contratti di fornitura (riscaldamento, elettricità, acqua, telefonia), per i quali “il Comune di Roma Capitale fa rilevare scostamenti significativi dagli standard nazionali”
  • recupero di circa 20 milioni annui dalla Regione Lazio ripristinando il contributo regionale per le residenze sanitarie assistenziali, su cui la Regione “ha legiferato in maniera non ortodossa, disponendo autonomamente un maggiore onere per il Comune”
  • riduzione di almeno il 25% della spesa per le assicurazioni RCA dei propri automezzi e cessione delle Assicurazioni di Roma, che “costituisce un unicum nel panorama nazionale e internazionale” e che “vista la morosità dei clienti, versa in uno stato di difficoltà”
  • dismissione di tutte le società partecipate che non svolgono attività strumentale a quella del Comune, perchè “lesive della concorrenza”
  • mantenimento delle società partecipate solo in quei casi in cui “la presenza di privati non è in grado di garantire l’erogazione di beni pubblici”
  • cessione o liquidazione da parte di AMA delle quote di Roma Multiservizi, Fondazione Insieme per Roma, Cisterna Ambiente, Centro Sviluppo Materiali, Società per il Polo Teconologico Romano, Acea, Consel Scarl
  • cessione o liquidazione da parte di Atac delle quote di Trambus Open, Bravobus, SMS Sicurezza Mobilità Consel Scarl, Banca Etica, BCC Roma, Polo Tecnologico
  • fusione pe rincorporazione di AMA con “AMA Soluzioni Integrate” e di Atac con OGR e con “Atac Patrimonio”
  • cessione o liquidazione di Servizi Azionista Roma, Roma Patrimonio, Agenzia Turistica per il Lazio, Agenzia Comuale tossicodipendenza e delle quote in BCC Roma, Alta Roma, Centrale del Latte
  • salvataggio di Farmacap salvaguardando i profili di economicità e solo entro le finalità istituzionali
  • incorporazione di Cargest e del Centro Ingrosso Fiori nel Centro Agroalimentare Romano, per la gestione diretta e non dei mercati ortofrutticoli ed ittici all’ingrosso di Roma e dintorni.

Questo è quello che il comune di Roma deve fare da anni: non c’è riuscito Gianni Alemanno, idem per Ignazio Marino, adesso tocca a Virginia Raggi.

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Prima della ‘volontà popolare’ c’è sempre la legge di bilancio: senza denari non si cantano messe, per questo i Cinque Stelle litigano e non sanno a che santo rivolgersi.

Lo sanno bene Andrea Bernaudo, coordinatore PLI per l’Area Metropolitana di Roma, i liberali romani e quanti amano questa città.
Salviamo Roma.

Demata

Come ridurre le tasse e sanare il debito in mezza generazione

28 Nov

Sappiamo tutti che l’Italia ha una leva fiscale stimata tra il 60 ed il 70%, se parliamo di un piccolo imprenditore o di un professionista, intorno al 50% se parliamo di worker class.
Dunque, se vogliamo giustizia sociale, investimenti ed occupazione, dobbiamo ridurre le tasse e non di poco.

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Ridurre le tasse non è semplice, dato che vengono completamente assorbite dalle spese  della Pubblica Amministrazione, dalle pensioni ‘di Stato’ e dall’assistenza sanitaria ‘universale’.
E, come noto, spesso le entrate non coprono queste spese, da cui deficit e debito pubblico.

Una voragine di spesa che fa capo alle tre grandi anomalie italiane:

  1. una pubblica amministrazione gravata quasi esclusivamente per le spese di funzionamento e gli oneri stipendiali degli ancora milioni di addetti in un dedalo di iter decisionali discrezionali o contrattualizati nell’epoca dell’Amministrazione Digitale
  2. un sistema assicurativo previdenziale statale a base contributiva, ma senza Fondi Pensione – trasformati anch’essi in tasse – e con l’Inps che opera in condizioni di assoluto monopolio (95% del totale)
  3. un’assistenza sanitaria “universale” che attinge direttamente sulla capacità produttiva (sic!) del Paese, leggasi accise, Irap ed Iva etc.

Anomalie italiane non per qualche bieca ideologia antipopolare, bensì perchè così è scritto in Costituzione.

  1. Articolo 97: “Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la SOSTENIBILITA’ DEL DEBITO PUBBLICO.”
  2. Articolo 38 “I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed ASSICURATI mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. L’assistenza privata è libera. Provvedono organi ed istituti predisposti o INTEGRATI dallo Stato.”

Oggi, in Italia è il contrario, la Costituzione parla chiaro e non servono misure tatcheriane per venirne a capo.

  1. Riportiamo la Sanità al mandato costituzionale dell’Articolo 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.
  2. Prevediamo che i lavoratori siano liberi di assicurarsi dove meglio credono (e non per forza presso la ASL o l’INPS) “in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”.
  3. Pretendiamo che la PA garantisca innanzitutto i servizi minimi nei costi standard. Semplifichiamo e innoviamo procedure e tecnologie, sbloccando le pensioni per chi ha almeno 30 anni di servizio (Quota 95 o 100).
  4. Introduciamo anche in Italia i voucher alle famiglie per l’istruzione dei figli ed un salario /reddito minimo in vece degli alloggi popolari e sussidi vari o delle pensioni di invalidità.

Stiamo parlando di quasi 200 miliardi di euro annui che andrebbero ad essere sottratti al deficit: solo così possiamo prevedere di riportare il bilancio in attivo in meno di una generazione.
Solo così abbasseremo le tasse, renderemo i servizi sanitari ed assicurativi degni dell’Europa di cui facciamo parte e potremo rendere la nostra burocrazia più trasparente e snella.

E’ per i nostri figli (o nipoti) che serve farlo. Da che parte stiamo?

Demata

P.S. Certo, questo cambiamento toccherà equilibri e status quo, come per i policlinici universitari e le ASL che dovranno privatizzarsi per davvero a partire dal dover garantire standard certificati e servizi pianificati, non sale d’attesa e Recup tra sei mesi.
E dovrà cambiare tanto mondo del volontariato, se anche i poveri avessero uno stipendiuccio, ovvero la possibilità di scegliere. O l’agroalimentare, che tra sussidi ed esenzioni, oggi vale neanche il 5% del nostro PIL. Oppure le politiche locali, se le famiglie potessero scegliere tra scuole sgarrupate e altre linde e pinte.

Insomma, è difficile che il PD di Matteo Renzi o i Cinque Stelle di Di Maio riformino un qualche cosa che possa ridurre la spesa pubblica (e le tasse) … con Enrico Letta e con Di Battista sarebbe stata un’altra cosa …

Il ‘Sistema’ della Sanità regionale

5 Nov

Quel che racconta questo post è la storia di una prestazione sanitaria del costo effettivo di 90 euro da cui una Regione ricava praticamente il doppio dal rimborso statale e dal ticket dei non esenti.

Dunque, non v’è ragione per imporre i ticket e non v’è beneficio a negare le convenzioni private.

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Un cittadino del Lazio (o di un’altra regione se vogliamo) con un reddito lordo superiore a 29mila euro e privo di esenzioni si ritrova con delle fastidiose vertigini e deve andare dall’otorino per dei controlli. Un problema relativamente diffuso.

Questi controlli – secondo le definizioni date dal Decreto del Ministero della salute ministeriale 18 ottobre 2012 – consistono in una visita specialistica, una valutazione audiologica, un test clinico della funzionalità vestibolare, altri test audiometrici o della funzionalità vestibolare, l’anamnesi e valutazione.

Se si reca presso una struttura privata, può cavarsela con ‘soli’ 90 euro e – magari – in giornata presso un medico di fiducia. Può sembrare un’enormità, ma vediamo cosa accade se preferisce il sistema sanitario regionale …

Ricordiamo che dovrà pagare il ticket per ogni prestazione specialistica ambulatoriale di 36,15 euro, il contributo fisso della Regione Lazio di 4 euro per ogni ricetta prescritta, la quota fissa pari a 10 euro. Il totale è pari a 50,15 euro, ma in realtà è molto di più.

Infatti, chiamando il Recup si sentirà dire che è necessaria una prima visita e, a seguire, scoprirà che per i test le ricette sono due o tre e non una sola. Inoltre, gli capiterà di attendere mesi per la prima visita e mesi per i test e l’anamnesi complessiva, trascorrendo ore in code allo sportello e sale d’attesa ‘ripiene’, senza ovviamente scegliere il medico … dato che addirittura gliene danno due o anche tre tra specializzandi e contrattisti delle prime visite e il ‘guru’ che emetterà diagnosi.

In poche parole, potrebbe ritrovarsi a spendere più del doppio di quanto costerebbe un privato, senza la qualità del privato. Ma non finisce qui.

Infatti, oltre al centinaio di euro che la Regione incassa dal paziente, ci sono i rimborsi statali: più ricette si gestiscono e più aumentano.

Così accade che il nostro erario si trova a rimborsare 22 euro per la “visita specialistica”,  14 euro per le “anamnesi e valutazione”, 25,30 euro per la “valutazione audiologica”, 16,30 per il “test clinico della funzionalità vestibolare” e 16,30 per “altri test”. Totale: circa 93 euro … che è proprio quanto costa dal privato.

Dicevamo che non v’è ragione per imporre i ticket e non v’è beneficio a negare le convenzioni private, se una Regione incassa due volte il costo, sia dal rimborso statale e sia dal ticket dei non esenti. A maggior ragione se efficienza, coordinamento e tempistiche pubbliche sono vistosamente inferiori.

Anzi, potremmo aggiungere che con i ticket ci paghiamo i ‘sovracosti’ … cioè sprechi, negligenze e ruberie.

Demata