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Crespi Ricerche, confermato il flop di Monti

1 Feb

Poche ore fa, Crespi Ricerche ha pubblicato un proprio report relativo alle intenzioni di voto, confermando l’alto consenso (57%), che Mario Monti e la sua maggioranza godono tra i sempre meno italiani (58,8%) che, sembra, esprimerà il proprio voto.

Anche questo studio conferma la minoritarietà del Governo Monti, attestato tra il 27 ed il 33% delle preferenze dell’intero corpo elettorale. Due italiani adulti su tre, in un modo o nell’altro, non voterebbero l’attuale maggioranza ed, evidentemente, è gente che non è soddisfatta o non si sente rassicurata.

Come si conferma, nel rapporto pubblicato da Crespi Ricerche, una crescita della “fuga dalle urne”, dato che la “sommatoria” astenuti-bianche-indecisi è salita, in 20 giorni, dal 38 al 41,2%.

Un andamento generale del consenso che coincide, parallelamente, agli esiti dei diversi sondaggi, effettuati in questi giorni da Ipsos, SWG, EMG per Telecom, La7, Repubblica, Corriere della Sera.

Non è chiaro a quale realtà dei fatti, e soprattutto dei numeri, attingano coloro che continuano a “reclamare” – nel senso di reclame e non di reclamo – che c’è una “sorprendente tenuta del Governo Monti” …

La matematica non è un opinione e la rappresentazione dei dati non può puntualmente ignorare il forte distacco esistente tra cittadini ed establishment.

La statistica serve, anche e soprattutto, alla Politica per individuare direzioni, strategie, finalità. Come, ad esempio, per quanto relativo quei politici che stanno lavorando alla legge elettorale, che ben andrebbero informati della situazione che tutti i numeri raccolti in questa settimana, successiva alle “liberalizzazioni”, hanno confermato.

Una legge elettorale – ne riparleremo – non può essere utilmente strutturata, specie se con finalità oligarchiche o partitocratiche, se chi la formula e chi la vota è influenzato da informazioni “trionfalistiche” che non raccontano come, da qualche parte,  l’astensionismo potrebbe rivelarsi eclatante, causa le solite “punte statistiche”, o, peggio, che la gran parte dei voti vadano a nuove e raccogliticcie entità politiche, vanificando ogni cordata ed ogni premio di maggioranza.

Speriamo che, se non gli statistici, almeno i “direttori” od i “professori” si chiedano quanto fatale, per la nostra povera Italia, possa rivelarsi il proseguire su questa china.

Altri dati su Un governo di minoranza e L’astensionismo galoppa verso il 50%?

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Un governo di minoranza

1 Feb

Nessuno si meraviglia se siano da prendere con le pinze le notizie che diffonde La Repubblica, il quotidiano fondato da quel Eugenio Scalfari, che attualmente rappresenta la “quinta colonna” di un governo liberista come quello di Mario Monti.

Nessuno poteva immaginare che, però, una tale mostruosa manipolazione della pubblica opione continuasse dopo due settimane di sondaggi “edulclorati” e, puntualmente, svergognati.

Oggi, La Repubblica titola: Sale la fiducia al Governo cinque punti in 20 giorni ed esibisce a riprova un sondaggio IPR Marketing che vede al 57% “molta/abbastanza” fiducia al governo Monti.

Peccato che lo stesso sondaggio annoveri un “bel” 53% di astenuti/indecisi e che, se tale è la fuga degli elettori, solo il 27% degli italiani appoggia l’attuale governo e la riprova ne sono i persistenti dati che danno il Centrosinistra a livelli storicamente infimi.

Infatti, secondo un sondaggio di EMG per Telecom-La7 di ieri, Italia dei Valori, Sinistra, Ecologia e Libertà, Verdi, Rifondazione e Comunisti italiani raccoglierebbero, uniti, solo il 19.4% con un astensionismo stimato al 33% ed una massa di indecisi attestati al 16%.

Il Governo Monti, secondo questo sondaggio, raccoglie solo il 27% dei consensi complessivi. Un dato che conferma, in peggio, gli esiti dei dati SWG del 23 gennaio, per La7, che stimavano al 40% gli astenuti ed i voti “dispersi”, con una “Alleanza per Monti” (PdL, FLI, UDC, e PD) al 33% delle indicazioni di voto totali raccolte durante le interviste.

Lo si scriveva giorni fa: l’unico dato certo che questi sondaggi offrono è che meno di un terzo degli elettori è soddisfatto dell’attuale governo e parlamento, mentre una buona metà è, viceversa, del tutto insoddisfatta ed i restanti sono piuttosto confusi.

La “fuga dai partiti” era ampiamente prevedibile fin dall’incipit del governo Monti, quando per 20 giorni, con i mercati impazziti, ci tennero tutti all’oscuro di quello che avrebbero, poi, preteso di legiferare in quattro e quattr’otto senza interferenze da parte del parlamento …

Elettori in fuga dalle urne: questo il dato di un governo minoritario ed autoritario.

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Non è più il ’78

31 Gen

Da tre giorni, Eugenio Scalfari e Susanna Camusso, “autoconvocatisi” a nome della sinistra intera, dibattono su fronti contrapposti riguardo il ruolo del sindacato nei rapporti con il governo (tecnico) e nella gestione della crisi.
Nonostante la lungaggine delle lettere pubblicate da La Repubblica, i concetti su cui si fonda il confronto, sono pochi e possono essere racchiusi in queste tre affermazioni.

Eugenio Scalfari (29 gennaio 2012) “La riforma della cassa integrazione è uno dei tasselli. Non piace alla Camusso e neppure alla Marcegaglia ed è evidente il perché. Infatti non potrà essere adottata se simultaneamente non sarà rinnovato e potenziato il sistema degli ammortizzatori sociali. In mancanza di questo il sindacato ha ragione di dire no per evitare quella macelleria che farebbe esplodere una crisi sociale estremamente pericolosa. Ma in presenza d’un meccanismo di protezione efficiente e robusto il sindacato dovrebbe farlo proprio e accettare la riforma della cassa integrazione.

Susanna Camusso (30 gennaio 2012) “La diseguaglianza è dettata dallo spostamento progressivo dei profitti oltre che a reddito dei “capitalisti”, a speculazione (o si preferisce investimento?) di natura finanziaria. Senza investimenti, si è scelto di produrre precarietà, traducendo l’idea di flessibilità invece che nella ricerca di maggior qualità del lavoro, di accrescimento professionale dei lavoratori, in quella precarietà che ha trasferito su lavoratori e lavoratrici le conseguenze alla via bassa dello sviluppo. In sintesi: lo spostamento sui lavoratori dei rischi del fare impresa.

Eugenio Scalfari (31 gennaio 2012) “L’intervista con Lama da me citata poteva essere di grande insegnamento: un dirigente sindacale metteva l’interesse generale al di sopra del pur legittimo “particulare” e faceva diventare il sindacato un protagonista attraverso una politica di sacrifici che andavano dalla licenziabilità alla moderazione sindacale, alla riduzione della cassa integrazione, con la principale finalità di far diminuire la disoccupazione e aprire l’occupazione alle nuove leve giovanili.

Sindacato un protagonista attraverso una politica di sacrifici?
Ma se dagli Anni 80 ad oggi il Sindacato ha solo perso potere e capacità propositiva, mentre i contratti di lavoro si appiattivano sull’ “adeguamento all’inflazione” e si sfilacciavano con la “flessibilità dei lavoratori”?

Interesse generale? Interessi particolari?
Ma se lo stesso Scalfari ricorda che “noi siamo uno spicchio della crisi”, perchè un sindacato nazionale non dovrebbe badare all’interesse “particulare”, come del resto accade in Germania, Stati Uniti o Cina?

La cassa integrazione va, questo è certo, riformata, anzi andava fatto almeno 30 anni fa, ma “non è più il ’78”, egregio dottor Scalfari …

Oggi, quando si parla di “meccanismo di protezione (sociale) efficiente e robusto”, non ci si rivolge “sic et simpliciter” agli operai sindacalizzati ed alle aziende da sostentare del Settentrione, ma ai milioni di disoccupati e sottoccupati del Sud, finora rimasti invisibili e … senza protezione, oltre che alle aziende soffocate dall’assenza di controlli efficaci da parte dello Stato centrale.

Non sembra che l’implementazione di uno stato sociale – cosa ben diversa dall’assistenzialismo ed il clientelismo – sia nelle intenzioni del governo Monti, di questo parlamento e, soprattutto, dei poteri forti internazionali.

Non è un caso che, mentre la Sinistra “storica” litiga sui fogli di la Repubblica, quella del Sud si riunisce a Napoli con tutt’altre opinioni, come ben ha espresso Luigi De Magistris, sindaco di Napoli ed esponente liberale nell’Italia dei Valori: “questo esecutivo è un arroccamento dei poteri forti contro le istanze di cambiamento che provengono dalla società.

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Beni Comuni: il Sud non ci sta

30 Gen

In questo fine settimana si è svolto a Napoli il “Forum dei Comuni per i Beni Comuni”  per il rilancio e il riscatto del Sud nella “consapevolezza che il Sud non può beneficiare in alcun modo dal liberismo economico proposto dai poteri forti del Nord, rappresentati dall’attuale governo Monti e da quello precedente di Silvio Berlusconi e dei suoi alleati della Lega Nord“.

La lotta per il riscatto e per il rilancio del Sud non può essere disgiunta dalla lotta contro il liberismo economico e la politica dei sacrifici che l’attuale governo Monti sta portando avanti.”

Molto applaudito l’intervento di Luigi De Magistris, sindaco di Napoli ed esponente liberale nell’Italia dei Valori: questo esecutivo è un arroccamento dei poteri forti contro le istanze di cambiamento che provengono dalla società. Le politiche di Monti sono quelle di Berlusconi, mentre da qui, dal nostro esempio di democrazia partecipativa e dal basso, devono nascere modelli economici alternativi al liberismo”.

Anche il sindaco di Bari, Michele Emiliano del Partito democratico, è stato particolarmente critico: “noi siamo qui e vediamo il mondo da sud.  Ed ascoltare il vice segretario del mio partito che dice che le liberalizzazioni di Monti, ovvero qualche taxi in più e qualche farmacia aperta qualche ore in più, sono ‘l’inizio del risorgimento italiano’, mi fa pensare che forse siamo nella confusione delle parole. Io dico no a un sistema che vuole distruggere meccanismi che abbiamo costruito con lacrime e sangue. E credo che dobbiamo utilizzare un modello di partecipazione diverso da quello penoso dei tesseramenti”.
Secondo Massimo Zedda, sindaco di Cagliari di Sinistra Ecologia e Libertà, “in questo momento c’è al governo un galantuomo che però sta facendo le cose che farebbe Berlusconi, e il solco sociale si accentua”.

Intanto, la protesta dilaga e coinvolge sempre più cittadini di tutte le estrazioni sociali, dagli operai agli agricoltori, dai disoccupati agli imprenditori, fino agli studenti.  Ed è un mistero di come abbiano fatto i nostri media a non accorgersi che, nelle proteste siciliane sono sempre più presenti le bandiere con la Trinacria, mentre in Sardegna gli operai sventolano la bandiera con i Quattro Mori.

L’impressione che ne viene è che i sindacati e i partiti nazionali,  in particolare i partiti della sinistra, sembrerebbero allo sbando al Sud, “forse perché da tanti, troppi anni, manca completamente in questi partiti il tema Sud”.

Non a caso, l’evento, che ha visto l’intervento anche della FIOM di Pomigliano d’Arco, è stato presentato dalla giornalista Norma Rangeri de “il Manifesto”, “che ha evidenziato l’esigenza della nascita d’una nuova formazione progressista che si sostituisca all’inefficienza degli attuali partiti per vincere e incanalare verso una politica più partecipata alle prossime elezioni nazionali.

E lo stesso Nichi Vendola, nel suo intervento, ha detto che ““Abbiamo bisogno di politica, e non di invocare specialismi o tecnici che è un’idea di destra, autoritaria.  È propagandistica l’idea che la liberalizzazioni possano trascinarci fuori dalla crisi, mentre l’Italia precipita in quel buco nero che è il -2,2% di Pil previsto dal Fondo monetario internazionale. Questa giornata è un seme buono che può dare speranza per la costituzione di un processo alternativo.

Al convegno hanno partecipato anche esponenti del Partito del Sud e delle Autonomie siciliane e sarde.

Una curiosità “che connota”.
L’evento, tenutosi al Maschio Angioino e al cinema teatro Politeama, era convocato ed aperto a tutti gli amministratori locali italiani ed era finalizzato a trattare, in una visione di centro sinistra, dei rapporti tra “enti locali e Stato”.
Una questione nazionale, non meridionale.

Ebbene, Giuliano Pisapia (sindaco di Milano), Nicola Zingaretti (presidente della Provincia di Roma), Virginio Merola (sindaco di Bologna) e Giorgio Orsoni (sindaco di Venezia) non sono pervenuti …

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Otto miliardi per le elezioni

30 Gen

L’accordo UE del 15 dicembre pevedeva che 3 miliardi di euro andassero ad istruzione, agenda digitale, credito per l’occupazione, reti e ferrovie meridionali.
La Stampa, quotidiano torinese, ne parla come i “denari che cercavano a fatica sbocco in un’Italia storicamente maglia nera nell’incassare gli euro di Bruxelles. Sono ridiventati una risorsa in questi tempi di crisi e austerità di bilancio“.

Tre miliardi sono una goccia nel mare, se parliamo di un paese, l’Italia, che vanta un Pil da 2.000 miliardi di euro, per l’esattezza sono l’1,5%. Quanto serve per acquistare una ventina di cacciabombardieri F-35, un sesto di quelli ordinati a Finmeccanica … Spiccioli.

Adesso ne arrivano degli altri, sembra 5 miliardi di euro. “La Commissione calcola che per l’Italia la sacca a cui attingere contenga 3,6 miliardi di fondi strutturali (coesione nel Mezzogiorno) e 4,3 del Fondo sociale (lavoro e imprese).

Ci risiamo, una manciata di spiccioli per risanare l’economia di una delle prime potenze industriali del mondo?
Tre virgola sei miliardi di euro per risollevare 150 anni di saccheggio e degrado del Meridione? Ma se non si si ricostruiscono neanche le scuole sgarrupate con quei soldi …

E poi, domanda cruciale, come e da chi verranno spesi quei soldi?
Quale “indecente” campagna elettorale dovranno sostenere, visto che quasi il 50% degli elettori è allo sbando?
Quale ripristino del sistema clientelare e del voto di scambio si sta per prospettare?

In un’Italia con i lavoratori dipendenti allo stremo ed i piccoli privati alle corde è facile immaginare “come, dove e quando” saranno spesi quei soldi.

Euro Hilfe? Bitte, nicht.

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Bagnasco, il cardinale che tifa Monti

26 Gen

Secondo il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Angelo Bagnasco da Pontevico (Brescia), il governo Monti è «un esecutivo di buona volontà, autonomo non dalla politica, ma dalle complicazioni ed esasperazioni di essa, e con l’impegno primario e caratterizzante di affrontare i nodi più allarmanti di una delicata, complessa contingenza».

Chissà se Bagnasco alludesse all’antica massima romana per cui “le strade che portano all’inferno sono lastricate di buona volontà” …

Non v’è dubbio, però, che il “suo” giudizio, data la carica occupata dal Cardinal Bagnasco, dovrà essere necessariamente anche quello dei prelati preposti alla cura delle anime a sud del Garigliano, come  il vescovo di Caserta, Pietro Farina, o gi arcivescovi di Napoli, cardinale Sepe, e di Palermo, cardinal Romeo.
Prelati che, si spera, vorranno adeguatamente spiegare ai propri fedeli – in rivolta, in miseria o con la valigia di cartone in mano – quanta e quale sia la buona volontà del governo Monti …

Certo, Bagnasco è bresciano ed ha trascorso gran parte della vita a Genova: non sa nulla del Sud e potrebbe avere anche qualche pregiudizio poco cristiano e tanto “padano”, … ma non è questo quello che conta.

Ciò che interessa è che l’Alto Clero sostenga il Governo Monti, come già hanno fatto i Partiti che non riescono neanche a votare un regolamento parlamentare, le Banche che ci hanno spesso offerto titoli tossici e interessi da strozzinaggio, le Grandi Imprese che hanno già trasferito gli impianti all’estero, i Media che per anni hanno taciuto sulla crisi.

Alto Clero, Partiti, Banche, Grandi Imprese, Media … basta sfogliare un qualunque libro di Storia per sapere dove si va a finire con un “cartello” così …

Leggi anche cosa ne pensa la blogger Saura Plesio

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70 miliardi per ricominciare

26 Gen

C’è un motivo per il quale l’Italia non riparte, non riesce a riprender quota, non offre speranze ai giovani ed a chi rimane indietro.
Sulle aziende italiane grava la mannaia di almeno 70 miliardi di Euro di crediti che la Pubblica Amministrazione non è in grado di saldare. (fonte Fatto Quotidiano)

La mente corre subito alle farmaceutiche per ospedali e sanità, alle cartiere per la burocrazia onnnipresente, agli autosaloni per i leasing delle auto blu. Ci sono anche loro, ma ancor di più, tante di più, sono le aziende medie e piccole.
Secondo i dati correnti, il 49% delle imprese che in Italia attendono pagamenti pubblici sono piccole e medie aziende. Un attesa che è computata su un tempo medio di 180 giorni e non i 60 di norma previsti.
Altri studi dimostrano che il “tempo medio di spesa”, ovvero il periodo che trascorre tra la registrazione di una norma di spesa e la sua rendicontazione a fattura saldata è nell’ordine di 2,5 anni, con punte, in alcuni settori, di 4-5 anni.

Tempi e progettualità che soffocano le imprese che non abbiano notevoli ricarichi e buona solidità bancaria.

Dunque, chi paga pegno sia dall’incertezza di tempi ed investimenti sia dalla scorrettezza, se non insolvenza, della P.A. è l’Italia che consolida il nostro PIL, dalla fabbrichetta di estintori all’importatore di cerotti, fino al manutentore di fotocopiatrici ed al gestore di una mensa.

Tutti imprenditori che producono reddito e creano lavoro, fermi al palo ed incerti sul futuro perchè il debitore, da anni e decenni, non sa fare governance e, soprattutto, non onora gli impegni.
Tutte imprese che non possono nè permettersi il lusso di attendere altro ancora, nè hanno crediti di un’entità per cui possa essere vantaggioso cederli, nè potrebbero accettare titoli di Stato in vece di contanti, senza cadere nelle fauci delle banche.

Il ministro Corrado Passera – l’uomo dei dissanguanti “salvataggi” di Olivetti e di Alitalia – annuncia che lo Stato farà onore solo al 10% del debito complessivo, ovvero 7,5 miliardi, paventando l’ipotesi che i crediti dei ministeri vengano saldati sotto forma di rimborsi e compensazioni di crediti d’imposta.
Se temevamo una recessione, adesso ve n’è la certezza.

L’unica incognita che resta è nel non poter prevedere quante aziende falliranno, quanti posti di lavoro in meno ci saranno, quante piccole banche o filiali resteranno, quanti siti sanitari troveremo in caso di bisogno.
Ed il rischio maggiore è che si tenti di isolare le problematiche in una sola parte del paese – come già sta accadendo al Sud – e di tentare di mantenere inflazione, consumi e consensi ad un livello accettabile nel resto del Paese.

La speranza degli italiani? Una sola: il Quirinale.
Questo non è il “governo del Presidente”.

Leggi anche Corrado Passera una biografia non autorizzata

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