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Pace in Afghanistan? Magari … Ecco quanto c’è da sapere

29 Gen

Oltre 5,5 i miliardi di euro spesi in dieci anni di guerra in Afghanistan solo dall’Italia, che è costata finora le vite di 53 nostri militari e ben 650 feriti.  
Ad oltre 5,5 miliardi ci si arriva con le spese dal 2010 al 2012 quando l’Italia ha destinato oltre 2,5 miliardi alla missione  e non sono solo spese militari. Attualmente, (dati del 2017) vengono spesi 193,7 milioni di euro principalmente per presidiare la provincia di Herat.

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Intanto, 17 anni dopo, gli Stati Uniti si ritrovano ad aver speso 1,07 trilioni di dollari ed il costo iniziale totale era di circa un miliardo di dollari secondo il Dipartimento della Difesa.

Secondo il recente rapporto “Cost of War” dell’Istituto Watson per gli affari internazionali e pubblici della Brown University, è  confermato che

  1. i militari USA  morti sono 2.372 di cui 1.856 in azione e di 20.320 feriti, con 3.937 contractors  e 1.141 soldati di altre nazionalità anch’essi uccisi
  2. i morti civili ammontano ad almeno 38.480 in Afganistan e 23.372 in Pakistan, con almeno altrettanti feriti
  3. le forze governative afgane hanno contato 58.596 caduti, quasi 500 operatori umanitari sono stati uccisi dai Talebani, i quali avrebbero subito non meno di 72.000 morti
  4. i rifugiati profughi di guerra sono 1,3 milioni in Pakistan e circa un milione in Iran. Il Rapporto indica testualmente “in Europa alcuni paesi hanno accettato molti rifugiati; altri, ad esempio l’Italia, hanno criminalizzato loro e chi li assiste“.

Poi, ci sono gli interessi italiani che sono ben chiariti dalla Legge 29 novembre 2012, n. 239, relativa all’Accordo sul partenariato e la cooperazione di lungo periodo tra la Repubblica italiana e la Repubblica islamica dell’Afghanistan:

  1. l’impegno italiano (nel 2012 aveva raggiunto i 570 milioni di Euro) per la promozione del  buon governo, del rispetto dei diritti umani, del ruolo e della partecipazione delle donne, della protezione dei minori e della lotta contro la droga, la corruzione e l’illegalità;
  2. la cooperazione italiana si concentra su: lo sviluppo economico e agricolo (includendo colture alternative come lo zafferano), la costruzione dell’autostrada nazionale Kabul-Bamyan, il Corridoio Est/Ovest (da Herat a Chest-i-Sharif), l’Aeroporto Internazionale di Herat (150 milioni di Euro), la rete stradale di Herat e della regione occidentale
  3. il proprio aiuto sostenendo i Programmi Prioritari Nazionali, in linea con la Strategia Afgana per lo Sviluppo (Afghan Development Strategy) e le Conclusioni della Conferenza di Kabul del luglio 2010
  4. le nuove opportunita’ per lo sviluppo nei settori del marmo, dell’agroalimentare, del tessile, delle infrastrutture,  risorse minerarie e idrocarburi; centrali di produzione energetica su piccola scala (fra cui le centrali fotovoltaiche) e pompe idrauliche; infrastrutture (fra cui l’Aeroporto di Herat e la strada fra Herat e Chest-i-Sharif),  agricoltura e industria agroalimentare; gioielli (pietre preziose e semi-preziose), cemento, sanità, eccetera.

Avete visto voi?

Dunque, ce ne sarebbero di motivi per l’Italia nel ritirarsi dall’Afganistan. E la ripresa ‘alla grande’ del traffico di eroina, le donne schiavizzate, i milioni di profughi, il ripristino di un pericoloso stato jihadista?

L’esodo degli USA crea una situazione del tutto nuova e visibilmente critica in Centro Asia. Infatti, l’Afghanistan confina

  1. a sud e a est c’è il Pakistan, nazione ‘amica’, ma che ha rapporti talmente amichevoli’ con l’Iran che questo ha ben pensato di costruire un ‘muro’ che taglia a metà il Belucistan, tra le proprie provincie e quelle pachistane
  2. a ovest c’è l’Iran, che con la diga di Helmad può azzerare l’acqua che rifornisce l’agricoltura afgana e che sostiene da quasi 30 anni 2,5 milioni di profughi afgani sciti, che pur vorrebbero/dovrebbero tornare a casa
  3. ad est c’è la Cina Popolare che, giusto per chiarire il ‘punto di vista’, ha spedito in Xinjiang nei “campi di ri-educazione” un milione di islamici e dal 2014 ad oggi oltre un milione di membri del partito comunista ed “impiegati statali” (prevalentemente polizia e militari) sono stati assegnati nella regione
  4. a nord ci sono le repubbliche ex sovietiche di religione islamica ismailita o scita del Turkmenistan (povero, ad economia rurale e legato alla Russia), del Tagikistan (ricco di petrolio e gas, ma povero e spesso privo di elettricità, gas e acqua per una sorta di embargo della Russia) e l’Uzbekistan, che è il quarto produttore mondiale di cotone, dove il fondamentalismo già da 15 anni è attivo 
  5. a nord ed est, poco oltre il confine di paesi più o meno ‘amici’, c’è la Russia che ha – tra le varie – il Tupolev Tu-160 che ad un’ora di volo può scaricare 40 tonnellate tra bombe e missili, mentre – con due ore di volo – potrebbe testare il neonato drone armato Okhotnik con bombe laser-guidate e paragonabile a un caccia F-15 Strike Eagle statunitense, ma senza pilota a bordo, come un solo Antonov è in grado di spostare in poche ore 250 tonnellate di militari e attrezzature.

La bozza di accordo prevede l’impegno dei talebani a non far diventare il Paese un santuario di terroristi e gli americani invece si impegnano a un ritiro totale delle truppe in cambio del cessate il fuoco e il coinvolgimento talebano in colloqui con il governo afghano.

Poca cosa senza un’autorità militare internazionale a far da garante ed è forte il timore che il ritiro preluderà a nuovi equilibri (che in Afghanistan solitamente vengono scritti con rovine e sangue): il Comando NATO ieri ribadiva che “siamo in Afghanistan per creare le condizioni di una soluzione pacifica negoziata: non lasceremo prima di avere una situazione che ci permetterà di ridurre il numero di truppe,il nostro obiettivo è quello di impedire che il Paese torni a essere un paradiso sicuro per il terrorismo internazionale“.
Niente paradisi, specialmente se i dati confermano che dal 2012, nonostante fosse noto che quelle afgane non fossero affidabili, gli USA decisero un drastico ritiro delle proprie truppe dall’Afghanistan ed, a seguire, c’è stato un drastico aumento mondiale del consumo di eroina e delle over-dose.
Ancora oggi, secondo l’Unodc, l’85% dell’eroina e della morfina prodotte nel mondo, è estratto dall’oppio afghano e si tratta di quasi 400 tonnellate (cioè circa un miliardo di dosi da strada), che viene trafficato in tutto il mondo attraverso i paesi confinanti. 

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foto da analisidifesa.it

Non è difficile indovinare come andrà a finire senza un forte presidio militare internazionale. Narcostato, integralismo che si espande nell’Asia Centrale, possibili collisioni tra nazioni già oggi ben armate, l’un altro ostili, salvo un sempre probabile intervento russo / iraniano e/o  del Pakistan, filo-statunitense.

L’impressione generale è che gli USA di Trump stiano delineando una nuova Yalta in semi-accordo con Putin non solo in Siria, ma anche in Asia, cioè ritirando personale ed investimenti in Medio Oriente e Afganistan, gli Stati Uniti confidano di ritornare alla Dottrina Monroe e ‘dedicarsi al giardino di casa’, le Americhe.

Non a caso la Brexit riporta il Commonwealth al suo “naturale” ruolo di controllore dell’Oceano Indiano e delle rotte da oriente a occidente, basta guardare una mappa e quali nazioni ne fanno parte, Pakistan incluso.

Finanza e industria ben sanno che il Cambiamento Climatico crea nuove e diverse prospettive commerciali date dalla navigazione artica per la Gran Bretagna, come per tutta la Scandinavia e il Canada, con corrispettivi Russia, Cina, Corea e Giappone.

Ed all’Europa restano i pasticci che ha combinato in Medio Oriente,  in Africa … ed in alcuni processi di unificazione nazionale con lo smantellamento dei regni governati da Borboni o Asburgo.

L’Italia è una questione a parte: non possiamo permetterci un contingente di 1000 uomini all’estero, talmente siamo indebitati:  Di Maio a Washington il 14 novembre 2017 (fonte ANSA) fu chiaro: “Sull’intervento in Afghanistan siamo sempre stati chiari. Per noi quello è un intervento che per la spesa pubblica italiana è insostenibile“.

Infatti, oggi Quotidiano.net riporta che “il ministro dell’economia e finanze Trenta ha dato disposizioni al Comando operativo di vertice interforze di valutare l’avvio di una pianificazione per il ritiro del contingente italiano. Le stesse fonti aggiungono che l’orizzonte temporale potrebbe essere quello di 12 mesi”.
Inoltre, “la richiesta di valutare una pianificazione del ritiro del contingente italiano avviata dal ministro Trenta sarebbe statacondivisa con la presidenza del consiglio“. Quindi, se Moavero (ndr. e la Lega) non era a conoscenza dei piani della Trenta, Conte non solo era stato informato, ma li ha anche avallati“. 

Demata

Medio Oriente: arriva la Pace?

24 Set

Abu Mazen, in nome del popolo palestinese, ha chiesto all’ONU il riconoscimento di uno Stato di Palestina, che possa avviare i colloqui diretti di pace con Israele.
I palestinesi esultano nelle piazze, a casa loro, in Israele e nel mondo, arriva la Pace.

La Pace? Per ora proprio no.

20.000 poliziotti israeliani ed altrettanti militari sono dislocati in Cisgiordania in stato di massima allerta e questo durerà almeno fino alla fine del Capodanno ebraico.
Ci si prepara al bagno di folla (e di sangue) previsto per il ritorno di Abu Mazen in patria, nella settimana prossima.
L’entusiasmo è un potente movente e non è improbabile che ci saranno morti tra incidenti, infortuni, scontri ed azioni isolate.
Le forze di sicurezza israeliane e palestinesi sono state attivate in forze proprio per contenere queste situazioni e prevenire un’escalation.

Non è un caso che a Gaza, invece, sia tutto fin troppo tranquillo, perchè Hamas non approva l’iniziativa di Abu Manzen, che sarebbe andato alle Nazioni Unite “per mendicare uno Stato” e che sarà “costretto rinunce rispetto agli interessi nazionali dei palestinesi”.
Oppure che nei territori occupati, come nelle colonie ebraiche di Kusra ed Hebron, sono ore di massima tensione e già si contano 4 morti, due adulti e due bambini, due ebrei e due palestinesi.

Nessun vincitore …

(leggi anche Palestina-Israele: il ciclo dell’odio)

originale postato su demata

Palestina-Israele: il ciclo dell’odio

24 Set

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, un’enorme quantità di coloni ebrei si trasferì nello Protettorato di Palestina, partendo dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti, dove erano approdati in fuga dalla Germania, dai Paesi dell’Est, dalla Francia e dall’Olanda.

Miliioni di europei, come gli invasori crociati, ebrei, come i traditori biasimati da Maometto: una premessa esplosiva.

Le premesse, tra l’altro, furono diverse: da un lato la “promessa”, più americana che inglese, per la creazione di uno stato sionista, dall’altra la politica interna britannica che non sapeva cosa fare di quei milioni di rifugiati, che avevano accolto per quasi dieci anni durante gli orrori del Nazismo.

Chi di noi può immaginare cosa fosse il melting pot siriano post grecofenicio post bizantino post cristiano post musulmano di quel Medio Oriente degli Anni ’30 che fa da sfondo ai film di Indiana Jones?

Di sicuro, convivevano pacificamente.

Quanto sarebbe ancor più splendida oggi la città dei Pellegrini ancora affidata agli antichi e pacifici “consegnatari” (da parte di Gesù-Jahvè-Allah, naturalmente).

Non è andata così e dopo 60 anni dobbiamo constatare che è il luogo sulla Terra dove si sono verificati più conflitti che altrove.

Molti di più, quasi quotidianamente.

Le politiche militari, da ambo le parti, non hanno prodotto alcun miglioramento territoriale, se non a favore della popolazione ebraica edhanno compresso le rispettive fasce di sicurezza e reso invivibili aree che lo erano.

Nella cieca retorica dei belligeranti, nè le popolazioni nè i leader si sono accorti dell’inutilità “de facto” di tutti i tentativi di “eliminare” l’avversario.

Il mondo non si è fermato nel 1947, come avvenuto in Palestina, quando tutto ebbe inizio con un gruppo di sionisti (cosa diversa da Ebrei o da Israele) arrivati dall’Europa (la “Banda Stern”) che si mise in testa di scacciare gli Inglesi alla maniera dell’IRA in Irlanda, invece di integrarsi nel contesto che li accoglieva benevolmente: arrivarono a far esplodere un albergo di Gerusalemme dove risiedevano i corrispondenti e gli attaché britannici per la Palestina.

E’ quella strada che ha portato, oggi,  i nipoti di persone scacciate dalle case che avevano costruito con le proprie mani, a mandare madri di famiglia a farsi esplodere tra i ragazzini.


E’ esclusivamente per fare un consuntivo dell’annosa questione che vale la pena di ricordare i principali “fatti militari” che hanno coinvolto Israele e Palestina da allora.

  • 1948 Prima guerra arabo-israeliana
  • 1951 Guerra siro-israeliana ed occupazione militare di Gerusalemme
  • 1956 Seconda guerra arabo-israeliana “di Suez”
  • 1967 Terza guerra arabo-israeliana “dei Sei Giorni”
  • 1973 Quarta guerra arabo-israeliana “del Kippur”
  • 1978-1983 Guerra civile libanese
  • 1987 Rivolta di Gaza (Prima Intifada)
  • 2001 Intifada di  al-Aqsa
  • 2002 Assalto ed assedio della sede dell’Autorità Palestinese a  Ramallah
  • 2004 Elicotteri israeliani sparano 4 missili contro manifestanti a Rafia alla frontiera con l’Egitto
  • 2006 Attacco contro gli Hezbollah (scarsi risultati) e vasta devastazione del Libano
  • 2008-09 Bombardamento e rastrellamento di Gaza (per ora almeno 500 di morti  e diverse migliaia di feriti tra la popolazione civile)

Diversi dati sono evidenti:

– la degenerazione del conflitto con il coinvolgimento sempre più feroce o brutale della popolazione civile, come a Gaze due anni fa circa, dato che nè lo Stato israeliano nè l’Authority palestinese hanno il controllo della situazione nè sono in grado di conseguirlo

– la progressiva indisponibilità, per la parte araba della popolazione certamente più esposta, a recepire gli eventi fuori da  un quadro millenaristico e jiadista, con il conseguente imbarbarimento dei metodi di lotta e di indottrinamento

– l’incapacità, da parte di Israele, a perseguire soluzioni diverse dall’intervento militare con armamenti pesanti e, soprattutto, utili a favorire, a permettere la nascita di un Governo e di uno Stato Palestinese.

Nelle future, si spera, negoziazioni sarà fondamentale capire cosa sarà dei territori che Israele ha occupato illegalmente, dato che erano riservati alle Nazioni Unite (Gerusalemme, campi profughi, zone smilitarizzate).

La nuova fase che porta Abu mazen all’ONU, si è avviata, ricordiamolo, anche grazie all’incombente Tribunale per i criminidi guerra dell’Aja, in relazione ai fatti di Gaza, ed alla ripresa della linea clintoniana alla Casa Bianca, che aveva già dato successiin passato.

Vedremo come andrà e vedremo se una ridotta armata europea, su mandato ONU, potrà intervenire in Palestina a separare i contendenti, visto che gli Israeliani proprio non potrebbero attaccarli e che i Palestinesi già guardano a noi e ci accoglierebbero come hanno fatto i loro cugini Libanesi.

La Filistina, insieme alla vichinga Helgoland e alla celtica Stonenghe, è la terra d’origine anche degli Europei, greci o fenici che fossero, non solo degli Ebrei.

Siamo coinvolti molto più di quanto vorrebbero i Governi di mezza Europa ed i pacifisti israelo-palestinesi guardano a noi.

originale postato su demata

Interrogazione cercasi

19 Apr

Un recente rapporto di Amnesty International parla della situazione afgana, individuando crimini di guerra e contro l’umanità da parte dei Talebani. Si parla di attacchi diffusi e sistematici dei Talebani verso i civili  allo scpo di diffondere il terrore.

I documenti del rapporto mostrano come gli attacchi violenti contro il sistema educativo del paese sono aumentati drammaticamente durante il 2006. La Laheya, il “Codice militare” dei Talebani, prevede esplicitamente l’ottimizzazione e l’uccisione dei civili come bersaglio. La regola 25 dichiara che un insegnante che continua ad insegnare dopo che gli avvertimenti dai Talebani debbano essere battuti e, se ancora continua ad insegnare “il contrario ai principii di Islam”, deve essere ucciso.
I genitori in varie regioni ora sono riluttanti a mandare i loro bambini alla scuola ed il clima di timore sta insidiando il diritto allo studio di migliaia dei bambini, specialmente le ragazze.

La posizione dei Talebani verso i civili viola  il diritto internazionale, che proibisce chiaramente l’uso di civili come bersaglio. Uno portavoce talebano intervistato da Amnesty International ha dichiarato che “non c’è differenza fra la gente che è combattimento contro di noi ed i civili che stanno cooperando con gli stranieri”.

La notizia è stata diffusa oggi dalla BBC.
Secondo le usanze della Democrazia, qualcuno, in Parlamento, dovrebbe interrogare e chiedere al Governo su quali basi e con quali informazioni l’Italia sia andata fino al Consiglio di Sicurezza dell’ONU a chiedere di trattare con i Talebani.

La Guerra c’è

10 Apr

Si è detto che l’attacco alle Twin Towers fosse opera di terroristi doppiogiochisti e manipolati, che la “guerra preventiva” in Afganistan un complotto amerikano, eccetera. Addirittura che Al Quaeda fosse ancora o solo “al soldo della CIA”, senza sospettare che sia sempre stata più funzionale “anche” ad altri, ad esempio alla Cina o, in fin dei conti, anche all’Iran.
E’ sfuggito, a molti, che l’Iran ha deciso, un anno fa, di andare oltre il programma già “autorizzato” per la produzione di combustibile per centrali, che aveva avviato con benedizione USA e supporto russo e tedesco.

E così succede che da oggi l’Iran è ufficialmente in grado di utilizzare armi nucleari.
Questo è il senso del comunicato del suo Presidente, mentre viene di nuovo imposto il velo alle donne ed sono autorizzati i centri segreti di detenzione dei Guardiani della Rivoluzione.

I suoi confini sono “protetti” da interi gruppi tribali e milizie agguerrite: i guerriglieri ceceni, gli sciiti irakeni di Al Sadr, i ghalzi di Hekmatyar in Afganistan, una parte delle fazioni curde, l’esercito di Hezbollah, l’organizzazione di Hamas in Palestina e Giordania.
Sono ottimi i rapporti diplomatici, recenti e non, con Cina, Corea del Nord, Pakistan, Venezuela, Siria.

Ne vogliamo parlare ?