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25 aprile: la Liberazione, gli Alleati, i partigiani e … la grande rapina dell’oro di Dongo

24 Apr

Domani in Italia si festeggia la Liberazione dal Nazifascismo. Fu scelta questa data, perché fu il 25 aprile 1945 che l’esecutivo del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia, alle 8 del mattino via radio, proclamò ufficialmente l’insurrezione, la presa di tutti i poteri da parte del CLNAI e la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti.

In realtà, gran parte dell’Italia era già ‘libera’: l’11 agosto 1943 la Sicilia era stata conquistata dagli Alleati con l’appoggio dei picciotti di Lucky Luciano, il 4 settembre 1943 a Napoli erano iniziate le rivolte culminate nelle Quattro Giornate del 27-30 settembre, mentre Calabria, Puglia e Basilicata furono sostanzialmente evacuate dai Nazisti prima dell’Armistizio e mentre buona parte delle Venezie finivano sotto il comando diretto della Wehrmacht.
Alla fine dell’ottobre 1943, i territori delle Due Sicilie erano liberi – spesso motu propriu – mentre Roma e i territori del preesistente Stato della Chiesa si apprestavano a divenire ‘zona di guerra’ (Linea Gotica) a protezione delle città di Bologna, Milano e Torino dove il Fascismo aveva visto le proprie origini e dove si continuava a produrre per la macchina bellica tedesca.

Italy 1943 1944 map Italia Mappa

Non fu un caso che l’insurrezione generale non fu proclamata dal Comitato di Liberazione Nazionale neanche un anno dopo circa, quando tra il 4 e il 5 giugno 1944 gli Alleati conquistarono Roma, superando le ultime difese tedesche.
E neanche che l’ordine ad insorgere e la condanna a morte per i gerarchi dovettero attendere la presa di Bologna da parte del 2° Corpo Polacco dell’VIII Armata, al comando del generale Anders e della 91a e 34a divisione USA, avvenuta il 21 aprile, e della insurrezione spontanea di Genova del 23 e 24 aprile.
Si stima che solo dopo la liberazione di Roma, cioè nell’estate del 1944,  si arrivò, nei movimenti di resistenza sulle montagne della Toscana e dell’Emilia-Romagna, a circa 70-.000 partigiani attivi  mentre gli Alleati aggredivano la Linea Gotica.

Perchè l’ordine di insurrezione generale venne dato solo a ‘cose fatte’, solo quando Milano era ormai circondata da esorbitanti forze alleate?

Innanzitutto, perchè nelle regioni della ‘rivoluzione fascista’ (Lombardia, Piemonte ed Emilia-Romagna) le formazioni partigiane ammontarono inizialmente ad un numero molto limitato di effettivi: Lombardia (9.000), Veneto (12.000), Emilia (12.000). Quale fosse il livello di adesione ed organizzazione del CLN è ben chiarito da Giorgio Bocca: alla metà di settembre 1943 in Italia settentrionale c’erano circa 1.000 uomini, di cui 500 in Piemonte, mentre nell’Italia centrale erano presenti circa 500 combattenti, raggruppati nei settori montuosi di Marche e Abruzzo.
Molto attiva fu invece la Marina, con i reparti Mariassalto, effettuando varie azioni di sabotaggio dietro le linee. Da notare che il primo reparto ad entrare a Venezia, impedendo alcuni atti di sabotaggio tedesco, fu proprio un reparto di Nuotatori Paracadutisti di Mariassalto, mentre il gruppo di combattimento “Folgore” partecipò alle operazioni terrestri della campagna d’Italia nel corso del 1945.

miracolo_anna_2Come è evidente che i partigiani non erano considerati affidabili dagli Alleati,  quando il generale Alexander, comandante supremo dell’esercito alleato in Italia, il 13 novembre 1944 dall’emittente “Italia combatte”, ordinò ai ‘patrioti’ di “cessare la loro attività precedente e le operazioni organizzate su larga scala”.
In buona parte, parliamo dei circa 60.000 patrioti che si erano ‘distinti’ in soli tre mesi di operazioni, da giugno all’autunno, mentre gli Alleati – combattendo dure battaglie come ad Ancona e Casola Valsenio – sfondavano la Linea Gustav e poi Gotica.
La scarsa affidabilità di queste ‘milizie’ fu confermata dagli eccidi verificatisi ad Italia ormai liberata, ovvero nel 1945, anche tra i partigiani stessi, come a Porzus dove furono trucidati diciassette partigiani (tra cui una donna) della Brigata Osoppo  da parte di un  gruppo di partigiani comunisti. I ‘fascisti’ che morirono linciati o per esecuzioni sommarie furono migliaia e, anche se la verità storica fa fatica ad emergere, sono state accertate almeno le stragi di Torino, di Oleggio, di Mignagola, di Oderzo.
Il film-scandalo di Spike Lee, Miracolo a Sant’Anna, ha fornito una ricostruzione sceneggiata, ma abbastanza fedele, di come andarono tante e troppe cose.

E se questi erano i problemi dati da qualunque milizia di patrioti, ma anche di sbandati e di criminali comuni, vale la pena di ricordare la storia del così detto ‘oro di Dongo’, un tesoro che secondo gli americani  valeva 610 miliardi di lire e comprendeva, tra l’altro, 42 chili di lingotti, 66 chili di gioielli d’oro, duemila sterline d’oro, 21mila marenghi d’oro, 35 chili di argenteria, persino due damigiane colme di “fedi” d’ oro donate alla Patria.

Parliamo documenti e dei beni, in gran parte di proprietà dello Stato italiano, che avevano con sé Benito Mussolini e i gerarchi fascisti in fuga verso la Svizzera, quando, il 27 aprile del 1945 a Dongo, furono catturati dai partigiani.
Dei documenti che Mussolini aveva raccolto in un apposito camion blindato – sui quali contava per difendersi un giorno, davanti al tribunale che lo avrebbe giudicato – non si seppe mai più nulla, ma sull’oro, anch’esso sparito, le diverse versioni sono tutte convergenti.

L’oro dei fascisti era stato portato quella stessa mattina del 27 aprile ’45 dentro l’acciaieria e fuso nel piccolo forno lontano da occhi indiscreti. Trasformato in migliaia di piccoli lingotti, facilmente occultabili e trasportabili, fu distribuito agli operai, agli abitanti affidabili e amici, ai partigiani anche a quelli venuti da Milano su ordine del Comitato nazionale di liberazione. Per questo il tesoro non fu mai trovato. Semplicemente, perchè in poche ore non esisteva più come tale.”  (Alessandro Sallusti – Essere Liberi – 2004)

“E’ facile immaginare, nella confusione di quei momenti e con tanti che entravano e uscivano e mettevano le mani per rendersi conto delle belle cose che portavano con se’ i gerarchi, quanto sia sparito. Di certo si sa che Mussolini aveva il fondo riservato della Repubblica sociale italiana, affidato al prefetto Gatti, consistente in oltre un miliardo in banconote italiane ed estere e in una quantita’ imprecisata di lingotti e monete d’ oro. C’ erano poi i valori personali dei componenti la colonna, quelli dei tedeschi di Fallmeyer, quelli di tali capitano Kummel e tenente Hess (trentadue milioni), quelli dei ministeri della Rsi, oltre a pacchi di documenti.
Sul tavolo del municipio di Dongo si trovavano sicuramente 1.045.880.000 lire, 169mila franchi svizzeri, 2700 sterline di carta, 63mila dollari, 4.043 monete d’ oro, 102.880 chili d’ oro e poi argenteria, collane, braccialetti, pellicce e (dice l’ inventario) “due barche nuove”, quasi che i fuggiaschi avessero preventivato di potersene servire per scappare attraverso il lago. C’ era poi un camioncino a cui Mussolini teneva moltissimo. Trasportava il suo archivio personale e, presumibilmente, le sue personali sostanze (non aveva appena venduto il giorno innanzi la sede del “Popolo d’ Italia)”.
“In un rapporto segreto del questore di Como, Grassi, al presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, e’ detto chiaramente che il grosso del tesoro di Dongo e dell’ oro dei gerarchi era finito al Partito comunista, ma che era pericoloso parlarne “… tanto piu’ col permanere nel governo, nei posti piu’ delicati, di esponenti di quel partito che, ove si facesse piena luce non soltanto sull’ oro del Duce, ma su tutta l’ attivita’ sotterranea a esso connessa, verrebbe irrimediabilmente colpito con conseguenti reazioni che oggi e’ assai difficile prevedere”. (Silvio Bertoldi – Corsera – 1993)

Difficile anche capire come mai una colonna corazzata e munita persino di artiglieri antiarea si sia lasciata fermare senza opporre alcuna resistenza dal uno sparuto gruppo di partigiani male armati, con un tale carico di beni e a così poca distanza dal confine svizzero.

autoblinda Mussolini Dongo

“Il 17 gennaio 1949, la rivista americana Life pubblica un’inchiesta del giornalista John Kobler dal titolo: «The great Dongo’s robbery». Kobler è uno che di tesori e manipolazioni se ne intende: ha fatto parte infatti del’Oss, il servizio segreto statunitense durante la campagna d’Italia. La sua tesi è che il tesoro sia finito nelle casse del Pci e utilizzato per sostenere le due campagne elettorali del 1946 e del 1948, per acquistare il palazzo di via delle Botteghe Oscure e per finanziare le forze militari clandestine e l’apparato di sezioni e cellule in tutta Italia.
Anni dopo Massimo Caprara, segretario di Palmiro Togliatti, testimonierà che quei beni razziati sulla strada tra Musso e Dongo sono finiti nelle casse del Partito comunista. ( Renzo Martinelli – Il Giornale -2007)

E, tra le tante, c’è la testimonianza di Renato Morandi, classe 1923, all’epoca dei fatti comandante partigiano della Brigata Garibaldi nel comasco, che racconta come il Capitano Neri, capo di stato maggiore della 52^ brigata partigiana di Como, che si occupò inizialmente di censire tutto l’oro di Dongo e che tentò di consegnarlo alle autorità, ritenendolo di proprietà dello stato italiano, «il 4 maggio del 1945  va a trovare il segretario del partito comunista di Como, chiedendo ragione della fine dell’oro di Dongo. Dei valori sequestrati erano stati stilati da lui stesso tre elenchi, ma nulla di quell’enormità era finito all’erario, cioè allo Stato. Neri venne ucciso dopo quella visita». (Varese Oggi – 2003)

“In realtà, i comunisti hanno incamerato soltanto una piccola parte di quell’immenso forziere semovente bloccato dai partigiani lungo le sponde del Lario. Non perché si siano ritratti di fronte a quella che i giornali americani, al tempo, definirono come «the great Dongo’s robbery» , il grande furto. Semplicemente, i comunisti, i quali controllavano le formazioni partigiane che arrestarono il Duce e i suoi fedelissimi, non fecero in tempo a impedire l’emorragia miliardaria che, in poche ore, aveva dissanguato l’intera colonna.
Quando, ormai quindici anni fa, chiesi al professor Gianfranco Bianchi dove, a suo avviso, fosse finito l’oro di Dongo, il grande storico, che è stato anche mio maestro, replicò con la sua consueta vivacità: «Se lo sono preso gli abitanti del lago!». Le cose stanno effettivamente così: la popolazione locale depredò letteralmente i fascisti e i tedeschi che, in cambio di protezione per sé o per i propri famigliari, non esitarono a regalare valigie piene di banconote. Durante il fermo della colonna, molti gerarchi avevano anche provvisoriamente affidato carichi di preziosi alla gente del posto, depositandoli nelle loro abitazioni nella speranza di passare poi a ritirarli. Non immaginavano certo che sarebbero stati fucilati di lì a poco. Anche dal municipio di Dongo, dove poi si svolse la contabilizzazione del tesoro sequestrato, sparirono somme ingenti, sottratte da partigiani o da loro amici.” (L’oro di Dongo – La Grande Storia – Rai3)

Un  documento agghiacciante, quello di Rai3.

E, mentre a Dongo e non solo era questa la fine che facevano le ricchezze d’Italia e degli italiani, “erano i giorni della «peste» di Napoli. … Eravamo puliti, lavati, ben nutriti, Jack ed io, in mezzo alla terribile folla napoletana squallida, sporca, affamata, vestita di stracci, che torme di soldati degli eserciti liberatori, composti di tutte le razze della terra, urtavano e ingiuriavano in tutte le lingue e in tutti i dialetti del mondo”, racconta Curzio Malaparte in La Pelle.

Sarà per questo che l’insurrezione venne proclamata il 25 aprile ‘a cose fatte’ e che ancora oggi i nostri libri di scuola dimenticano che Roma, Bologna, Milano furono prese dagli Alleati, che Torino e Genova insorsero mentre i tedeschi già smobilitavano, che solo Napoli – tra le grandi città industriali – insorse spontaneamente, stremata da centinaia di bombardamenti alleati sulla popolazione civile?

Certamente è anche per questo che l’Italia  festeggia la Liberazione … resta da chiedersi come sarebbe andata se a ‘liberarci’ invece degli Alleati, ci fossero stati i partigiani. Anzi … siamo sicuri che da Firenze a salire sarebbe accaduto quel che accadde, incluso l’orrido spettacolo del cadavere di Claretta Petacci appeso in piazza a Milano, senza gli Alleati che avanzavano, vittoriosi e vincenti, distribuendo cioccolato, sigarette e calze?

25 aprile, quello che non vi hanno mai detto

Liberazione, una festa da riscrivere

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25 aprile, quello che non vi hanno mai detto

25 Apr

L’unico posto dove gli Italiani hanno cacciato via i Tedeschi, non i Nazisti, da soli, spontaneamente e senza aiuto, è stato a Napoli. Nella città ci sono lapidi per centinaia di morti, appiccicate alle mura di palazzi che danno sui luoghi degli scontri. E non sono pochi come dice la Storia, basterebbe andarli a contare.   Una “insurrezione popolare” di cui a Napoli sono orgogliosi tutti, dato che è grande il  vanto di aver battuto ‘l’esercito invincibile” armati di sassi ed poco più. Questo è il senso e l’orgoglio della Liberazione dall’occupazione straniera. Intanto, l’Italia dimentica gli scugnizzi morti e sovrappone un mito partigiano che, andando a fare i conti, grandi cose non fece.

La “Liberazione” non è solo la Festa della Resistenza Partigiana. Hanno i loro meriti anche i mafiosissimi “picciotti” di Lucky Luciano che facilitarono lo sbarco, i martiri baresi del bombardamento al porto e le centinaia di morti napoletani, insorti “per campare”. Ricordiamo anche quel centinaio di soldati fattisi inutilmente massacrare dai Tedeschi a Porta San Paolo di Roma, per difendere la Capitale, mentre chi li aveva comandati lì fuggiva.
La “Liberazione” non è solo la Festa della Resistenza Partigiana, è una Festa Italiana. Perchè, se non ci fosse stata, oggi avremmo una Sicilia che aggiunge una stella alla bandiera USA, Napoli porto franco e 6-7 macroregioni come capitato alla Germania.

E Liberazione è anche vergogna. Vergogna per il massacro di Torino, per le foibe, per le vendette emiliane, per il processo sommario a Mussolini, per l’esecuzione della Petacci, per “La Pelle” di Malaparte, per i soldati prigionieri, che ritornarono dall’Etiopia solo nel 1948 e dalla Russia mai.
Liberazione è anche la festa degli Italiani coraggiosi che non fuggirono in montagna e rimasero per manipolare silenziosamente liste, ritardare inavvertitamente o boicottare scientemente invii ed ordini, … darsi malati nel giorno cruciale. Italiani che “non fecero il proprio dovere, non obbedirono agli ordini”, come invece successivamente avrebbero dichiarato sotto processo i carnefici tedeschi ed i collaborazionisti francesi.

La lotta per la Liberazione italiana iniziò subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 ad opera delle truppe italiane fedeli al Re con la battaglia di Cefalonia ed il massacro della Divisione Acqui,  le battaglie di Rodi e Lero per iniziativa di ufficiali come Inigo Campioni e Luigi Mascherpa, la Campagna di Liberazione della Corsica,  la difesa di Porta San Paolo a Roma, il Fronte Militare Clandestino della Resistenza, FCMR, e la rete di informatori organizzata dal colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, poi catturato e ucciso.

Tutto questo il mito partigiano ha sempre omesso di precisarlo: i primi a resistere (ed a rimetterci le penne) furono i soldati italiani, le ultime furono le città del Settentrione.

Collateralmente all’iniziativa delle Forze Armate fedeli al Re, fin dalla sera dell’8 settembre, i socialisti Ivanoe Bonomi, Mauro Scoccimarro e Pietro Nenni con i liberali Alessandro Casati ed Ugo La Malfa (Partito d’Azione) ed il cattolico Alcide De Gasperi costituirono il primo “Comitato di Liberazione Nazionale” (CLN).

Mentre la nascente ‘classe politica italiana’ iniziava a muovere i primi passi con la lentezza e la frammentazione che diventeranno poi proverbiali, a Napoli, fin dal 4 settembre (addirittura quattro giorni prima dell’Armistizio) c’era una situazione insorgente, culminata con la rivolta civile  e la liberazione della città. L’ira del popolo partenopeo contro le imposizioni naziste scatenò  combattimenti ‘porta a porta’ talmente violenti che durarono solo tre giorni, con oltre 500 morti e migliaia di feriti tra la popolazione e con i Nazisti per la prima volta in fuga.

Si stima che in Italia nel periodo intercorso tra l’8 settembre 1943 e l’aprile 1945 i Nazifascisti compirono più di 400 stragi  (uccisioni con un minimo di 8 vittime), per un totale di circa 15.000 caduti. Va precisato che gran parte di queste stragi furono rappresaglie condotte nei termini del Codice Militare di Guerra e dei trattati internazionali, ma anche che alcuni tra gli autori non furono mai perseguiti per crimini di guerra perchè molti fascicoli d’accusa rimasero per decenni a marcire in alcuni armadi ‘riservati’, come scopertosi anni fa.

Nei cortei tutto questo non passa, morti e sentimenti dimenticati. Dov’è il ricordo del Comandante delle 4 Giornate di Napoli, un ufficiale che volle mantenere l’anomimato? Perchè Milano, Torino, Genova, Bologna, Roma non insorsero come accadde a Napoli?

Quale fosse il livello di adesione ed organizzazione del CLN è ben chiarito da Giorgio Bocca: alla metà di settembre in Italia settentrionale, circa 1.000 uomini, di cui 500 in Piemonte, mentre nell’Italia centrale erano presenti circa 500 combattenti, raggruppati nei settori montuosi di Marche e Abruzzo. Solo il 20 settembre 1943 – a Milano, mentre Napoli si era liberata da due settimane – venne costituito il comitato militare del PCI che in ottobre si trasformò in comando generale delle Brigate d’assalto Garibaldi, sotto la direzione di Longo e Secchia.

Come anche, è documentato che, durante l’inverno del 1944, molte formazioni si sciolsero o di dispersero ed, in gruppi o individualmente, molti combattenti abbandonarono le armi o si consegnarono, riducendo il numero di quelli ancora in azione a soli 20-30.000 uomini (G. Bocca). Diversamente, la quasi totalità dei soldati italiani catturati dopo l’8 settembre, oltre 600.000, rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò e furono internati e sottoposti ad un duro trattamento di privazioni e violenze.

Perchè non troviamo, tra le memorie dell’epoca, l’opera svolta da Lucky Luciano per lo sbarco in Sicilia – fatto ormai storicizzato in USA – che fu il primo passo di una convivenza tra establishment statunitense e la mafia italiana?
O la controversa ed emblematica vicenda della Marina Italiana, lasciata senza ordini, tutta sintetizzata nella storia della X MAS (e Mariassalto) e nel ruolo svolto nella RSI dal Principe vaticano Julio Valerio Borghese e dell’ammiraglio Aimone D’Aosta, cadetto sabaudo, mentre nasceva un così detto Regno del Sud, durato circa un anno, guidato da un altro Savoia, il re fuggiasco, e diretto da quel Maresciallo Badoglio, distintosi a Caporetto perchè i suoi messaggi in chiaro, trasmessi via radio, indicanti ai reparti le nuove posizioni del comando, venivano sistematicamente intercettati con conseguenti bombardamenti di precisione sulle nostre truppe?

Perchè gli operai del Settentrione continuarono a far funzionare le loro fabbriche ed a produrre materiale bellico per i nazifscisti? Quanti di quegli operai sfilarono per anni ed anni con delle bandiere rosse bene in vista, mentre anni prima si erano presentati al lavoro con tanto di tesserino ‘nero’ del partito? Perchè a Gorizia (11 e 26 settembre 1943), a battersi contro la Wehrmacht, c’erano solo 1500 uomini, in gran parte operai dei Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone ed un consistente gruppo di partigiani sloveni, già operativi da tempo?

Quanti sanno che il massacro delle Foibe iniziò subito dopo l’Armistizio  e che solo nel primo mese vennero barbaramenente uccise almeno 400-600 persone? O dei sedicenti partigiani torinesi che aprirono il fuoco sulla colonna di militari della RSI che con le proprie famiglie lasciava la città con salvacondotto? O di alcune formazioni delle Brigate Garibaldi che si ‘distinsero’ per i rastrellamenti e le esecuzioni sommarie di fascisti in Romagna, con una lunga serie di accuse e processi controversi, che coinvolsero il senatore Arrigo Boldrini (PCI)?
E che dire della bruttissima storia dell’oro dello Stato Italiano, che Mussolini cercava di trasferire in Svizzera, intercettato dai partigiani a Dongo e su cui sono fiorite leggende ed indagini, tutte aleatorie dato che gli eventuali testimoni (i fascisti catturati tra cui Mussolini e Clara Petacci) furono sommariamente giustiziati?

Perchè il Vaticano, al quale i Concordati hanno sempre lasciato una propria giurisdizione territoriale su Roma, non intervenne quando 16 ottobre del 1943, alle 5.15 del mattino, le SS invasero le strade del Portico d’Ottavia e rastrellarono 1024 ebrei? E perchè non ricordare che tra i combattenti più attivi  ci furono i 5.000 ebrei italiani, arruolatisi nell’esercito inglese e mandati in prima linea sul versante adriatico?

La “Liberazione” non è (solo) la Festa della Resistenza Partigiana, è una festa della libera memoria italiana.

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L’oro delle Due Sicilie, le prove di una spoliazione

10 Set

Subito dopo la presa di Roma, con l’introduzione della cartamoneta, lo Stato italiano obbligò tutti i cittadini a riconsegnare la moneta metallica.  Dal Meridione arrivarono oltre 440 milioni di Lire in oro, che, al cambio imposto dai Savoia, equivalevano nominalmente al 4,25 Ducati partenopei.
Le somme raccolte nelle Due Sicilie equivalsero a circa 10 volte quelle versate nel resto d’Italia, ma, come vedremo l’entità effettiva di quell’oro ed i suo valore di mercato erano enormemente superiori.

Dicevamo dei Ducati partenopei che erano circolanti ed avevano un tenore in oro molto più elevato: una moneta da un Ducato ‘conteneva’ 19,9 grammi di oro fino, mentre una Lira sabaudo-italiana ne conteneva solo 4,5. Il cambio ufficiale fu imposto con Regio Decreto Sabaudo del 17 luglio 1861, n. 452, poi assorbito dalla legislazione italiana.

Una enorme massa d’oro, cui si aggiunsero altrettanto enormi quantità di argento e rame, derivanti dai Mezzi Ducati e le Mezze Piastre d’argento, oltre che dai Tarì, i Carlini, i Tornesi.

Una ricchezza spropositatamente enorme, come vedremo, che prese le vie di Roma, Torino e Venezia, ma anche quelle di Inghilterra, Francia e Stati Uniti, dove risiedevano i creditori dei tanti debiti contratti dalla corrotta corte sabauda. Le poche opere realizzate con quelle somme furono l’edificazione ex novo di Roma Capitale, la bonifica delle risaie piemontesi, il ripristino della Via Salaria (indispensabile per azzerare il commercio meridionale).

Un’altra prova, dunque, del saccheggio e della spoliazione del Meridione e dei meridionali, attuata con l‘introduzione della cartamoneta, visto che dal Sud arrivarono i 9/10 del patrimonio mobiliare italiano originario, purtroppo, utilizzati in larga parte non per far nascere una Nazione, ma per saldare debiti pesantissimi e sanare le diffuse malegestioni degli avidi funzionari.

Preso atto dello scempio di un popolo e di una ricchezza, dobbiamo chiederci a quanto oro equivalevano quelle Lire e quanto varrebbero oggi, rivalutandole.

 E qui viene il bello. O meglio l’orrido.

Infatti, 440 milioni di Lire in oro dovrebbero equivalere ad un peso di 1980 milioni di grammi d’oro, cioè 1.980 tonnellate d’oro. Purtroppo, se consideriamo che erano, in realtà, Ducati computati come Lire in oro, di tonnellate ce ne ritroviamo quasi venti volte di più, cioè 37.213.

Un calcolo che tutti possono fare.
Nel primo caso, moltiplichiamo le lire per quanti grammi d’oro contenevano. Nel secondo, convertiamo le lire in ducati e solo dopo moltiplichiamo per i grammi di oro fino contenuto. L’esito dovrebbe essere identico, ma non lo è. Incredibile, vero?

Cifre eclatanti, sia nel primo caso  – 2.000 tonnellate pari a 70,5 milioni di once d’oro – che nel secondo, per 37.000 tonnellate pari a 1.305 milioni di once.

Ma c’è dell’altro: se convertiamo le once in euro odierni e poi li rivalutiamo, ne viene fuori una scoperta sorpendente.

Infatti, 70 milioni di once equivalgono a circa 100 miliardi di euro, mentre 1300 milioni di once si convertono in circa 10 miliardi di valuta europea.
Ebbene, utilizzando il servizio ISTAT per la rivalutaizone finanziaria, scopriamo che – considerando solo il periodo 1947-2012 – nel primo caso (2000 tons di oro) il valore sarebbe stato nel 1947 di ben oltre 4.800 miliardi di euro, mentre nel secondo (37000 tons d’oro) parleremmo di 8.500 miliardi.

Figuriamoci a che somme si possa arrivare nel rivalutarli fino al 1872. Decine e decine di migliaia di miliardi odierni, forse centinaia di migliaia di miliardi. Il valore dell’intera Europa, forse.

Un’iperbole che diventa dubbio legittimo, se consideriamo che le attuali zone ricche d’Europa non erano affatto così benestanti, operose e frequentate fino a 150 anni fa, mentre, da quanto raccontano le documentazioni che emergono via via dall’oblio, gran parte della ricchezza d’Europa era prodotta e concentrata in Campania e Sicilia, nelle Fiandre e nel Galles, in Ungheria ed in Boemia.

Tutto un caso oppure fu spoliazione ed annientamento etnici? Durante il XIX Secolo avvenne un secondo saccheggio dell’Impero Romano d’Oriente (Ottomani e Due Sicilie), dopo quello del 1200, ad opera degli stessi popoli?
Anzi, verrebbe da credere – ricodando i crediti vantati dal ramo Savoia Aimone migrato in USA e quello che accadde nell’arco di 20 anni nel Mediterraneo turco e negli Stati Confederati USA – che l’intero industrialesimo e la nascita stessa del Capitalismo moderno siano stati ‘finanziati’ con l’oro delle Due Sicile e della Sacra Porta.

Fantasie? Forse. Fatto sta che le prove iniziano ad essere evidenti e, probabilmente, ebbero ragione gli oppositori di Karl Marx, come il napoletano Arturo Labriola, nel sostenere che i grandi capitali non hanno origine dallo sfruttamento quanto dalle spoliazioni.

Cosa, quanto e come intendono l’Italia e l’Europa restituire al Meridione d’Italia oppure, nonostante le denunce pendenti a L’Aia per i crimini di guerra sabaudi, anche per il prossimo secolo ci verranno imposti i ‘tarallucci e vino’?

Leggi anche dal Sole24Ore ‘Gli eurobond che fecero l’Unità d’Italia quando il Regno di Napoli era come la Germania

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PD a San Giovanni: una manifestazione pacifica

6 Nov

A due settimane dalla guerriglia dei Blck Bloc, Piazza San Giovanni è tornata a riempirsi di gente, il popolo del PD, dimostrando che si può manifestare per ore anche senza sfilare in corteo, come il sindaco Alemanno aveva imposto.

Un primo ed evidente dato che dovrebbe convincere anche i non pochi politici del PD accorsi, 24 ore prima, in soccorso di 500 studenti romani, bloccati dalla polizia per un corteo non autorizzato.

Speriamo che questo sia l’inizio d una riflessione e di una moratoria generalizzata sulla necessità (in un mondo di 7 miliardi di persone, di manifestare la propria opinione senza turbare l’attività di quei cittadini che la pensano diversamente.
A prescindere da vandalismi e violenze, bloccare strade, treni, ambulanze, persone al lavoro non è più tollerabile: i danni per la società intera sono troppo elevati rispetto al “diritto” (presunto) di una limitata parte dei cittadini di sfilare nelle zone strategiche delle nostre metropoli per ore ed ore.

La Costituzione garantisce lo sciopero, la libertà di riunione, il diritto d’opinione, cose che non richiedono necessariamente sfilare in corteo, che dovrebbe rimanere un evento straordinario, rispetto ad un’ordinarietà fatta di incontri pubblici, di scambi d’opinioni, di resistenza eventualmente passiva (lo sciopero).

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Roma, la Val di Susa ed il Fight Club

23 Ott

Ad una settimana dalla manifestazione convocata dal Partito della Rifondazione Comunista ed altri, che ha coinciso con l’ennesima devastazione di Roma a causa di “black bloc infiltrati”, gli arresti si contano ancora sulla punta delle dita.

In tutto tredici, incluso un gruppetto di amici dei Castelli Romani dall’aspetto dark e che poco sembra avere a che fare con gli scontri, l’ormai arcinoto Er Pelliccia, lanciatore di estintori in Mondovisione, ed un antiTAV, già noto alle forze dell’ordine. Dimenticavo, c’è anche un giovane lavoratore rumeno, forse lì senza scopi violenti, pensando che a Roma sarebbe stato come a Madrid o Londra.

Arresti tutti da perfezionare, sia per gli aspetti legati alle indagini sia per quanto relativo il dato antropologico generale .

Da un lato è impensabile che chi si vesta di nero, per altro colore principe della moda e delle discoteche, debba cambiarsi d’abito prima di andare ad una manifestazione. Sono i black bloc ad aver trasformato “il nero” in una divisa, ma è la polizia a cadere, eventualmente, in equivoco.

In secondo luogo, Er Pelliccia. Un ragazzo a modo per i genitori, un pericoloso soggetto a vedere le foto. Ventiquattro anni ed, a leggere gli articoli, non sembra lavorasse o studiasse. Non ho capito perchè i genitori siano così stupiti di ritrovarsi, purtroppo per loro, il “mostro” in prima pagina.

Un “non sembra lavorasse o studiasse” che ritorna con persistenza dalle tante interviste televisive di questi giorni, fatte a leader di base della cosiddetta “rivolta sociale”. Un ripetersi di “lavoro che non c’è”, “di crisi che affama il popolo”, “di abbandono da parte dello Stato”; mai un dire “ho studiato non mi trovo nulla”, “ho cercato di inserirmi”, “ho fatto corsi”, “ho perso il lavoro perchè …”.

Una marginalità che vuole lavoro ma non cerca qualificazione e meritocrazia. Qualcosa di molto, molto diverso dagli “operai specializzati” della FIOM di Landini, questo va detto, e non si capisce perchè e per come Ferrero o Maroni vogliano metterli tutti assieme.

E qui arriviamo all’antiTAV arrestato ieri a Chieti, in procinto di partire, dopo Roma, per andare in Val di Susa, che si spera proprio venga condannato con severità se non collaborerà con la giustizia, facendo i nomi di tutto il network cui appartiene. Qualcosa di simile potrebbero, forse, fare gli abitanti della Val di Susa, dove finora i violenti hanno potuto contare sulla “non ostilità” della popolazione.

E’ dal G8 di Genova che abbiamo dovuto prendere atto dell’esistenza di questi personaggi. All’epoca, l’attenzione fu distolta dalla morte di Carlo Giuliani e dai pestaggi avvenuti nella scuola media, ma pochi ricordano, ormai, che i fatti degenerarono anche perchè le Tute Bianche rifiutarono, ad assalti già iniziati più avanti, il momentaneo alto là delle forze dell’ordine.

Oggi, abbiamo un piccolo network di “teste calde” che si ispirano al noto film “Fight Club”, è da lì che prendono la “divisa nera”, è quello lostile dei piccoli devastatori di scuole medie e superiori, è quella la divisa in black che “sfoggia” Er Pelliccia con i due amici ai giardinetti.

Fight Club è una parola a doppio senso, ricordiamolo, e significa sia Circolo del Combattimento sia Fascio (mazza fasciata per l’esattezza) da Combattimento …

Siamo partiti col legittimare gli Antagonisti e con il coccolare Ultras e Centri Sociali ed, oggi, siamo ai piromani ed agli iconoclasti.

Ci siamo persi qualcosa?

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Una proposta di D’Alema: vincere col 60% dei voti

18 Ott

Che ci sia aria di elezioni “anche se Silvio non vuole” è chiaro a tutti, persino a “Silvio”, che, altrimenti, non si dibatterebbe come sta facendo.

E così andando, arriva, immancabile, la proposta di Massimo D’Alema (Pd) in una intervista rilasciata al Corriere della Sera: “Un’alleanza in grado di valere almeno il 60% dell’elettorato. Un nuovo centrosinistra capace di andare oltre il vecchio Ulivo.”

Il bello dei numeri è che son fatti per essere contati e 60% è una cifra enorme che sottintende molte cose.

Infatti, raccogliere una tale percentuale significa ottenere il consenso di 20-22 milioni di italiani su circa 37 milioni di votanti totali, con un astensionismo al di sotto del 20%.

Considerato che, alle Politiche del 2008, PD e IdV raccolsero circa 13 milioni di voti, il passo è palesemente lungo: mancano 9 milioni di voti.

Esattamente quelli che raccoglieranno, molto prevedibilmente, Sinistra e Libertà di Vendola e l’Unione Democratici di Centro di Casini

Infatti, se l’apporto di SEL sottrae voti al Partito Democratico ed all’Italia dei Valori, un’eventuale alleanza o desistenza elettorale “a sinistra” si trasformerebbe in una utile compensazione di voti (2-3 milioni) per la coalizione.

Va da se che ciò rende impraticabile il coinvolgimento dell’UdC di Casini, da cui dovrebbero arrivare, con l’API di Rutelli, quei 4-6 milioni di voti che servirebbero alla proposta dalemiana per essere praticabile.

Di tutte queste congetture, tali restano senza sondaggi e statistiche, non mi resta altro che un “atroce dubbio”: e se, dinanzi ad una alleanza UdC, IdV, PD, SEL + sindacati, il popolo italiano sentisse puzza di consociativismo o trasformismo e ne venisse fuori un voto impazzito? Fu proprio questo fattore che, agli albori della Seconda Repubblica, creò le premesse per l’entrata di “Berlusconi in politica” e, poi, per il consolidamento del Berlusconismo.

Non è un caso che D’Alema sottolinei, quasi prendendo le distanze da se stesso, che questo singolare aggregato di partiti dovrebbe iniziare col “definire un progetto alternativo di governo, non una mera alleanza elettorale.”

Oltre l’Ulivo, ripetendo l’Ulivo? Forse si.

Utile aggiungere che Massimo D’Alema si è detto “positivamente colpito da Alessandro Profumo”, il creatore di quell’Unicredit che oggi ha outlook negativo, e considera, ancora oggi proprio mentre l’Euro traballa, Romano Prodi “una risorsa”.

Intanto, l’UDC vince in Molise, alleato del PdL, che, in quella regione, non ha voluto Berlusconi capolista …

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Black Bloc a Roma e la Sinistra divisa

18 Ott

La Repubblica riporta che, riguardo l’aiuto da dare alle forze dell’ordine, la posizione di Ateneinrivolta: “Assolutamente no, siamo contro ogni tentativo di repressione e criminalizzazione del movimento”.

Va da se che un’organizzazione che non intende collaborare con le forze dell’ordine non può convocare cortei e manifestazioni, in un paese democratico e legalitario. Qualcuno dovrebbe spiegarlo agli studenti degli atenei in rivolta …

Una posizione che non trova una netta e legalitaria contrapposizione a Sinistra, dato che, tra le tante organizzazioni che hanno emesso comunicati, solamente la Rete Universitaria Nazionale e la Federazione degli Studenti non mostrano  “sulla necessità di aiutare le forze dell’ordine, nessun tentennamento: “Si, le aiuteremo”. Le motivazioni: “Chi ha sfregiato la giornata di sabato sapeva di non poter convivere con questo movimento, dunque ha preso piazza S. Giovanni con la forza.”

Riguardo le devastazioni e gli incendi di sabato scorso a Roma, ricordiamo che si sono così espressi:

  • Valentino Parlato sul Manifesto, “A Roma ci sono stati anche scontri con la polizia e manifestazioni di violenza. Meglio se non ci fossero state, ma nell’attuale contesto, … aggiungerei: è bene, istruttivo che ci siano stati. Sono segni dell’urgenza di uscire da un presente che è la continuazione di un passato non ripetibile”;
  • Pierluigi Bersani, segretario del Pd, “E’ indispensabile un rigoroso isolamento dai movimenti che hanno manifestato pacificamente di chi si è reso protagonista di questi gesti inaccettabili”;
  • Nicky Vendola, Sinistra e Libertà: “Minoranze di teppisti, di black bloc che sono in azione per togliere la scena agli ‘indignati”;
  • Beppe Grillo, leader a 5 stelle: “E’ andata esattamente come previsto. Bersani e Vendola hanno la stessa dignità di Ponzio Pilato”;
  • Paolo Ferrero, di Rifondazione Comunista: “Il movimento è stato stritolato da un’aggressione politica e anche fisica”;
  • Alberto Perino, leader No-TAV: “Io a Roma non c’ero. Non mi fido di quello che ho letto sui giornali”;
  • Antonio Di Pietro, leader Italia dei Valori: “Si deve tornare alla Legge Reale. Anzi bisogna fare la legge Reale bis”.

Posizioni a di poco contrastanti, specialmente se consideriamo che, da Perino a Di Pietro, passando per Grillo, Bersani, Vendola e Ferrero, si tratta di un’unica coalizione se solo andassimo a guardare come sono composte le giunte dei comuni.

D’Alema, intanto, parla di una possibile vittoria elettorale al 60% …

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