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Vincenza Sicari, olimpionica, vittima della Sanità

13 Gen

sicari_2005Vincenza Sicari, 37 anni di base a Roma, azzurra alle Olimpiadi di Pechino 2008, dal 2014 vaga tra i reparti ospedalieri di 15 città senza ottenere diagnosi e – soprattutto – cure adeguate.

Claudio Mariani, primario all’Ospedale Sacco e ordinario di Neurologia all’Università Statale di Milano, per tentare un percorso curativo, scrive al ministro della Salute suggerendo un consulto di specialisti indipendenti e di alto livello che «mettano fine al girovagare della paziente». Consulto mai effettuato.

Viceversa, a fronte di “un percorso tortuoso documentato da migliaia di pagine di cartelle cliniche” – riporta il Corriere della Sera –  “alcuni dei medici che hanno avuto in cura la Sicari puntano invece con decisione su una diagnosi psichiatrica, attribuendo a questa la paralisi.
Tre trattamenti sanitari obbligatori le sono costati la riforma dall’Esercito e la perdita del posto di lavoro.

«Darmi della malata psichiatrica — spiega Sicari — per molti è la soluzione più comoda. Una matta va internata. E mentre io mi consumo nel letto, nessuno prova invece a curarmi».
 
Ecco l’ennesima malata  per la quale, non essendo in grado neanche di organizzare un consulto, la sanità pubblica romana preferisce optare per l’insanità mentale e – salvo la Federazione italiana di atletica leggera che la affianca – non c’è un’associazione per i diritti di qualcosa che se ne faccia portabandiera. Come, del resto, accadde anche dinanzi ad un caso gravissimo come quello di Lamberto Sposini.

A quando le associazioni rivendicheranno l’esigenza di informare i medici che ‘scienza e coscienza’ non hanno NULLA a che vedere con opinioni o religioni, bensì richiedono un’ETICA fondata sul metodo, ergo su protocolli certi e terapeuti in rete?

E quando le associazioni vorranno prendere atto che salvaguardare reparti ed ospedali stutturati “per apparati” equivale a negare l’apertura degli indispensabili centri di cura per i milioni di pazienti ‘rari’ che soffrono di ‘nuove malattie’ a base metabolica e/o neurologica?

Agire come se i pazienti fossero numeri (che lo facciano enti o associazioni cambia poco) è molto peggio che curare i malati in terra come a Nola …

Demata

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Roma spiegata al Sindaco Raggi

23 Set

Caro Sindaco,
partiamo dal fatto che non ci sono complotti e che vorremmo tutti aiutarla, visto come sta messa la nostra amata città.

Come sta scoprendo, c’è innanzitutto un problema di mentalità, che finora l’ha avvantaggiata e che – preso il potere – ritorna contro, per legge di azione e reazione.

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E’ difficile parlare della mentalità romana senza annotarne il polimorfismo dela morale cattolica, ovvero la capacità di modellarsi nel modo più utilitaristico possibile.

La vicenda di Callisto e Ippolito papi e il falso editto di Costantino ben chiariscono metodi e scopi della nascente organizzazione teocratica …
D’altra parte, eravamo nella Roma che usciva da mezzo secolo di bengodi e di complotti, sempre incapace ad autogovernarsi senza ricorrere a risorse altrui … da cui l’esigenza di espandere ad libitum l’Imperium.

In un contesto simile, con una tradizione ‘etica’ millenaria, la Politica romana dovrebbe ricordare la grande lezione repubblicana di Menemio Agrippa che se ‘semo solo noi’ si scompare dalla Storia.
Una delle frasi più famose di Giulio Andreotti è “quando i romani erano solo due, uno uccise l’altro”: le fazioni – e solo dopo l’avidità – furono (e sono) la rovina di Roma dalla fondazione stessa.

Ne prenda atto ed inizi a governare, cioè ad esercitare l’arte del compromesso e della concertazione.

L’altro aspetto che lede dalle fondamenta la nostra capitale e la nostra società è l’idea che il mondo sia ingiusto perchè esistono persone più ricche di altre, che tramano contro la comunità, e che chi pensa a divertirsi sarà, nella sostanza, punito.
Tutti credono che sia colpa di Marx e Lenin, ma leggendo i versetti di Luca 6,24-26 troverete scritto “guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione. Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora siete potete divertirvi, perché sarete afflitti e piangerete.”
Prima di San Luca nessuno mai aveva affermato cose simili.

Se l’astio verso chi persegue il “diritto alla gioia” è il limes che separa i credenti di una qualche religione dagli integralisti, la diffidenza verso chi investe denaro e tempo in attività che portano lavoro e benessere a tutti è una follia distruttiva della coesione sociale di un popolo intero. Figuriamoci di una città.

Ne prenda atto ed inizi a governare, cioè a far capire che lei non è più la candidata dei Cinque Stelle, bensì il Sindaco di tutti i romani.

Infine, c’è da ricordare che Sant’Agostino scrisse che “il Signore conosce quelli che sono suoi e ciascuno di loro che chiede, riceve”.
Questo significa – innanzitutto – che se non è l’operosità, la ragione o la sorte a conferire il successo agli uomini, ma solo la loro ‘affiliazione a Dio’ a prescindere se l’intento sia santo o malvagio.
Una mentalità così può, forse, andare bene in una teocrazia od una monarchia assoluta, ma è del tutto inappropriata nel mondo moderno, dato che lascia la comunità sprotetta dagli speculatori e dai demagoghi.
Il tutto senza parlare del fatto che se sei malato e non arriva il miracolo che ti guarisce … sotto sotto te lo sei meritato. Sant’Agostino dixit.

Ne prenda atto ed inizi a governare, dimostrando che non sono un miracolo dei servizi comunali e sociosanitari almeno alla pari di quelli di Milano nel 1990.

Se, poi, la mentalità dei Cinque Stelle romani è ancora quella di credere che la volontà politica sia superiore alle leggi di mercato od a quelle della tecnica e della scienza,  che alla fin fine si rinvia tutto di cinque anni e qualche ulteriore debito per tutti, che magari dei bisogni dei cittadini e del funzionamento della città torna ad occuparsene qualcun altro (la Prefettura) mentre voi dibattete, … sarebbe il caso di spiegarlo almeno ai Grillini delle altre regioni.

Demata

P.S. Il gruppo Suez ha aumentato la sua partecipazione nella società capitolina dei servizi ambientali ACEA, passando dal 12,4 al 23%, grazie all’acquisto di azioni dal gruppo Caltagirone. L’affare proietta i francesi come primo socio privato di Acea, dietro al Comune che ha la maggioranza assoluta.
Che fa? Privatizza un po’ di Acea per trovare i quattrini per non privatizzare Atac e non mettere in riga AMA e i servizi diretti del Comune? Perdiamo entrate per sostenere sprechi? I Francesi entreranno anche in AMA?

 

Sanità Lazio: addio Commissario Zingaretti?

15 Gen

Un chiaro esempio di come vada la Sanità nel Lazio sono le prestazioni per le malattie rare che, essendo pagate direttamente dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN), non dovrebbero subire nè tagli nè limitazioni da parte dei Servizi Sanitari Regionali (SSR).
Allo stesso modo, le Aziende Sanitarie Locali dovrebbero fare a gara per accaparrarsi questi malati e queste prestazioni, talvolta costose e comunque lucrative. Inoltre, un malato raro (e cronico) porta con se una serie di accertamenti, consulenze e altre terapie che sono ben programmabili e, dunque, si rendono più efficienti /economiche.
Non dovrebbe esistere motivo, dunque, per il quale un malato raro dotato di una prescrizione redatta da un Centro Interregionale o Nazionale (non un mero centro di riferimento regionale, attenzione) non possa accedere alle cure presso una ASL o un ospedale generale: paga tutto il Ministero.

Eppure, in alcune regioni tra cui il Lazio questo accade.
Ed è davvero difficile comprendere per quale motivo una qualunque azienda pubblica o privata rifiuti di assistere – come per altro sarebbe tenuta – un malato che porta con se tra i 30 e i 50.000 euro annui di prestazioni, di cui larga parte pagata cash dallo Stato.

Esistono, però, alcune evidenze che possono aiutarci a capire:

  1. gerontocrazia, tanta gerontocrazia, se scopri che interi reparti e schiere di malati sono affidati a medici che sono nati nel 1948 o giù di lì, dimenticando che si va in pensione anche per sopravvenuti limiti di età biologica e tecnologica, senza dimenticare che nelle malattie rare conta tanto il metabolismo e i meccanismi di sintesi, la genetica, la biochimica e tante altre cose che hanno preso piede solo dagli Anni ’80
  2. assenza di meritocrazia, efficienza e – di conseguenza – minore efficacia delle prestazioni: la madre di tutti gli sprechi. Si campa per lo stipendio a fine mese, per le eterne ‘scalate’ aziendali e di corridoio o per posizione consolidata, visto che chi sta sopra non va mai in pensione e chi sta sotto resterà sotto. I malati e le malattie new entry possono attendere
  3. occupazione dei vertici amministrativi, se accade che siano dei laureati in medicina (e non in economia) a coordinare management, servizi, prestazioni, forniture eccetera per milioni e milioni di euro e di persone. Un privato una cosa così non la penserebbe neanche sotto minaccia: un medico come direttore sanitario, un manager come direttore amministrativo. O no?
  4. gravissimi (potenziali) conflitti di interessi, se ad esempio nessuno verifica che le associazioni dei malati che raccolgono il 5xmille non coincidano, in un modo o nell’altro, con il medico del reparto o l’ospedale e se, peggio, il farmaco ‘orfano’ in quella regione sia una sorta di monopolio ed il centro pubblico operi in realtà come fosse un sub-distributore
  5. carenze del Contratto di lavoro dei medici, che possono essere adibiti a mansioni diverse, ma solo “fatte salve le eventuali specializzazioni di cui è in possesso ed esercitate all’interno della Struttura sanitaria”. Ad essempio, se vent’anni fa assumemmo tanti cardiologi e gastrenterologi ed oggi la prevenzione e i farmaci migliori ne hanno ridotto l’esigenza, teniamo aperti lo stesso i loro reparti consumando le risorse che andrebbero ai ‘nuovi’ settori e specialità mediche e raccondando ai cittadini che la colpa è dei tagli
  6. ritardo epocale, grazie ad un sistema universitario baronale e autoreferenziale. Basti dire che il sistema dei punteggi e il correlato concetto di invalidità è lontano anni luce da quanto l’Italia ha siglato in sede di Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1994. Noi siamo ancora allo ‘sciancato’, al ‘gobbo’, al ‘cecato’ …

I malati rari sono soo la cartina al tornasole di questa storia, ma il risultato è che i malati (rari e ‘comuni’) che non trovano allocazione in un simile girone infernale vagano da uno specialista all’altro, con esami costosi, che – incredibile ma vero – vanno a dissanguare le loro tasche e quelle dei loro corregionali, manentendo funzionanti interi reparti che senza questo vagare non avrebbero ragione di esistere.

Dati spreco Sanità Lazio
Secondo i dati pubblicati dal Fatto Quotidiano, il Lazio spende lo 0,3% in meno rispetto alla media nazionale per l’assistenza di base, ma riesce a spendere quasi il 50% in più (11,4% contro il 7,5%) se parliamo della spesa ospedaliera in questione.
No matter, è lì il problema maggiore.

Questo il motivo per il quale il Lazio taglia posti letto e prestazioni ai malati, ma non posti di lavoro. Secondo questa logica, ma non la nostra, costerebbe di più azzerare un reparto o un ambulatorio, che ‘si ripagano mentre funzionano’, piuttosto che ridurrre di uno specialista, pagato decine e decine di migliaia di euro all’anno, se non centinaia, un reparto dove ce ne sono già sei o sette della stessa specialità.
Oppure continuare a riconfermare medici ormai ultrasessanticinquenni e pure pensionati su incarichi, funzioni e poltrone che – di norma – dovrebbero almeno essere occupate da personale in effettivo servizio, che percepisce uno stipendio anche dimezzato rispetto ai soliti ‘ex sessantottini’.
Perchè tenerci un medico di sessanticinque anni a passa, che ha difficoltà persino con la posta elettronica, quando ne potremmo avere uno di quaranta con pedegree internazionale a metà del costo, senza dover licenziare due ausiliari o chiudere un ambulatorio oppure alzare Irperf e ticket?

Così accade che a Roma si chiuda per un cavillo il centro infusionale del Fatebenefratelli, l’unico esistente in una ASL RMA con oltre un milione di persone, a vantaggio del centro trasfusionale di cui c’è ampia presenza sul territorio. Ovviamente, da un lato c’è il vantaggio finanziario del sangue raccolto e dall’altro c’è la spesa per un servizio offerto.

E che pensare della Asl di Rieti prevede indennità e rimborsi spese per gli organi direttivi, che hanno un’incidenza tre volte superiore alla media regionale con una spesa di ben 2 milioni di euro, come dell’ospedale San Filippo Neri dovve le spese di pulizia sono quasi cinque volte superiori alla media laziale, già di suo non bassa.
Vogliamo scherzare se la Asl Roma B spende addirittura cinque milioni per assistenza tecnico-programmatica e quasi tre per la vigilanza?

Come anche capita che centinaia di malati di reumatologia si ritrovino dispersi da un giorno all’altro in diversi siti sanitari cambiando specialista di riferimento. Oppure che si tengano aperti reparti di gastroenterologia che fanno gastrocolonscopie e poco più con un ritmo che è la metà di un sito privato … mentre a pochi minuti c’è un altro ospedale che offre ben due reparti per le stesse patologie.

Peggio che mai in qualche policlinico universitario, dove per parlare con lo specialista di riferimento, dovete superare due o tre livelli di medici specializzandi che devono valutarvi, ma specializzati ancora non sono.
E le prebende non mancano. Ad esempio il Sant’Andrea spende per premi di assicurazione 5 milioni di euro, a caussa delle polizze per responsabilità civile professionale dei sanitari, che sono a carico dei singoli lavoratori al San-Giovanni-Addolorata, al policlinico Umberto I e all’Ifo, che spendono un decimo.

Dati spreco ASL Lazio

Oppure che ci siano malati – non pochi – che non ricevono le prestazioni prescritte da altre regioni o che vengano costretti a recarsi a notevole distanza dalla propria abitazione anche se hanno un ospedale generale a tre metri.
Per non parlare dei farmaci orfani che sono negati alle strutture private, in modo che chi ha una assicurazione privata sia costretto a rivolgersi al pubblico incrementando … la spesa pubblica, che al momento è una delle più alte d’Italia con 153 euro pro capite di maggiore spesa rispetto alla media nazionale.

Il Forlanini è ormai struttura dismessa, ma la cosa viene annunciata quasi con gioia. Il Ministero dell’Economia va a sborsare 65 milioni di euro da devolvere al sistema sanitario regionale e la stampa di settore, finanziata dalla politica con il sudore delle nostre tasse, quasi elogia il Commissario Zingaretti che ha sforato un’altra volta.

Peggio, i diversi scandali delle forniture o delle coop servizi in diversi ospedali romani che non sono correlati a Mafia Capitale solo perchè scoperti uno o due anni prima.
Pessimamente, infine, il rischio ambulanze che non portano i malati dove sono disponibili i farmaci salva-vita, ma solo negli ospedali prefissati, oltre al fatto che in certi giorni a certe ore c’è qualche corteo ‘antagonista’ che vi blocca nel traffico a sirene speigate.
Da oblio, la vicenda della situazione di caos dei pronto soccorso della regione, nota agli italiani da mesi grazie ai inchieste televisive, ma sembrava ignota al presidente Zingaretti fino a pochi giorni fa.

Perchè allora non arriva un’azione di risanamento da parte dei nostri governi e perchè alcuni governatori regionali latitano sull’argomento, visto che perdono consenso a causa dei tagli iperbolici, dei disservizi e degli sprechi della macchina sanitaria, più Irperf e ticket maggiorati?
E’ presto detto: quasi un decimo dei nostri parlamentari e più della metà dei senatori della Commissione Igiene e Salute lavora(va)no nel settore sanitario, persino i vertici amministrativi siano occupati da personale sanitario, intaccare i privilegi contrattuali dei nostri medici è  una via sbarrata dai sindacati e, al momento, non è il caso di trovarsi anche gli ospedali chiusi per sciopero.

Se qualcuno si chiedeva chi/cosa rappresentasse la Casta nel Parlamento eletto nel 2013, questo potrebbe essere un indizio rivelatore: neanche un rappresentante dei malati nella Commissione del Senato che si occupa dei servizi loro erogati. E, con il prossimo parlamento, le cose potrebbero andare anche peggio.
Una lobby talmente potente – nei salotti, in parlamento e … per il commercio di fascia medio-alta … – che persino Papa Francesco, vescovo di Roma, ancora non si indigna perchè nella sua città i malati non vengono curati, non almeno come prevederebbe il Vangelo o come avviene in altre località italiane.

Roma e il Lazio, uno strano limbo che – dopo averne emanate le leggi in Parlamento – inizia solo da poco a scoprire che l’universo amministrativo si è dematerializzato e che se non usi il pc almeno decentemente sei ‘out’. Un luogo dove ancora si legge su delibere e determine che informatizzare registri, cartelle, circolari e avvisi è ‘impossibile’, anche se mezzo mondo l’ha già fatto.
Un bastione della resistenza al moderno – se ne scriveva già prima della Modernità – dove aleggia il terrore che una qualunque indagine tra quelle in corso potrebbe aprire ulteriori filoni, come se non bastassero quelli già scoperti a suggerire un ricambio profondo non solo della politica, ma anche dell’alta dirigenza. Anche di questo se ne scriveva già nei secoli dei secoli.
Una regione dove, soprattutto, i servizi sanitari vanno male e aumenta la quantità di residenti che si rivolgono a centri d’eccellenza fuori regione, mentre i calanti servizi che dovrebbero andare ai laziali sono destinanti – in alcuni reparti spesso – a malati che arrivano da regioni ancor peggio messe.

Tutto mentre nel Lazio vige una delle Irperf più gravose d’Italia, mentre oltre il 40% della popolazione è anziano, con il risultato che chi oggi contribuisce vede gran parte delle risorse destinate non a se o ai propri figli, bensì ai servizi geriatrici, come accade sia per la Sanità che per il Welfare.

Quanti voti perderà la Sinistra nel Lazio grazie a Zingaretti non è dato saperlo, nel partito c’è Ignazio Marino che allontana consensi alla grande: saranno le elezioni – se pensa davvero di ripresentarsi – a dircelo.
Il punto è, piuttosto, quanti consensi perderà in Italia il Partito Democratico se continuasse a far riforme che ‘esentano’ la Capitale dal rispettarle e se Matteo Renzi non troverà il modo di superare situazioni eclatanti come quella della Commissione Igiene e Salute del Senato, dove i tecnici occupano in toto lo spazio riservato alla politica.

Quella del mantenimento della Riforma Fornero – che pochi giori fa ha ‘automaticamente’ portato l’età pensionalbile di tutti a 42 e dieci mesi – è un marchio indelebile per un partito che fa dell’equità e della negozialità la propria immagine e la propria base di consenso.
Lasciare la Sanità nella situazione in cui versa in alcune regioni è peggio che una vergogna, essendo neanche  un’economia, ma solo un salasso finanziario per Stato e privati cittadini.

A proposito, cosa pensare se la norma ha previsto un Commissario ad acta nel constatare l’incapacità della politica a governare /risanare e ci ritroviamo che il Presidente della Repubblica ha nominato non un manager, non un notabile o un contabile, ma lo stesso Presidente della Regione che è finita nel commissariamento e che questo accade praticamente da 15 anni?

Come disse Benitez dopo il goal in triplo fuorigioco della Juventus … ci può stare.
Però, almeno prendiamo atto che questi sono i risultati di un Commissarimento ‘politico’ quando dura oltre quel tot di mesi che è naturale … non serviva molto per prevederlo ed è già un miracolo che non sia finita come in Campania per i rifiuti.

Adesso basta, si ponga fine al Commissariamento e che la Politica ci metta la faccia, se ne ha ancora una dopo 15 anni di assenza.

originale postato su demata

Berlusconi lascia tra qualche mese, si va al governo tecnico?

1 Set

La manovra, che il Parlamento si ripromette di varare, somiglia sempre di più ad un enorme TIR, pieno di scatoloni vuoti ricoperti da etichette tra le più disparate, alcune ben apposte altre staccate e riappiccicate, come dimostrano gli strappi sul cartone dello scatolone più vicino.

Un TIR che non riesce a far manovra per uscire da un enorme slargo ed imboccare una qualunque via, semplicemente perchè lo sterzo è bloccato, ci sono tre autisti al posto di uno, i semafori lampeggiano all’impazzata ed i freni (l’Opposizione e gli altri poteri) sembrano proprio non funzionare.

Un enorme veicolo che è esso stesso, in realtà, il tesoro da trasportare, perchè si tratta dell’Italia e del suo futuro.

L’Europa chiede di rientrare di soli 80 miliardi di euro in tre anni, su un PIL che è 25 volte tanto: non sarebbe un’impresa affatto difficile, se non fosse che Lorsignori hanno raschiato il fondo del barile e, adesso, si tratterebbe di toccare i loro interessi ed i loro quattrini.

Prendiamo atto che questo Parlamento proprio non riesce a legiferare (vedi il caso di L’Aquila), che questo Governo ha già troppo spesso emanato norme incostituzionali, che questa classe politica ha concluso il suo ciclo e che i fatti giudiziari stanno iniziando a raccontare abissi peggiori di Tangentopoli.

Ci vorrà ancora un mese, mentre i ministeri rientrano dalle ferie ed il paese prende atto del disaccordo e della inconcludenza di tanto discutere, dopo di che, i mercati non sono mai pazienti, non resterà che andare al  governo tecnico istituzionale per la manovra e le elezioni.

D’altra parte, è lo stesso premier, Silvio Berlusconi, a pensare che non ci sia altra strada … altrimenti, perchè affermare: “Tra qualche mese me ne vado …vado via da questo paese di merda…”.

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Una manovra contro di noi

30 Ago

Questo è tutto quello che le generazioni nate tra il 1925 ed il 1950 hanno riservato a noi che siamo nati dopo di loro.
E’ iniziata quando avevamo ancora 15 anni, cambia poco se fossero gli Anni Settanta, Ottanta o Novanta e, dopo 20-30 anni, continua ad andare così.

Una letale e brutale corsa senza traguardo e senza vincitori: una generazione in esubero da “smaltire”.

Siamo tutti vittime di due generazioni abbarbicate alle poltrone del potere, che mai hanno voluto ascoltare ipotesi, teorie e soluzioni diverse da quelle che a loro facevano comodo in quel momento.
Predatori, che ci hanno portato alla rovina arraffando tutto quello che c’era, durante il Boom economico, e che intendono continuare a farlo finchè ci sarà sangue e linfa da succhiare.

Le loro pensioni non si toccano, le nostre si.
Fuckin’ bastards …

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Le pensioni dei laureati e l’iniqua manovra

29 Ago

Le prime anticipazioni dei media su quanto concordato dagli esponenti della Lega e del PdL riuniti a Villa Certosa raccontano di un’altra iniqua legge a carico dei lavoratori italiani.

I titoli recitano il canonico “stretta sulle pensioni”, ma nella realtà si tratta di una stretta sui lavoratori laureati del settore pubblico: “il calcolo verrà effettuato solo in base agli “effettivi anni di lavoro” e non dovrebbe più tener conto degli anni di servizio militare prestato e degli anni universitari.”

In pratica, sono 4 anni di servizio in più per tutte le posizioni da laureato del settore pubblico.

Cosa giusta? No, iniqua e controproducente.

Innanzitutto, precisiamo che i laureati del settore pubblico devono pagare una congrua somma per riscattare gli anni di studio universitario, spesso versando l’intero equivalente dei contributi dovuti.

L’INPDAP, l’ente di previdenza che copre questi lavoratori, è  in ottima salute ed è talmente ricco che, se svincolato dal Ministero dell’Economia, avrebbe addirittura i capitali per rinegoziare i prepensionamenti necessari a far posto a giovani ed innovazione, nelle scuole, come negli ospedali o nelle  università.

Inoltre, l’INPDAP, in base alle regole di bilancio europeo, non dovrebbe vertere direttamente sulle spese dello Stato e non si comprende quale sia il beneficio in termini di manovra o di minor spesa.

Va anche aggiunto che il “computo degli studi universitari” è frutto di lunghi anni di battaglie professionali e sindacali, dato che  i laureati entrano nel mercato del lavoro diversi anni dopo i diplomati, perchè devono, a proprie spese, acquisire le conoscenze e le competenze di livello universitario necessarie al lavoro che faranno, in un paese che non è affatto prodigo di ostelli, borse di studio e meritocrazia.

Una vera cattiveria, specialmente se consideriamo che non tutte le categorie sono effettivamente colpite da questa norma: i docenti universitari, i magistrati ed i medici già adesso tendono a rimanere in servizio fino od oltre il 65° anno di età. Le categorie di laureati effettivamente colpite dall’azzeramento del riscatto pensionistico degli studi universitari sono quelle della scuola (precari ed alunni inclusi), dei neoassunti (che difficilmente matureranno i 40 anni di base pensionistica) e dei malati cronici (costretti a trascinarsi al lavoro per quattro anni extra).

La cattiveria, per inciso, non sta solo nel tipo di categorie colpite, ma nel sistema pensionistico pubblico, che non consente alcuna forma di negoziazione su TFR e computo pensionistico per i malati, come invece è possibile nel settore privato e con le assicurazioni.

Una vera iniquità, non solo verso giovani ed invalidi, ma anche verso chiunque non sia già pensionato, visto che restano intatte le pensioni d’anzianità e d’annata, cioè proprio quelle per le quali i contributi versati sono esigui a confronto con le somme percepite.

Una svista epocale, quella di prolungare il servizio ad un paio di milioni di laureati, se consideriamo i promessi tagli alla pubblica amministrazione, la quantità di precari che attendono da anni, l’urgenza ultraventennale di riformare ed innovare.

Una vergogna, che non sarà facile emendare.

Manovra: le (poche) proposte del PD

23 Ago

Dal Partito Democratico, da molto tempo ormai, erano attese proposte per riformare il paese e per uscire dalla crisi. Proposte mai arrivate, nè durante il flebile Governo Prodi bis nè in questi tre anni di “eccesso di Berlusconismo”.

Forzati dagli eventi (e da una possibile debacle elettorale), i Democratici in questi giorni si affrettano a studiare, assemblare e proporre proposte alternative da proporre al Parlamento per alleggerire i nostri debiti di 80 miliardi di euro, come ci chiedono l’Europa ed il buon senso.

Rispetto alle proposte, piuttosto variegate e da rivedere, che arrivano dal PdL-Lega, è abbastanza interessante notare come il Partito Democratico:

  1. non sembra interessato a ridurre il personale politico, riassorbendo i piccoli comuni e le provincie negli altri enti locali senza, ovviamente, cancellarne le funzioni ed i servizi;
  2. non manifesta una qualche sensibilità riguardo l’esenzione pressochè totale da tasse e tributi di cui beneficiano lo Stato del Vaticano e le sue attività clericali ed imprenditoriali in Italia;
  3. insiste sulla necessità di riformare le pensioni, in nome di un non ben chiarito “patto generazionale”, senza però fare cenno alle pensioni doppie, triple e d’annata od ai TFR e,soprattutto, alla liberalizzazione del sistema assicurativo di cui proprio Bersani era, solo 5 anni fa, l’alfiere;
  4. non intende offrire a Berlusconi nessuna “mano tesa”, nonostante le sue evidenti difficoltà a proseguire l’attuale mandato di governo unitamente con la Lega per l’indipendenza della Padania.

Per non parlare del Meridione (ed infatti non se ne parla), a fronte di una disoccupazione sempre più crescente, specialmente tra le donne ed i giovani, i Fondi per il Sud stornati su Roma, L’Aquila e non si sa cosa, la Cassa Integrazione Speciale che ha beneficato quasi esclusivamente i disoccupati del Nord, i tagli della Gelmini che colpiscono principalmente scuole e docenti del Centrosud.

A riprova di una difficoltà progettuale di vecchia data, Stefano Fassina, Responsabile del PD per l’economia intervistato ieri da RAINews, seppur chiedendo la reinclusione del “falso in bilancio” tra i reati perseguibili, non ha avanzato particolari proposte “strutturali” riguardo la manovra o la crisi: solo ritagli da apportare per sostenere, nella sostanza, i fornitori degli Enti Locali, cioè molto spesso artigiani, Coop e Onlus.

Anche riguardo il sindacato, la posizione espressa da Fassina è significativa della situazione “a Sinistra”: a difesa della pluralità del Sindacato, cioè della CGIL rispetto a CISL e UIL. Non si parla di tagliare le reti RAI, non si parla dei privilegiati (e spesso benestanti) inquilini di edifici (pubblici) ormai di valore storico, non si parla della scuola negletta o delle Università spendaccione e neanche della Sanità costosa e di bassa qualità.

Ci si aspettava qualcosa di più.

E, così andando l’umore degli elettori, arriva la proposta di Bersani e Letta, che, annunciata per domani, si articolerà “in pochi punti. Primo: una terapia choc contro l’evasione” con “sette o otto grimaldelli. Secondo, una imposta sui patrimoni immobiliari rilevanti. Terzo: un ridimensionamento drastico di pubblica amministrazione, istituzioni e costi della politica. Quarto: un contributo di solidarietà che finalmente gravi non sui tassati ma sui condonati. A questo aggiungiamo liberalizzazioni, dismissioni ragionevoli del patrimonio pubblico e un po’ di politica industriale e di sostegno all’economia”.

Le parole suonano bene … speriamo.