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Il Pd del “dopo Renzi” e il labirinto irrisolto dal 1992

12 Mar

Image5Solo pochi giorni fa il Partito Democratico ha capito che se un proprio leader annuncia di lasciare, poi deve farlo per davvero, specie se nel 2017 l’annuncio arrivava dopo tre anni di governo sprecati e dopo una bizarra riforma strutturale.

Poteva accadere già nel 2000, ma non accadde e Massimo D’alema rimase al vertice del partito, dopo aver dato le dimissioni da premier, in seguito alla sconfitta alle elezioni regionali ed al brutto pasticcio della riforma del Titolo V della Costituzione, che ancora oggi comporta l’innaturale trasferimento del comparto assicurativo sanitario alle ‘politiche’ regionali, mentre vengono dilapidate – in certi territori – l’IVA e le accise benzine che impennano la nostra fiscalità.

L’altro ieri, con le dimissioni di Matteo Renzi, il Partito Democratico ha iniziato un percorso e non è detto che lo porti a termine, se la questione rimarrà sul singolo Matteo Renzi o sull’entourage, invece che sul metodo.

Il primo candidato ad ereditare la segreteria Dem – dove nessuno è mai riuscito al completare il mandato di quattro anni previsto dallo statuto – è Graziano Delrio, ex Partito Popolare Italiano, ex sindaco di Reggio Emilia e ministro delle infrastrutture e dei trasporti dal 2015, prima nel Governo Renzi e poi nel Governo Gentiloni.
A parte l’episodio di Cutrò, proprio sotto il suo dicastero le cronache italiane sono diventate una quotidiana denuncia sullo stato delle strade, delle reti su ferro, dei mezzi di trasporto e non è detto che un ruolo più politico e meno esecutivo possa dirgli meglio.

C’è, poi, l’ipotesi di un ‘traghettatore’, con una ‘reggenza’ affidata a Maurizio Martina, in politica fin dal liceo e dal 2014 Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali dei Governi Renzi e Gentiloni, con delega ad Expo.
Sappiamo tutti come stiamo messi con le frane, gli incendi, i migranti irregolari ed il lavoro nero nei campi e quanto ci costa l’agroalimentare in termini di PIL, tasse, sussidi e spesa diretta delle famiglie. Alle regionali in Lombardia, dove nasce e vive il ministro, il Centrosinistra ha perso circa 600.000 voti dal 2013 al 2018.

E, come da tradizione, ci sarebbe un ‘capitan futuro’ pronto a subentrare – almeno negli umori della base – cioè Nicola Zingaretti, dal 2012 Presidente della Regione Lazio e, precedentemente, parlamentare europeo molto attivo nella difesa della manifattura italiana e nell’accesso a fondi strutturali e programmi comunitari.
Con buona pace dei ‘soldi europei’ e della triste fine che spesso hanno fatto in Italia, noi posteri sappiamo anche che il Lazio è sempre più indebitato (se consideriamo anche i derivati e le ‘controllate’), mentre antisismicità ed accesso alle cure hanno portato la regione alla ribalta internazionale, ma in negativo, con il risultato che oltre 300mila voti migrati dal 2013 ad oggi dal PD laziale verso il Movimento Cinque Stelle.

In parole povere – pur essendo Del Rio, Martina e Zingaretti dei politici senza pendenze, blasonati e competenti – sono anche i volti di un Partito Democratico che non riesce a chiarirsi definitivamente ‘a sinistra’, evitando puntualmente lo scontro con i sindacati, mentre si allontana dal ‘ceto medio’ dei consumatori e degli assistiti, soccombenti sotto il peso dei servizi inefficienti e della burocrazia obsoleta.

Non è solo Matteo Renzi che ha fallato, bensì un apparato di partito che ha ritenuto che si potesse amministrare senza governare, nella prodiana convinzione che l’Europa fosse il toccasana di tutti i mali italici.

L’Unione Europea è, viceversa, una locomotiva e non si può stare tutta la vita aggrappati al predellino nè è piacevole viaggiare sempre più spesso nel vagone di coda, sempre che il treno non passi lasciandoci alla stazione.

Che sarà Delrio o Martina o qualcun altro (magari Carlo Calenda, ex Scelta Civica) a far da segretario, speriamo tutti (amici, nemici ed indifferenti) che il PD faccia almeno durare il proprio segretario tutti e quattro gli anni previsti dallo statuto: l’Italia ne guadagnerebbe di sicuro in stabilità.

Quanto al resto, è nei fatti che in queste elezioni il PD ha convinto solo 15% dell’elettorato attivo (7,5 milioni di voti, 22% dei votanti), cioè più o meno come 26 anni fa con il PDS di Achille Occhetto alle elezioni del 1992 (6,3 milioni di voti pari al 16% dei votanti e al 14% dell’elettorato attivo).

Il nuovo segretario del PD avrà l’arduo compito di cambiare il partito in pochi mesi, ripensando il progetto iniziatosi nel 1992, dopo il trauma della spaccatura con la Sinistra di PRC (2,2 milioni di voti pari al 5,6% dei votanti e al 5% dell’elettorato attivo).
Una frattura che è stata ignorata per venti anni trasformandosi in una falla che ha alimentato il Berlusconismo ed in una frana a favore dei populisti come Lega e Cinque Stelle: il forte ancoraggio a settori sociali e finanziari ‘resistenti al cambiamento’ ha assicurato tanto una buona rendita per un ventennio quanto, poi,  trovarsi punto e a capo?

Demata

Terremoto: primi riscontri di un disastro colposo?

26 Ago

Il procuratore capo di Rieti Giuseppe Saieva ha già aperto il rituale fascicolo per disastro colposo e, forse, è giunta l’ora che la Regione Lazio assurga di nuovo agli ‘onori’ della stampa scandalistica.

Secondo quanto pubblicato oggi da La Repubblica, “subito dopo il terremoto dell’Aquila, i comuni di Amatrice e Accumoli furono classificati “categoria 1”, cioè massimo rischio sismico. L’allora governo Berlusconi stanziò quasi un miliardo da utilizzare entro il 2016 per le zone rosse: i soldi sono gestiti dalla Protezione civile, l’assegnazione ai comuni passa attraverso una graduatoria” in capo alla Regione Lazio con le relative competenze per la Provincia di Rieti e i corrispettivi Comuni.

Soldi che, innanzitutto, erano “contributi ai privati cittadini per sistemare le loro case e renderle più sicure. Lo Stato garantisce da 100 a 200 euro al metro quadrato, per piccoli interventi di consolidamento”.

“Invece, nei primi due-tre anni, da queste parti non si è visto un euro. Anzi, i bandi non furono nemmeno resi pubblici.
L’ex capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, fece un tour nel reatino proprio per promuovere la misura, perché nessuno pareva sensibilizzare i cittadini su questa opportunità. In seguito ad Amatrice è accaduto anche che un dirigente poco solerte abbia spedito a Roma le richieste dei suoi cittadini quando ormai erano scaduti i tempi di consegna, facendo perdere così ogni diritto ai finanziamenti a chi (meno di dieci persone) che aveva fatto domanda.”

Altri di quei soldi, circa 220 milioni, andarono per edificare una scuola antisismica, proprio quella che dalle immagini appare crollata, mentre per il Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, è ‘solo’ lesionata.
Senza parlare dell’Ospedale Civile di Amatrice, che adesso scopriamo tutti essere strategico in quel territorio impervio e che, viceversa, fu depotenziato (e demanutentato?) fino a che il terremoto dell’altro ieri non l’ha reso inagibile. Ospedale che, a causa del commissariamento, fino a pochi mesi fa era nei poteri diretti dello stesso Zingaretti, come precedentemente erano stati in capo a Renata Polverini.

Le responsabilità della Regione Lazio e della ex Provincia di Rieti – almeno quelle morali e politiche – potrebbero essere, però, ben maggiori, se, come riporta La Repubblica,  “la Regione Lazio, infatti, ha inserito tra i requisiti per accedere ai fondi la “residenza” e non la semplice proprietà della casa come invece prevede l’ordinanza della Protezione civile.”

Il tutto ben sapendo che Amatrice ha un centro storico che risale al Settecento, cioè è successivo al terremoti del 1639, 1672, 1703 (L’Aquila) e che, se i residenti sono circa 2.750,  in estate la sua popolazione supera le 15.000 persone, in gran parte proprietarie proprio di seconde case.

Come riporta il quotidiano romano, “su 1342 domande presentate per il 2013-2014 alla regione, ne sono state accolte soltanto 191. Undici ad Amatrice per un totale di 124.700 euro, e sette appena ad Accumoli per 86.400. Diciotto piccoli interventi sull’ordine dei 10-15 mila euro per diciotto case. Pochissimo.
Non solo: da un primo accertamento sembrerebbe che parte di questi soldi non siano stati ancora liquidati, a causa problemi della Regione con la legge di stabilità. …  E siccome gli intoppi non finiscono mai, negli ultimi due anni l’erogazione si è bloccata del tutto.”

Da mesi, dinanzi a tali inandempienze, Anci e Protezione Civile hanno convocato un Tavolo, ma – pur essendosi riunito diverse volte – sembra che non ci sia verso di commissariare in qualche maniera le regioni e rendere attuabili le procedure.

Poi, c’è il mistero dei cinque ponti che la Regione Lazio con l’ex Provincia di Rieti avrebbe dovuto adeguare al rischio sismico per una spesa di almeno mezzo miliardo di euro, ma non si ricordano di interventi di consolidamento effettivamente fatti. Uno di questi ponti, quello di Amatrice, è stato lesionato dalle scosse e ha richiesto perizie statiche che, come visto in televisione, rallentavano i mezzi pesanti dei primi soccorritori.

La Repubblica si chiede “dove sono finiti quei soldi”. Anche noi.

Demata

Roma, candidati, sindaco, sondaggi: lo scenario

6 Apr

Le proiezioni elaborate dalla Ipsos forniscono un quadro desolante della situazione romana.
Innanzitutto, si prevede un astensionismo altissimo, pari al 57,3% (sei romani su dieci): in pratica un milione e passa di elettori non troveranno un candidato adatto tra la mezza dozzina di coloro che si candideranno.

Tenuto conto che almeno un quinto dell’elettorato romano è dipendente di un ente locale o di una ditta appaltatrice oppure usufruisce di un immobile o di uno spazio comunale o di un sussidio, era prevedibile che i due candidati che hanno già dichiarato che “non vogliamo privatizzare come altri partiti” godessero di un certo vantaggio ed, infatti, per la candidata del Movimento 5 Stelle Virginia Raggi si prevede il 27,5% delle preferenze e per il Democratico Roberto Giachetti il 22,5%.

Numeri, ad ogni modo, irrilevanti rispetto al Centrodestra (38,5%), se non fosse per le divisioni interne tra Giorgia Meloni (20%), Guido Bertolaso (12%) e Alfio Marchini (6,5%).

Una realtà che si conferma al ballottaggio, che vedrebbe aumentare le astensioni pervenendo ad un testa a testa tra Virginia Raggi e Giorgia Meloni (50,9% – 49,1%), se il Centrodestra si ricompattasse, mentre Giachetti (44,6%) e Bertolaso (40,2%) avrebbero comunque poche speranze.

Morale della favola:

  1. il peso delle centinaia di migliaia di  elettori coinvolti nella ‘moralizzazione’ degli enti locali capitolini è enorme
  2. è altrettanto enorme il peso degli astensionisti al punto che  per arrivare al ballottaggio ai candidati basteranno solo 300.000 voti su 2,3 milioni di elettori e per diventare sindaco basterà meno di un quarto dell’elettorato

Dunque, vinte le elezioni, il nuovo Sindaco di Roma Capitale si troverà a scegliere se abbandonare al proprio destino chi l’ha votato – per imporre il mantenimento dello status quo – ed agire con rigore dando attenzione alla maggioranza ‘silenziosa’ (perchè astensionatasi) oppure se affrontare – in cambio di fama e vitalizio – il misero fallimento della propria consigliatura, tra scioperi, disastri, debiti, arresti e infamie varie.

Demata

 

Previsioni elettorali a Roma

31 Mar

Se un elettore romano volesse digitare su Google i termini ‘Roma Capitale’ e ‘debito’, può trovare con immediatezza diverse informazioni abbastanza eloquenti:

  • secondo uno studio di Ernst&Young «Roma Capitale» presenta un disavanzo strutturale annuo pari a 1,2 MILIARDI, mentre il debito pregresso della Capitale è fermo a quota 13,6 MILIARDI nonostante i tagli e i sacrifici imposti ai contribuenti, includendo ancora oggi una serie di debiti “indefiniti”, come certificato dal Commissario Silvia Scozzese
  • le elaborazioni dell’Ufficio Studi della Cisl di Roma e del Lazio effettuate sul Piano di riequilibrio dei conti capitolini rilevano che in tre anni – dal 2010 al 2012 – la pressione fiscale sui romani è aumentata di oltre 2,3 MILIARDI di euro a fronte di una diminuzione di contributi statali di 0,97 MILIARDI e di un ridotto aumento di entrate correnti. Ad aggravare la situazione fiscale dei cittadini romani è l’aggiunta delle addizionali regionali più alte d’Italia, anche in questo caso per risanare una Regione, il Lazio, da anni in crisi per analoghe cause e sotto il peso della sanità regionale per la quale l’ex sindaco Ignazio Marino ha lanciato accuse molto serie, contestando “alla Regione Lazio il potere di ignorare, rallentare o fermare ogni processo di cambiamento nella capitale d’Italia
  • il progetto di bonifica e di ripristino delle fogne e degli acquedotti di Roma è iniziato nel 2014 con ATO2 Acea, ma al momento diversi quadranti della città non hanno fogne o ricevono acqua contaminata dall’arsenico, per non parlare dei topi. Quali possano essere i costi per un’intervento così ampio e capillare non è dato saperlo, ma parliamo di MILIARDI di euro e anni di disagi e lavori, specie se consideriamo le condizioni degli spazi pubblici e la sicurezza della viabilità e dei pedoni … senza parlare del fatto che sarebbe urgente da qualche decennio impiantare una rete di trasporti su ferro (tram e metropolitane) – unica alternativa al caos al rumore, allo smog e al caos – ma sono … altri MILIARDI di euro e anni di disagi e lavori
  • i pensionati a Roma sono circa il 46% della popolazione, il che significa che prevedibilmente entro dieci anni la città vedrà un decremento di popolazione, di PIL (reddito da pensione) e di leva fiscale nell’ordine del 15% rispetto all’attuale, mentre già ora è elevato il numero di case sfitte, nell’ordine di duecentomila
  • le cause del dissesto finanziario sono riconducibili alla disastrosa gestione Veltroni e, oggi, fa capo sia al sempre più calante PIL metropolitano sia alle forniture pessime degli appalti di Mafia Capitale sia proprio alle società controllate che raggiungono circa le 37 mila unità di personale, circa diecimila in più,dei 26.800 dipendenti degli stabilimenti Fiat in Italia (e senza includere i 25 mila dipendenti diretti dell’amministrazione comunale). Inoltre, c’è l’emorragia finanziaria degli immobili comunali sia in termini di ammortamento e manutenzione sia di affitti semigratuiti su ampia scala.

Dicevamo … 62.000 elettori con relativi familiari maggiorenni ed elettori, i quali dipendono dalla situazione occupazionale offerta dal Comune di Roma e dalle aziende collegate e aggiungiamo gli elettori che lavorano come dipendenti per da aziende in appalto con relativi parenti di primo grado, che – a nuovo sindaco – potrebbero trovarsi senza lavoro o con regole ben più stringenti. Siamo tra i 100.000 ed i 150.000.

Poi sommiamo i quasi centomila elettori coinvolti nello scandalo di Affittopoli i quali dopodomani potrebbero vedersi sfrattati o comunque a pagare affitti a prezzo di mercato e, magari, consideriamo anche i due o trecentomila che – con la rivalutazione del catasto – si ritroveranno con le loro case dei centri storici a pagar fior di tributi.
Ed infine teniamo conto della milionata di pensionati che non vogliono particolari cambiamenti allo status quo ed, in particolare, di quei duecentomila che dipendono proprio dai servizi sociosanitari dati in appalto.

Nel peggiore dei casi parliamo di quasi mezzo milione di elettori, nel migliore di circa trecentomila, tutti prioritariamente interessati a che poco o nulla cambi e … tutti ben determinati a NON votare un sindaco rigoroso che andasse a tagliare le aziende in rosso o che volesse cambiare le abitudini dei cittadini per evitare sprechi oppure, ancor peggio, cercasse di cancellare le centinaia di migliaia di prebende, sconti e sussidi raccontati dagli scandali recenti.
Siamo al terminale del voto di scambio … per non perdere il lavoro o per non dover lavorare, per non pagare l’affitto o dover cambiar quartiere, perchè ci piace la bicicletta o vogliamo la movida, perchè voglio tutto sotto casa e come era una volta …

Le previsioni? Qualunque sarà il Sindaco andrà a finire che interi apparati comunali resteranno commissariati per anni ed anni … cos’altro aspettarsi mai con miliardi di debiti e di dissesti se sono dieci anni che una bella fetta dell’elettorato ostacola il cambiamento ben sapendo che le risorse son finite?

Demata

Non c’è Pasqua per i malati rari

23 Mar

Dove saremmo  se – invece di politica e diritti – in questi anni, riguardo le malattie rare (> 400.000 carrier nel solo Lazio) – ci fossimo  semplicemente chiesti (funzionari, malati, associazioni e quant’altro):

  • quanti sono i carrier per codici di esenzione, quali invalidi sotto il 45- 66-74%, quanti sono ‘attivi’  ad elevata frequenza (cure mensili o settimanali) e quali a bassa (2-3 volte l’anno)
  • quanti sono diagnosticati da un effettivo centro interregionale (o quello che sarà) e quanti effettivamente in carico con protocollo specifico presso un ospedale generale,
  • quanti hanno profili di urgenza medica, quanti hanno un pronto soccorso di riferimento
  • quali sono le patologie secondarie per macrotipologie rispetto la malattia rara e congenita e quali sono invalidanti o disfunzionalizzanti o degenerative eccetera
  • quale % dei fondi SSN viene saldato entro l’anno solare dal ministero e quanti dalla Regione, quanti ad un anno, a due, a tre eccetera
  • quali verifiche vengono fatte affinchè non vengano prescritti in esenzione farmaci afferenti ad altre patologie … che dovrebbero pagare le Regioni
  • dove si collocano statisticamente i carrier attivi per codice di esenzione, ASL di residenza e presidio sanitario di cura

medico_della_mutua_alberto_sordi_luigi_zampa_007_jpg_vgcdQuel che avremmo scoperto – indagando sulla Realtà in vece di ipotizzarre ‘diritti’ – non è poco:

  • c’era da creare una infrastruttura sanitaria (regioni) e del welfare (comuni) ovvero che i Sindaci ci devono mettere la faccia per poliambilatori e servizi domiciliari
  • senza sapere chi e cosa curare – trattandosi di cronici siamo su archi ultradecennali – non si dovevano neanche fare ristrutturazioni aziendali e concorsi
  • superata l’emergenza è del tutto malsano risolvere casi spot sull’onda di emergenze e scandali, con commissariamenti all’infinito e tavoli tecnici caotici che servono solo a chi non vuol fare o deve ‘deviare’
  • le nuove scoperte biomedicofarma rendevano ben chiaro già 15-20 anni fa che ci sarebbero stati solo policlinici e case di cura /presidi poliambulatoriali, come i medici di base avrrebbero dovuto associarsi con pediatri, geriatri, fisioterapisti eccetera per reggere i costi degli immobili, delle certificazioni e delle manutenzioni, della clinica e della telematica: di sicuro non esisteva nelle premesse un modello in cui il pubblico offre solo ‘grandi ospedali’ e ‘infimi ambulatori’

Siamo disposti a parlare di standard oltre che di diritti? A ben vedere i primi sono cosa certa, i secondi solo enunciazioni di principio …

originale postato su demata

Foucault e le riforme che Italia e Francia attendono da decenni

2 Mar

Nel 2009, la casa editrice Sense Publishers di Rotterdam nei Paesi Bassi pubblicava un interessante saggio intitolato “Governmentality Studies in Education” ed ispirato al pensiero di Michel Focault.
Di seguito – tradotti in italiano – alcuni stralci significativi di una “raccolta che utilizza la nozione di ‘governatività’ di Foucault per identificare e analizzare i principali modelli e caratteristiche del liberismo economico”, che … sembra non sia ancora pervenuta a chi si occupa di servizi pubblici in Francia come in Italia, in particolare scuola, università e sanità.

“Il neoliberismo ha trionfato ed è diventato oggetto di studio, mentre in Francia , dato il relativo predominio del partito socialista, abbiamo dovuto lottare per venti anni per produrre una riflessione su un sociale ‘disaccoppiato’ dal socialismo e affrontata in termini di governabilità della democrazia.

Per quanto riguarda la prospettiva di Foucault, è con le sue lezioni del 1976 che inizia a prendere le distanze dal ideali militanti del tempo. La discussione in quelle lezioni di Sieyès e Terzo sembra già prefigurare le successive riflessioni sulle capacità formidabili del liberalismo come una razionalità politica.

Il recepimento dell’analisi di Foucault sul neoliberismo , purtroppo, spesso sembra essersi appiattito in una serie di generalità polemiche, ideologiche e globalizzanti, facendo a meno del tipo di indagine descrittiva che Foucault aveva intrapreso nel 1979 sui vari avatar del neoliberismo con la loro specificità nazionale, storica e teorica.

Michel Foucault aveva inventato un metodo unico per riconsiderare i nostri modi di pensare a tutti quegli oggetti apparentemente universali come la follia, delinquenza , sessualità e governo. Per lui non si trattava di mostrare la loro relatività storica , né rifiutare la loro validità, come spesso si sostiene, ma piuttosto, era proprio sostenendo a priori la loro inesistenza a disfare tutte le certezze di che essi sono oggetto, come ad esempio la loro ‘storicità’ pura . Questo gli ha permesso di chiedersi come ciò che non esisteva avrebbe potuto avvenire, come una serie di pratiche potrebbe essere strutturata per produrre, in relazione a ciascuno di detti oggetti , un regime di verità, un fatto di potere e di conoscenza combinata , che permetta di dire, finché il citato regime di verità ha imposto la sua efficacia , cosa fosse vero o falso in questioni di follia, delinquenza, sessualità e di governo.

La concorrenza non è un fenomeno naturale, ma un meccanismo formale, un modo di agire efficace sulle disuguaglianze, lasciando nessuno al sicuro nel dominio della propria posizione . Pertanto, il ruolo dello Stato è di non intervenire a causa del mercato, ma per il mercato, in modo che sia sempre mantenuto e che  il principio della parità diseguale sortisca il suo effetto. La concorrenza non è un fatto naturale.
Deve suoi effetti per l’essenza che detiene … La concorrenza è un eidos , un principio di formalizzazione … è in qualche misura un gioco formale tra le disuguaglianze .

Secondo questa dottrina (ndr. il neoliberismo), in ogni caso, lo Stato deve procedere per favorire la solidarietà della società, ma solo quella. Si deve sapere come compensare le carenze del mercato per la protezione della popolazione  ma anche come prevenire che essa vada al di là del sociale e diveniti culla di un socialismo inteso come alternativa al mercato.
In Francia , “l’arte del non troppo, né troppo poco” come forma di governamentalità nel nome dell’utilità ha trovato una formulazione più metodica che nella maggior parte degli altri paesi europei – Regno Unito incluso – poiché ha mobilitato una conoscenza diversa da quello dell’economia politica (vale a dire , la sociologia) e un’altra terminologia , quella della solidarietà.
E la via utilitaristica ha diffuso questa “arte” in tutta Europa , anche in Francia, seppur sia la patria della sovranità nazionale.
D’altra parte, si dovrebbe considerare che quest’ultima non è mai stata sconfessata nella sua preminenza ideologica. Nemmeno lo è stato il socialismo – almeno quello democratico –  considerato da molti come la principale forma di realizzazione della sovranità.

L’idea che un governamentalità socialista è incoerente e può solo portare ad un governo amministrativo – aggiornamento, per così dire , della ragion di Stato o vergognosamente analogo al liberalismo ( Guy Mollet ad esempio) – tiene in scarsa considerazione questa perennità della sovranità che viene solo in parte vissuta come alternativa contro gli “eccessi” del liberalismo . Nel suo corso , inoltre , Michel Foucault insistette fortemente sulla assenza di razionalità governativa nel socialismo.

Per l’economia politica, lo scopo della ragione governativa non è più lo Stato o la sua ricchezza, come nel modello della ragion di Stato, ma la società, il suo progresso economico. Il suo ruolo non è pi quellodi trattenere una libertà , espressione della fondamentale cattiva natura degli uomini, ma per controllarla, e per questo motivo, vietarla, se necessario, mediante restrizioni. È una libertà che viene prodotta e che è da costruire.
Questa costruzione avviene attraverso interventi di Stato, non dal suo puro esemplice ritiro. Ma fino a che punto può e deve andare in questo interventismo senza rischiare di diventare il suo contrario , un nascosto o dichiarato  anti- liberismo? Questa domanda è il punto di partenza della riflessione neoliberista, sulla cui origine  Mr. Foucault manifestò le proprie riflessioni nel successivo corso del 1979, dal titolo “La nascita della bio- politica”.

L’Homo economicus dei liberali tradizionali era l’uomo di scambio, considerato come partner di un altro uomo durante lo scambio. Viceversa, l’homo economicus del neoliberismo è un imprenditore di se stesso, ha solo concorrenti. 
Anche il consumo diventa un’attività di impresa in base alla quale il consumatore impegna la produzione della propria soddisfazione. Quindi, non ha senso la contrapposizione tra produzione e consumo, tra il carattere attivo del primo e di quello passivo o alienato di quest’ultimo.
Denunciare la società dei consumi o la società della spettacolo è un errore di questa epoca, come il far finta che l’uomo del neoliberismo è un uomo di scambio e di consumo se lui è prima di tutto un imprenditore. È il problema di redistribuzione e del divario redditi che crea uomini come consumatori. Viceversa, la “politica della società” trasforma un uomo in imprenditore, cioè qualcuno che si trova in un gioco e si da da fare per aumentare il suo successo in un sistema in cui le disuguaglianze sono necessarie perchè più efficaci e stimolanti  di quanto siano note le grandi lacune.

La questione del ruolo dello Stato è una dimensione che associa da vicino la terza via al neoliberismo. Per esempio, respinge chiaramente tutto ciò che la Sinistra francese continua a mantenere come un dominio dello stato: nazionalizzazioni , pubblici servizi strutturati come ‘clero’ dello Stato , ecc. Tuttavia , questo non significa voler ridurre lo Stato ad un ruolo figurativo. Esso assume un rulo di dichiarato sostenitore delle  “politiche della società”, secondo l’espressione neoliberista utilizzata per denominare l’interventismo destinato a portare qualsiasi attività sociale a regime di concorrenza.

Senza dubbio, i sostenitori della terza via (ndr. liberista) valorizzano autonomia e responsabilità individuale  come i neoliberisti. Li vedono come mezzi per contrastare l ‘aumento nel settore dei  servizi, che può aumentare  a dismisura se si rimane nella logica corrente di compensazione automatica per tutti i problemi reali per cui siamo portati a dispiacerci.
Per loro, però, essi (ndr.  autonomia e responsabilità individuale) sono solo uno (ndr. strumento) tra i tanti altri.

E, tra i tanti, ve ne è uno che caratterizza più direttamente questa politica corrente in quanto costituisce un’alternativa sia all’individualismo come al vecchia sinistra: è quello che sottolinea la dimensione collettiva e politica della prevenzione dei danni.
Vale a dire quella che sottolinea la nozione di azione comunitaria (in Francia si dovrebbe dire “collettiva” per evitare qualsiasi malinteso di questa espressione).

Ma, tanto come il neoliberismo si proponeva di portare “la politica della società”, la terza via si attrezza per ricostruire “una società politica”.

Demata

Gli autori della raccolta di saggi sono: Michael A. Peters (professore di Education presso the University of Waikato, New Zealand and Emeritus Professor in Educational Policy, Organization, and Leadership presso the University of Illinois at Urbana–Champaign), Mark Olssen (professore di Political Theory and Education Policy in the Department of Politics presso the University of Surrey), A.C. (Tina) Besley (direttore del Centre for Global Studies in Education Director e è professore al  Te Whiringa School of Educational Leadership and Policy, Waikato, New Zealand),  Susanne Maurer e Susanne Maria Weber  (rispettivamente professori di Erziehungswissenschaft/Sozialpädagogik e di Soziale, politische und kulturelle Rahmenbedingungen presso l’Institut für Erziehungswissenschaft der Philipps-Universität – Marburg).

Lazio, l’arsenico nell’acqua e il mercato dei vini

27 Feb

Almeno 25 case vinicole californiane sono esposte al procedure di class action, per non aver informato i consumatori del tasso eccessivo di arsenico presente nel vino. (fonte CBS News)
A seguire un’indagine dell’autorevole magazine “The Drink Business” ha dimostrato che su 65 tipi di vino diversi ben 64 contenevano livelli di arsenico superiori al limite fissato dall’US Environmental Protection Agency per l’acqua (massimo 10 parti per miliardo es. 0,001 mg di arsenico per 100 litri) arrivando anche a 76 parti per miliardo (es. 0,00076 mg di arsenico per 1 solo litr0 di vino), con una media di 24 parti per miliardo.

Davvero tanto per una persona che dovesse bere anche solo mezza bottiglia di vino “di bassa qualità” al giorno per anni ed anni.

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In Europa per il vino non ci sono specifiche regole, ma la regola generale dal 1 gennaio 2016 è stata ulteriormente ristretta: il Regolamento (UE) 2015/1006 – emesso il 25 giugno 2015 – in base al report del gruppo di esperti scientifici sui contaminanti nella catena alimentare (gruppo CONTAM) dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), ha limitato la dose settimanale tollerabile provvisoria (PTWI — provisional tolerable weekly intake) a 15 μg/kg di peso corporeo ed ha individuato  “una gamma di valori  per il  limite  di confidenza  inferiore  della dose di riferimento (BMDL 01) tra 0,3 e 8 μg/kg di peso corporeo al giorno per il cancro del polmone, della vescica e della pelle nonché per le  lesioni  cutanee.”

Questo significa che un modesto bevitore non riceve danni anche con vini relativamente tossici, ma le cose cambiano di molto se parlassimo di una persona di basso peso corporeo che dovesse bere almeno mezzo litro di vino al giorno …

In Italia, i vini italiani sono sempre stati molto al di sotto della soglia stabilita dalla OIV (International Organisation of Vine and Wine’s che è di 0,2 milligrammi/l) e da quella stabilita dal Canada che è l’unico paese ad avere un limite in proposito (0,1 milligrammi/l), ma l’ 1,8 % dei campioni analizzati (fonte OIV) supererebbe il limite previsto per l’acqua che i consumatori USA rivendicano oggi.

Dunque, il Made in Italy non dovrebbe risentirne, salvo che in una regione: il Lazio, che ha ampi territori afflitti dalla presenza di arsenico nelle acque, era fuori norma riguardo l’arsenico nelle acque potabili (per non parlare dell’irrigazione) almeno dal 2003 e non fu inclusa già cinque anni fa nelle deroghe (max valori di 0,02 milligrammi/litro) concesse dalla Decisione della CE del 28 ottobre 2010 a sei Comuni della Lombardia e due della Toscana).

A seguire il governo Berlusconi con il  Decreto 24 novembre 2010 autorizzava il rinnovo delle deroghe per l’arsenico alle regioni che avevano fatto istanza fino a valori di 20 µ/litro, mentre la Regione Lazio (richieste per il valore di 50 µ/litro) dovette successivamente prendere atto del decadenza del D.P. Regione Lazio n. T902 del 30/12/2010, dove si autoconcedeva la deroga per l’arsenico.

Nell’estate del 2011, la stessa Regione Lazio – in documento curato dai dottori Agostino Messineo M.Letizia Curcio e Angela De Carolis del Dipartimento di Prevenzione del SIAN ASL RM H e e del prof. Mario Dall’Aglio, Cattedra di Geochimica Ambientale de La Sapienza di Roma – (auto)denunciava che:

  1. “i Comuni nel periodo 2003-2005 non hanno effettuato in genere rilievi analitici, nonostante le richieste, e hanno permesso insediamenti produttivi ed abitativi anche in zone prive di acquedotto. All’incirca nello stesso periodo (2003-2005) ARPA non è stata in grado di effettuare né controlli analitici nè una campagna “ad hoc” per indagine su Arsenico”
  2. “occorre  un collegamento tra settori ambiente-sanità quando si tratta di questioni con  riflesso sulla sanità pubblica”.
  3. la Regione sembra essere l’unico Ente di Riferimento che puo’ uniformare in tali situazioni i comportamenti ma le direttive devono essere chiare ed univocamente interpretabili”,dato che “nonostante alcuni tentativi e conferenze di servizio , non è stato possibile sanare le differenze tra i vari comportamenti a livello locale”.

Chiarito che oltre ai “Comuni” nella vicenda rientra anche la ex municipalizzata romana Acea ATO2 S.p.A. che ha preso in carico il Servizio Idrico Integrato dal 2006, aggiungiamo che dal 2011 in poi accadeva poco o nulla, con la Regione Lazio travolta dagli scandali e poi dalle dimissioni anticipate della giunta guidata da Renata Polverini. Dal 26 febbraio 2013 è stato Nicola Zingaretti a governare la regione e – soprattutto – ad esserne commissario per la Sanità.

Quanto e cosa sia stato fatto è sotto gli occhi tutti: i dati resi pubblici on line da ARPA Lazio si fermano al 2014 e sono a dir poco generici …

Aresenico Acqua ARPA Lazio 2014

Ed è solo grazie ad un solerte ufficio comunale che veniamo a sapere che ad Anguillara Sabazia il 18 luglio 2013 – ben 12 anni dopo il D.l.vo 31/2001 che fissava i parametri – la ASL trovava ben 0,032 milligrammi per litro di arsenico nell’acqua fornita dall’acquedotto ex Arsial.

Così arriviamo ad oggi, con utenti ed imprenditori di diversi comuni laziali che non hanno una fornitura idrica degna di un paese avanzato – pur pagandola come acqua potabile – e con i consumatori USA che – dopo i vini californiani – inizieranno ad occuparsi di quelli d’importazione, tra cui quel 1,8% di vino italiano che potrebbe trovarsi al di sopra dei futuri limiti statunitensi …

Ah già, forse non tutti sanno che il Lazio ha investito molto nella produzione vinicola proprio nei territori interessati dall’eccesso di arsenico nelle acque potabili …
Speriamo che, se non la salute pubblica, almeno l’interesse finanziario e l’immagine italiana all’estero smuovano la ‘grande bellezza’ che governa Roma, che ha da risanare urgentemacque e – soprattutto – lo smaltimento rifiuti, se non vuole che si finisca come nella Terra dei Fuochi.

Demata