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Italicum: i punti a sfavore

22 Gen

La sentenza di incostituzionalità della (parzialmente) vigente legge elettorale verteva su cinque punti cardinali:

  1. “il risultato casuale di una somma di premi regionali (al Senato), che può finire per rovesciare il risultato ottenuto dalle liste o coalizioni di liste su base nazionale”
  2. il caso che alla Camera “una lista che abbia ottenuto un numero di voti anche relativamente esiguo di acquisire la maggioranza assoluta dei seggi”
  3. “l’assenza di una ragionevole soglia di voti minima per competere all’assegnazione del premio”
  4. il premio di maggioranza su scala regionale “comprime la rappresentatività dell’assemblea parlamentare, attraverso la quale si esprime la sovranità popolare, in misura sproporzionata”
  5. la norma che “priva l’elettore di ogni margine di scelta dei propri rappresentanti, scelta che è totalmente rimessa ai partiti”
  6. “una illimitata compressione della rappresentatività dell’assemblea parlamentare, incompatibile con i principi costituzionali in base ai quali le assemblee parlamentari sono sedi esclusive della «rappresentanza politica nazionale» (art. 67 Cost.), si fondano sull’espressione del voto e quindi della sovranità popolare”.

L’Italicum – proposto da Renzi e ‘benedetto’ da Berlusconi – soddisfa a pieno solo i primi quattro requisiti, mettendo fine sia alle maggioranze oceaniche della Camera sia alla roulette russa del Senato, che federale (ancora) non è. Riguardo gli ultimi due, sarà da vedere.

Negare agli elettori le ‘preferenze’ equivale a “privare l’elettore di ogni margine di scelta dei propri rappresentanti, scelta che è totalmente rimessa ai partiti”. Un premio a chi si coalizza e supera il 35% dei voti potrebbe rivelarsi “una eccessiva compressione della rappresentatività dell’assemblea parlamentare”.

Dunque, non c’è da meravigliarsi se l’accordo per la legge elettorale venga aggregato tra due leader di partito e non in Parlamento, ovvero dove dovuto, e on si pone rimedio a “l’incentivo implicito nel porcellum a dar vita a coalizioni disomogenee pur di vincere il premio e, passate le elezioni, alla frammentazione partitica”, come commenta Federico Punzi (blogger dal 2003).

Infatti, quello che preoccupa nell’Italicum – oltre all’esclusione delle preferenze e ad un Senato tutto da capire – è anche altro. L’esito di un ballottaggio dal quale esca una premiership forte senza una maggioranza almeno sufficiente, ad esempio.

Ma , soprattutto, preoccupa – in termini di compressione della rappresentatività – l’ipotesi che alla Camera vi sia una ‘circoscrizione locale’ (ndr. distretto elettorale) per ogni provincia, ‘equiparando’ quella che ha 200.000 residenti a quella che ne ha 400.000 o quasi un milione, mentre ve ne saranno di più – ma non quanto ‘di più’ – nelle aree metropolitane.

Buon senso e logica ci dicono che con una Camera di 630 eletti e 38 milioni di ammessi al voto, viene eletto un onorevole ogni 60.000  elettori. Dunque, chi vive in provincia di Fermo o di Rieti dovrebbe poter eleggere 2-3 deputati, chi è a Caserta o a Varese i suoi dieci-dodici e così via nelle grandi province urbane, dove gli eletti saranno tra i 35 ed i 50.
E, almeno, il buon senso ci dice anche che i candidati delle aree demograficamente più dense dovrebbero avere pari opportunità di raccogliere il consenso elettorale che gli serve per essere eletti.
Ma questo non si verifica se un candidato si rivolge a meno di centomila elettori competendo con meno concorrenti, mentre un altro deve convincere un elettorato di 3-400.000 persone con concorrenti agguerriti e sponsorizzati. Specialmente, poi,  se non gli elettori non potranno esprimere le preferenze …

L’impressione che l’Italicum serva solo a gestire una transizione interna alla Partitocrazia – come la denominò tanti anni fa Marco Pannella – che oggi chiamiamo Casta, come strilla Beppe Grillo, e che qualcuno – già nel Dopoguerra – denominò ‘Catto-comunismo’.

Scriveva Riccardo Lombardi, a nome del Partito d’Azione, su ‘L’Europeo’ del primo dicembre 1946: “vediamo cosa avviene nella Repubblica Presidenziale ove, e’ bene ricordarlo il Presidente della Repubblica e’ nello stesso tempo capo del governo e viene eletto a suffragio universale anziche’ eletto in secondo grado dalla Camera dei Deputati (cioe’ dai partiti): gia’ in sede di elezioni il candidato alla Presidenza della Repubblica, appunto perche’ sara’ anche capo di un governo, e’ costretto a presentarsi con un programma di governo: il compromesso programmatico non avverra’ tra i diversi candidati alla presidenza e dopo le elezioni […] dunque il compromesso avverra’ prima delle elezioni, fra alcuni partiti che […] si accorderanno per la candidatura di un uomo a cui sara’ affidato un programma concordato”.

Già … cambiar tutto per non cambiar niente … come parlare di legge elettorale senza parlare anche di repubblica presidenziale e … di par conditio mediatica sulle reti di Stato?

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Legge elettorale, proposte al vento

3 Gen

Sulla legge elettorale, allo stato attuale dei consensi espressi, una sola cosa è certa: nessuna coalizione può credibilmente sperare di ottenere una maggioranza atta a governare.
Infatti, lo stato del consenso vede ancora un ampio terzo degli italiani propenso all’astensione, mentre un quinto degli elettori vota ‘a Sinistra’ e un altro quinto è ‘grillino’, il resto va ‘a Destra’ con buona pace di moderati e autonomie.

Inoltre, anche Matteo Renzi chiede “la necessaria trasformazione del Senato in Camera delle autonomie, e quindi la cancellazione di incarichi elettivi e retribuiti in Senato”.
Il che significa che ci troveremo ad eleggere 3-400 eletti alla Camera e di indicare una premiership: un onorevole ogni 100.000 elettori e un leader nazionale. Stop.

Non che altrove vada particolarmente meglio – vedi Germania e Francia dove il bipolarismo è una chimera – ma l’incapacità a coalizzarsi in base ad un programma ‘tecnico’ è una peculiarità tutta italiana.
Inoltre, altrove la legge elettorale prevede alcuni ‘obblighi’ che vanno da quello di preannuciare i propri ministri a quello di garantire un ‘ballottaggio’ con una effettiva ‘par conditio’ all’esistenza di un ‘federalismo’ effettivo – come in USA o Germania – o, comunque, di una Camera Alta (ndr. Senato) autonoma dai partiti.

Certo, è impensabile che un segretario di partito ‘detti l’agenda’ al governo, come segretario del partito di maggioranza e come futuro candidato premier, in un Paese che ha adottato il Fiscal Compact e che da vent’anni tenta di dotarsi di governi e relative premiership ‘indipendenti’ dalle segreterie di partito.

Ma la vera questione non è in quello di cui si parla (ndr. sistema spagnolo, super-sindaco eccetera), ma la drastica riduzione di rappresentanza politica (e di poltrone) che viene a determinarsi con un Senato ‘non elettivo’ e che costituisce la vera empasse sia in termini di ‘mantenimento della Casta’ sia di principi democratici.

Infatti, non è un’esaltante idea di democrazia quella di ritrovarsi con un parlamentare ogni 100.000 elettori, con un Senato federale espressione dei noti campanilismi clientelari, se non feudo degli arcinoti capibastone di partito, come del resto sembrano essere Regioni ed Enti Locali.

E se per noi ‘comuni mortali’ l’idea non è esaltante, figuriamoci quanto possa esserlo per la “provincia italiana” che oggi è largamente sovrarappresentata in Parlamento e che, domani, potrebbe ritrovarsi con una cinquantina di poltrone da contendersi. O le grandi aree metropolitane che non offrirebbero più spazio per i giochi partitici ‘romani’, visto che l’interesse (ed il peso) locale diventerebbero prioritari con un Senato federale.

In questa prospettiva, quella di un parlmento dove gli eletti direttamente dal popolo sono circa cinquecento, l’outing di Matteo Renzi lascia davvero perplessi:

  1. il modello ispanico con mini-liste in collegi molto piccoli è impraticabile, se si vuole una Camera dei Deputati di 400 onorevoli o, comunque, se volessimo non aumentare i 600 attuali (1:65.000);
  2. il Mattarellum con l’introduzione di un premio di maggioranza non risolve la situazione oggettiva di un Paese ‘non bipolare’, come non smebra esserlo la Germania, a dire il vero;
  3. il doppio turno di coalizione, sulla base della legge con cui si eleggono i sindaci, prevede un premio di maggioranza eccessivo che, come dimostratosi in un ventennio, garantisce de facto la legislatura, ma non la buona amministrazione e/o il consenso effettivo.

Intanto, il Rapporto annuale Demos sugli atteggiamenti degli italiani nei confronti delle istituzioni e della politica, ci racconta che la ‘fiducia verso le istituzioni politiche’ degli italiani è al 24% (41% nel 2005), mentre il 48% pensa che la democrazia possa funzionare anche senza partiti ed il 30% è convinto che nel 2014 la corruzione politica aumenterà, mentre quasi un italiano su cinque pensa che sia da “ridurre il peso dello Stato” nei servizi sociosanitari e nell’istruzione e … mentre con il “2 x mille” i partiti si raddoppiano la ‘cassa’  e mentre la spesa della Pubblica Amministrazione solo quest’anno è cresciuta di quasi sessanta miliardi di euro.

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