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Strage ad Oakland. Il movente? Rivalsa …

3 Apr

Sette morti, tre feriti gravi: ecco l’ennesima strage, questa volta all’interno di una università statunitense, la Oikos University, una piccola università  d’ispirazione cristiana  ad Oakland, in California.

Come al solito, nelle cronache, troviamo la definizione di “folle”, come in altri casi abbiamo letto le parole “islamico” o “anarchico”. E come al solito, accade che nessuno si interroghi – analisti, politici, militari e giornalisti – sul nuovo corso del terrorismo, iniziatosi nel 1995 con il massacro di Oklahoma City in cui venne demolito, con un “camion bomba”, l’edificio federale Alfred P. Murrah, sede dell’FBI, in cui morirono 168 persone e se ne ferirono oltre 800.

Un attentato avvenuto  sei anni prima dell’abbattimento delle Torri Gemelle, che ha visto l’uso di tattiche ed “armi” non convenzionali, che era mirato non alla semlice strage, ma alla disarticolazione di una leadership (FBI), che venne eseguito da due sole persone (Timothy McVeigh e Terry Nichols), politicizzate ma prive di contatti o collegamenti, che aveva come movente la “rivalsa” (in ingl: revenge) e non un mondo migliore.

Un attentato cui fece seguito quello delle Twin Towers, attuato da una cellula jihadista, collegata al network Al Qaeda di cui l’emiro Osama Bin Laden era uno dei fondatori. Anche in questo caso parliamo di tattiche ed “armi” non convenzionali, non di una semlice strage, ma della disarticolazione di una leadership (Wall Street), un attacco eseguito da poche persone, politicizzate ma prive di contatti o collegamenti sul posto, che aveva come movente la “rivalsa” e non un mondo migliore.

Nella confusione e nello shock collettivo seguito all’11 settembre, George Walker Bush ed i suoi consiglieri trovarono utile affermare qualche mezza verità ed un paio di grosse bugie pur di nascondere una realtà ben più complessa, ma anche relativamente semplice.

Nacque il teorema della “guerra asimmetrica” e dei “combattenti non belligeranti”, in cui degli “stati canaglia” finanziavano delle “cellule terroristiche”, motivate da una fede corrotta o da fame di denaro. In realtà, gli “stati canaglia” non c’erano (salvo forse l’Afganistan del Mullah Omar), la “guerra asimmetrica” non esisteva, se non nella quantità di missili e bombardieri in dotazione alla USAF, i “combattenti non belligeranti” erano spesso degli “insorgenti”, le “cellule terroristiche” erano motivate dalla “revenge” e non solo e semplicemente dalla “fede corrotta”.

Così andando le cose, specialmente per colpa di un sistema mediatico che raramente riesce a contraddirre, con propri studi, le informazioni “official”, accadde che iniziasse la “War on Terror” che ancora oggi coinvolge le forze armate di mezzo mondo contro un nemico invisibile e largamente inesistente, come comprovano le statistiche decennali relative a complotti ed attentati attuati o sventati che vedono all’opera singoli o pochi individui, solitamente “pazzi”.

Non a caso le misure “antiterrorismo”, messe finora in atto, poco hanno a che vedere con l’attentato del kamikaze isolato ed a nulla servono se ad agire è un network (islamico o narcomafioso che sia), ma che tanto servono a prevenire il terrorismo interno, quello spontaneo, quello dei cittadini che “impazziscono”.

Ed, infatti, nonostante si sia ingigantito il controllo sulle armi, sui prodotti chimici di base, sulle transazioni di denaro, su determinati ambienti e persone, solo in Europa ci ritroviamo, nel giro di un anno o poco meno, con i roghi di Atene e le persone bruciate vive dai Black Blocks, il massacro di Utoya attuato da Brevik, la mattanza di Tolosa, attuata da Mohammed Merah, la ripresa del terrorismo “endemico” in Italia, tra pacchi bomba, sabotaggi e pistolettate, l’eccidio (ormai trimestrale o quasi) in un campus universitario.

Tutti attentati condotti con tattiche ed “armi” modeste o non convenzionali, finalizzati alla disarticolazione di una leadership o di un gruppo preciso, eseguiti da singoli individui, politicizzati ma aventi come movente la “rivalsa”.

Dunque, si sbaglia chiunque pensi che la fine delle ideologie coincida con una periodo di “pace” sociale, come si sbaglia chi pensa che per far risorgere il terrorismo serva una “organizzazione”.

Analizzando i tanti atti di “terrore” avvenuti nella Storia, raramente ci troviamo dinanzi ad individui ben collegati o parte di una organizzazione, un aspetto che prende forma solo nel Novecento con le organizzazioni paramilitari marxiste-leniniste o con i movimenti nazionalistici come l’IRA irlandese, l’ETA basca, la Banda Stern israeliana, Al Hamas palestinese.

Gli atti terroristici sono azioni condotte da pochi, se non singoli, individui o da organizzazioni o network con forti connotazioni settarie, un po’ come la Congrega degli Hashassin di un migliaio di anni fa, ai quali vanno ad aggiungersi gli attentati condotti da o per conto di uno dei tanti cartelli narcomafiosi operanti nel mondo.

D’altra parte cosa aspettarsi dal Liberismo, se, finite le ideologie e trasformati i partiti in grosse ammucchiate, non resta solo l’antipolitica, così “utile” per chi, come i poteri finanziari, necessita del “divide et impera” per condurre i propri giochi.

Riemerge con imperio il “prepolitico”, come i Communards antropofagi del 1848 parigino, le bande armate come quella di Bonnot o di Pancho Villa, gli atti isolati come quello di Apple ad Odessa, i regicidi come quello di Umberto I di Savoia ucciso dal meridionale Gaetano Bresci, quarante anni dopo l’annessione delle Due Sicilie.

La sete di “rivalsa”, figlia dell’esasperazione e nipote dell’esclusione, è la “dea” che guida la mano di un attentatore, non le “ideologie”, come tanti, molto speranzosamente, vorrebbero credere.

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Terrorismo del III Millennio

22 Mar

Mentre l’agguato al consigliere dell’UDC torinese, Alberto Musy, è già sparito dalle prime pagine e mentre Mohammed Merah decide di morire armi alla mano, come i suoi avi nella Guerra d’Algeria, accade che nessuno si interroghi – analisti, politici, militari e giornalisti – sul nuovo corso del terrorismo, iniziatosi nel 1995 con il massacro di Oklahoma City in cui venne demolito, con un “camion bomba”, l’edificio federale Alfred P. Murrah, sede dell’FBI, in cui morirono 168 persone e se ne ferirono oltre 800.

Un attentato avvenuto  sei anni prima dell’abbattimento delle Torri Gemelle, che ha visto l’uso di tattiche ed “armi” non convenzionali, che era mirato non alla semlice strage, ma alla disarticolazione di una leadership (FBI), che venne eseguito da due sole persone (Timothy McVeigh e Terry Nichols), politicizzate ma prive di contatti o collegamenti, che aveva come movente la “rivalsa” (in ingl: revenge) e non un mondo migliore.

Un attentato cui fece seguito quello delle Twin Towers, attuato da una cellula jihadista, collegata al network Al Qaeda di cui l’emiro Osama Bin Laden era uno dei fondatori. Anche in questo caso parliamo di tattiche ed “armi” non convenzionali, non di una semlice strage, ma della disarticolazione di una leadership (Wall Street), un attacco eseguito da poche persone, politicizzate ma prive di contatti o collegamenti sul posto, che aveva come movente la “rivalsa” e non un mondo migliore.

Nella confusione e nello shock collettivo seguito all’11 settembre, George Walker Bush ed i suoi consiglieri trovarono utile affermare qualche mezza verità ed un paio di grosse bugie pur di nascondere una realtà ben più complessa, ma anche relativamente semplice.

Nacque il teorema della “guerra asimmetrica” e dei “combattenti non belligeranti”, in cui degli “stati canaglia” finanziavano delle “cellule terroristiche”, motivate da una fede corrotta o da fame di denaro. In realtà, gli “stati canaglia” non c’erano (salvo forse l’Afganistan del Mullah Omar), la “guerra asimmetrica” non esisteva, se non nella quantità di missili e bombardieri in dotazione alla USAF, i “combattenti non belligeranti” erano spesso degli “insorgenti”, le “cellule terroristiche” erano motivate dalla “revenge” e non solo e semplicemente dalla “fede corrotta”.

Così andando le cose, specialmente per colpa di un sistema mediatico che raramente riesce a contraddirre, con propri studi, le informazioni “official”, accadde che iniziasse la “War on Terror” che ancora oggi coinvolge le forze armate di mezzo mondo contro un nemico invisibile e largamente inesistente, come comprovano le statistiche decennali relative a complotti ed attentati attuati o sventati.

E, intanto, venivano prese misure che poco hanno a che vedere con l’attentato del kamikaze isolato ed a nulla servono se ad agire è un network (islamico o narcomafioso che sia), ma che tanto servono a prevenire il terrorismo interno, quello spontaneo, quello dei cittadini che “impazziscono”.

Ed, infatti, nonostante si sia ingigantito il controllo sulle armi, sui prodotti chimici di base, sulle transazioni di denaro, su determinati ambienti e persone, solo in Europa ci ritroviamo, nel giro di un anno o poco meno, con i roghi di Atene e le persone bruciate vive dai Black Blocks, il massacro di Utoya attuato da Brevik, la mattanza di Tolosa, attuata da Mohammed Merah, la ripresa del terrorismo “endemico” in Italia, tra pacchi bomba, sabotaggi e pistolettate.

Tutti attentati condotti con tattiche ed “armi” non convenzionali, finalizzati alla disarticolazione di una leadership, eseguiti da singoli individui, politicizzati ma aventi come movente la “rivalsa”.

Dunque, si sbaglia chiunque pensi che la fine delle ideologie coincida con una periodo di “pace” sociale, come si sbaglia chi pensa che per far risorgere il terrorismo serva una “organizzazione”.

Analizzando i tanti atti di “terrore” avvenuti nella Storia, raramente ci troviamo dinanzi ad individui ben collegati o parte di una organizzazione, un aspetto che prende forma solo nel Novecento con le organizzazioni paramilitari marxiste-leniniste o con i movimenti nazionalistici come l’IRA irlandese, l’ETA basca, la Banda Stern israeliana, Al Hamas palestinese.

Gli atti terroristici sono azioni condotte da pochi, se non singoli, individui o da organizzazioni o network con forti connotazioni settarie, un po’ come la Congrega degli Hashassin di un migliaio di anni fa, ai quali vanno ad aggiungersi gli attentati condotti da o per conto di uno dei tanti cartelli narcomafiosi operanti nel mondo.

Dunque, venendo all’Italia.la questione si pone in un modo ben più complesso di quanto vogliano pensare i “grilli parlanti” che poco leggono d’inglese o d’internet.

In una tale ottica, il rischio principale è rappresentato dagli over 50 che dovessero trovarsi senza impiego o sul lastrico e che, avendo imparato quanto necessario durante gli Anni di Piombo, potrebbero dar luogo ad azioni individuali anche molto plateali e drammatiche, ben oltre l’arrampicarsi su una gru o darsi fuoco per strada come già accaduto. In subordine, c’è da chiedersi cosa faranno i loro figli, visto che la “rivalsa” sembra essere il movente universale … senza trascurare qualche ex naziskin o panterino quarantenne esacerbato da 20 anni di precariato.

L’attentato ad Alberto Musy sembra appartenere a questa categoria di eventi, a prescindere dalla eventuale politicizzazione dell’attentatore.

Immediatamente dopo, i rischi che l’Italia corre derivano da due “attori protagonisti”, non “combattenti non belligeranti” o “disadattati confuiti nel terrorismo”,: le mafie e gli stati esteri con cui non abbiamo alleanze, interessati a destabilizzare l’Italia e, tramite noi, l’Eurozona ed il sistema finanziario “trilaterale”. Ma queste, a voler essere corretti, si chiamano “guerre asimmetriche” e non semplicemente “terrorismo”.

Ritornando al potenziale caos italiano, il rischio di atti isolati non è affatto irrilevante, specie se i media dovessero continuare ad ignorare il diffuso malcontento che si ascolta in giro e se un governo di tecnici dovesse continuare a perseguire una china autoritaria.

Infatti, quello di cui non stanno tenendo in conto sia Mario Monti & co. sia l’attuale classe politica europea è che, finite le ideologie e trasformati i partiti in grosse ammucchiate, non resta solo l’antipolitica, così “utile” per chi, come i poteri finanziari, necessita del “divide et impera” per condurre i propri giochi.
Riemerge con imperio il “prepolitico”, come i Communards antropofagi del 1848 parigino, le bande armate come quella di Bonnot o di Pancho Villa, gli atti isolati come quello di Apple ad Odessa, i regicidi come quello di Umberto I di Savoia ucciso dal meridionale Gaetano Bresci, quarante anni dopo l’annessione delle Due Sicilie.

La sete di “rivalsa”, figlia dell’esasperazione e nipote dell’esclusione, è la “dea” che guida la mano di un attentatore, non le “ideologie”, come tanti, molto speranzosamente, vorrebbero credere.

Il conducente è avvisato, ma … dato che queste cose non si studiano in una Università Commerciale privata come la Bocconi … chissà se i nostri “tecnici professori banchieri” saranno in grado di “leggere lo scenario” che hanno davanti.

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Decapitata la narcoguerriglia delle FARC

5 Nov

Il governo columbiano ha annunciato che, durante combattimenti nel sudovest del paese, è stato ucciso Guillermo Leon Saenz Vargas, detto Alfonso Cano, capo della guerriglia delle Farc.

Nato a Bogotà il 22 luglio 1948 da una famiglia facoltosa, Alfonso Cano,  principale ideologo del movimento, era stato amnistiato dal presidente Belisario Betancur negli Anni ’80 per diventare, nel 2008, il comandante in capo delle Forze armate rivoluzionarie di Colombia (Farc, marxisti), dopo la morte per infarto del leader storico, Manuel Marulanda. Nel settembre 2010, le forze di sicurezza columbiane avevano già ucciso in combattimento Jorge Briceno, alias ‘Mono Jojoy’, il numero due delle Farc, e il loro comandante militare, Victor Rojas, detto ‘Mono Rajoy’.

Le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – Esercito del Popolo, in spagnolo Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia – Ejército del Pueblo, (FARC o FARC-EP), sono un’organizzazione guerrigliera comunista columbiana, fondata nel 1964 ispirandosi al pensiero di Simon Bolivar e di Ernesto Che Guevara ed involvendosi rapidamente, nel corso degli Anni ’70, su posizioni maoiste e, poi, da vent’anni ad oggi, strutturandosi all’interno del sistema del narcotraffico internazionale di cocaina.

Sono molti i sospetti, se non le accuse, che il Venezuela di Chavez “costituisca per il Farc una sede di residenza per le famiglie dei dirigenti e un rifugio per i loro reparti militari in difficoltà. Ma il paese confinante è soprattutto l’indispensabile canale di passaggio all’estero della droga che alimenta l’attività del movimento e contemporaneamente costituisce una fonte di grossi redditi per una catena di unità militari di frontiera, uomini politici locali, doganieri e poliziotti venezuelani.” (Carlo Calia – Affari Internazionali)

Hugo Chavez in compagnia di Ivan Marquez (FARC) – Caracas 2007

Nel 2008, in seguito al ritrovamento nel computer di Raul Reyes (Mono Rajoy) di documenti riservati che comproverebbero “appoggi espliciti, raccolta fondi, scambio informazioni”, il governo colombiano ha denunciato i contatti “non solo politici”, esistenti tra il responsabile esteri di Rifondazione Comunista, Ramon Mantovani, e le FARC.

«Grazie a Rifondazione che paga tutto, Lucas Gualdron (ndr. rappresentante in Europa per le Farc) si ricovera in una clinica in Svizzera per qualche tempo. Poi scrive a Reyes e gli racconta tutto scrivendo che quelli di Rifondazione hanno voluto tutte le ricevute». Secondo la smentita di PRC, i contatti con le FARC sono sempre stati alla luce del sole e avevano l’obiettivo di far riprendere il processo di pace. (Corsera)

Le Farc hanno commesso, dal 1964 ad oggi, una miriade incalcolabile di omicidi e massacri, oltre che rapimenti anche di rilevanza internazionale, come quello di Ingrid Betancourt.

Le Farc, nonostante l’origine bolivariana e guevarista, sono una pericolosa gerontocrazia di assassini ed, a scanso equivoci, vale la pena di ricordare, tra gli eccidi più recenti commessi dalle Farc: il massacro di Gabarra (1996 – almeno 34 braccianti trucidati), il raid sulla città di Dabeida (2000 – almeno 54 morti), il massacro della chiesa di Boiaya (2002 – 119 civili uccisi), l’attentato al El Nogal Club (2003 – 36 morti), la strage di Puerto Rico (2006 – 8 civili uccisi), i massacri di Narino (2009 – 27 indigeni Awa uccisi).

Chiesa di Boiaya – 2007

Nel 2010, la Farc hanno ucciso almeno 460 soldati o poliziotti, ferendone oltre 2.000, mentre nei primi cinque mesi del 2011, i morti, per le forze dello stato colombiano, sono stati almeno 165. Le attività prevalenti delle Farc, da anni ormai, sono le rapine a portavalori, rapimenti a fine di riscatto, distruzione di impianti petroliferi ed elettrici.

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Narco guerra in Messico: chi e come

13 Giu

Un recente report valuta che dai 19 ai 29 miliardi dollari vengono trasferiti dagli Stati Uniti al Messico, per essere riciclati attraverso gli acquisti in contanti di terreni, alberghi di lusso, automobili e altri beni di fascia alta.

L’incapacità del governo messicano di intercettare le complesse operazioni di riciclaggio è spesso citata come il maggiore insuccesso dell’offensiva contro i cartelli, lanciata dal presidente Felipe Calderon quando ha assunto l’incarico nel dicembre 2006.
Una guerra, la Mexican Narco War, che ha già provocato (dal 2007 al 2009) più di 23mila morti.

 John Morton, funzionario dell’U.S. Immigration and Customs Enforcement, presentando lo studio frutto dell’impegno congiunto dei governi di USA e Messico, ha precisato che il governo statunitense e messicano non hanno fatto abbastanza per rallentare il flusso di denaro.

Denaro che arriva nei modi più svariati, dal corriere individuale al container pieno zeppo, come racconta il servizio di Reuters.USA di qualche tempo fa. Denaro che è usato per corrompere politici e forze di polizia, i cartelli di fornitura con le armi, pagare i fornitori in Sud America, e nutrire gli stili di vita sontuosi di molti signori della droga.

“Dobbiamo minare completamente le organizzazioni come le imprese, e per fare questo dobbiamo individuare, limitare e sequestrare i loro profitti”, promette il gruppo di lavoro intergovernativo, ma la maggiore difficoltà è data dal fatto che, in Messico, il 75% dell’economia formale e informale opera attraverso operazioni in contante e questo, nonostante le restrizioni nelle compravendite e negli atti notarili, facilita enormemente il lavoro dei contabili dei Narcos.

Joaquim “Chapo” Guzman, capo del Cartel de Sinaloa con una taglia da 1,5 milioni di dollari sulla testa, è stato inserito al 41esimo posto della classifica degli uomini più ricchi del pianeta stilata  da Forbes.

Guzman, che, ricordiamolo, è solo uno dei tre o quattro “protagonisti” della Mexican Narco Insurgency,  avrebbe, secondo Forbes, un “potere” paragonabile a quello del Dalai Lama e di Alì Khamaeni, rispettivamente 39esimo e 40 esimo. Si ritiene che sia da addebbitargli un “fatturato” di 19 miliardi di dollari solo per quanto riguarda le spedizioni di cocaina, importata dalla Colombia, verso gli Stati Uniti negli ultimi otto anni.

Poi, c’è il resto:  traffico di esseri umani e di organi, tonnellate di mariuana prodotta in loco, corruzione e terrore, rapimenti, riscatti ed estorsioni, migliaia di morti.

Gli analisti stimano, inoltre, che Chapo Guzman abbia il controllo di almeno 3500 società operanti fuori dal territorio messicano, in USA come in Europa o Sudamerica.

 Anche se non così ricchi, anche gli altri boss godono di un potere enorme, che travalica i confini dello stato messicano. Come Nazario Moreno González “El Más Loco”, capo del cartello La Familia, che si professa “filosofo New Age” ed ha scritto il “manuale spirituale” del culto de La Santa Muerte.

Oppure come  Heriberto Lazcano Lazcano leader degli Zetas,  veri e propri paramilitari che, dopo essere cresciuti al soldo del Cartel del Golfo, hanno dichiarato guerra a tutti, quando Guzman ha provocato la scissione tra Tijuana e Sinaloa.
Los Zetas, l’ala “militare”, divenuta potentissima dopo la morte di Arellano Félix, boss del cartello, e lo sfaldamento de La Familia, dopo il trasferimento del capo, Osiel Cárdenas Guillen, in un carcere federale USA.

Una guerra feroce, quella dei signori della droga messicani, dopo l’indebolimento dei cartelli “storici”, dunque, che da anni preoccupa Stati Uniti ed Europa, vista anche l’infiltrazione, specialmente degli Zetas, nei nostri paesi.

Un amaro successo per il presidente Calderon, che ha avviato una decisa politica di contrasto della criminalità, dopo aver vinto di misura le elezioni presidenziali nel 2006, che sancivano definitivamente l’affermazione del Partito d’Azione e ponevano fine al monopolio politico, che durava dal 1929, da parte del Partito Rivoluzionario Istituzionale e poi, a partire dal 1980, della sua “costola”, il Partito Democratico Rivoluzionario, che è il principale responsabile della libertà d’azione con cui si sono affermati i Narcos, nel corso dell’ultimo decennio.

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Romanzo criminale

26 Mar

L’insicurezza dipende da chi sei e cosa ti “fa paura”, ma l’Italia com’è? Sicura, pericolosa o cosa?
Facendo qualche confronto, per uno straniero la Germania è sempre la Germania e per un “colletto bianco” le banlieues sono sempre una banlieu. E’ qualcosa che, se hai sufficiente sfortuna, puoi scoprire anche da turista, ma la gente del posto vive in relativa tranquillità.
Viceversa, se scendi sotto casa e puoi essere coinvolto in un crimine, questa è insicurezza. Come anche i vigili che arrivano dopo un’ora o le denunce contro ignoti archiviate.

La sicurezza in Italia per gli Italiani è  bassa, se consideriamo le proprietà e le tutele. Basta guardare alla diffusione dei furti nelle abitazioni, delle rapine in esercizi e uffici, e soprattutto l’inutilità delle denunce o la rapida liberazione dei colpevoli.

L’insicurezza per le persone in Italia è causata da fenomeni emergenti e quasi
“esclusivi” del nostro paese: gli stranieri “senza fissa dimora”, le bande di giovani dei ceti medi “del sabato sera”, la tratta di strada delle minorenni dall’Est. A questo aggiungiamo le narcomafie, i 200-500mila uomini armati di cui dispongono e i racket che fanno.

Diversi fenomeni, da noi frequentissimi anche in centro città, all’estero sono tipici solo in località famigerate. Siamo il paese dell’UE con più furti e rapine, immigrati clandestini e rom, sentenze annullate e crimini irrisolti, indulti e proroghe, organizzazioni terroristiche e mafiose, vigili disarmati e regolamenti locali, competenze pubbliche esternalizzate.

Visti da fuori somigliamo un pò al Messico di Traffic, ma essendo del
luogo non ci sembra proprio così: siamo abituati e pensiamo che sia
“democratico” essere così tolleranti verso l’illegalità.
La sicurezza dipende da chi sei e cosa ti “fa paura” e, se sei come Joe Pesci, devi accettare che il tuo mondo sia più caotico e più pericoloso.
O no?