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Alba Dorata: rischi per l’Italia?

4 Nov

In Grecia sale la tensione, dopo l’attentato alla sede di Alba Dorata, con due morti e diversi feriti, che fa seguito ad attentati a giornalisti e uffici avvenuti nel 2013. Una tentata strage attuata proprio mentre la Grecia cercava di fare piazza pulita dei suoi neonazisti e con il solo scopo di gettare in paese nel caos e non per ‘vendetta’, visto che l’omicidio del rapper antifascista era scaturito da una lite da bar e non da un complotto.

In una sua lunga disanima, Harry van Versendaal – noto editorialista della versione inglese del quotidiano greco I Kathimerini – invita non solo la Destra neonazista, ma anche la Sinistra antagonista a “sviluppare una comprensione più inclusiva della violenza, condannandola in ogni sua forma: sia essa razziale, sessuale o politica“.

Un invito che andrebbe esteso anche all’Italia, dove i nostri media in questi anni ci hanno poco o punto informati sull’escalation anarco-insurrezionalista e della sinistra radicale, cui fanno da contraltare (come a Weimar) i neonazisti di Alba Dorata.

Intanto, in Italia non possiamo di certo dire che stiamo al sicuro da rischi simili, ma, nel nostro caso,  di neonazisti o neofascisti non è che se ne vedano tanti come in Grecia. Anzi, all’ennesimo anniversario mussoliniano c’erano forse 5.000 nostalgici.

E’ la minaccia anarco-insurrezionalista che rimane «estesa e multiforme», in grado di tradursi in una «gamma di interventi» che può comprendere anche «attentati spettacolari», questo il report dei servizi segreti nella Relazione annuale consegnata al Parlamento nel marzo 2013.
La sola nDrangheta, secondo il rapporto Eurispes 2008, avrebbe un giro d’affari di 44 miliardi di euro annui e potremmo stimare in almeno 150 miliardi annui il PIL (ndr. attivo o passivo?) derivante da attività crimine organizzato. Il disastro ambientale campano, le fabbrichette della moda o le rivolte degli immigrati schiavizzati comprovano una dimensione ‘messicana’ dei rapporti tra governance nazionale, sistema produttivo e cartelli locali.

La nostra governance – a differenza di quella spagnola – non è riuscita a far altro che congelare il debito interno e quello estero, mentre il Parlamento è in ostaggio di una legge elettorale indecente e di un’informazione pubblica che Freedom House nel suo report annuale considera ‘semilibera’, collocandoci alla stregua degli stati ex-satellite dell’URSS (Ungheria, Romania, Bulgaria, Serbia eccetera) o delle traballanti repubbliche africane (Egitto, Tunisia, Benin, Namibia eccetera).

Indice di Competitività UE 2013

Aggiungiamo che un malgoverno durato 150 anni ha ormai creato e sigillato tre aree geografiche ben distinte: un Settentrione con una produttività paragonabile a quella tedesca, un Meridione ormai ridotto a vicereame ispanico (come il Messico, Columbia e quant’altri), un Centro che sopravvive – oggi come ieri – di speculazioni finanziarie e immobiliari in nome del ‘paesaggio italiano’ e della ‘bona fidae’.

PIL pro capite UE 2009
Tenuto conto dell’irriducibilità di Silvio Berlusconi e di Matteo Renzi nell’anteporre una visione personale all’interesse generale, oggi, come durante la Guerra Fredda, l’Italia sta andando a porsi al centro di una serie di ‘affari internazionali’, di cui un ‘assaggio’ sono state le montagne russe dello spread del 2011.

Dunque, se la Grecia prendesse fuoco, l’Italia potrebbe non esserne esente.

In assenza di un sufficiente numero di ‘fascisti’, per ora, la furia del ‘tanto peggio tanto meglio’ non avrebbe che prendersela con le istituzioni – che non sono nè i partiti nè gli speculatori – e con chi le difende, a danno di gran parte della popolazione, che è ‘moderata’, ‘conformista’, ‘populista’ …

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Enrico Letta: ci vorrebbe una marcia in più

29 Ott

Se il Presidente traballa sotto le scelte ormai ristrette ed obbligate e se Grillo esagera, temendo un crollo dei consensi, Enrico Letta di sicuro non esulta.

Il bersaglio di Renzi e dei suoi alleati è lui ed in gioco c’è la Presidenza del Consiglio italiana nel semestre europeo, durante la quale un atteggiamento ‘disobbediente’ dell’Italia potrebbe portare effimeri benefici per la nazione, ma solidi accordi europei per le regioni ‘rosse’ e tanti piccini interessi della profonda provincia italiana.

L’idea può non sembrare del tutto balzana, almeno a vedere i risultati elettorali per la provincia di Trento dove il PD (21,5%) regge mentre Lega, PdL e M5S crollano. Peccato che gli autonomisti del PATT (17,7%) siano diventati ormai una forza comparabile allo stesso Partito Democratico.

Dunque, lo scenario più probabile è sempre lo stesso: se si andasse ad elezioni anticipate, la maggioranza al Senato resterebbe aleatoria, a meno che non si verificasse un notevole astensionismo o le opposizioni dovessero presentarsi divise e frammentate.

In ambedue i casi la stabilità diventerebbe una chimera. Ma, allo stesso modo, lo è, se la Camera dei Deputati dovesse continuare ad inseguire i fantasmi giacobini del ’68 e non decidersi a riformare quanto c’è da riformare, senza ricadere in un autolesionismo ‘di lotta e di governo’.

Tanti dicono che la colpa è delle banche, ma sarebbe bene capire quali, visto che in Grecia va agli stranieri la colpa di aver corrotto i politici e dissanguato la nazione. In Italia, non avremmo che da prendercela con due note banche ‘di sinistra’ nostrane, più l’uso scellerato di Cassa Depositi e Prestiti e dell’INPS.
Purtroppo, fronda renziana o meno, la faccenda della decadenza di Silvio Berlusconi andava presa di petto. Tanto comunque lascerà una parte dell’elettorato scontento per la clemenza e un’altra parte si lagnerà per la severità, qualunque sarà l’esito del voto parlamentare.
Di sicuro, dinanzi all’emergere di nuove forze politiche e sindacali, sarebbero servite le norme che la Costituzione prevede da 60 anni e che non abbiamo fatto sulla democrazia nelle associazioni e sulla pacificità dei cortei. Come sono evidenti le falle nel sistema giustizia, visto il ‘via vai’ di interpretazioni sui destini di Silvio Berlusconi e tanti altri condannati meno abbienti di lui.
In due parole, un Paese che arranca perchè la propria Costituzione andava riformata quasi dieci anni fa, quando si discusse se ricorrere ad una Costituente od una Bicamerale.

Il passato non ritorna e, sia che voglia inseguire l’anima forcaiola del Paese o assecondare quella moderata, Enrico Letta non ha altra scelta che rimettere in moto l’Italia: quella di ‘congelare l’instabilità’ per salvare il sistema finanziario è stata la mossa di Mario Monti.
Adesso c’è da riformare il sistema di governo che ha portato a questa disfatta nazionale.

E per farlo serve un leader carismatico, non un ‘signor qualcuno’ con l’aria dell’amministratore delegato, nel caso di Letta, o dell’imprenditore di provincia, come per Renzi.

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Grillo, Napolitano e le ragioni di nessuno

29 Ott

Grillo attacca Napolitano – “Da 60 anni in politica, un furbo” – e Letta, dimentico della spada di Damocle della decadenza del Cavaliere, parla di “Attacco assurdo, vuole instabilità”.

L’instabilità la vuole chi non procede sulla strada delle riforme che già dal 2011 erano annunciate e ormai nel 2013 non sono ancora realizzate.
Dal contenimento della spesa pubblica alla modernizzazione della pubblica amministrazione, dal nodo cruciale di Cassa depositi e prestiti alla pletora di aziende di stato e di concessioni demaniali fino all’enorme e spesso inutile patrimonio immobiliare pubblico. Come anche per la riforma elettorale, quella della giustizia o del welfare, per non parlare della sanità o del ruolo dei docenti, come dell’esercito di dipendenti ‘pubblici, ma precari’ di cui non si sa che fare, se restano in servizio quelli più anziani, spesso restii ad innovazioni e semplificazioni.

E’ la totale stasi della governance politica che rende l’Italia instabile e se c’è un rilievo da sottoporre al nostro Presidente della Repubblica è quello di recepire lo stallo come una condizione ineluttabile.
Viceversa, il Paese ha bisogno di un New Deal, di un ‘sogno di ripresa’, di una speranza di cambiamento.

Doveva essere Mario Monti a fornire la ‘scintilla’, ma sappiamo come è andata e quale sia stata la disdetta di Re Giorgio che l’aveva prescelto. Poteva essere un ‘governo per le riforme’, quello di Enrico Letta, piuttosto che tornare alle urne con una legge, il Porcellum, che proprio non va.

Forse – a posteriori – era meglio un governo tecnico per la legge elettorale fin dal 2010, quando Napolitano esitò per la prima volta.
Ma dargli del ‘furbo’ no, proprio non si può.

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L’Italia è fondata sul lavoro … che rende liberi

12 Ott

“È ora possibile e necessario affrontare il compito di un sapiente rinnovamento del nostro ordinamento costituzionale, coerente con i suoi valori”. (Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica Italiana)

Una dichiarazione che arriva a poche ore dalle manifestazioni organizzate ‘in difesa della Costituzione’ così com’è e che, evidentemente, vorrebbe mantenere lo status quo.

Eppure, a circa 55 anni dalla sua emanazione, la nostra ‘bella’ Costituzione non è riuscita a garantire il lavoro a Napoli e Palermo, non ha consentito una leva fiscale accettabile per i cittadini e adeguata per lo Stato, non ha chiarito ruoli e compiti delle Regioni, delle Provincie e dei Comuni, non ha attuato una Giustizia ‘prevedibile’ e, soprattutto, tempestiva, non ha precisato il ruolo dei vari organi dello Stato e tra le varie cariche pubbliche e private (conflitto di interessi), non ha messo mano nel pasticciaccio di Bankitalia e Cassa Depositi e Prestiti, non è riuscita a superare lo status di ‘religione di Stato’ riservata alla Chiesa Cattolica dai regimi (sabuto e fascista) precedenti, non ha permesso di contrastare adeguatamente l’avanzare territoriale e finanziario delle mafie, ha dimenticato qualcosa nel ruolo presidenziale, visto lo stallo politico in cui l’Italia versa da 5 o 10 anni almeno.

E si è dimostrata talmente ‘bella’ e rigida da essere difficilissimamente innovabile.

Tra l’altro, i nei della nostra Costituzione sono evidenti fin dai primi articoli, se non ai nostri occhi, a quelli di qualunque statunitense, tedesco, olandese, britannico, francese eccetera eccetera.

Ecco alcune ‘perle’.

Art. 1 “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.” Altrove si legge di popoli affratellati dal senso di legalità, dall’eguaglianza e la fratellanza, dalla libertà e dalla ricerca della felicità … ragioni e ideali ben più cogenti se si tratta di sentirsi parte di una Nazione.
Sarà per questo che gli italiani hanno un così limitato senso dell’interesse comune?

A cosa serve poi il ‘lavoro’ cui si ispira e ci obbliga la nostra Costituzione?
Art. 4 “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”
Il lavoro serve innanzitutto a ‘concorrere’, ovvero pagare le tasse, per il progresso materiale della società. A parte il fatto che il ‘progresso’ è un concetto prettamente ‘massonico’ che ha fatto da almeno tre decenni il suo tempo ed è ormai in disuso nei contesti ‘official’ … dato che – nel 2013 – i parametri ci raccontano che è stato nel 1975, in Germania, che abbiamo raggiunto il massimo livello di benessere per il genere umano.
Progresso materiale di che? Per non parlare del progresso spirituale, altro concetto ‘massonico’ e, comunque, decisamente poco laico.

Una questione che è ben palesata dall’art. 7, che ribalta l’articolo 1 (la sovranità appartiene al popolo), annunciando che “lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani” (ndr. sul popolo) ed i loro rapporti sono extracostituzionali, ovvero “regolati dai Patti Lateranensi” senza alcun “procedimento di revisione costituzionale”.

Un non sense, se anche l’art. 3 “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione … di religione”, cosa che dovrebbe azzerare qualunque tutela particolare di legge verso i cittadini italiani appartenenti al clero cattolico, specie se parliamo di oscuri versamenti bancari presso una banca estera chiamata IOR, con i noti problemi che due Pontefici (Ratzinger e Bergoglio) hanno dovuto affrontare con enormi difficoltà.

Una palese discriminazione verso chi non è cattolico, visto l’art’ 8, che prima afferma che “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge” e poi si ricorda che “le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti”.
Se fossero state tutte veramente uguali dinanzi alla legge, avremmo potuto leggere “tutte le confessioni religiose hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano.”

Vicecersa, c’è la religione cattolica, regolata da un patto extracostituzionale, e poi quelle ‘diverse’.

Ma ritorniamo al ‘lavoro’, ricordando di essere in un pase di disoccupati, sottoccupati, lavoranti a nero, evasori fiscali, immigrati schiavizzati, nonchè posti fissi, vitalizi, prebende e fannulloni.

Il nesso ‘anomalo’ tra cittadinanza, diritti e lavoro lo ritroviamo nell’art. 3 “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Chi non lavora, non partecipa? Non è ugualmente ‘libero’ di sviluppare la persona umana e di partecipare all’organizzazione del Paese?
Chi partecipa in misura minore al ‘progresso materiale della società’ – a causa di un reddito medio basso –  ha uguale voce in capitolo?

Sembrerebbe proprio di si, a vedere le condizioni in cui versa il Meridione, in cui sono ridotte le nostre periferie, dalla quale cercano di emanciparsi i nostri giovani.

Speriamo che i nostri futuri riformatori vorranno riflettere sul dato reale (la condizione in cui versa l’Italia) e porre rimedio a questo incipit costituzionale vistosamente obliquo e perigliosamente inclinato.

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Roma come Berlino, novanta anni dopo

1 Ott

“Una crisi che appare irresponsabile”, con “ripercussioni economiche” e “ricadute sulla credibilità dell’intera classe politica italiana”. “Italia costretta a una nuova crisi politica” e “timore che il tessuto condiviso di regole sul quale si basa ogni convivenza civile, lacerato nel corso di questi anni da un confronto politico esasaperato, rischi di uscire definitivamente compromesso da una chiamata permanente allo scontro”.

Questo il punto di vista della Santa Sede, tramite L’Osservatore Romano, e come non correre – oggi come già scritto ieri – con la memoria agli Anni Venti tedeschi, agli indulti ed amnistie che misero in libertà e riabilitarono Hitler e tanti altri, alla debolezza congenita del governo di Gustav Stresemann?

I problemi sono gli stessi della Germania degli Anni ’20:

  1. una crisi che intacca seriamente il potere d’acquisto del cittadino medio e, soprattutto, inficia il futuro dei propri figli;
  2. un uomo con accesso a capitali illimitati che incatena il proprio destino a quello della propria nazione,
  3. una Sinistra riluttante a tagliare ogni legame con i sindacati e con i partiti antagonisti o comunisti
  4. un elettorato di Centrodestra – ‘moderati’ o ‘duri e puri’ che siano – privo di un’effettiva rappresentanza in Parlamento.

Una vera e propria polveriera in cui l’uomo della strada può solo sfiduciare tutta la classe dirigente del Paese, il popolo della Sinistra che – inevitabilmente – andrà a rifugiarsi nel Giacobinismo e nei provincialismi velleitari, i giovani di Destra non possono che trarre la conclusione che l’interesse patrio è leso da incapaci e imbelli, per non parlare dei ‘traditori’.

E, giusto per non farsi mancar nulla, se ai tempi di Weimar c’era una stampa scandalistica degna del peggiore tabloid e un’editoria vagheggiante a non si sa quale Arcadia perduta, oggi c’è l’untore Beppe Grillo con il suo ‘blog’ (per l’esattezza ‘portale WEB’), su cui passa di tutto di più.
Dai NO-TAV ai ciclisti, andando ai autotrasportatori ‘ngazzati e ufologi di varia fazione, ai problemi della Val Brembana e alle macchinose teorie su denaro e valute, con un programma di ‘governo’ che – per l’istruzione – sembra ricalcato dal sito dei Cobas e che – per i regionalismi – sembra la fotocopia di un volantino di qualche gruppuscolo di estremisti autonomisti (di destra).

Per non parlare del fatto che, dopo aver fatto una campagna contro ‘i privilegi’, il M5S non spinge per riformare il catasto, non pretende una legge elettorale, non urla e neanche si lamenta per la gravissima infiltrazione delle Eco-mafie nel settore energia, ‘lascia perdere’ sull’improduttività della pubblica amministrazione, neanche si ricorda della questione meridionale. Di economia, programmazione finanziaria, relazioni UE neanche a parlarne, almeno in termini realistici.

Dunque, non manca nulla: l’uomo nero, l’untore, i difensori della patria, gli (ex)giovani ribelli, la gente che vede calare il potere d’acquisto dei propri redditi lordi ed il valore del suo bene primario, la prima casa.

Figuriamoci se, con Berlusconi o senza di lui, qualcuno si facesse venir voglia di aumentare l’IVA, dopo non aver aggiornato/riformato il catasto – come chiedeva Mario Monti un anno e mezzo fa – e dopo aver ‘abolito’ l’IMU anche per chi vive in una casa signorile o di lusso.

Intanto, fatti i conti della serva, una coalizione PdL + Forza Italia + Lega + Autonomie ha, sulla carta, una certa probabilità di uscire a testa alta dalle elezioni anticipate …
Un azzardo, come tutti gli altri, che non fa bene all’Italia.

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Un golpe al gobierno di Enrico Letta?

30 Set

El Mundo, domenica 29 settembre 2013, titola con “un golpe al gobierno de Letta”, un concetto appena addolcito da El Pais, che annuncia che “los ministros de Berlusconi dimiten del gobierno italiano”. A differenza degli altri media stranieri, gli spagnoli – che di fibrillazioni ispaniche se ne intendono – colgono il ‘dettaglio fatale’: i ministri del PdL non ‘si sono dimessi dal’, bensì ‘hanno dimesso’ il Governo Letta.

El Mundo  Golpe al gobierno

Secondo il viceministro Stefano Fassina (PD): «Tre giorni fa non c’era lo Stato di diritto. Tre giorni fa eravamo al colpo di Stato. Sembrano non rendersi conto della gravità della situazione e dei danni economici e costituzionali provocati dalle loro posizioni eversive». (fonte Sole24Ore)

La conferma che ‘tiri una brutta aria’ – se non di golpe, quanto meno di tempesta – arriva anche dalle parole del Presidente Napolitano che ha lanciato due appelli al Parlamento:

  • “l’Italia ha bisogno di continuità e non di continue elezioni”;
  • ”pongo al Parlamento un interrogativo: se esso ritenga di prendere in considerazione la necessità di un provvedimento di clemenza, di indulto e di amnistia”.

Come non correre con la memoria agli Anni Venti tedeschi, agli indulti ed amnistie che misero in libertà e riabilitarono Hitler e tanti altri, alla debolezza congenita del governo di Gustav Stresemann, che – tra l’altro – ad Enrico Letta somigliava un bel po’.

Gustav Stresemann (premier tedesco 1929) - Enrico Letta (premier italiano 2013)

Gustav Stresemann (premier tedesco 1929) – Enrico Letta (premier italiano 2013)

Ma quali sono gli scenari determinati dalle dense nubi che persistono sull’Italia?

Scenario A: il Parlamento vota “un provvedimento di clemenza, di indulto e di amnistia”, Enrico Letta resta al proprio posto con il PdL ed il PD che lo sostengono. Prosegue l’ingessatura del Paese, mentre ambedue i partiti tentano una ristrutturazione, a causa della quale l’ipotesi delle elezioni anticipate resta una spada di Damocle. Un governo dalle gambe corte.

Scenario B: il Partito Democratico cede alle lusinghe di SEL e M5S, optando per una maggioranza ‘di lotta e di governo’, o, peggio, resta al palo in attesa del Congresso e dell’Autunno Caldo. Un governo impossibile per la compresenza di antagonisti e moderati, se non vogliamo dimenticare cosa accadde con Pecoraro Scanio, Ferrero, Mastella e Padoa Schioppa.

Scenario C: cade il Governo e si va ad elezioni anticipate, dopo una mattanza di mesi e mesi nel caos generale e con il Porcellum, visto che – dopo aver sbraitato contro per anni – anche Beppe Grillo lo trova ‘utile alla causa’. Il risultato è già noto: Camera con maggioranza bulgara (PD o M5S), Senato ingovernabile, aumento delle tensioni sociali, delle speculazioni finanziarie e del deficit.

Scenario D: il Parlamento NON vota “un provvedimento di clemenza, di indulto e di amnistia”, Enrico Letta resta al proprio posto con il PdL (ma senza Forza Italia) ed il PD che lo sostengono, a patto che arrivi il sostegno in Senato di una parte del M5S o della Lega di Zaia e Maroni. Il governo delle ‘larghe intese’ che servirebbe ad avviare un tot di riforme strutturali.

Salvo quest’ultimo caso, l’instabilità dei sistemi finanziari e la leva fiscale, la recessività del PIL e l’iniquità sociale diventerebbero rapidamente insopportabili.

Foto Infophoto

Un governo di pacificazione che darebbe sia al PD il tempo per uscire dal duopolio Letta-Renzi – dopo essersi dissanguato con quello Veltroni-D’Alema – sia al PdL quello di affrancarsi dal Berlusconismo e risorgere dalle proprie ceneri sia al M5S lo spazio necessario per crescere e dotarsi di uno staff politico all’altezza della situazione.

Intanto, oltre alle dissociazioni da Forza Italia di alcuni (ex)ministri dell'(ex)PdL, prendiamo atto che è il solo Luca Cordero di Montezemolo a formulare un’ipotesi di buon senso: “spero che persone come Lupi, Quagliariello, Sacconi, Gelmini, Lorenzin e Alfano, riflettano bene prima di decidere di assecondare, fino alla fine, una deriva populista e irresponsabile che riporta il paese sul ciglio del baratro e che non corrisponde al sentire di milioni di elettori moderati“.
Per gli imprenditori che combattono sui mercati internazionali è un vero e proprio tradimento” da parte di chi “dovrebbe rappresentarne più di altri le istanze”.

Come anche che Papa Francesco, proprio l’altro ieri, lamentava che «il diavolo cerca la guerra interna in Vaticano», che – ricordiamolo – ha anch’esso la sua Santa Sede proprio a Roma. Non a caso, ieri, ribadiva: “mai adagiarsi ad avere, si diventa nullità”.

Inoltre, «non si possono sciogliere le Camere prima che il 3 dicembre la Corte Costituzionale si sia pronunciata sulla legittimità della legge elettorale»  – come ricordava il ministro Quagliariello del PdL – ed in caso di incostituzionalità del Porcellum è evidente che il Parlamento dovrebbe comunque farsi da parte, dopo aver emendata la Legge Calderoli, per consentire ai cittadini di scegliere legittimamente i propri rappresentanti.
In caso contrario, se il Governo presentasse le proprie dimissioni, il Presidente della Repubblica dovrebbe sciogliere il solo Senato per rinviarlo ad elezioni, visto che alla Camera dei Deputati esiste una maggioranza assoluta, in mano al Partito Democratico.

E, per non farsi mancare nulla, “il 19 ottobre si preannuncia una giornata di fuoco. A Milano, presso la III Corte d’Appello di Milano, andrà in scena il processo d’appello bis per il ricalcolo dell’interdizione dai pubblici uffici a carico di Silvio Berlusconi, condannato a quattro anni di reclusione per frode fiscale nell’ambito della vicenda Mediaset. A Roma, lo stesso giorno, i No Tav e altri movimenti sociali scenderanno in piazza per protestare contro “l’austerity e la precarietà”. Nell’appello alla mobilitazione apparso in Rete, si legge che l’intenzione è quella di “dare vita a una giornata di lotta che rilanci un autunno di conflitto nel nostro paese, contro l’austerity e la precarietà impostaci dall’alto da una governance europea e mondiale sempre più asservita agli interessi feroci della finanza, delle banche, dei potenti”. Il 19 ottobre, quindi, “vogliamo dare vita ad una sollevazione generale“. (fonte Il Sussidiario.net)

Più chiaro di così …

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Tutte le scelte (sbagliate) del Presidente

25 Set

Sono trascorsi ben quattro anni da quando Gianfranco Fini lasciò il PdL, facendo venire meno la maggioranza del Governo Berlusconi.

Il vero problema era la politica economica e la gestione del MEF da parte di Giulio Tremonti, poteva nascere una Grosse Koalition italiana, non se ne fece nulla dopo che Giorgio Napolitano riuscì a concedere mesi e mesi di tempo a Silvio Berlusconi per ricostituire una maggioranza, con i vari cambi di fronte – più o meno responsabili o interessati – di Scilipoti, Razzi e De Gregorio.

Passa il tempo e ci ritroviamo che Giorgio Napolitano nomina un consulente della maggiore banca d’Europa come senatore a vita per affidargli, poi, un governo tecnico che ‘ufficialmente’ era di programma, staccando la spina ad un governo eletto sull’onda dei media urlanti e delle speculazioni finanziarie esterodirette.
Oggi sappiamo tutti che lo spread andava su a causa delle speculazioni della Deutsche Bank e del malgoverno di Cassa Depositi e Prestiti come di due banche storicamente ‘care’ alla Sinistra: gli italiani non c’entravano nulla.

Ed arrivamo a tempi recenti, con il flop di Bersani nel flirt non riuscito con SEL e M5S, mentre un italiano su due non aveva votato ed il Parlamento non aveva trovato altro accordo che riconfermare il Presidente della Repubblica uscente, dopo essersi incaponiti su Romano Prodi, un personaggio improponibile a chiunque ricordi cosa ha combinato all’IRI e come è finita con l’industria italiana e, soprattutto, un personaggio con relazioni pregresse e correnti con alcuni discussi oligarchi come quello libico e quell’altro kazako.

Nonostante fosse stato sfiorato dalle polemiche inerenti la ‘trattativa con Cosa Nostra’ e, soprattutto, nonostante le sue responsabiità epocali nell’aver lasciato  nelle mani di Antonio Bassolino la situazione rifiuti in Campania, oggi terra di tumori e mutazioni genetiche, Giorgio Napolitano restava al Quirinale e nominava Enrico Letta premier ben sapendo che più di un manuale Cencelli de noartri non si sarebbe potuto ottenere.

Dicevamo che sono passati ben quattro anni da quando in Parlamento si creò l’opportunità di costituire un governo di larghe intese e di intervenire sul ‘declino italiano’.

Da allora, sono accadute molte cose.

I conti dello Stato non sono in sicurezza ancora oggi. Le pensioni sono blindate, ma per modo di dire, visto che per gli esodati bisognerà trovare qualche soluzione, che neanche i malati gravi riescono più a pensionarsi con un minimo d’anticipo, che abbiamo un esercito di cinquantenni che dovrà lavorare ancora per un ventennio o poco meno, che i quarantenni ed i trentenni non è che finora abbiano versato granchè all’INPS per darci speranza per il futuro.

Il Porcellum è tutto lì e l’unica riforma costituzionale è consistita nell’accettazione supina del Fiscal Compact. Le aziende italiane sono passate largamente in mano straniera, gli affarucci di Telecom, Alitalia, Fonsai e ILVA iniziano, finalmente, a rimbalzare nelle aule giudiziarie.

Le tasse sono aumentate, forse, del 10% effettivo in 12-20 mesi, i tributi e le multe ‘per un pelo nell’uovo’ gravano anch’esse, se qualcosa era rimasto nelle tasche di qualcuno ci pensa il gioco d’azzardo. Intanto, di lavoro non ce ne è, il mercato immobiliare è una valle di lacrime. Infrastrutture zero, investimenti zero, lotta alla mafia poca. I media arretrano sempre più come qualità e completezza dell’informazione.

Niente tagli alle prebende dei politici nè a quelle della Casta. 10 miliardi di laute pensioni mai contribuite restano lì a monumento dell’iniquità. Le provincie son tutte lì, una miriade di piccoli comuni anche, come le comunità montane, anche se davvero non sappiamo cosa farcene.

Riforma della magistratura, peggio che andar di notte. La Sanità spende e spande e cura poco o male. Alla scuola meglio metterci qualcuno che non la conosce, come da tradizione, giusto per cambiar tutto per non cambiar nulla. Università e Ricerca sempre protette dalla sorte. Il peso dei sindacati sullo sfascio della pubblica amministrazione è ancora letale.

Come vivremmo oggi in Italia senza le infauste decisioni del nostro Presidente della Repubblica?
Il disastro ambientale in Campania sarebbe potuto arrivare ai livelli a cui è arrivato con dieci anni in meno di Bassolino-Iervolino?

Poteva il nostro Presidente far la voce forte’ ed ottenere una legge elettorale ed un governo di larghe intese tra 2009 e 2010 affrontando il rinnovo dei titoli di Stato senza il disastro della Cassa Depositi e Prestiti, il down di Unicredit e l’implosione di MontePaschi?

Si poteva arrivare ad un governo tecnico senza la leadership di Mario Monti e, soprattutto, prima che gli speculatori – finanziari e politici – avessero la meglio sul Sistema Italia?

E si poteva almeno pretendere che quello di Mario Monti fosse un governo tecnico con finalità precise od un governo di programma ‘vero’? Come anche, poteva il nostro Presidente della Repubblica rifiutare la propria firma dinanzi a provvedimenti iniqui come la riforma pensionistica di Elsa Fornero, specialmente se – di toccare le pensioni – neanche se ne era parlato fino alle ‘lacrime in diretta’?

Probabilmente si, visto che dopo quattro anni dobbiamo prendere atto che non s’è fatto altro che  alzare le tasse, invadere la privacy, ridurre l’effimero welfare che spetterebbe ad anziani, malati e giovani famiglie, mentre le città diventano sempre più in balia di se stesse e mentre i sindacati si battono con veemenza per tre sindacalisti licenziati, ma non accade lo stesso per milioni di disoccupati.

Difficile prevedere cosa racconterà la Storia di questa Italia e dell’uomo che più di tutti ha influito su scelte irrevocabili.
Più facile essere molto pessimisti sul corrente settennato presidenziale, certamente animato da buone intenzioni, ma molto, molto lontano dall’accettare che è impossibile salvare capra, cavoli, lupo e barca …

Intanto, WIkipedia riporta della carriera politica del nostro Presidente della Repubblica:

  1. il 2 febbraio 1993 all’ingresso posteriore di palazzo Montecitorio si presentò un ufficiale della Guardia di finanza con un ordine di esibizione di atti: esso si riferiva agli originali dei bilanci dei partiti politici per verificare se talune contribuzioni a politici inquisiti fossero state dichiarate a bilancio, secondo le prescrizioni della legge sul finanziamento pubblico ai partiti. Il Segretario generale della Camera, su istruzioni del Presidente Giorgio Napolitano, oppose all’ufficiale l’immunità di sede, la garanzia delle Camere per cui la forza pubblica non vi può accedere se non su autorizzazione del loro Presidente;
  2. nel processo Cusani, il 17 dicembre 1993, Craxi affermò: “Come credere che il Presidente della Camera, onorevole Giorgio Napolitano, che è stato per molti anni ministro degli Esteri del Pci e aveva rapporti con tutta la nomenklatura comunista dell’Est a partire da quella sovietica, non si fosse mai accorto del grande traffico che avveniva sotto di lui, tra i vari rappresentanti e amministratori del Pci e i paesi dell’Est? Non se n’è mai accorto?”. Secondo la sentenza sulle tangenti per la metropolitana di Milano Luigi Majno Carnevale si occupava di ritirare la quota spettante al partito comunista e di girarle, in particolare, alla cosiddetta “corrente migliorista” che “a livello nazionale”, “fa capo a Giorgio Napolitano”;
  3. Romano Prodi lo sceglie come Ministro dell’Interno del suo governo nel 1996. Mentre ricopre tale incarico, è molto criticato per non aver attuato una tempestiva e adeguata sorveglianza su Licio Gelli, fuggito all’estero (dopo essere evaso dal carcere già nel 1983) il 28 aprile 1998, il giorno stesso della divulgazione della sentenza definitiva di condanna per depistaggio e strage da parte della Cassazion;
  4. come primo ex-comunista a occupare la carica di Ministro dell’Interno, propone (con Livia Turco) quella che diverrà nel luglio 1998 la Legge Turco-Napolitano, che istituisce i (ndr. ormai famigerati) centri di permanenza temporanea (CPT) per gli immigrati clandestini;
  5. nel 2008, nel pieno delle polemiche per la presenza dello Stato di Israele alla Fiera Internazionale del Libro di Torino, senza dare spazio anche agli scrittori palestinesi) l’annunciata visita di Napolitano alla manifestazione viene criticata dallo scrittore svizzero Tariq Ramadan, perchè Napolitano avrebbe equiparato le critiche a Israele all’antisemitismo;
  6. in occasione della promulgazione del Lodo Alfano Napolitano è stato criticato da Beppe Grillo e dall’ex-presidente Carlo Azeglio Ciamp per aver firmato e quindi legittimato una legge che il 7 ottobre 2009 la Corte ha effettivamente ritenuto incostituzionale;
  7. in occasione della promulgazione del cosiddetto Scudo fiscale, l’Italia dei Valori ha criticato Napolitano per aver firmato senza rinvio una legge accusata da vari economisti di essere un mezzo per riciclare legalmente denaro sporco;
  8. qualche settimana prima delle elezioni regionali italiane del 2010, a seguito dell’esclusione delle liste PDL in Lazio e Lombardia, Napolitano ha firmato nottetempo il decreto legge del governo per la riammissione delle liste escluse;
  9. nell’aprile del 2010 Giorgio Napolitano ha promulgato con la propria firma la legge sul legittimo impedimento del capo del governo e dei ministri. Nel gennaio 2011 la corte ha ritenuto la legge in parte incostituzionale;
  10. altre promulgazioni criticate e discusse hanno riguardato il decreto Mastella per distruggere i dossier della security Telecom, l’ordinamento giudiziario Mastella-Castelli, la legge “salva-Pollari”, la norma della legge finanziaria che ha raddoppiato l’Imposta sul valore aggiunto a Sky, i due pacchetti sicurezza del ministro Maroni accusati di contenere norme anti-immigrati.

Sei mesi fa, in una videointervista concessa ad Eugenio Scalfari, Giorgio Napolitano dichiarava: “Abbiamo vissuto un momento terribile. Abbiamo assistito a qualcosa a cui non avevamo assistito. Ho detto di sì per senso delle istituzioni.”

Si, noi italiani abbiamo assistito ad un dramma nazionale che ci crollava addosso. Noi, ma non Re Giorgio: lui non ha assistito a qualcosa, lui è uno dei protagonisti ‘storici’ del declino italiano.
Un disastro le cui vie sono state lastricate da buone intenzioni, ideologie del tutto errate, acerrime lotte di fazione, eccessiva tolleranza verso lobbisti e marioli, una centralità ‘culturale’ de Sinistra del tutto ingiustificata, la nota intoccabilità del sindacato e della magistratura o le redazioni politicizzate e la qualità d’informazione a livelli africani …

Non gli italiani, signor Presidente, sono la causa di quanto, ma i partiti che hanno occupato la democrazia italiana e che hanno permesso il caos ed il declino pur di consentire lauti affari a pochi riccastri di serie B, come Alitalia, Fonsai, Telecom, Ilva raccontano ancora oggi.

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Merkel vince, ma l’Eurozona perde

25 Set

Arriva l’annunciato successo di Angela Merkel in Germania e del contestuale sprofondamento sotto il 4% del Partito Liberale tedesco, nonché dell’eterno flirt con i socialdemocratici, chiamato Grosse Koalition.

Mario Monti, da Lilli Gruber, afferma sorpendentemente che in Germania non c’è un partito ‘populista di destra’, ma resta – allora – da capire cosa sia la CSU bavarese e chi sia Angela Merkel che arrivò ai Cristiano – Democratici dritta dritta dall’ufficio propaganda del partito comunista della DDR.

Ancor più soprendentemente, Mario Monti parla di una ‘larga coalizione’ italiana contro gli interessi lobbistici. Un idea difficilmente applicabile un parlamento eletto con il Porcellum e le liste predeterminate dai partiti.

Ma Mario Monti, come sappiamo, è bravissimo a far l’indiano, precisando – sempre su La7 – che il grande merito del suo governo è stato quello di evitare il ricorso ad un prestito del FMI – a differenza di Spagna e Grecia – ed aver così evitato una sorta di ‘commissariamento’.

Come se equivalesse ad un commissariamento l’aver nominato un banchiere a senatore a vita per dargli il governo del paese sull’onda delle speculazioni di mercato e permettere un drammatico fund dragging per sostenere banche private ed enti finanziari pubblici.

Ritornando alla Germania – ed alle possibili previsioni sui destini italici –  la maggioranza che sosterrà il governo Merkel potrebbe rivelarsi molto ‘egoista’, visto che nei Lander il populismo cristiano demosociale certamente non vede di buon occhio ‘le cicale  del meridione d’Europa’ e che l’alleato SPD crolla anche nelle roccaforti storiche come Berlino e, secondo i magazine tedeschi, ha perso l’appoggio dei manager e dei tecnici.

Cattive notizie, dunque, per Quirinale e Palazzo Chigi, che speravano in una ripresa della SPD, in modo da portare la Germania su posizioni più morbide, alla stregua di Hollande.

Le pessime notizie per l’Italia arrivano, però, da un altro dato tedesco.
In Germania, l’attuale governo (CSU+CDU+SPD) rappresenterà solo 3/5 dell’elettorato tra astenuti, voti dispersi ed i postcomunisti di Linke o l’estrema destra di AFD.
E così andando le cose accadrà che per altri 4 anni, dopo altri precedenti otto, la Germania sarà governata dalla Partitocrazia contro ‘tutti’: cos’altro pensare se la maggioranza dei partiti diventa stabilmente la maggioranza di governo, ricordandosi della necessità di una qualche contrapposizione solo il giorno prima delle elezioni?

Angela Merkel – Giovane Comunista in DDR

Qualcuno pensa che una roba del genere possa assicurare all’Europa (e all’Italia) la marcia in più che servirebbe da tempo? O che possa tenere insieme il giocattolo dell’Eurozona se non tollerando corruzione e speculazioni, che da noi italici si chiamano mafie e caste?

E come la metteremo tra quattro anni – o forse prima – quando anche in Germania, come in Italia, il governo potrà contare su un’ampia maggioranza parlamentare, ma anche su una diffusa opposizione nei diversi ceti della popolazione?

La Germania ha scelto l’uovo oggi, difficile che ci saranno galline domani …

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I ‘teppisti’ imperversano a Roma come altrove. I sindaci glissano … l’insicurezza cresce

4 Set

Ignazio Marino di periferie non dovrebbe saperne granchè, forse solo qualche attraversamento in auto e tante strette di mano a fini elettorali, non molto di più.
E, del resto, non è che il suo partito di provenienza (l’ex-Partito Comunista, oggi ‘democratico’) abbia brillato tra viaggi a Mosca e nei paesi del blocco sovietico (che finanziavano e armavano i brigatisti) e metodi di lotta politica che andavano dalla delegittimazione degli avversari al blocco di fabbriche e intere città, con cortei e manifestazioni.

Dunque, è piuttosto difficile che Marino, Renzi, Pisapia & co. – fino, forse, allo stesso Napolitano – possano percepire a pieno la gravità della situazione eversiva in Italia.

La riprova arriva proprio dal sindaco di Roma, che, dopo la tentata strage di domenica, la butta in cavalleria. “Credo che chi non si comporta bene non debba partecipare al momento di gioia che è una partita allo stadio”.
Dinanzi a una sassaiola organizzata militarmente che avrebbe provocato un disastro e, forse, una strage, se ad essere colpito fosse stato l’autista del bus della Hellas Verona, è davvero difficile di buttarla sul tifo calcistico e sul teppismo. Ignazio Marino, però, ci riesce.

Da Firenze non è che siano arrivati esempi migliori, visto che il 19 dicembre scorso, il sindaco Renzi ha autorizzato una sparuta manifestazione di studenti medi, che – nel bel mezzo del core turistico della città, ovvero piazza della Signoria –  invece di reclamare per edifici e finanziamenti scolastici migliori o docenti più preparati ed esigenti di quello che l’OCSE tristemente ci racconta, si son messi ad inveire contro la crisi economica, contro le forze dell’ordine e contro il sindaco, lanciando fumogeni persino nel presepe del Duomo.
Ebbene, Matteo Renzi non ha chiesto lo sgombero immediato nè auspicato l’arresto degli organizzatori, anzi, è andato incontro ai manifestanti e, resosi tardivamente conto del contesto, si è ritirato in buon ordine senza colpo ferire.
Ringraziano non poche famiglie che avrebbero dovuto vendere case e beni per pagare le spese legali e i danni causati dai figli, con proficuo esempio per chiunque desideri fare dei ‘porci comodi’ in luoghi e piazze che sono spazi di tutti.

Di Milano cosa dire dopo dopo l’invito rivolto agli americani residenti nel capoluogo lombardo, dal loro console Kyle R. Scott, a tenere “alta la vigilanza” per un aumento della criminalità?
Che Giuliano Pisapia, sindaco di Milano, ha risposto “Sono molto rammaricato, stupito, credo che il console debba dare dei chiarimenti su questo”? Oppure le cronache milanesi raccontano di anziani presi in ostaggio nella loro abitazione, di incendi appiccati dagli antagonisti, delle provocazioni di ciclisti organizzati (ed antagonisti) e delle risse con gli automobilisti che ne derivano, della mattanza del ghanese Mada Kabobo a Niguarda o della rapina a colpi di mazza e molotov messa in atto  contro l’orologeria Frank Muller in pieno centro, nel ricchissmo Quadrilatero della Moda?

Arrivando a Napoli, dove l’esasperazione dei cittadini contro i malviventi lasciati liberi di agire è tale che si arriva – in preda ad un raptus – ad inseguire i rapinatori per poi investirli con l’autovettura e ucciderli. Un episodio, uno dei tanti, che accadono in strade dove non è garantita l’incolumità delle persone, mentre Luigi De Magistris – ex ufficiale delle Fiamme Gialle ed ex magistrato, nonchè ultimo dei mohicani IdV – non sembra aver diramato l’ombra di un comunicato e di un provvedimento.

In USA come altrove, avrebbero già classificato la tentata strage di Roma come ‘terrorismo’ e, probabilmente, già catturato i responsabili mandandoli a giudizio con la prospettiva di pene ultradecennali.
Allo stesso modo, altrove avevano già dimissionato il sindaco e ne sarebbe scaturito un caso nazionale di responsabilità civica e di corrispettivo dovere pubblico, se invece di piazza della Loggia si fosse parlato, ad esempio, dell’Hotel de Ville o di Trafalgar Square.
Come anche un’intera giunta comunale sarebbe finita nell’oblio, altrove, se il borgomastro non avesse preteso la ‘tabula rasa’ ed il ‘black out movide’, dopo quello che si sente accadere nel milanese.
Inutile dire che, a Napoli, un qualunque altro stato avrebbe quanto meno invitato i cittadini a dotarsi di un porto d’armi per difendersi almeno nelle proprie abitazioni e nelle proprie autovetture, visto che l’ordine costituito non riesce a farlo, nè viene dotato dei mezzi necessari a prevenire ed intervenire.

Ed utile aggiungere che se in Val di Susa si incediano capannoni e aziende, mentre vengono sequestrati o rinvenuti veri e propri arsenali ed i sindaci di Susa e Chiomonte ricevono pesanti minacce per la loro posizione di dialogo con il governo, c’è poco da discutere: si chiama eversione.
Non basta, di sicuro, che il presidente Napolitano sia intervenuto con un ‘desistere da comportamenti inammissibili’, rilasciato ben 18 mesi fa e poi più nulla, almeno stando alle agenzie.

Come anche tutti lor signori che vivono in auto blu e zone ultravigilate dovrebbero chiedersi quanti cittadini finiscono settimanalmente nelle grinfie dei ‘teppisti’ romani, degli ‘sbandati’ milanesi, dei rapinatori in erba’ di Napoli, degli studentelli violenti e benestanti di Firenze, degli antagonisti del ‘mordi e vilmente fuggi’.
Fatti di cronaca giudiziaria che coinvolgono sempre più spesso teenagers in atti anche efferati, nonostante l’obbligo scolastico arrivi fino a 16 anni e nonostante l’enorme quantità di denaro che i Comuni, proprio quelli in questione, spendono in servizi sociali esternalizzati, con risultati palesemente insoddisfacenti od iniqui.

Eppure, il nostro presidente almeno, in un paese sempre più ignorante, dovrebbe ricordare che Nazismo, Fascismo e Franchismo nacquero in reazione a situazioni di forte insicurezza sociale, causate dagli arbìtri e dai distinguo di ‘certe sinistre’, affermatesi cavalcando la tigre delle crisi del Capitale …

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Crisi di governo? Paga l’Italia …

23 Ago

Il Pdl s’attacca a Napolitano, adesso Silvio crede nell’amnistia. L’apertura del guardasigilli Cancellieri Berlusconi: “La crisi colpa del Pd”. “Letta fa il duro per battere Renzi”.
Il Cavaliere: “Molte strade per salvarmi”. Alfano preme sul Pd per stop alla decadenza, sulla durata del governo cita Lucio Battisti (vd). Dai dem solo chiusure: “Legalità non si baratta”.

Pdl, l’idea di forzare subito per le urne. Letta al Colle: governo può farcela. Napolitano al premier: “Vai avanti”.
L’Anm insorge: “Linciaggio per neutralizzare la sentenza”.

Vauro da Presseeurop.eu

Il Cavaliere rifiuta il salvagente rinvio, l’idea è di fare dimettere i parlamentari. Governo in bilico, l’ex premier vuole far saltare il banco.
Alfano: il Pd voti contro la decadenza. Alt di Franceschini: nessun baratto sulla legalità.

Grillo: “Subito ad elezioni, con il Porcellum vinciamo noi”.
Silvio spinge per il voto. Sull’Imu nasce l’asse Pdl-M5S Grillo: “L’imposta non va pagata”. Gli azzurri: “Lui meglio del Pd”.

Questi gli strilli (le testate) on line di La Repubblica, La Stampa, il Corriere della Sera, Libero.


Uno scenario ben delinato da Virginia Piccolillo del Corsera (link), per quanto relativo gli aspetti ‘tecnici’,. Un contesto politico-istituzionale che si presta a poche, ma molto deludenti, riflessioni.

Innanzitutto, i nostri Potenti dovrebbero prendere atto che a seguire sempre e comunque la via del compromesso e del volemose bene si ottengono sempre e soltanto leggi a metà e risultati a metà. Nel primo caso, da ‘completarsi con una miriade di interpetazioni autentiche, regolamenti e mille proroghe, nel secondo con esiti bizantini ogni qual volta servirebbe una regoletta semplice e chiara.
In questo sta tutta la querelle inerente la decadenza, l’ineleggibilità o la incadidabilità che sia per Silvio Berlusconi.
Le norme introdotte per impulso del ministro Cancellieri sono applicabili a chi, all’epoca della loro introduzione, era già condannato in due gradi di giudizio ad una pena superiore ai due anni di reclusione? Evidentemente no, altrimenti la Giunta del Senato avrebbe dovuto convocarsi all’istante. Probabilmente, si, come buon senso e ragione vorrebbero.

In secondo luogo, quello che è evidente oltre ogni irragionevole dubbio e che l’Italia è al palo e rischia una profonda e lunga crisi politica ed istituzionale a causa di una vicenda privata di Silvio Berlusconi, il cui interesse prevale su qualsiasi altra esigenza o emergenza del Paese.
Lo Stato italiano ha necessità di profonde riforme, se si vuole rendere il bilancio che inviamo a Bruxelles e Francoforte ‘allineato’ con la fotografia di ‘photofinish’ che arriva dal Fiscal Compact e dagli obiettivi – scelti autonomamente dal Governo o imposti dall’Eurozona – che vanno perseguiti.

Chappatte su “Le Temps”, Ginevra

Non solo, dato che l’italia ha necessità – ormai catastroficamente sedimentate – di riformare le regole del Lavoro, della Sanità e della Giustizia, dei finanziamenti all’editoria ed al settore agroalimentare, se vogliamo tentare – in futuro – di governare la spesa pubblica e l’efficienza dei servizi. Molte università andrebbero rifondate, visto il dissesto finanziario in cui alcune sono riuscite, addirittura, ad espandersi, mentre la scuola dovrebbe riformare almeno le Medie – dove servirebbero psicologi e tempi prolungati, ma de facto ferme ai primi anni Settanta – e gli Istituti Tecnici, visto che sono anni che le nostre aziende devono ricorrere a tecnici e periti dell’Est Europa.

Tutto fermo o rinviato a migliore occasione per un uomo di 77 anni, che non rischia il carcere e la cui ineleggibilità era fuori discussione già venti anni fa, essendo proprietario di un impero mediatico? Tutto appeso in attesa che il Partito Democratico irrisolva le proprie beghe interne durante il solito grigio Congresso e che elegga il nuovo segretario e/o il nuovo leader elettorale da bruciare al rogo entro due anni dal mandato?
Tutto confuso, mentre Grillo arringa senza un programma di riforme e di alleanze, senza leader esperti e noti agli italiani da proporre in squadra di governo, senza chiarezza su come mettere mano a 2 miliardi di problemi, ovvero alla spesa pubblica.

Vignetta da The Times

Una situazione determinatasi grazie ad una sola norma, il Porcellum, che Beppe Grillo oggi esalta, mentre ieri era la madre di tutti i mali.
Una norma fatta in modo da garantire maggioranze bulgare alla Camera, per pesare oltre misura sull’elezione presidenziale e sulle autorizzazioni a procedere, ed un Senato minoritario … a meno di non venire a patti con la Lega, visto che il premio di maggioranza è su base regionale e che in Lombardia vive 1/6 degli italiani.

Tutto questo facendo i conti senza l’oste: il Porcellum è costituzionale o no?
E’ una buona idea far saltare un governo a settembre per votare di fretta e furia con il Porcellum (ammesso che il Presidente della Repubblica sciolga le Camere) e per trovarsi con una sentenza di incostituzionalità?
E non è scandaloso che la Magistratura intervenga/venga coinvolta solo dopo un decennio per dare l’alto là ad una legge elettorale che consegna l’Italia alle nomenclature di partito ed al voto di protesta?

It is a bit crazy.

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