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ICI e Vaticano: una goccia nel mare

16 Feb

Il clero paga tasse e tributi!

Non ci sarebbe nulla da meravigliarsi, se non ci trovassimo nella nazione che prevede, in Costituzione, che “lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani” (art. 7).

Sovrani su cosa? Trattandosi di una Costituzione, sarebbe da intendersi “sul territorio” e/o “sul popolo” e, come precisa lo stesso articolo 7, “i loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale”.
Dunque, lo Stato Italiano e la Città del Vaticano gestiscono i propri rapporti di sovranità – su cosa è da capire – “a latere dalla costituzione”, mentre “il popolo la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” (art. 1).

E’ piuttosto difficile immaginare un “popolo sovrano”, con un tale testo scolpito negli annali della Repubblica, e, piuttosto, l’impressione che se ne riceve è che venga prima l’Erario, poi la Fede e poi le persone.

Così accade che Mario Monti possa riempire le testate dei giornali con “Ici sui beni commerciali della Chiesa” oppure “La svolta dell’Ici sulla Chiesa: esentasse solo i luoghi di culto”.

Miracolo? Mica tanto: erano mesi e mesi che la Santa Sede – ma non così tanto la CEI – informava gli italiani riguardo la propria disponibilità a discuterne. Come sono trascorsi anni, durante i quali il Quarto Potere italiano non ha scandalisticamente intestato una prima pagina una ai favori fiscali, troppi e tanti, goduti da qualsiasi attività minimamente clericale.
Come raramente i nostri media hanno parlato dei costosissimi restauri di belle, ma desuete architetture del passato, puntualmente rivendute a peso d’oro dal clero proprietario ai soliti noti speculatori.

Arriva, dunque, l’ICI per le attività non destinate al culto, come fosse la manna dal cielo.
E nessuno fa caso che, con un sincronismo pressoché perfetto, la “misura” arriva a 24 ore dall’attacco di Celentano alla Chiesa Cattolica durante il Festival di Sanremo …

Sincronismi, quelli a cui ci stiamo abituando da 3-4 mesi, che ricordano quasi alla perfezione cosa accadeva a Weimar tanti anni fa, con gente inferocita nei bar ed i giornali a replicare i “comandamenti ufficiali”.

originale postato su demata

Il Vaticano, la manovra e l’ICI

22 Ago

Su Facebook si rifoltisce il gruppo di italiani che chiedono alla Conferenza dei Vescovi italiani (CEI) di fare il “bel passo” e di accettare la tassazione ICI sulle attività commerciali e d’impresa.

E’ piuttosto difficile dirimere la questione inerente quali siano i diritti del Vaticano verso lo Stato Italiano o, meglio, quali possa vantare la nostra repubblica verso la Santa Sede.

Una faccenda annosa, uno dei tanti pasticci finanziari combinatisi all’atto dell’Unificazione dell’Italia, come quello dell’Autonomia Siciliana o dell’eredità dei Savoia, che si trascinano fino ad oggi.

Incominciamo col dire che:

  1. la Sicilia era uno dei due Regni su cui si articolava lo Stato Borbonico ed era insorta pro-Garibaldi inseguendo il sogno repubblicano. Anche in questo caso si applicavano le regole del “bottino di guerra” a tutto favore dei Savoia;
  2. nel Meridione d’Italia, viceversa, l’aggressione savoiarda alla Casa di Borbone avrebbe imposto agli invasori il rispetto delle proprietà reali ed un congruo indennizzo, cosa che non fu;
  3. solo i territori coincidenti, più o meno, con le provincie di Viterbo e di Roma costituiscono a tutti gli effetti il legittimo territorio del Papa Re: le altre aree dell’allora Stato Pontificio erano state tutti assorbite per lascito testamentario e, dunque, trasferibili ai Savoia per mera conquista e con “equo” indennizzo;
  4. Roma ed il Patrimonium Petri originario, inclusa Sutri ed altre donazioni altomedievali, non erano alienabili, nè per il sistema giurisprudenziale dell’epoca sia per un regno, quello Savoia, che, unico al mondo,  faceva del Cattolicesimo la religione di Stato.

Così nacuero l’Italia e la sua Capitale, con una parte del tesoro del Banco di Sicilia che diventa patrimonio dei Savoia e prende la via degli Stati Uniti, con il saccheggio e le stragi nel Sud e nella terra dei Papi, con la nascita di una propaganda popolare antiborbonica ed antipapalina, con i primi grandi consorzi per la costruzione di Roma, che all’epoca aveva solo 40-50mila abitanti.

Dall’indignazione internazionale per il colpo di mano dei Savoia, nacque la legge delle Guarentigie, prima, e dall’esigenza di una pacificazione populiasta dell’Italia nacquero, poi, i due Concordati. Allo stesso modo, uno dei “moventi” della Cassa del Mezzogiorno fu quello di restituire, almeno in parte, quanto sottratto al Sud dai Savoia.

La prima, le Guarentigie, fecero affluire enormi quantità di denaro nelle casse vaticane, come mai s’era visto a San Pietro. Risorse italiane che presero le strade più impensabili, destinate all’estero per le missioni, ma anche investite in fabbriche e banche o, peggio, utilizzate per acquisre  quote e partecipazioni di infrastrutture nazionali.

I due Concordati servirono a fermare questo processo unidirezionale, tramite il quale lo Stato del Vaticano acquisiva sempre più potere sulla finanza nazionale.

Dal punto di vista della presenza sul territorio, il Vaticano è oggi  presente in:

  1. aree delimitate e territori che godono della sostanziale extraterritorialità grazie ai Concordati;
  2. aree delimitate, spesso semplici contesti immobiliari, dove vengono svolte attività prettamente religiose, analoghe a quelle praticate dalle altre religioni per specie e e per diritti;
  3. aree delimitate, spesso singole unità immobiliari, dove vengono praticate attività di fornitura di servizi, professionaoli, commerciali od impreditoriali, analoghia quelli gestiti da laici e da persone di altre religioni;

Dal punto di vista fiscale non dovrebbero esserci esitazioni: le prime sono attività off-shore, le seconde sono sottoposte alle norme inerenti gli enti benefici e religiosi, le terze pagano l tasse come tutti.

Fedeli alla patria

25 Apr

L’anno scorso scrivevo che il 25 Aprile è una Festa di tutti gli Italiani.

Quali?

  • i mafiosissimi “picciotti” di Lucky Luciano che facilitarono lo sbarco,
  • i martiri baresi del bombardamento al porto
  • le centinaia di morti “qualunque” delle 4 Giornate dei napoletani, insorti “per campare”,
  • quel centinaio di soldati fattisi inutilmente massacrare dai Tedeschi a Porta San Paolo di Roma, per difendere la Capitale,
  • i tanti soldati massacrati perchè fedeli al Re,
  • le famiglie dei nostri militari massacrati a Torino, mentre lasciavano la città con tanto di salvacondotto,
  • i morti di inedia delle foibe comuniste e quelli linciati nelle vendette emiliane,
  • le puttane della “Pelle” di Curzio Malaparte ed i monaci di Montecassino,
  • i soldati prigionieri, che ritornarono dall’Etiopia solo nel 1948 e dalla Russia mai.

La “Liberazione” non è solo la Festa della Resistenza Partigiana, non è una Festa dell’antifascismo e basta.

E’ una Festa Italiana, senza colori, che ci piaccia o no.

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Viceversa, non mi sembra assolutamente una festa nè una liberazione l’assoluzione di persone che hanno pronunciato, in occasione del G8 di Genova, queste frasi:

  • «Le manifestazioni del 19 e 21 saranno tranquille, il 20 succederà il
  • panico, il 20 succede un casino della madonna… scontri… mazzate»
  • «la città è grande, ci sono mille vie e ognuno è libero di manifestare come crede»
  • «noi dobbiamo fare la guerra civile!»

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Con le dita nel naso …

3 Apr

Irene ci parla delle dita nel naso, ecletticamente, la questione è: “Esistono occasioni “tipiche” nelle quali ci turiamo il naso con le dita?”.

La risposta è “Si”, noi italiani abbiamo una tradizione sul campo ed siamo perpetuarla ai posteri attraverso la pratica annuale del voto.

Si iniziò con l’Unità d’Italia al “profumo del soldi facili”, come quelli che furono ricavati dalla vendita delle terre papali e borboniche sequestrate oppure quelli “trovati” nelle casse del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia.

Dopo la conquista di Roma si passò alla “puzza di fame” e non tutti sanno che una ventina di milioni di italiani emigrarono proprio in quel periodo.

Con il ‘900 passammo alla “puzza di fregatura”, con la stampa di banconote false proprio a cura della Banca Romana che “doppiava” le emissioni del Banco di Sicilia.

La “puzza di fregatura” divenne “puzza di incendio” quando l’accesso al voto di tutti i cittadini maschi adulti si comportò in una fregatura come nel 1921.

Grazie a Dio non siamo solo Italioti, ma anche italiani  e qualche volta abbiamo anche provato a cambiar qualcosa, in tema di naso ed odori.

In diverse epoche  si sono tentate delle innovazioni, ad esempio nel 1923 con l’imposizione del Partito Unico, “che tanto nel tempo puzza uguale”.

Una generazione dopo, dal 1948, si cambiò di nuovo tutto e si tornò al sistema delle “più puzze”, un lotto al “vapore d’incenso e di martiri cristiani”, un altro irradiante “vero sudore dell’Armata Rossa”, un altro ancora al “tanfo di mazzetta distillato al 5%”.
Di contrabbando si trovavano anche calzini usati, appartenuti a qualche mistico del partito unico, per anziani nostalgici.

Un’altra generazione dopo, tra  consumismo sfrenato stile Anni ’60/70 e faccioni di Che Guevara, s’inventa l’unica cosa che non s’era mai fatta: ad ognuno una puzza ed a tutti la puzza di ognuno.
Un successone … come dislocare un ratto morto in un’aiuola di margherite, tanto per redistribuire un po’.

Così, dal 1992 si iniziò a notare che ormai c’era una puzza unificata: la “puzza di bruciato”.

Questo sistema, quello della famosa “puzza di bruciato”, con le elezioni del 1994 fu cassato per andare incontro al “profumo del nuovo” che avanza e, soprattutto, non puzza.
Una roba svedese meglio dell’IKEA (sic!).

Molti osservatori politici hanno usato la parola declino, per descrivere questi ultimi 15 anni.

Puzza di cadavere ?