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Dirigenti privilegiati? Ci pensa l’Europa

25 Ott

Uno dei limiti maggiori nel salvataggio delle gestioni ospedaliere in crisi, che siano policlinici universitari o meno, consiste nella forte perequazione stipendiale e di posizione che esiste tra un dirigente medico e gli altri lavoratori. Un problema che esiste dovunque, ma che nella Sanità pesa di più.

Infatti, la differenza dei redditi tra uno specialista neoassunto ed un ‘barone’ può essere anche dal 1000%, la forza contrattuale ancor di più.

Così accade che, negli altri paesi, le organizzazioni degli infermieri e dei medici di basso livello siano spesso in contrapposizione con quelle che rappresentano il gothadegli strutturati ed i ‘superprofessionisti’. Come anche accade che le aziende siano costrette a doversi effettivamente consultare con le diferse istanze dei lavoratori e che debbano farlo alla pari, senza privilegiare una delle controparti.

In Italia no: l’Unione Europea ci ha appena deferiti alla Corte di Giustizia.

Infatti, la direttiva 98/59/CE obbliga i datori di lavoro, che devono effettuare licenziamenti collettivi,  ad attivare le consultazioni con tutti i rappresentanti dei lavoratori al fine di ripartire in modo condiviso e concertato le dismissini di personale.

La legislazione italiana non obbliga le aziende (tra quelle sanitarie) a consultare i rappresentanti sindacali dei dirigenti e, secondo la Commissione europea, questa esclusione può “determinare un indebolimento ingiustificato della tutela di altre categorie di lavoratori sul posto di lavoro. In particolare, può rendere più difficile raggiungere la soglia di licenziamenti richiesta dalla legge per attivare la procedura di informazione e consultazione.” (La Repubblica)

Una questione davvero imbarazzante, specialmente se parliamo di qualcuno dei tanti ospedali non in grado di chiudere in bilanci in attivo.

Infatti, il non obbligo a consultare alcune categorie (anche se poi effettivamente consultate) comporta diverse conseguenze negative.

Ad esempio, il caso – come sta accadendo al Gemelli di Roma – in cui non si può avviare o concordare il pensionamento di tanti medici senior che hanno raggiunto i requisiti – con redditi mensili anche a 4 zeri –  mentre si possono cassaintegrare ‘giovani’ infermieri, tecnici e portantini, il cui stipendio è di gran lunga inferiore.

Altro esempio, il comparto di dirigenza pubblica, dove le nomine ‘facili’ dei dirigenti, le carriere interne e lo spoyl system ‘ad escludendum’ appaiono come uno dei principali problemi dell’Italia presente e, soprattutto, che verrà.

Tra l’altro, il problema emerso dopo Tanentopoli, prima, e durante questa catastrofica Seconda Repubblica è che gli Yes Man hanno carriere lunghe, ma gambe corte. Al massimo sono in grado di trascinarsi da una scrivania ad un salotto … e proprio non meritano i priveligi che gli concediamo.

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Evasori: chi sono dove sono

10 Gen

Nel 1999, secondo le stime di Bernardi e Bernasconi, il volume di evasione fiscale relativa all’IRPERF dei “lavoratori autonomi, imprese individuali, società di persone” era pari al 68,5% della base imponibile, mentre l’IVA presumibilmente evasa era al 38%.

Il dato era confermato dallo studio di Bordignon e Zanardi che fissava all’84% l’entità degli evasori tra i lavoratori autonomi e, nel 2002, anche uno studio dell’Agenzia delle Entrate confermava indirettamente i dati di Bernardi e Bernasconi, stimando al 41% l’evasione derivante da “servizi alle imprese”, nel 27,7% quello del “commercio” e nel 17,3% quella del settore “servizi alle famiglie”.
In termini di localizzazione geografica, nel 1998, uno studio dell’Agenzia delle Entrate fissava una “graduatoria dell’evasione IRAP a livello regionale in termini assoluti (diffusione)” che poneva al primo posto la Lombardia ed al secondo il Lazio.

Questo il dato quantitativo della diffusione del fenomeno per categorie e territori, ma ancora più interessante, però, è quello per “intensità” del fenomeno.

Infatti, gli esiti delle verifiche su un campione rappresentativo di circa 500 società di capitali, per l’anno d’imposta 1997, dimostrò che il 94% dei soggetti avevano ricevuto contestazioni per evasioni fiscali entro i 5 milioni di Euro ed, addirittura, il 6% mostrava irregolarità per somme superiori ai 5 miliardi di Euro; allo stesso modo l’elusione fiscale.
Secondo uno studio di Secit del 2000, l’evasione contestata raggiunge il 6,5% della produzione nel Centro Italia, mentre nel Nord Ovest, Sud ed Isole si attesta intorno al 4% (con la Calabria e la Sicilia ben oltre tale valore), mentre nel Nord Est la linea d’ombra fu tale che lo studio riportava valori negativi.

Venendo ad oggi, secondo i dati di Contribuenti Italiani, nel 2011 l’evasione nel nostro paese ha raggiunto la vetta di 180 miliardi di euro l’anno (8,6% del PIL) sottratti all’erario. Il dato è confermato da Tax Justice Network, che stima in 238 miliardi di dollari USA l’evasione nel nostro paese.

Una cifra pesante, anzi pesantissima, se consideriamo che l’evasione fiscale nella Federazione Russa (143.474.000 abitanti) arriva a 221 miliardi di dollari.
Come dire che abbiamo un volume medio di evasione procapite pari ad una volta e mezza quello russo. Ed è tutto dire.

Ma dove sono gli evasori nostrani? Non a Cortina, non a Portofino, non ad Abano Terme e neanche tra i commercianti, salvo il settore “turismo”, ovvero alberghi, ristorazione e spiagge, che da soli evadono per 36 miliardi di Euro l’anno. (fonte La Stampa)

E’ nella falsa fatturazione e/o tra le prestazioni occasionali (professionisti, servizi, artigiani e nel lavoro nero degli immigrati e non) che va ricercata l’evasione, oltre che, come ovvio, nelle attività delle mafie e nei fondi neri della corruttela politica.

Intanto, c’è ancora chi se la prende con il piccolo “negoziante distratto” (ditemi voi quanto può evadere un gelataio …) e con i quattro turisti “finto VIP” che ancora frequentano qualche località turistica.

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Governo al mare, italiani a casa

22 Giu

Oggi, alla Camera, il discorso di Silvio Berlusconi tentava di dare nuova vita ad una compagine e ad un partito, il PdL, travolti dagli scandali e dalle inchieste, oltre che dall’illegittimità od impopolarità delle proprie leggi e dall’inefficacia dell’azione legislativa nel por rimedio ai problemi del paese.

A seguire, gli interventi dei diversi gruppi parlamentari, che erano unisoni nel denunciare le promesse tradite al Sud, la drammatica situazione di lavoratori e aziende, le inerzie e le prebende di un sistema affaristico e carrieristico, le agenzie di rating e l’Unione Europea alle porte.

Intanto, in Piazza Montecitorio si affollavano, “indignati”, i precari del sistema di istruzione nazionale, che con una laurea in tasca ed una famiglia a casa non si sa bene che lavoro dovrebbero mettersi a fare.

Arriva l’estate e saranno in tanti quelli che resteranno a casa perchè “vivono di solo stipendio” o perchè “la sanità è regionalizzata”.

Viene spontaneo chiedersi cosa sia meglio: governo al mare ed italiani a casa oppure governo a casa ed italiani al mare?

Un’Italia a fari spenti

22 Giu

Non esiste alcuna alternativa a questo governo ed a questa maggioranza, perchè, in caso di caduta, l’Italia si troverebbe i creditori alle porte e dovrebbe varare misure di arretramento dell’attuale livello dei servizi pubblici di scuola e sanità.
Questo è nella sostanza il pensiero di Silvio Berlusconi, nel discorso alla Camera.

Una catasfrofe causata dalla spendacciona gestione prodiana, ma, anche e soprattutto dall’incapacità dei governi della Seconda Repubblica nel mantener fede agli impegni finanziari presi verso il paese di anno in anno.
Un disastro causato, secondo analisi diverse ma ampiamente condivise, dalla scelelrata riforma del Titolo V della Costituzione, che introduceva il Federalismo senza far prima fronte agli squilibri di un territorio nazionale, che fu strutturato dai Savoia e da Mussolini in funzione di logiche rivelatesi, per l’appunto, disastrose.
Una riforma, quella del Titolo V, che, per altro, ridefiniva i poteri della politica, in termini territoriali, ma non ristrutturava nè i ruoli ne le gerarchie interne delle principali istituzioni affini alla politica: sindacato e magistratura.
Uno sperpero globalizzato, se pensiamo all’impennata del numero di cariche, dirigenze, sedi di rappresentanza, auto blu, consulenze, esternalizzazioni e chi più ne ha più ne metta.

Se non verrà messa fine a questa emorragia di denaro e di management, non basterà la riforma fiscale, preannunciata da Tremonti e confermata, in questi minuti, da Berlusconi.

Una riforma fiscale che, nota bene, potrebbe somigliare ad una patrimoniale se l’obiettivo è quello di alleggerire i ceti bassi o le aziende e di caricare “chi ha il gippone”, per usare un’espressione di Tremonti.
Un sistema tutto da capire, se verrà affiancato da un incremento delel tasse e tributi locali, già esosi nelle regioni più disastrate.
Senza contare che l’ipotesi di incrementare le funzioni ministeriali con sedi al Nord non può altro che portare nel tempo ad un ulteriore incremento della spesa, essendo un elemento che innalza il livello di complessità strutturale del sistema.
Infine, la spesa pubblica, che Berlusconi promette di non tagliare quando afferma che il “pubblico impiego non si tocca”, come “non si toccano” scuola e sanità. Considerato che sono in larga parte spese di personale, che potrebbero essere notevolmente alleggerite con un coraggioso prepensionamento e riducendo il costo della governance, ovvero il numero di politici e direttori.

Il problema, dunque, non è finanziario, ha ragione Tremonti a dire che l’Italia ha ancora una sua solidità.
La questione è squisitamente politica, o meglio partitica, ovvero se i partiti, attualmente rappresentati in parlamento e non, sono in grado di ristrutturarsi riducendo drasticamente il numero degli eletti, degli addetti, degli apparati.
Se ciò avverrà, potremo mantenere gli impegni presi con l’Unione Europea per il 2014, risalendo la china grazie alle minori spese, alla riforma dei sistemi assicurativo e sanitario, ad un maggiore gettito fiscale.

L’alternativa?
Nessuna.

Equitalia: è ora di dire basta!

16 Giu

Oggi alle 15 in Piazza Montecitorio a Roma le associazioni a difesa dei cittadini e numerosi comitati spontanei hanno convocato un sit in contro Equitalia.

Nel 2010, i diversi tentacoli della piovra hanno emesso oltre 3 milioni di solleciti, 1,6 milioni di preavvisi di fermo amministrativo di autoveicoli, 577mila fermi esecutivi e … “solo” 133mila pignoramenti verso terzi.
Il tutto senza controlli adeguati, vista l’enorme quantità di ricorsi, senza opportune verifiche sulla legittimità dei crediti vantati dalle aziende pubbliche che li cedevano, visto il successo di tante sentenze.
Solo i ricorsi confermati da Equitalia sono 18mila e i dati non tengono conto degli avvisi bonari errati inoltrati ai contribuenti e successivamente annullati da parte degli enti impositori, ne’ degli atti errati annullati in autotutela e neppure di tutti i ricorsi giudiziali presentati dai contribuenti italiani avverso le cartelle di pagamento. (fonte Contribuenti.it)

Ma c’è dell’altro …

Innanzitutto, Equitalia è una compartecipata delle Agenzie delle Entrate (51%) e dell’INPS (49%).
E’ davvero difficile capire quale sia la ragione sociale che permette all’INPS di investire nel factoring (ndr. riscossione crediti) …

E, come se non bastasse, la “Sintesi del risultato economico del Gruppo 2010” annuncia “ricavi da attività” pari a 1.297 milioni di Euro a fronte di costi di produzione di 1.490 milioni.
Morale della favola, Equitalia, nel 2010, ha reso allo Stato Italiano solo 28 milioni di Euro a fronte di una enorme, voluminosa e, non di rado, iniqua attività amministrativa.

Avete letto bene: riscuotono tasse e tributi inevasi con l’unico risultato di riuscire a pagare “solo” i propri stipendi e le spese aziendali …

Il Piano del Tesoro e gli altarini padani …

16 Giu

Tremonti propone dei tagli alle pensioni più alte e l’aumento dei contributi per i cocopro.
Sacconi e la Lega non sono convinti dell’idea perchè “avrebbe un forte impatto al nord”.

Ecco un’ennesima prova di come il Settentrione ostacoli il risanamento dell’Italia e la ripresa del Sud, pur di continuare a coltivare orticelli propri.

Un’economia, quella padana, che si basa sullo sfruttamento di lavoratori temporanei, sull’accontonamento di pensioni “storiche” e, dunque, oggi privilegiate, sui sussidi delle “quote latte” fuorilegge ed il monopolio dei DOC, sulle coop che cooperative non sono, sul controllo del settore logistico, sul lavoro degli immigrati (meridionali e stranieri) e …

… sulle ampie collusioni mafiose che la magistratura sempre più spesso documenta.