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MPS & co: il disastro annunciato dal 2005

3 Gen
Era il 6 marzo 2013 quando moriva, apparentemente suicida, David Rossi, 51enne capo dell’area comunicazione del Monte dei Paschi di Siena e fedelissimo di Giuseppe Mussari, l’ex presidente della banca .
 
Rossi non era indagato nell’inchiesta della Procura di Siena sull’acquisizione di Antonveneta e sui contratti derivati siglati dalla banca.
Era solo una persona informata dei fatti, in particolare per la sua funzione di collegamento tra gli indagati Mussari e Vigni, ed evidentemente gli inquirenti erano a caccia di prove, e-mail, documenti e riscontri riguardo fatti rivelatisi a partire dal 2005.
bancopoli
 
Riguardo Antonveneta, la storia è ben nota, come riporta Wikipedia:
 
– Il 2 maggio 2005 “la procura di Milano apre un fascicolo contro ignoti per la scalata alla Antonveneta. Dalle indagini la procura ipotizza che a novembre 2004 sarebbero stati effettuati acquisti di titoli per circa 500 milioni di euro, in modo da spingere il prezzo delle azioni Antonveneta sopra a quello dell’Opa di 25 euro.
Qualche giorno dopo la Consob delibera che Fiorani, di concerto con altri soci di Antonveneta (in totale un gruppo di 18 imprenditori tra cui Emilio Gnutti) avrebbe stretto un patto occulto per superare la soglia del 30% di Antonveneta, oltre il quale la legge impone l’opa sul totale del capitale della società scalata. Quindi la Bpl viene costretta a effettuare l’offerta entro una settimana.”
– 18 maggio 2005 “avvengono le prime iscrizioni nel registro degli indagati per ipotesi di reato di insider trading, aggiotaggio e ostacolo all’attività di vigilanza. Si sospetta che 18 imprenditori siano stati finanziati dalla Bnl con 552 milioni di euro per rastrellare il 9,48% delle azioni Antonveneta tra il 14 dicembre 2004 e il 25 febbraio 2005.
Fra le 23 persone indagate spiccano i nomi di Fiorani ed Emilio Gnutti, importante finanziere proprietario di Fingruppo, Gp Finanziaria e Hopa e coautore della clamorosa scalata a Telecom Italia, assieme alla Olivetti di Roberto Colaninno, vicepresidente del Monte dei Paschi di Siena, condannato in precedenza per insider trading.
A seguito delle indagini, l’8 giugno il tribunale di Padova decide di sospendere il consiglio di amministrazione della Antonveneta.”
 
– 27 luglio 2005 nasce l’espressione “i furbetti del quartierino” che … “sono stati colpiti da varie inchieste giudiziarie per i metodi presuntamente poco leciti con cui si apprestavano a scalare la Banca Nazionale del Lavoro (BNL), RCS e Antonveneta e per le modalità, presuntamente fraudolente, con cui avevano conseguito in modo improvviso una enorme fortuna economica di dubbia provenienza.”
 
– “il 26 settembre 2005, a seguito della vicenda Bancopoli, ABN AMRO sottoscrive con la Banca Popolare Italiana e con i partecipanti al patto di sindacato di Antonveneta (Emilio Gnutti, Fingruppo Holding S.p.A. G.P. Finanziaria S.p.A., Tiberio Lonati, Fausto Lonati, Ettore Lonati, Magiste International S.a. e Stefano Ricucci) un contratto per l’acquisto del 39,373% del capitale dell’istituto padovano a 26,5 euro per azione.”
 
– ad agosto 2005 “il gip Clementina Forleo sequestra tutte le azioni Antonveneta acquistate da Fiorani, Ricucci e dagli altri. L’intervento dei magistrati fa scendere il valore delle azioni e diminuisce la garanzia che Ricucci aveva offerto alle banche.”
Inoltre, ” Forleo chiese l’autorizzazione all’utilizzo delle intercettazioni che coinvolgevano alcuni parlamentari (Piero Fassino, Massimo D’Alema, Romano Comincioli, Nicola Latorre, Salvatore Cicu), non soltanto come prova contro gli imprenditori inquisiti, ma anche come materiale indiziario per poter inquisire alcuni degli stessi parlamentari che, secondo quanto scrisse nella richiesta, “appaiono […] consapevoli complici di un disegno criminoso”.
 
– “il 31 dicembre 2005 il Giornale ha pubblicato stralci di un’intercettazione telefonica tra Fassino e Giovanni Consorte, manager della Unipol e all’epoca coinvolto nello scandalo di Bancopoli; nell’intercettazione Fassino chiedeva a Consorte: «E allora siamo padroni di una banca?» “
 
– “nel 2007 ABN Amro viene acquisita dal consorzio Royal Bank of Scotland – Banco Santander – Fortis, e nello “spezzatino finanziario” Antonveneta finisce sotto il controllo spagnolo. L’8 novembre del 2007, il Monte dei Paschi di Siena annuncia con una nota di aver raggiunto un accordo con Banco Santander per l’acquisto di Banca Antonveneta per 9 miliardi di euro”
– il 28 maggio 2011 Antonio Fazio – governatore “a vita” della Banca d’Italia dal 1993 e dimessosi nel 2005 –  “è stato condannato dai giudici della seconda sezione penale del Tribunale di Milano a 4 anni di reclusione e un milione e mezzo di euro di multa per aggiotaggio nel processo sulla tentata scalata ad Antonveneta da parte della Banca Popolare di Lodi (c. d. Scandalo della Banca Antonveneta); nello stesso processo, è stato condannato anche Giovanni Consorte. Dopo una lieve riduzione della pena in appello (da 4 anni a 2 anni e mezzo di reclusione), la condanna è stata confermata in via definitiva dalla Corte di Cassazione il 28 novembre 2012”
 
– “il 31 ottobre 2011 il tribunale di Milano conferma a Ricucci la condanna in primo grado a 3 anni e sei mesi più 900.000 euro di multa per la scalata BNL-Unipol. Nel dicembre 2013 la Cassazione assolve Ricucci in quanto il fatto non sussiste.”
 
– a fine aprile 2013 (ndr. dopo la morte di David Rossi e nonostante numerose indagini in corso) la banca viene completamente assorbita dal Monte dei Paschi.
 

Oggi, paghiamo NOI (e non, viceversa, gli artefici di questa enorme bolla di sapone ‘consociativa’ e speculativa) …

Resta solo da chiedersi “perchè” i nostri media non abbiano rievocato oggi le stesse notizie che avevano diffuso tra il 2005 ed il 2013 o come mai non se ne sia neanche accennato in Parlamento.

Demata
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Tremila finti invalidi. Parliamo degli altri?

23 Ago

Oggi, La Repubblica on line titola “Gdf, scoperti tremila invalidi e poveri falsi danno erariale per un miliardo e mezzo”, seguita a ruota dai principali quotidiani. In realtà, il danno erariale è stato accertato in “quasi 13 mila interventi contro truffe e sprechi di denaro pubblico”, come precisa lo stesso quotidiano.

E siamo alle solite.
Se un disabile resta bloccato ore e giorni a Piombino in attesa di un autobus che lo porti al treno per rientrare dalle ferie o se un altro blocca il traffico in Versilia perchè è ‘impossibile salire su gran parte degli autobus oppure scendere a causa delle piazzole’, la notizia va in cronaca locale, senza neanche interrogarsi su come funzionino sanità e assistenza in Toscana o, meglio, su quanti altri casi accadano senza che vi sia notiza e, soprattutto, soluzione.

In un Paese da 60 milioni di abitanti, fanno notizia i ‘tremila invalidi e poveri falsi’. Non i milioni di invalidi sotto-riconosciuti ed in balia del sistema sanitario e degli enti locali, con diritti ed accessibilità, che nelle grandi città come Roma cambiano da una strada all’altra, a seconda della ASL di appartenenza.

Malpractice Cartoons by T. McCracken mchumor.com/medicine_malpractice.html

Il ‘Dossier in tema di malattie rare del 2008-2010 (a cura di Cittadinanzattiva, Tribunale per i diritti del malato, Coordinamento nazionale associazioni malati cronici), segnalava:

  1. le difficoltà nel godere effettivamente dei benefici previsti dalla legge
  2. le forti differenze che si riscontrano tra regione e regione,
  3. più del 40% dei pazienti non ha spesso accesso ai farmaci indispensabili o ai farmaci per la cura delle complicanze.

Peggio ancora, secondo Il Sole 24 ore nel “Focus sanità” del 11-17 Novembre 2008, per quanto relativo l’inadeguatezza sanitaria e il mancato accesso ai diritti, ovvero ‘costi e disagi, che determinerebbero la rinuncia alle cure da parte di 1 paziente su 4 a cui andrebbe aggiunto un 37% che desiste per gli ostacoli burocratici’, che evidentemente vengono posti dai diversi ospedali e ASL.

Aggiungiamo la bella trovata della legge sulla disabilità (L. 68/99), che apparentemente aveva accolto – con sette anni di ritardo – le direttive del WHO che impongono di tenere conto della ricaduta funzionale e non solo del danno biologico, ma che, viceversa, le ha solo menzionate nella norma vigente.
Risultato? Si continuano a conferire punteggi in base alle patologie ed a un sistema di punti non troppo diverso dal preesistente, come se si fosse di fronte ad un tirchio ispettorato assicurativo e non dinanzi ad una benefica istituzione medica tramite la quale lo Stato garantisce l’accesso a diritti essenziali.
O della porta di servizio tramite la quale i servizi ancora in carico diretto al SSN (quelli pagati prima, di solito) sono stati esternalizzati in alcune regioni su strutture non pubbliche, cosa che riduce notevolmente le tutele dei malati, specie dopo l’introduzione delle cartelle cliniche elettroniche, e comporta non pochi disagi, visto che le norme prevedono che le certificazioni emesse siano validate/riemesse dal medico di base.

Malpractice Cartoons by T. McCracken mchumor.com/medicine_malpractice.html

Preso atto che le malattie rare (sempre e comunque croniche) sono solo cinque tra quelle in elenco, parliamo di una legge che nega diritti internazionalmente riconosciuti a chiunque non soffra delle patologie elencate nella lista. Utile aggiungere che i malati italiani delle quasi 3.000 malattie rare esistenti sono milioni.
Il ritardo ‘de facto’ nell’applicazione delle direttive WHO-1992 (in italiano OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità) su funzionalità, lavoro e disabilità, ammonta ormai a 21 anni.

O, peggio, che addirittura nei contratti di lavoro, stipulati dallo Stato (non il ‘bieco aguzzino’ privato) per i propri dipendenti di ruolo, non sono considerati i diritti (e le dovute garanzie) a tutela dei malati con prescrizione sanitaria emessa da una commissione medica collegiale, di cui fa obbligo la norma nazionale apposita (art. 42 comma c d. lgs. 88-2008).

Una situazione drammatica per non pochi cittadini non (del tutto) abili al lavoro, oltre che sofferenti nella salute, come, ad esempio, quella del Lazio, dove almeno una ASL non concede l’art. 3 comma 3 della L.104 (quello che consente tre giorni di malattia al mese, per intenderci) neanche a persone con malattie congenite che devono essere sottoposte a frequenti terapie ospedaliere o che lesina punti, tanti punti, di invalidità a persone con doppio bypass, seri problemi metabolici, malattie croniche e notoriamente gravose, eccetera …

Un sistema che – grazie al de facto mancato assorbimento delle norme OMS che distinguono tra invalidità e capacità funzionale a svolgere una certa mansione/incarico – trasforma i malati italiani in due precise categorie: ‘gravissimi’, ovvero insindacabilmente non atti al lavoro, e ‘tutti gli altri’, ai quali – salvo esenzioni ticket (ci mancherebbe altro …) spetta poco o nulla, con un’età pensionabile che si allontana sempre di più.
Un sistema che aggravia i costi del lavoro per incrementare le spese sanitaria ed assistenziale, visto che un malato cronico che lavora senza tutele, si aggrava e necessita anche di maggiori cure, oltre ad assentarsi.

Malpractice Cartoons by T. McCracken mchumor.com/medicine_malpractice.html

Qualcuno ha provato a chiedersi se costa di più un lavoratore ultracinquantenne aggravato da particolari carichi di lavoro, che, ricorrendo frequentamente a cure e controli, richiede anche una spesa sanitaria di 30-40.000 euro annui o costa di meno un lavoratore con 25-30 anni di contribuzione che diventi un part timer od un pensionato e che, però, se la cava da solo ed incide molto meno sulla spesa sanitaria?
E, soprattutto, è questa una domanda lecita in una nazione come l’Italia, dove abbiamo circa un centinaio di parlamentari che arrivano dal settore sanitario ed un altro tanto dagli apparati locali di partito?

Di questo dovrebbero scrivere e raccontare – a proposito di invalidità e lavoro – i nostri quotidiani, non (solo) dei soliti tremila furbi che si annidano in tutte le categorie umane.

originale postato su demata

Il PD trionfa … nel deserto

11 Giu

Ve lo immaginate voi l’inesperto Ignazio Marino ad amministrare l’Urbe e la sua Suburbia con una maggioranza bulgara – e di estrema sinistra – in Campidoglio, mentre due romani su tre borbottano, diffidano e reclamano, con promesse impossibili da mantenere e un debito da record, consolidato fin dalla gestione Veltroni?

Oppure, che accadrà a Catania,  dove Enzo Bianco si accinge a diventarne sindaco per la quarta volta in sei consigliature e senza neanche le primarie ‘democratiche’ per sceglierlo, raccogliendo meno del 20% dei consensi effettivi, in una Sicilia dove l’astensionismo è arrivato al 66%.

Od a Treviso e Brescia, dove i neosindaci del Partito Democratico dovranno gestire una coalizione che va dalle liste civiche ‘moderate’ alla sinistra estrema, mentre tra astenuti e oppositori, anche lì, possiamo contare due cittadini su tre.

I giornali titolano, intanto, il Partito Democratico vince nelle città e trionfa a Roma. Peccato che nella Capitale il 51% degli elettori si sia astenuto e che il ‘trionfo’ consista in un misero 30,8% della base elettorale.

In realtà, infatti, non è il PD a vincere, bensì l’Ulivo, ovvero ritorna in auge l’idea di una coalizione antiberlusconiana, oggi ‘antidestra, che in altri tempi si sarebbe chiamata ‘fronte popolare’ e che da sempre è pervenuta ad una sola conclusione: conflitti irrisolvibili interni alla maggioranza, nuove tasse e nuove spese, incremento delle tensioni sociali.

Ed è altrettanto vero che, al momento, un elettore su due sarebbe disponibile a votare un ‘nuovo’ partito, purchè dotato di un programma credibile, del personale esperto ed un editore che voglia sostenerlo.

Molto probabile che, andando per queste vie, il Partito Democratico si ritrovi a dover fare i conti con una dura realtà: i pro ed i contro di poter contare su uno zoccolo duro, che a ben vedere è sempre più eroso.

Infatti, il 30,8% effettivo di Marino è molto lontano dal quasi 40% effettivo raccolto da Veltroni meno di dieci anni fa a Roma, senza che siano particolarmente cambiati i dati demografici od economici della città.
Certamente, ha influito l’invecchiamento del proprio elettorato e la diminuzione del numero di anziani, fedelissimi elettori dell’ex-PCI, come hanno pesato i gravi errori delle giunte ‘rosse’, se ha votato solo il 40% a Tor Bella Monaca, tra case popolari e famiglie under50.
Ma è anche vero che il ricambio generazionale è scarso e limitato – sia in termini di età anagrafica sia di mentalità – se a Siena è un funzionario del Monte dei Paschi a diventare sindaco e se a Viterbo è l’ex Presidente della Coldiretti provinciale e Presidente del Consorzio Agrario.

Il Partito Democratico ha preso “tutti i capoluoghi”, “trionfa a Roma”, si esalta per il “cappotto”, ha vinto questa tornata di elezioni amministrative, ma è il popolo italiano – quello ‘sovrano’- che ha perso anche queste elezioni. Un dato ormai certo, se in Italia siamo arrivati al 51% degli astenuti (con punte del 66%), mentre la legge elettorale (Porcellum) è incostituzionale ed, in barba al ballottaggio, ai Comuni si vota con coalizioni blindate e di cartello.
Una dura sconfitta per il PdL, ma anche una vittoria di Pirro, sia per il tipo di coalizione vincente, sia per il rifiuto di una larga parte degli elettori, sia per i deficit enormi che si dovranno affrontare – almeno fino alle elezioni tedesche ed al semestre italiano in UE – dopo aver promesso, in poche parole, la fine della Crisi ed il ritorno del Bengodi …

Intanto, dalla sponda opposta, l’esperto Fabrizio Cicchitto invoca «un salto di qualità nella costruzione di un partito che sappia tenere assieme una leadership carismatica e un partito forte, democratico, capace di discutere e scegliere, anche attraverso consultazioni interne, i suoi dirigenti», prima che sia troppo tardi.

Almeno un elettore su due sarebbe disponibile a votare un ‘nuovo’ partito, purchè dotato di un programma credibile, di personale esperto e di un editore che voglia sostenerlo.
Il conto alla rovescia è iniziato?

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Rosy Bindi, il disastro Sanità ritorna?

22 Feb

Rosy Bindi è uno dei big che il Partito Democratico ha blindato, garantendogli l’elezione, ed è accreditata come futuro vicepremier, ma potrebbe finire – ahimè – alla Sanità od al Welfare.
I suoi principali meriti sono legati a fattori occasionali, come essere accanto a Vittorio Bachelet (del quale era assistente universitaria) nel momento del suo assassinio, il 12 febbraio 1980, da parte delle Brigate Rosse, o fideistici, come il lungo impegno nell’Azione Cattolica, di cui è stata vicepresidente nazionale, dal 1984 al 1989.
Dal punto di vista politico, prettamente politico, si contano, viceversa, i disastri.

Ad esempio, il pasticcio del 1996, quando chiuse in modo decisamente affrettato ben 63 strutture psichiatriche che servivano 17.000 malati, determinando che andavano riutilizzate o, se vendute, i soldi ricavati dovevano andare al progetto obiettivo sulla salute mentale.
Risultato a 15 anni di distanza? Si legge dalla relazione dei Nas: “Gli ambienti sono stati per lo più ristrutturati e riutilizzati dalle Asl anche per l’assistenza e cura dei malati psichiatrici. Dati in comodato d’uso gratuito. Dismessi e non utilizzati. Venduti o locati in tutto o in parte a Comuni, Università o privati e i relativi ricavi utilizzati anche per la creazione di strutture destinate ai malati psichiatrici. Le somme derivate dalle vendite o locazioni, a volte, sono state versate direttamente nelle casse regionali, rendendo difficile una ricostruzione dettagliata del loro successivo utilizzo“.

Morale della favola: un regalo per le onlus, comunità terapeutiche e case famiglia, che gestiscono servizi pubblici esternalizzati in 1.679 strutture residenziali con 19.299 posti per 30.375 utenti, mentre i ‘centri diurni’ consistono in altre 763  strutture, 12.835 posti, 32.030 assistiti.
Salute mentale privatizzata, missione compiuta?

Una Rosy Bindi che nasce a Sinalunga, in terra dei Monte dei Paschi di Siena, ma va a conquistarsi le primarie a Reggio Calabria, vincendole nonostante per i calabresi lei sia solo un nome su un cartellone.
Una Bindi, presidente del Partito Democratico, che si poneva a capo della ‘resistenza ai tagli alla politica’ di Mario Monti, insieme  alla vicepresidente della camera Susanna Cenni (PD),  e azzerava il provvedimento con un provincialissimo ed arrogante ‘non si capisce come mai Siena venga duramente penalizzata dal testo predisposto dal governo sul riordino delle province. La scelta operata dal governo appare miope anche alla luce della candidatura di Siena a Capitale Europea della Cultura per il 2019.
Forse perchè il Comune di Siena raccoglie appena 54.646 abitanti e la provincia intera arriva a sole 270.333 anime?

Una schietta origine senese che si è confermata, scandalosamente, giorni fa, nel salotto di Bruno Vespa, dove Rosy Bindi haprovato a sminuire il caso Mps, bollandolo come «polemica elettorale», sostenendo che quasi due milioni di euro – versati al PD da dirigenti Mps – sono stati definiti «liberalità, erano contributi volontari, cosa c’entrano?».
Oppure lo scandalo sanità in Toscana dove oggi si devono tagliare 2.000 posti letto per risparmiare circa 350 milioni di Euro e tra questi ci sono quelli degli Ospedali Riuniti della Valdichiana, voluti una ventina d’anni fa dalla Rosy nazionale, che da soli rappresentano un bel 10% dello surplus di posti. Lo stesso dicasi per l’Ospedale di Chieti, il suo trasferimento ed il risanamento del territorio, per le quali si spesero cifre folli per le quali l’ex sindaco Cucullo ringrazia ancora pubblicamente, mentre da anni la Regione Abruzzo ‘taglia sprechi’, riducendo i posti letto proprio di quella provincia, dove, evidentemente, sono stati creati in eccesso.
Una Toscana dove la procura di Massa ha indagato a lungo sul sistema sanitario, descritto dalla Commissione d’inchiesta parlamentare come “elefantiaco e clientelare”, mentre sembra che un toscano su 72 sia in qualche modo retribuito dal sistema regionale sanitario. Un sistema di potere clientelare che ha scaricato sui ticket ed sui tagli il dissesto finanziario, visto che solo la Asl di Massa aveva un deficit superiore ai 420 milioni di euro, mentre la Commissione Parlamentare non ha mancato di evidenziare la discutibilità dei quattro nuovi ospedali di Lucca Pistoia, Prato e Massa.

E, a proposito delle disastrose idee di Rosy Bindi, come non ricordare il decreto legislativo 229 del 1999, la riforma del Servizio Sanitario Nazionale, che, come noto a tutti, ha messo in ginocchio la finanza pubblica nazionale, ha devastato le tasche di mezza Italia con i prelievi IRPERF, ha delegato alle Regioni servizi primari che, poi, sono stati esternalizzati, ha foraggiato l’avidità di tanti corrotti politicanti e dirigenti.

Ma non solo. Una riforma che, collegata alla legge sulle malattie rare, emanata in piena campagna elettorale se non addirittura mentre si votava, che ha scatenato il caos generalizzato, delegando tutto alle Regioni, con il risultato che 3/4 dei malati rari non è diagnosticato ed un terzo di quelli noti rinuncia alle cure per problemi gestionali. Per non parlare delle Onlus che, a 20 anni di distanza, hanno deluso tutti ed innanzitutto i malati, sempre esternalizzando servizi, parcellizandoli con enormi costi aggiuntivi.

O la bella trovata della legge sulla disabilità (L. 68/99), che apparentemente aveva accolto – con sette anni di ritardo – le direttive del WHO che impongono di tenere conto della ricaduta funzionale e non solo del danno biologico, ma che le ha solo menzionate nella norma vigente, che continua, infamemente indefessa, a conferire punteggi come se si fosse di fronte ad un tirchio ispettorato assicurativo e non dinanzi ad una benefica istituzione medica.
Una legge, oggi, che nega diritti internazionalmente riconosciuti a chiunque non soffra di patologie elencate nella lista, come i malati di quasi 3.000 malattie rare non mezionate nel testo italiano, mentre i finti invalidi affollano le prime pagine dei giornali.
Il ritardo, rispetto alle direttive WHO-1992 su lavoro e disabilità, ammonta ormai a 21 anni, cosa per cui ringraziamo l’ex ministro Rosy Bindi.

Dunque, con le elezioni alle porte, c’è da chiedersi perchè gli elettori calabresi, abituati a lunghi e costosi ‘viaggi della speranza’, visto il disastro sanitario in cui versa la regione, dovrebbero votare proprio Rosy Bindi. Mica credono che porterà ospedali anche a loro, dopo Montepulciano e Chieti, e, comunque, mica credono che non glieli taglieranno quasi subito, come a Montepulciano e Chieti?

E, visto che ci siamo, perchè votare, a Novara, il medico genovese Ignazio Marino, noto per i suoi blitz in un paio di ospedali romani, che molto, ma molto di più, avrebbe potuto e dovuto fare come Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Servizio Sanitario Nazionale, nonché membro della Commissione Igiene e Sanità del Senato della Repubblica nella XVI Legislatura.

Un Ignazio Marino che – molto furbamente o troppo ingenuamente, ma certamente con una buona dose di demagogia – propone in campagna elettorale di abolire i ticket che sono “una tassa odiosa che scarica le inefficienze del sistema sulle persone, si può eliminare e sarà il primo obiettivo del PD una volta arrivati al Governo. Siamo già in una situazione insostenibile che pesa sulle famiglie e sugli anziani che sempre di più rinunciano alle cure per via del ticket.”
Veramente è sull’IRPERF – una tassa che colpisce direttamente tutti, sani inclusi – che si scaricano le inefficienze dei baronaggi ospedalieri e delle malversazioni dei dirigenti medici ed amministrativi. Il ticket è un contributo direttamente correlato ad un servizio, ma questo, forse, il senatore Marino l’ha dimenticato, come da medico e parlamentare non ha notato le ‘vacatio legis’ che sono alle fondamenta della costosa e sprecona non-gestione di invalidi, malati rari e psichiatrici.
Dal punto di vista finanziario, poi, a parte il caso Toscana, azzerare i ticket significa anche azzerare le entrate cash delle aziende sanitarie, con risultati simili a quando si accentrò la gestione delle scuole con il risultato che per due anni non si pagarono esami e supplenti, maturando un debito pubblico che è ancora in circolo.

Tornando a Rosy Bindi, l’ultima è la cacciata del giornalista Antonino Monteleone della trasmissione Report, di Milena Gabanelli, che ha spiegato come «l’onorevole appena mi ha visto ha detto che non avrebbe cominciato se non me ne fossi andato». Non è un caso che il fatto accada a Reggio Calabria, al convegno «Diritto alla salute in Calabria: tra livelli essenziali e gestione delle risorse», un evento con tanto di logo del PD bene in vista mentre la Bindi è candidata come capolista per Montecitorio.
Tra l’altro, trattandosi di sanità e di denaro pubblici, i giornalisti avrebbero dovuto essere bene accetti … a meno che ‘lì dentro’ non dovessero discutere di qualche altra ‘disastrosa idea’.

Malati e contribuenti italiani sono avvisati.

originale postato su demata

Il vero scandalo MPS

31 Gen

La Banca Monte dei Paschi di Siena nasce nel 1472 come Monte di pietà della Repubblica di Siena, prende l’attuale denominazione nel 1624 e  dall’unità d’Italia la Banca estende la propria attività,  in tutta Italia, principalmente nel suo settore tradizionale, il credito fondiario.

Progressivamente MPS si espande, diventando la terza/quarta banca italiana, e nel 1995, per effetto di innovazioni normative, Monte Paschi di Siena si differenzia in due enti, interconnessi tra loro: la Banca e la Fondazione.

La Fondazione MPS è ente no-profit che ha per scopo statutario le finalità di assistenza e beneficenza, nonché di utilità sociale nei settori dell’istruzione, della ricerca scientifica, della sanità e dell’arte, con particolare riferimento al territorio senese.

Una fondazione che presenta alcune singolarità, dato che detiene il 49% delle azioni della Banca (MPS) e ne è de facto la controllante, mentre l’organo d’indirizzo (Deputazione Generale) è composto da otto membri nominati dal Comune di Siena, cinque dalla Provincia di Siena ed uno a testa tra Regione Toscana, Università ed Arcidiocesi di Siena.

Aspetti che, altrove, avrebbero già fatto la differenza, visto che parliamo di una fondazione che gioca in borsa, ammassando azioni di una banca, il cui direttivo è nominato dagli ‘governi’ locali, che hanno ‘di per se’ finalità istituzionali nei settori della ricerca scientifica, dell’istruzione, dell’arte, della conservazione e valorizzazione dei beni e delle attivita’ culturali e dei beni ambientali, dell’assistenza alle categorie sociali deboli.

Come non pensare che Comune e Provincia di Siena non sostengano il welfare o l’attrattività turistica o la penetrazione sui mercati dei prodotti vinicoli o, ancora, l’occupazione locale sia tramite i canali istituzionali sia tramite la Fondazione MPS, andando a creare un benessere ed un modello locale artificioso, grazie a flussi di denaro e potere di lobbing che derivano non da una forza propria del territorio, ma da attività anche di speculazione finanziaria attuate dalla Banca MPS?

Ancor peggio, se consideriamo che all’organo amministrativo (Deputazione Amministrativa) spetta di deliberare, nell’ambito delle linee generali della politica delle partecipazioni – come ad esempio la definizione generale della linea patrimoniale –  anche riguardo alla Banca Monte Paschi di Siena Spa.
Una banca (MPS) che, intanto, ha incorporato la Banca Agricola Mantovana (BAM) e la Banca del Salento (poi Banca 121) ed  acquistato la Banca Antonveneta, oltre alla diffusa messe di servizi di cassa per tante amministrazioni locali.

Una banca, Monte Paschi di Siena Spa, che, come tante altre banche, offre ad enti e istituzioni dei servizi che andrebbero classificati come ‘ad alto rischio’ sia per le pubbliche amministrazioni, che non dovrebbero contrarre debiti od immobilizzare capitali, sia per la banca stessa, che potrebbe ritrovarsi al lumicino, se arrivano patti di stabilità o spending reviews, sia per cittadini ed investitori, per motivi a tal punto ben evidenti.

Parliamo, infatti, di anticipazione di tesoreria, finanziamenti nelle more di alienazione del patrimonio, mutui opere pubbliche, operatività in strumenti derivati, finanza innovativa, prestiti obbligazionari, risparmio gestito.
E parliamo del potere di salvare qualche giunta scellerata sull’orlo dell’abisso finanziario, di aver peso nelle alienazioni del patrimonio e nello start up di opere pubbliche, di incatenare intere cittadinanze al gravame di rate ventennali che soffocano lo sviluppo, producendo una ricchezza (ed un potere?) destinata a Siena.

Tutto questo ci riporta al punto di inizio: agli otto membri nominati dal Comune di Siena ed ai cinque della Provincia di Siena, dato che sono non pochi i dubbi su una ipotetica politicizzazione della Fondazione e/o della Banca MPS.

Il Fatto Quotidiano scriveva, dieci mesi fa, a proposito del cambio di guardia ai vertici della banca, attuato dalal fondazione controllante: “è una vittoria dalle evidenti conseguenze politiche, quella di Profumo, figura capace di spaccare il Pd locale e di creare una palese frattura all’interno della stessa Fondazione che lo ha scelto per la successione di Giuseppe Mussari contro la volontà del suo stesso numero uno Gabriello Mancini”.
RaiGiornaleRadio (link) teneva a precisare che “sulla mina derivati in cui è incappata Monte dei Paschi di Siena, arrivano le prime reazioni politiche. E su eventuali responsabilità del partito nel caso Mps e le conseguenti dimissioni del presidente Abi, Mussari, risponde il segretario Pd, Bersani: “Nessuna responsabilità del Pd, per l’amor di Dio”.
Liberazione (link) racconta come “il Pd senese, soltanto tra il gennaio 2011 e il febbraio 2012, riceveva da Mussari due assegni per complessivi 200.000 euro (ma secondo i dati ufficiali della camera dei deputati dal 2002 l’importo cresce a 683.500 euro). Il presidente dei banchieri che finanzia il partito più grande della sinistra”.
Il Messaggero (link) riporta che il leader di Rivoluzione civile Antonio Ingroia attacchi «si sente l’odore» di tangenti, Antonio Di Pietro avverta «troppo facile prendersela solo con il Pd» e Mario Monti puntualizzi che «il rapporto fra banche e politica deve ancora essere corretto».

Il Financial Times, infine, scrive di “links between M.P.S. and the Democratic Party”, racconta di “M.P.S. based in Siena, in a part of northern Italy that is a stronghold of the leftist Democratic Party” e che la “murkiness may have thwarted the Democratic Party’s ability to lure fresh voters”.

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Dubbi, sospetti, ipotesi che assumono una connotazione ben più marcata, leggendo su Repubblica che “nel novembre del 2010 il Monte dei Paschi di Siena realizzò una cartolarizzazione di una parte del proprio patrimonio immobiliare e collocò sul mercato titoli per un valore di 1,5 miliardi”.
La, speriamo non famigerata, operazione Chianti Classico, per la quale Banca Monte dei Paschi di Siena smentisce rischi di perdite straordinarie e che è impensabile che sia accaduta senza l’avallo della Fondazione, trattandosi, anche, del territorio affidato dall’antica Repubblica di Siena al Monte (di Pietà) del Banco dei Paschi (ndr. pascoli).

A ventiquattro giorni dalle elezioni, dunque, le ombre del caso-modello Monte Paschi di Siena rendono difficile credere in un Partito Democratico ‘diverso dagli altri’, vista l’ennesima commistione tra politica, aziende, fondi poco chiari, onlus e benessere locale.

Ed il benessere locale porta consenso.
Specie se si tratta di consumi e di status conquistati con guadagni ‘facili’, sottraendo risorse ad altri territori, come abbiamo visto – a favore di Toscana ed Emilia Romagna – nel caso dell’immondizia e delle manifatture campane, dell’olio e del vino pugliese, della frutta e degli ortaggi calabri.

E’ questo il vero scandalo del Monte Paschi di Siena: sul ruolo della politica nelle banche l’Italia ha fin troppi scheletri nell’armadio, dato che la triste storia di MPS si aggiunge a quelle non molto migliori di Credito Italiano e BNL o della miracolata Unicredit.

Quello che è davvero incredibile è che sia accaduto – e che sia ancora legale – che una fondazione, il cui direttivo è nominato dai Consigli di un Comune e di una Provincia, controlli una banca che offre credito finanziario ad altre amministrazioni locali, con la finalità di migliorare la qualità di vita del territorio in cui hanno sede sia la fondazione sia la banca e con l’opportunità di influenzare (od interferire) con la politica e la crescita di altri territori.

Un’inquietante sovrapposizione di interessi. Non è un caso che Oscar Giannino – leader di FARE per Fermare il Declino – commenti lo scandalo del Monte dei paschi: «Il problema è di natura politica e con lo strapotere delle fondazioni nelle banche queste vicende possono ripetersi. Bisogna privatizzarle tutte. Ora non c’è nessun istituto di credito veramente libero da condizionamenti politici».

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Cronache di un’Italia colonizzata

22 Ott

Mario Monti spera che «grazie a noi si dica che l’Italia non è stata colonizzata dall’Europa e ha mantenuto la sua sovranità».

Quasi in simultanea, però, TGcom24 ci informa che “non c’è stato nessun incontro a Palazzo Chigi sul futuro dei vertici di Finmeccanica“, dopo che la Uilm aveva annunciato “che Finmeccanica ha confermato di voler passare “da una quota di maggioranza a una di minoranza” in Ansaldo Energia, l’azienda genovese oggetto di trattative per una dismissione, e ha confermato anche trattative con un partner “estero” per la cessione di Ansaldo Breda.

Riguardo gli F35, “l’impianto Final Assembly and Check-Out (FACO) sulla base aerea novarese partirà a regime ridotto, con inevitabili aggravi di costo cui si aggiunge per il Governo – che li ha spesi – l’onere di recuperare i circa 800 milioni di euro investiti per realizzare la struttura. … Non mancheranno tuttavia di avere conseguenze almeno indirette sul nostro Paese i nuovi contrasti fra Pentagono e Lockheed sulla conduzione complessiva del programma, con una sovrapposizione di attività che porta a risultati negativi sul piano del costo-efficacia … Il Pentagono è preoccupato fra l’altro per le difficoltà di sviluppo del software dell’aereo, la non corretta pianificazione de collaudi, la vulnerabiltà ai “cyberattack” del sistema logistico integrati“. (fonte AnalisiDifesa.it)
Intanto, il futuro ‘civile’ di Alenia Aermacchi, il Superjet 100, è al 49% della Sukhoi, che ne gestisce anche la commercializzazione in Europa. Dulcis in fundo, i piani alti di Finmeccanica sono scossi da scandali che raccontano di tangenti, commesse sporche e leader di partito.

Restando all’aereonuatica, abbiamo di recente scoperto che il Commissario europeo alla Concorrenza ha aperto un numero impressionante di procedure contro aeroporti di piccole e medie dimensioni per finanziamenti illeciti alle compagnie aeree, che non pochi aeroporti italiani che non sono in grado di sostenersi senza aiuti pubblici, che si prospettano “tagli ben più drastici di quelli proposti dal piano elaborato dal ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, mettendo a repentaglio persino aeroporti centrali come Genova, Bologna, Firenze o secondari come Ciampino” (fonte Gazzettino.it).

Intanto, giorni prima, Alitalia annunciava 690 esuberi a fronte di diverse centinaia di milioni di perdite ed un magistrato la condannava per ‘monopolio sulla tratta Roma-Milano”, ordinando di “liberare entro il 28 ottobre gli slot necessari all’ingresso sul mercato di un altro competitor.”

Ricordiamo che l’INAIL racconti di “cantieri navali senza più ordini, di fatturato dimezzato sul pre-crisi dei posti barca, di porti deserti” o che Tassinari, presidente di Coop Italia annunci che “la grande distribuzione soffre per la caduta dei consumi provocata dalla crisi. Ci aspettiamo, per la prima volta dopo 20 anni, non solo la chiusura di punti di vendita, ma la cessione di rami d’azienda e purtroppo anche la chiusura di imprese distributive“. Mettiamo in conto anche che a Torino si fanno le Jeep ed a Pomigliano ‘solo la Panda’, che ILVA Taranto è affogata nell’inquinamento, che da alcuni mesi Parmalat fa parte del gruppo francese Lactalis, che ne ha acquisito l’83,3%, ed andiamo alla sostanza: le Banche.

Di Unicredit si legge, in questi giorni, di “voci che corrono sul taglio di 35mila bancari, ma secondo l’Abi di Mussari non sarebbero più di 25mila” (Dagospia), che “il consiglio ha anche cooptato Mohamed Ali Al Fahim quale consigliere. Mohamed Ali Al Fahim è attualmente responsabile della Divisione Finance dell’International Petroleum Investment Company, società di investimenti interamente detenuta dal governo di Abu Dhabi e controllante di Aabar, uno dei maggiori azionisti di Unicredit” (Milano Finanza), riguardo lo “scorporo della banca italiana dalla holding, l’ad Ghizzoni spiega che per ora e’ un tema che non e’ in agenda” (Borsaitaliana.it).

Una settimana fa,  Moody’s declassava la gloriosa Monte Paschi di Siena a livello ‘trash’, con un downgrade a «Ba2» da «Baa3», nonostante il ‘dono’  – è proprio il caso di dirlo – fatto dal governo Monti per 1 miliardo e mezzo di euro, tagliati a pensionati, scolari e malati.
Una situazione che richiedeva cautela, se parliamo di soldi pubblici, visto che, nonostante un ‘provvidenziale’ accordo tra MPS e CartaSì – siglato pochi giorni prima del report di Moody’s, “il primo in Italia di questo genere” – consentiva “all’istituto senese di diventare il quarto operatore per numero di carte emesse (circa 3,3 milioni) sul mercato nazionale” (fonte MPS), l’agenzia di rating ritiene «che ci siano probabilità reali che la banca abbia bisogno di ulteriore aiuto esterno nell’arco dell’orizzonte del rating. Come gli stress test dell’European Banking Authority (EBA) e della Banca d’Italia hanno mostrato, Mps non è stata in grado di aumentare la propria base di capitale ai livelli richiesti».

A cosa si riferiva, allora Mario Monti con ‘abbiamo mantenuto la sovranità’? Quali informazioni lo inducono a promettere che «pochi mesi, spero pochi, che ci mancheranno all’emergere chiaro di segni di ripresa»?

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